domenica 24 settembre 2017

No Filter - No Turbo


Con ieri sono trascorsi esattamente 47 anni e due giorni (2451 settimane e 1 giorno, 17158 giorni) da quando, giovedì 1° ottobre 1970, al Palalido di Milano, vidi per la prima volta dal vivo i Rolling Stones: da allora non ho mai perso almeno una data di una loro tournée sul suolo europeo e ho alle spalle di sicuro più di 25 concerti, probabilmente una trentina. Mi rincresce profondamente doverlo dire, ma quello della tappa lucchese del No Filter Tour è stato di gran lunga il più deludente di tutti: vero che passati i cinquanta gli anni trascorrono sempre più in fretta lasciando tracce sempre più profonde, ma sembrano passate ere non solo da Roma 2014, ma anche dal fantastico concerto tenuto soltanto il 25 marzo dell'anno scorso all'Avana, di cui esiste anche un riscontro cinematografico (Havana Moon). Atmosfera ottima, già dalle prime ore del mattino in città e fin dal pomeriggio di venerdì, quando sono giunte le prime avanguardie (tra cui io), organizzazione inappuntabile e felice, per l'acustica, la scelta del luogo appena all'esterno delle antiche mura cittadine; quel che non ha funzionato è l'alchimia che da sempre rende straordinariamente compatto il suono della band, che si è ricreata a tratti solamente a partire da metà del terzo pezzo in scaletta, Tumbling Dice, quando Keith Richards, dopo una schitarrata catastrofica e col volume impazzito al primo riff di Sympathy for The Devil (un suo cavallo di battaglia) e un'imbarazzante performance in It's Only Rock'n'Roll (il pezzo in assoluto più semplice da suonare che hanno in repertorio) si è ripreso per innestare finalmente il turbo con i due pezzi tratti dal recente album "solo blues" Blue and Lonesome, seguiti da un'appena sufficiente e tirata troppo per le lunghe Let's Spend The Night Together (scelta con votazione in rete dal pubblico su quattro brani proposti) che ha confermato lo sfilacciamento tra le due chitarre: l'impressione è stata che Keith e Ronnie, una coppia che da oltre quarant'anni opera in perfetta sincronia (non soltanto sul palco), andassero ciascuno per conto proprio, in più stando troppo a lungo sulle note. Dopo una sconcertante versione di Paint it Black particolarmente funerea e una discreta di Honky Tonk Woman, Keith è tornato ad avere la situazione pienamente sotto controllo nei due pezzi cantati da lui e che hanno la sua impronta inconfondibile, Happy e Slipping Away. Con Miss You, canzone che detesto e per tradizione ascolto ai cessi o, nel caso di ieri, ad acquistare la prima birra della serata, venuta meglio del solito in una versione quasi jazzata, la magia è tornata con Midnight Rambler, in cui la scelta di andare per sottrazione e "scarnificare" il brano è risultata a mio parere più felice. Finale in ripresa ma senza punte eccelse, con la pecca di una Gimme Shelter in sordina, anche perché Sasha Allen, la voce femminile che ha sostituito Liza Fischer, non è assolutamente all'altezza: invece di cantare, urla. 



Ora: la scelta di andare all'essenziale, confermata dall'impianto scenico pressoché fustigato, senza fronzoli, quasi a riprodurre un'atmosfera da jam session in un club, una sorta di ritorno alle origini e al suono "sporco" che aveva ispirato l'album di cover di blues classici di cui sopra, la condivido in pieno; ma se meno note suoni e più, inversamente, ne sbagli, c'è qualcosa che non quadra (ancora) con i nuovi arrangiamenti, o magari il motore, e Keith Richards (lo dico con l'immensa stima, affetto e gratitudine che provo verso di lui come persona e come musicista) in particolare, deve ancora carburare a dovere e forse ne trarrà vantaggio il pubblico delle tappe successive del No Filter Tour: ieri il concerto lo ha tenuto in piedi con una generosità impressionante ed encomiabile Mick Jagger, in uno stato di forma strepitoso, pressoché da solo, e lo afferma uno che non è mai stato troppo tenero con lui. A prescindere dal fatto che qualsiasi musicista è autorizzato a interpretare come meglio crede un qualsiasi brano, tanto più quando ne è l'autore (ricordo i sedicenti fan "storici" di Bob Dylan che mai gli hanno perdonato le "svolta elettrica", e il fatto che il loro beniamino, quando gli gira, stravolga i propri pezzi al punto da renderli quasi irriconoscibili), il concerto di ieri, come quelli che lo hanno preceduto dall'avvio del No Filter Tour ad Amburgo due settimane fa, è la dimostrazione palese che i Rolling Stones non solo non suonano in playback, come qualche imbecille aveva sostenuto qualche tempo fa, o facendo uso massiccio di basi preregistrate, prerogative che lasciano volentieri a gente come gli U2, ma non fanno mai un concerto uguale all'altro, pur presentando la stessa scaletta. Che, per quanto riguarda la data di Lucca di ieri sera, era la seguente, per un totale di 2 ore e 20': alla faccia dei settant'anni suonati di tutt'e quattro (e di chi ci vuole male, come ha chiosato con accento napoletano il pur sempre grande Keith):


Sympathy for the devil
It's only rock'n'roll (But I like it)
Tumbling dice
Just your fool
Ride 'em on down
Let's spend the night together
Con le mie lacrime/As tears go by
You can't always get what you want
Paint it black
Honky tonk women
Happy
Slipping away
Miss you
Midnight rambler
Street fighting man
Start me up
Brown sugar
(I can't get no) Satisfaction

bis:

Gimme Shelter
Jumpin' Jack flash

sabato 23 settembre 2017

The Teacher

"The Teacher" (Učitelka) di Jan Hrebejk. Con Zuzana Mauréry, Csongor Kassai, Peter Bebjak, Martin Havelka, Zuzana Konecná, Eva Bandor, Ina Gogalova e altri. Slovacchia, Repubblica Ceca 2016 ★★★+
Commedia con un fondo amarognolo a cui non si capisce per quale motivo nella versione italiana si sia dato dato un titolo in inglese, dato che l'originale significa, per l'appunto, semplicemente  "L'insegnante", che si basa sull'esperienza vissuta in prima persona dal drammaturgo e sceneggiatore Petr Jarchovsky ai tempi del ginnasio-liceo negli anni Settanta a Praga. Qui siamo a Bratislava nel 1983 quando, all'inizio dell'anno scolastico, in una classe giunge la nuova insegnante di letteratura, lingua russa e storia Maria Drazdechova che, dopo essersi presentata affabilmente, facendo il primo appello agli allievi curiosamente chiede, oltre al nome, quale mestiere facciano i rispettivi genitori prendendo accuratamente nota su un taccuino. Il motivo lo si intuisce quando, in monteggio alternato con quanto avviene in classe e nell'appartamento dell'insegnante, si vedono giungere a scuola, alcuni mesi dopo, i genitori degli alunni per una riunione convocata dalla dirigente scolastica in seguito a una serie di segnalazioni per decidere se raccogliere o meno le firme per deferire la professoressa alle autorità competenti. In sostanza la donna, di mezza età, vedova senza figli di un ufficiale dell'esercito e con una sorella che vive nientemeno che a Mosca (il "centro dell'Impero": alla caduta del Muro mancano ancora sei anni), oltre che funzionaria del partito comunista e quindi "intoccabile", chiede una serie di "aiuti", dalle medicine alla messa in piega, alle riparazioni elettriche o della lavatrice, alla spesa e alle pulizie di casa (affidate, queste ultime, direttamente agli allievi) in cambio delle indicazioni su quali argomenti nello specifico sarebbero stati interrogati. Giunge perfino al mobbing, se  così si può dire, nei confronti del figlia di un impiegato all'aeroporto che viene incaricato di far arrivare a Mosca, in cabina, dei dolcetti per la sorella, il quale si rifiuta di farlo perché rischierebbe di perdere il lavoro, arrivando a darle della minorata che non avrebbe potuto proseguire negli studi (oggi è una affermata neurologa) che arriva a tentare il suicidio. Sono i suoi genitori a sollecitare la riunione, nella quale emergono le rare testimonianze di coloro che hanno rifiutato l'andazzo e i cui figli sono stati perseguitati, nonché la vicenda di un ex astronomo, ridotto a lavavetri perché la moglie e collega si è rifugiata in Svezia "tradendo la patria socialista" e che viene sottoposto a vero e proprio stalking da parte della vedova che vorrebbe indurlo al divorzio per farlo "pentire" a accasare con sé. Durante la riunione, in cui si rende evidente la riproduzione dei medesimi meccanismi di potere e le differenze di classe di cui viene accusato il sistema capitalista, pochi si espongono, ma ciononostante, quando è finita, vengono raccolte firme a sufficienza per far allontanare l'insegnante (anche se decisivo per farla mettere in aspettativa sarà il geniale scherzetto telefonico fattole dal figlio dell'astronomo, oggi artista di fama) quando i refrattari, di nascosto, faranno la fila in presidenza per sottoscrivere il documento. Una storiella istruttiva, che "non si dimentica", come suggerisce il sottotitolo del film, la quale non si limita a stigmatizzare e mettere contemporaneamente in ridicolo il meraviglioso mondo del socialismo reale che fu, ma ci dice che è destinata a ripetersi sotto qualunque regime politico e ha a che fare con l'arroganza congenita di chi possieda un briciolo di potere e considera il prossimo al suo servizio, come suggerisce il finale del film quando Maria Drazdechova, interpretata da una bravissima Zuzana Mauréry, si presenterà (ma non insegnando più russo) esattamente con la stessa "curiosa" richiesta agli allievi di una nuova classe in un altro liceo con alle spalle non più la fotografia di Ludvik Svoboda o Gustáv Husák ma di Václav Havel, nei primi anni Novanta, diventato il primo presidente della Cecoslovacchia democratica dopo essere perseguitato per anni esattamente come l'astronomo del film.

giovedì 21 settembre 2017

"Il colore nascosto delle cose"

"Il colore nascosto delle cose" di Silvio Soldini. Con Adriano Giannini, Valeria Golino, Laura Adriani, Arianna Scommegna, Anna Ferzetti, Andrea Pennacchi, Valentina Carnelutti e altri. Italia, Svizzera 2017 ★★★½
Fa sempre piacere rivedere all'opera Silvio Soldini, autore che passa dalla commedia al genere drammatico, spesso mischiandoli e con un tocco surreale in più, sempre però avendo al centro personaggi reali, riconoscibili, alle prese con gioie, ansie e dolori della vita di tutti i giorni, che il regista rappresenta con la sobrietà e il garbo che conferiscono ai suoi film il dono della sincerità e quella lievità che è la cifra del suo fare cinema. Qui la vicenda fa incontrare Teo, un quarantenne "creativo" che lavora nel campo della pubblicità, farfallone e fondamentalmente immaturo e insicuro nelle relazioni, da quelle con la famiglia d'origine da cui si è staccato a quelle con le donne, con Emma, cieca dall'età di 17 anni, già reduce da un matrimonio e che vive la sua menomazione con coraggio e una buona dose di autoironia, con la complicità dell'amica Patti, ipovedente, una scoppiettante Arianna Scommegna, e l'occasione è la visita, a Roma, all'esperienza Dialogo nel buio, dove Emma è una delle guide di questo inconsueto e sorprendente "percorso sensoriale". Il film si apre e si chiude nelle tenebre che avvolgono la sala in cui si svolge la visita, mentre si odono soltanto le voci dei due protagonisti e degli altri visitatori, e in mezzo si svolge il percorso che porta Teo dall'essere un autentico stronzo abituato a farsi le "tacche sull'uccello" a ogni nuova conquista, cinico al punto da scommettere con un collega di riuscire a portarsi e letto la bella cieca fornendo le prove fotografiche della copula (un letto sfatto un bastone), a uscire dallo stato adolescenziale e fondamentalmente vittimista che l'ha sempre portato a non affrontare sé stesso né gli altri, e a fare i conti con i propri veri sentimenti: ciò avviene proprio frequentando Emma, prima solo per curiosità e sfizio; man mano con più interesse quando si rende conto che Emma è in grado di vedere più lontano, acutamente e perfino a colori di lui; a fare da contrappunto vediamo Emma nello svolgersi della sua vita quotidiana, col suo lavoro da osteopata, alle prese con gli impedimenti che la condizionano ma non al punto da rinunciare ad affrontare l'esistenza, con le gioie, le conquiste, le tristezze e le delusioni che comporta, e mentre a sua volta cerca, con successo, di fare fare uscire da uno sotto di abulica rassegnazione un'altra più giovane non vedente, Nadia, la sorprendente Laura Adriani, appena diciottenne, e di farle accettare la sua condizione non rinunciando a un'esistenza il più possibile piena e autonoma. Contenuto ed efficace Adriano Giannini, che interpreta il ruolo di "bello" senza il minimo "gigionamento", e ammirevole la Golino, che trovo sempre più convincente col passare del tempo, aderente al suo personaggio con grande sensibilità senza fagocitarlo (come spesso le accadeva in passato) e con un tono di voce perfino gradevole nella sua discrezione: merito suo e non solo di Silvio Soldini.  

mercoledì 20 settembre 2017

XX Settembre


Ringrazio l'amico Alessandro per aver segnalato e fotografato il titolo d'apertura dell'altroieri di Repubblica, il giornale che per definizione si considera l'emblema della laicità in questo Paese, almeno per bocca del suo fondatore Eugenio Scalfari, che del resto millantava ascendenze illuministe e si considerava un erede diretto di Diderot e Voltaire ben prima di precipitare nelle nebbie di una senilità senza ritorno e sempre più penosa. Colgo l'occasione per ricordare, per chi non lo sapesse (e sono la maggioranza in una nazione di smemorati e dedita alla rimozione sistematica delle propria storia e quindi delle proprie responsabilità) che il motivo per cui alla data odierna sono dedicate innumerevoli strade e piazze in tutta Italia non è l'inizio dell'autunno (che cade il 22) bensì la Presa di Roma, altrimenti conosciuta Breccia di Porta Pia, avvenuta nel 1870 e che suggellò il completamento dell'Unità d'Italia (avvenuta nel 1861) con l'annessione di Roma, che ne divenne la capitale l'anno successivo, decretando la fine dello Stato Pontificio. Il cui continuatore, lo Stato della Città del Vaticano, incistato nella città di Roma, grazie ai concordati firmati da due presidenti del Consiglio entrambi di matrice socialista, Benito Mussolini nel 1929 e Benedetto Craxi detto Bettino nel 1984, ha continuato e continua a condizionare la vita politica, culturale e le scelte del Paese perfino più di quanto abbiano fatto gli "alleati" (si fa per dire) USA che occupano militarmente la Penisola dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in qua, fino a dettarne le regole per quanto riguarda l'acquisizione della cittadinanza. Ovviamente nessuno ha qualcosa da dire, meno che mai Giggino Di Maio, il candidato a premier del M5S, che ieri, San Gennaro, non ha trovato di meglio che baciare le teca con le reliquie del santo. Tra lui Berlusconi redivivo, Salvini, Renzi e/o Gentiloni, il peggio deve ancora venire. Va ad avverarsi una macabra profezia: moriremo democristiani.

domenica 17 settembre 2017

Miss Sloane - Giochi di potere

"Miss Sloane - Giochi di potere" (Miss Sloane) di John Madden. Con Jessica Chastain, Mark Strong,  Gugu Mbatha-Rae, Alison Pill, Michael Stuhlbarg, Jack Lacy, Sam Waterston e altri. USA 2016 ★★★
Elizabeth Sloane, magnificamente interpretata da Jessica Chastain, un'atrrice arrivata tardi al meritatissimo successo ma versatile quanto incredibilmente intensa dietro un'apparenza algida e brava per davvero, è la punta di diamante di un'agenzia di lobbying legata alla parte più reazionaria del Congresso, famosa per la sua spregiudicatezza. Una vincitrice, di rara determinazione, una "campionessa del libero mercato" e della concorrenza, una specie di Gordon Gekko al femminile nel suo campo: influenzare le scelte dei parlamentari a favore dei gruppi che la ingaggiano. Quando viene incaricata di seguire una campagna contro una legge che intende regolamentare un minimo la compravendita delle armi, si rifiuta e molla l'agenzia: non per motivi di ordine morale o ideologico, ma perché vorrebbero farle sostenere che le casalinghe e le mamme debbano potersi armare per difendere i loro focolari domestici e i figli, quindi un'idiozia, e se ne va dalla controparte, infinitamente meno dotata di mezzi finanziari e potenza di fuoco, portandosi dietro la gran parte del suo gruppo. Una sfida impari con gli ex datori di lavoro che la Sloane accetta convinta com'è della bontà delle sue strategie e della capacità di anticipare le mosse dell'avversario, e che vincerà dopo un susseguirsi di colpi di scena mozzafiato fino al botto finale in un'audizione di una commissione senatoriale messa in piedi apposta (e fraudolentemente) per smascherare la scorrettezza dei mezzi che la stessa Sloane utilizza. Un gioco di intrighi che, anche per l'ambientazione a Washington e l'illustrazione delle bassezze e della corruzione alla base della politica americana, ricorda da vicino le vicende della fortunatissima serie "House of Cards": lì la molla che muove Frank Underwood e consorte è la smania di potere, con tutti i compromessi che ciò comporta; qui è la sete di vittoria professionale che anima Elizabeth, che per questo rinuncia a una vita privata e di relazione, si impasticca per reggere ritmi lavorativi inumani, è disposta a manipolare persone e sentimenti e a passare persino sopra a sé stessa. Madden ha messo in piedi un film poco convenzionale: la nostra eroina, per quanto affascinante, non è un personaggio positivo e non suscita simpatia; in un mondo prettamente maschile, quelle che emergono e sono determinanti sono tre figure femminili diversissime tra loro ma che, pur con motivazioni differenti, si ritrovano dalla stessa parte; alla fine, a prevalere sarà ancora la logica della manipolazione e della sopraffazione del prossimo, che è consustanziale al sistema politico-economico degenerato di cui gli USA sono i portabandiera. Per affermare una cosa del genere, pur se tra le righe ma piuttosto evidentemente, ci vuole coraggio: la domanda è se e quanti spettatori al di là dell'Atlantico siano in grado di recepire il messaggio, ma anche qui da noi.  

giovedì 14 settembre 2017

L'ordine delle cose

"L'ordine delle cose" di Andrea Segre. Con Paolo Pierobon, Giuseppe Battiston,  Valentina Carnelutti, Roberto Citran, Fabrizio Ferracane, Khalifa Abo Khraisse, Olivier Rabourdin, Hossein Taheri, Yusra Warsama. Itala, Francia 2017 ★★★★+
Al terzo lungometraggio dopo Io sono li e La prima neve, Andrea Segre, veneziano di Dolo che nasce come documentarista e continua la sua attività come tale, è diventato una certezza nel panorama del nostro cinema migliore, affrontando ancora una volta il tema delle migrazioni ma sempre in un'ottica personale e molto particolare, mai banale. Ne L'ordine delle cose perfino preveggente, poiché con lo sceneggiatore Marco Pettenello ha lavorato all'idea che ne sta alla base per cinque anni, e da due con il collega e giornalista libico Khalifa Abo Khraisse (autore delle Cartoline da Tripoli pubblicate da Internazionale), ossia la necessità di cambiare prospettiva nel modo di vedere e di definire il fenomeno migratorio (al centro dell'attenzione mediatica senza che mai ne vengano analizzate ed affrontare seriamente le cause) oltre la dicotomia tra contenimento/respingimento e accoglienza prendendo in considerazione il diritto individuale al movimento, salvo rimanere impigliati nell'ordine delle cose come il protagonista di questo ottimo film di finzione. Che è un alto funzionario del ministero degli Interni, ex poliziotto, interpretato da un bravissimo Paolo Pietrobon, il quale viene inviato in Libia per trovare e concludere degli accordi che portino alla drastica diminuzione degli sbarchi sulle coste italiane, utilizzando allo scopo le ingenti somme messe a disposizione dall'Unione Europea per allestire campi di raccolta e hot spot (esattamente quel che si sta verificando in queste settimane nella realtà, patteggiando con le diverse fazioni libiche in contrasto tra loro). Mentre assieme ad altri due funzionari italiani che si muovono anche loro nell'ambiente dei servizi fa un sopralluogo nel campo di Sabrata, incrocia una giovane donna somala, Swada, che riesce a segnalargli  le violenze che vi avvengono e a consegnargli una microcard da recapitare a un suo zio a Roma perché l'aiuti a uscire da lì e a proseguire il viaggio per raggiungere il marito in Finlandia. Anche se la regola per i funzionari sarebbe quella di non farsi mai coinvolgere personalmente nelle vicende dei migranti, cercando di pensarli come numeri da ridurre in misura tale renderla notiziabile (questo l'osceno neologismo utilizzato dal ministro degli Interni nel film, e perfettamente plausibile nel paese del ciaone e del petaloso), Corrado viene incuriosito dalla vicenda e da lì nascono i suoi dubbi. Non ci sarà alcun lieto fine consolatorio ma tante domande e spunti di riflessione a volontà in una pellicola strutturata come una spy story e che ne ha tutta la tensione, estremamente realistica e credibile (gli autori hanno condotto un'autentica inchiesta giornalistica raccogliendo le testimonianze di personaggi operativi in loco i quali non potevano certo esporsi in prima persona) e quel che ne è il risultato è un film di impegno civile come non se ne vedevano da tempo. Un grazie ad Andrea Segre, che assieme a Khalifa Abo Khraisse ha presentato lunedì sera L'ordine delle cose nella sala grande (stracolma) del Visionario di Udine e si è poi intrattenuto col pubblico e complimenti a tutto il cast e ai produttori.

domenica 10 settembre 2017

Sogno di una notte di fine estate...

...che evacuassero anche dall'Europa e dalle altre parti del mondo dove sono "ospiti" indesiderati
Prima Harvey in Texas; ora Irma, lo spaventoso uragano che, dopo aver devastato le isole minori dei Caraibi, facendo 13 vittime (meno del doppio di quelle che ha mietuto un semplice nubifragio a Livorno la notte scorsa) e danneggiato le ville dei VIP di cui ci ha ampiamente informato la stampa nazionale (per la serie "anche i ricchi piangono", perfino Richard Branson e Donald Trump, poaréti), risalendo dalle Keys sta impattando su Miami e il resto della Florida, con sette milioni di abitanti che hanno ricevuto l'ordine di evacuazione (un esodo biblico!): da dieci giorni sono il titolo di apertura di Radio Capital, l'emittente del Gruppo Stampubblica diretta da Vittorio Zucconi, storico corrispondente da Washington del giornale scalfariano, cui s'accompagnano le disquisizioni onanistiche dell'altro suo collega di scuderia incaricato di spiegarci Lammerica e renderci partecipi delle sue grandi virtù, drammi e contraddizioni, Federico Rampini, le cui bretelle si vedono anche attraverso l'etere e la cui voce chioccia trapana i timpani perfino a ottomila chilometri (pardon: 5000 miglia) di distanza. Non che altri media nazionali si risparmino, ma il parossismo di Capital raggiunge vette inarrivabili: peccato che sia anche la radio che trasmette la musica più decente nel panorama italiano, altrimenti l'avrei già  oscurata da tempo. Ma con questa storia delle emergenze meteorologiche USA, che fanno il paio con le dotte argomentazioni con cui questo duetto di "esperti" spiegava a noi poveri nesci (italiani) per quale motivo gli elettori statunitensi avrebbero dovuto votare per la Clinton anziché per l'attuale presidente, manco avessimo possibilità di intervenire nella scelta del Comandante Supremo, hanno talmente rotto i coglioni che viene spontaneo invocare Forza Irma e che il suo vortice  li risucchi, bretelle comprese, proiettandoli nella stratosfera: magari si danno una calmata. 

giovedì 7 settembre 2017

Dunkirk

"Dunkirk" di Christopher Nolan. Con Fionn Whitehead, Tom Glynn-Carney, Jack Lowden, Mark Rylance, Harry Stiles, Tom Hardy, Kenneth Branagh e altri. USA, GB, Francia 2017 ★★★-
Pur trattando di un evento bellico cruciale dell'ultimo conflitto mondiale (il recupero di 335 mila soldati inglesi sul Continente nel maggio del 1940 e di una parte di quelli francesi accerchiati dalle truppe tedesche in quel di Dunkerque, città francese ai confini col Belgio: la dizione del titolo è quella fiamminga), quello di Nolan non è propriamente un film di guerra ma un thriller spazio-temporale, una disperata corsa verso la sopravvivenza che coinvolge e prende allo stomaco lo spettatore non perché le immagini siano cruente (di sangue quasi non ce n'è e il nemico lo si intravvede soltanto nella scena finale: armi in pugno però senza sparare) ma per la sensazione claustrofobica che trasmettono, rendendo perfettamente il senso d'angoscia e spesso di ineluttabilità davanti al destino che ha pervaso centinaia di migliaia di soldati sconfitti e intrappolati, in attesa che oltre la Manica venissero a recuperarli. Relativamente poco conosciuta da noi, l'Operazione Dynamo, effettuala coinvolgendo nel recupero dell'esercito in fuga migliaia di imbarcazioni civili per non mettere a repentaglio il grosso della Marina, che Churchill intendeva preservare in vista della decisiva "Battaglia d'Inghilterra", evitando di esporla agli attacchi della Luftwaffe, è uno dei miti su cui i britannici fondano il loro riscatto dopo una umiliante sconfitta iniziale: da lì sarebbe nata la resistenza a ogni tentativo di invasione da parte tedesca in attesa dell'intervento del "Nuovo Mondo", come citando Churchill Nolan non manca di ricordare nel pistolotto finale, lisciando il pelo ai coproduttori a stelle e strisce di questo kolossal (sgradevole ma corretto: il premier inglese non poteva sapere che l'anno successivo si sarebbe trovato alleato con l'URSS, nel 1940 ancora non belligerante per via del patto Molotov-Ribbentrop; in compenso Nolan non nasconde il trattamento discriminatorio nei confronti dei militari francesi). Fin qui tutto bene: meno convincente la ripartizione spazio-temporale della vicenda (un chiodo fisso del regista inglese), una settimana per quanto avviene a terra, in sostanza sull'immensa spiaggia di Dunkerque, mostrando i volti in primo piano dei soldati ansiosi soltanto di tornare a casa; un giorno per la vicenda via mare, con protagonista l'imbarcazione privata di Mr Dawson; un'ora per ciò che avviene in aria, seguendo l'impresa di un pilota della RAF che riesce a centrare un bombardiere tedesco e abbatterlo pur essendo rimasto senza carburante: il tre filoni in teoria si riuniscono nel finale, in pratica la sequenza è priva di logica e il montaggio sembra avvenuto in maniera approssimativa quanto cervellotica e non mancano incongruenze abbastanza palesi, per non parlare della skyline della città che palesemente è quella della Dunkerque odierna, con tanto di orride verande in vetro azzurrato e alluminio anodizzato e parabole satellitari sui tetti. Insomma: il film merita per la tensione che riesca a creare (contribuisce non poco una colonna ossessionante che lavora sui nervi ed è particolarmente azzeccata), per l'ottima fotografia e per le interpretazioni sufficientemente all'altezza, ma lascia non poche perplessità nel suo complesso.

martedì 5 settembre 2017

"Easy - Un viaggio facile facile"

"Easy - Un viaggio facile facile" di Andrea Magnani. Con Nicola Nocella, Libero De Rienzo, Ostak Stupka, Barbara Bouchet, Katheryna Kosenko, Veronika Shostak, Orest Garda e altri. Italia, Ucraina 2017 ★★★
"Isi", diminutivo di Isidoro (un Nicola Nocella "ottimo e abbondante"), un trentacinquenne ex promessa dell'automobilismo caduto in depressione a causa del sovrappeso e inebetito dai tranquillanti, si pronuncia come easy, facile, come il fratello di successo Filo, a capo di una losca impresa di costruzioni, definisce l'incarico che gli affida, apparentemente per toglierlo dal torpore in cui vegeta, in realtà per cavarlo da una rogna: trasportare in Ucraina il feretro di un operaio che lavorava in un suo cantiere deceduto per un omicidio bianco e non per una mera disgrazia, e consegnarlo a persone di fiducia che l'avrebbero recapitato nel paesino d'origine della famiglia, sperduto nei Carpazi. Ben rifornito di pasticche, equipaggiato con cellulare dotato di traduttore vocale e di navigatore dell'ultima generazione, tutti gadget con cui Isidoro non ha la minima confidenza, scollegato com'è dalla realtà e rimasto a una primordiale play station con cui simula quelle corse automobilistiche che gli sono rimaste nel cuore, Isi parte dalla Bisiacaria (la zona tra la foce dell'Isonzo e l'inizio del Carso) per attraversare tutta l'Ungheria fino al confine ucraino: lì viene avvertito dal fratello che non ci sarà nessuno a prendere in consegna la bara e che dovrà recarsi al primo posto di polizia e attendere il suo arrivo. Già sconvolto dalla prima parte del viaggio, dopo essersi dovuto disfare prima della barba che gli faceva da protezione, poi del navigatore, quindi del traduttore istantaneo a Isidoro viene anche rubato il carro funebre (ma dopo aver ingaggiato e vinto una sfida su una superstrada con una fuoriserie guidata da in indigeno in cerca di brivido) e rimane solo nella pianura sconfinata assieme al feretro di Taras, l'operaio defunto e una busta con le sue poche carte rimaste, sentendo crescere in sé il dovere di portarlo a destinazione, fosse che che fosse. E' a questo punto che comincia davvero l'avventura on the road, innumerevoli volte riproposta al cinema, anche con cadavere annesso, ma in questo caso in modo del tutto originale. E' diversa la realtà, ancora prevalentemente rurale, che Isi affronta in un Paese così lontano ma anche così vicino, ma sono del tutto autentici e credibili i personaggi che incontra: dal camionista georgiano alla famiglia matriarcale cinese, al prete ortodosso che sta per togliersi definitivamente i paramenti per realizzare il suo sogno di diventare cantante rock, al vecchio cocchiere. Riuscirà, nonostante tutto, a compiere la sua missione ma invece di un happy end c'è un grosso punto di domanda, che riguarda chiunque si prenda il tempo per guardarsi dentro nel profondo. Perché viaggiare significa questo: vivere in prima persona e interagire col prossimo, fuori dagli schemi abituali (e questo non ha nulla a che fare né col turismo in generale  né con un villaggio vacanze) e quindi stare innanzitutto con sé stessi, nella propria dimensione e, al contempo, operare un cambio prospettiva nell'osservare la realtà, perché solo così si possono conoscere anche gli altri. Una bella storia, nemmeno troppo surreale, raccontata con garbo, ironia, leggerezza che offre materiale per riflettere, ma con un sorriso: un esordio alla regìa molto promettente per Andrea Magnani, accolto con grande favore di pubblico e critica al recente Festival di Locarno e un altro centro per la coraggiosa Tucker Film, che quando produce e distribuisce un film non sbaglia mai un colpo. E ancora una conferma che qualcosa nel cinema italiano ha cominciato a muoversi, e non soltanto a Roma e dintorni. 

domenica 3 settembre 2017

On The Milky Road / Sulla Via Lattea

"On The Milky Road / Sulla Via Lattea" di Emir Kusturica. Con Emir Kusturica, Sloboda Mićalović, Monica Bellucci, Predrag "Miki" Manojlović, Sergej Trifunović e altri. Serbia, Messico, USA, GB 2016 ★★★½
Non imperdibile come alcuni altri film del regista serbo, giunto al suo 12° lungometraggio dopo 9 anni di pausa, ma mi era comunque sfuggito all'uscita, nel maggio scorso, ed è valso la pena recuperarlo in questo ultimo scorcio di ripescaggi estivi, benché la critica sia stata piuttosto ingenerosa; ma chi ama il lato paradossale, sognatore, surreale e inequivocabilmente balcanico del nostro se ne farà senz'altro una ragione e saprà comunque apprezzare questa favola raccontata in immagini e dialoghi solo apparentemente strampalati nonché interpretata dallo stesso Kusturica, in ottima forma, nei panni di Kosta, un uomo disilluso e con alle spalle un passato di cui preferisce non parlare che, durante le ultime guerre balcaniche, per rifornire di latte le truppe (filo serbe), attraversa ogni giorni la linea di fuoco, in Erzegovina, in groppa a un somaro e riparato da un ombrello nonché protetto dal suo più caro amico, un falco pellegrino, e da un serpente particolarmente ghiotto di latte, capaci di leggere il pericolo in mezzo alla follia generalizzata, riuscendo miracolosamente a schivare il tiro incrociato dei contendenti. Nel villaggio che fa da base ai miliziani Milena, una ex campionessa di ginnastica della disciolta Jugoslavia, la scoppiettante Sloboda Mićalović, sta organizzando il matrimonio del fratello eroe di guerra, e a questo scopo ha fatto giungere di soppiatto una misteriosa donna in fuga da un passato travagliato, la Sposa, un'improponiblie Monica Bellucci, sognando una cerimonia incrociata in cui lei impalmerà a sua volta Kosta. Quest'ultimo, però, è attratto irresistibilmente dalla nuova venuta, in cui intuisce "la ragazza che è stata e non è più" così come egli stesso non è più l'uomo di un tempo, e questa affinità elettiva si tramuta in una passione che sublima tutti gli orrori del conflitto che, una volta raggiunto l'armistizio tra i contendenti, per la coppia di amanti si trasforma nell'inseguimento tra montagne impervie, stagni, paludi e campi minati da parte di un trio di implacabili assassini spedito da un generale britannico che vuole a tutti i costi recuperare la Sposa che gli era stata sottratta. Una fuga per la sopravvivenza dove ogni momento è vissuto come fosse l'ultimo legando i due in modo indissolubile che si conclude con una sorta di assunzione un cielo della Sposa (e qui qualcuno ha ricordato, non a torto, Chagall) e con la pratica, un decennio dopo, del ricordo da parte di Kosta tramutatosi definitivamente in eremita. C'è ironia, leggerezza, senso del grottesco nel raccontare quella che comunque è una tragedia, e il tono riesce a rimanere giocoso anche nel dramma. Kusturica, oltre a un gruppo di attori affiatati, tra cui l'immancabile e affezionato Miki  Manojlović nei panni del potenziale cognato, con l'aiuto della tecnologia è stato capace di far recitare anche gli animali: oltre a far trottare l'asinello più veloce di Varenne, a convincere una squadriglia di oche a fare il bagno in una vasca colma del sangue di un maiale appena sgozzato, un falco a  volare a comando, un serpente a trasformarsi in una cintura di sicurezza salva-vita e un intero gregge di pecore a fingere la morte, ma non è riuscito a cavare un'espressione meno che attonita e impietrita alla Bellucci, e nemmeno a farle spiccicare due parole che non suonassero come l'elenco della spesa: irrecuperabile, e impietoso il confronto con la Mićalović. Incapace di percepire il fascino di questa donna-tubero anche quando aveva metà dell'età attuale, non mi spiego il suo impiego a meno che immaginarsela come attrice non facesse parte dell'esperienza onirica di Kusturica: per me è valso almeno mezzo punto in meno nella valutazione del film, che comunque rimane più che godibile

giovedì 31 agosto 2017

Appuntamento con me stesso


Non potevo far trascorrere l'estate 2017, in verità piuttosto calda e dunque un'estate vera, di quelle come una volta, senza frequentare un "Biergarten", letteralmente giardino da birra, in pratica la terrazza che birrerie e gasthäuser (osterie) allestiscono in area mitteleuropea durante la bella stagione, con tavolini all'ombra di giganteschi tigli e ippocastani (in Boemia le chiamano spesso letní terase, ossia terrazze estive). Per me il Biergarten per antonomaisa è quello dell'Augustinerbräu, di Salisburgo, nel rione di Mülln, la cui sede, non a caso, è in Lindhofgasse, cioè "Corte dei tigli", il più grande di tutta l'Austria, nel complesso dove aveva sede il monastero degli Agostiniani, filiazione di quello di Monaco di Baviera, e dove dal 1621 si produce una delle migliori birre al mondo (secondo la ricetta monacense del 1328). Mi ci portavano fin da bambino sia i miei nonni sia, soprattutto, i miei prozii Fanni e Ferdi, la cui più grande gioia, non avendo avuto figli, era quella di viziare quelli dei parenti, soprattutto in occasione delle vacanze estive, quindi me e la cuginanza dal lato austriaco: essendo voracemente onnivoro fin dalla più tenera infanzia, ero il loro migliore "cliente", di sicura soddisfazione. E' tradizione salisburghese portarsi da casa un involto con la merenda, la più tipica è l'ochsenmaulsalat, ossia l'insalata di muso (ganascia) di bue, in seconda battuta l'Essigwurst (insalata di würstel, rigorosamente knacker - di puro suino, quelli grossi - crudi con abbondante cipolla affettatta, tanto pepe e che naviga nell'aceto), dirigersi al reparto boccali, scegliere la misura (Seitel da 0,3, per i bambini e i turisti, Halbe, da 0,5, per i dilettanti, Maß che sta per "misura", da un litro, che è lo standard per i professionisti), sciacquare il boccale nella fontanella di acqua fredda, e farselo riempire dallo spillatore: il cappuccio di schiuma compatta, che sembra panna, è d'obbligo; mica siamo in Inghilterra... 



Per quelli che non hanno rimasugli per casa o vengono da fuori, all'interno dell'edificio si trovano svariate botteghe di panettieri, rosticcieri, salumieri e formaggiai che vendono leccornie all'occorrenza: fondamentale è mettersi al cospetto del primo boccale di birra con il cartoccio o il piatto di carta con la cibaria preferita. Immancabile la rapa nera cruda tagliata sottilissima e artisticamente confezionata in forme che ricordano l'ikebana, perfetta per accompagnare la sacra bevanda: comprato il necessario per sfamarsi, ci si accomoda ai tavolini nel giardino terrazzato, condividendolo per lo più con estranei che, nel giro di qualche sorsata, non sono più tali e si rivelano, dalla terza o quarta birra (parlo sempre di Maß) i più cari amici di una vita. E a proposito di vita, questa è fatta di ritualità e le ritualità vanno rispettate: anche quest'anno ce l'ho fatta, nell'ultima giornata pienamente estiva disponibile, quella di ieri. Prosit!



martedì 29 agosto 2017

Nebbia in agosto

"Nebbia in agosto" (Nebel im August) di Kai Wessel. Con Ivo Pietzcker, Sebastian Koch, Fritzi Haberlandt, Henriette Confurius, David Bennent, Jule Hermann, Karl Markovics, Branko Samarovski, Thomes Schubert e altri. Germania 2016 ★★★½
Tratto dal romanzo omonimo di Robert Domes, Nebbia in agosto narra la tragica e vera vicenda di Ernst Lossa, che nella prima metà degli anni Quaranta, nel corso del secondo conflitto mondiale, venne prima internato e poi ucciso in una clinica psichiatrica in attuazione del programma di eutanasia e della legge sulla "salvaguardia della salute ereditaria del popolo tedesco". Tredicenne tedesco di origine jenisch, i cosiddetti "zingari bianchi" d'origine celtica, viene rimbalzato tra riformatorio e istituti vari perché definito "asociale e ribelle", fino ad approdare alla clinica psichiatrica di Kaufbeuren, nel Sud della Germania, diretta da un medico all'apparenza affabile e umano, in realtà convinto assertore delle teorie eugenetiche care al regime nazista (l'ottimo Sebastian Koch). Non avendo alcuna menomazione né fisica né psichica, diviene una sorta di tuttofare utilizzato dall'assistente del direttore sanitario. Stringe amicizia con qualche ricoverato: alcuni vengono ripresi dai genitori (Ernst, orfano di madre, no, perché il padre, venditore ambulante, non può produrre documenti che attestino una residenza fissa), altri portati a Berlino, dove verranno eliminati secondo programma. Per rendere più efficiente il progetto di liberazione dall'invalidità fisica e mentale, "storture" per alleviare le quali la Germania sostiene delle spese che un Paese in guerra non può né deve permettersi, dalla capitale giunge l'ordine che dell'eliminazione degli "incurabili", o "inutilmente assistibili", si occupino direttamente gli istituti che li ospitano, e così a dare una mano giunge una nuova infermiera che provvede alla bisogna somministrando ai ricoverati un'overdose di barbiturici disciolti in uno sciroppo di lampone.  A ribellarsi la capo suora e Ernst che, occupandosi personalmente di alcuni pazienti, se ne accorge. Sarà lui a salvare una piccola malata e anche la suora, che il direttore sanitario e l'infermiera "angelo della morte" sospettano di sabotare i loro piani, e anche ad accusare apertamente il medico di essere un criminale e un assassino: finirà male, eliminato non perché insano ma perché pericoloso per aver dichiarato che il "Re è nudo". La vicenda viene raccontata come un noir teso a avvincente il giusto, anche se non manca di didascalismo e qualche elemento fiabesco: in fianco a richiami di "Qualcuno volò sul nido del cuculo" vengono in mente "Cuore" e perfino "Il giornalino di Gian Burrasca". Il risultato è comunque più che buono, e colpisce, oltre all'ambientazione perfetta, la bravura degli interpreti più giovani. I soldi del biglietto non sono spesi invano

sabato 26 agosto 2017

Neve nera

"Neve nera" (Nieve negra) di Martín Hodara. Con Leonardo Sbaraglia, Laia Costa, Ricardo Darín, Dolores Fonzi, Federico Luppi, Andrés Herrera, Mikel Iglesias e altri. Argentina, Spagna 2017 ★★★★
Coproduzione spagnola per un film che più argentino non potrebbe essere, dall'ambientazione invernale in una vallata innevata della Patagonia andina, al regista e sceneggiatore, di cui ricordo la direzione dell'ottimo noir La Señal, negletto in Italia, e la collaborazione a Nove regine, alla maggior parte degli interpreti, tra cui spiccano Ricardo Darín (protagonista anche dei due film sopracitati) e Leonardo Sbaraglia, nella parte rispettivamente Salvador e Marcos, due fratelli che con Sabrina (Dolore Fonzi, in una breve ma intensa scena), la sorella finita in una clinica psichiatrica, condividono la tragedia (e il segreto) della morte, trent'anni prima, di Juan, il fratello minore, rimasto "misteriosamente" ucciso durante una battuta di caccia. Marcos, che vive da tempo in Spagna, rientra in patria accompagnata dalla giovane moglie Laura, incinta (la catalana Laia Costa), per seppellire il padre, scomparso all'improvviso, ma soprattutto allettato dall'offerta di una compagnia mineraria canadese di acquistare a un prezzo esorbitante, 9 milioni di dollari, i terreni che appartengono alla famiglia: un cifra che garantirebbe un futuro anche se divisa per tre. Fuori gioco Sabrina, la sorella impazzita, rimane da convincere Salvador il quale, ritenuto dal padre responsabile dell'uccisione di Juan (morto per una fucilata alle spalle, e non perché sepolto da una valanga come l'avvocato amico di famiglia aveva provveduto a far diventare la verità ufficiale), si è chiuso in sé stesso, vivendo isolato in un capanno in mezzo ai boschi, inselvatichito, rancoroso, occupandosi di caccia. Marcos e Laura si recano da lui con la scusa di seppellire le ceneri del capofamiglia, che aveva lasciato disposto di essere interrato vicino al Juan nel bosco, e man mano, grazie all'inserimento di una serie di flash back ben calibrati, emerge la verità su come davvero sono andate le cose nel passato, soprattutto che la morte di Juan non fu per niente un "incidente" bensì freddamente voluta per mantenere un sordido segreto. I due fratelli questo lo sanno, ma sarà Laura a scoprirne le prove ma sceglierà di perpetrare il segreto, ponendo le basi per un'altra famiglia futura fondata sull'interesse più bieco e sul non detto. Il film ha le tinte e le cadenze del noir ma il cuore della tragedia greca, capace di sondare gli aspetti più torbidi e ambigui dell'animo umano e mostrare ancora una volta l'ineluttabilità del destino. Una fotografia suggestiva si accompagna a un sottofondo musicale che contribuisce a rendere ancora più inquietante una pellicola che, in soli 90', è in grado di raccontare molto più di quel che appare; in più non mancano i colpi di scena che rendono la vicenda non soltanto più avvincente, ma addirittura ancora più credibile. Un film che merita e una conferma per regista e interpreti,  nessuno escluso. 

domenica 20 agosto 2017

Atomica bionda

"Atomica bionda" (Atomic Blonde) di David Leitch. Con Charlize Theron, James MacAvoy, Sofia Boutella, John Goodman, Toby Jones, Eddie Marsan, Bill Skarsgad, Daniel Bernhardt e altri. USA 2017 ★★★
Se piace il film d'azione del tipo 007, con botte da orbi e sparatorie, la giusta dose di erotismo e glam, spettacolare e improbabile pur con molti agganci a una situazione storica o politica particolare e reale, in cui in partenza si parteggia per l'eroe "buono" (facile, se il James Bond in gonnella è la statuaria e algida Charlize Theron) e, in più, si gradisce una colonna sonora di lusso che spazia da David Bowie ai Clash passando per Eurythmics e Depeche Mode, insomma il meglio dei "favolosi" (e letali) anni Ottanta, questa è la scelta giusta. Tratto dalla graphic novel "The Coldest City" scritta da Anthony Johnston e illustrata da Sam Hart e girato dall'esperto in arti marziali ed ex stuntman David Leitch, alla sua seconda regia dopo John Wick del 2014, Atomica Bionda è ambientato a Berlino nei giorni immediatamente precedenti la caduta del Muro, nel novembre del 1989, quando un'agente di punta del MI6 britannico, Lorraine Brought, viene spedita in Germania per recuperare il cadavere di un suo collega a cui è stata sottratta la lista completa degli agenti attivi e Berlino da un "battitore libero" russo, già agente del KGB, che l'ha brutalmente assassinato. Nel nido di vespe che è diventata la Coldest City sulla Sprea, cuore pulsante anche della scena alternativa di quegli anni dove, giunti alla resa dei conti in un momento di massima confusione, ognuno gioca per sé stesso cercando di trarre il massimo profitto dalla situazione, Lorraine viene "bruciata" fin dall'inizio, che per recuperare il prezioso elenco deve affidarsi, suo malgrado, all'ambiguo residente a Berlino, David Percival. Tutta le vicenda è raccontata in flash back dalla platinata agente inglese, col volto ridotto a una maschera dopo la settimana di passione berlinese, durante l'interrogatorio fattole dal suo "controllore" del MI6 che cerca di incastrarla nonché dal responsabile della CIA; manco a dirlo, nel gioco di inganni e tradimenti a vicenda, l'unica ad avere le idee chiare è naturalmente la nostra eroina, che ne uscirà vincente. Nonostante il lieto fine ampiamente previsto fin dalla prima scena, il film riesce a coinvolgere per i suoi colpi di scena, per l'ambientazione piuttosto fedele tra le due Berlino, quella occidentale in attesa degli eventi e quella orientale in fermento, con la vicenda che si svolge su entrambi i lati del muro. Come in ogni buon film di spionaggio non si riesce a capire nemmeno alla fine chi sta con chi e la sceneggiatura non contribuisce a chiarire le cose, in compenso la regia è efficace e le interpretazioni all'altezza; per il resto, però, è il più tipico film d'azione. In  agosto, però, basta e avanza.  

giovedì 17 agosto 2017

Metro Manila

"Metro Manila" di Sean Ellis. Con Jake Macapagal, John Arcilla, Althea Vega, Ana Abad Santos, Miles Canapi, Moises Magisa, Reuben Uy e altri. GB 2013 ★★★½
Con ben quattro anni di ritardo e in piena estate viene proposto anche in Italia questo film che, nell'anno di uscita, aveva ricevuto il premio del pubblico al Sundance Festival: non una garanzia in sé, almeno per quanto mi riguarda, essendo questa rassegna del cinema indipendente anche quella in cui imperversano buonismo e politicamente corretto; ma Metro Manila, diretto con mano e buon ritmo dall'inglese Sean Ellis, ma ambientato nella capitale delle Filippine e interpretato esclusivamente da attori locali, esce dagli schemi e si avvicina, semmai, ad alcune produzioni di Hong Kong o perfino giapponesi (mi riferisco a Takeshi Kitano). Di solito il genere poliziesco è quello che consente meglio di raccontare le storture di una società, i suoi vizi più nascosti e a dipingere la sua quotidianità e le sue sfaccettature, diventando in qualche modo di denuncia; qui Ellis sembra fare il percorso contrario: prende una giovane coppia, Oscar e Mia, due agricoltori con due figlie piccole di  di Banaue, idilliaca zone di risaie terrazzate nel Nord dell'arcipelago, costretti a emigrare a Manila dove vengono immediatamente inghiottiti in una situazione di degrado, violenza e sfruttamento che per loro, anime innocenti e profondamente oneste, è inimmaginabile. Immediatamente truffati un paio di volte e privati dei miseri risparmi, finiscono nello slum di Tondo, dove Mia è costretta a lavorare e prostituirsi in un bar ambiguo mentre Oscar si sente miracolato per essere stato scelto a un colloquio per diventare autista di furgoni portavalori, il lavoro più pericoloso e a rischio in una città infernale come quella. In realtà è stato adocchiato da un ex poliziotto che aveva prestato servizio nel suo stesso corpo di fanteria nell'esercito, che ne ha riconosciuto l'appartenenza per un tatuaggio. Questi si fa suo mentore e benefattore, lo fa assumere e lo sceglie come suo nuovo partner, ma in realtà ha un piano per costringerlo, con le buone o con le cattive, a recuperare la copia della seconda chiave che serve per aprire una cassetta per valori che aveva sottratto, senza dichiararla ai suoi superiori, durante un precedente assalto che aveva subito e poi nascosto: il suo socio era morto, lui no. Ellis, ispirandosi a un fatto realmente avvenuto, innesca un meccanismo implacabile che ricorda quello di Le iene di Quentin Tarantino, di cui Oscar riesce a capire il funzionamento e, quando vede che non ha via d'uscita, trova il modo che siano la moglie e le figlie a trarne vantaggio per poter fuggire dal quell'orrore e avere la possibilità di costruirsi una vita dignitosa. Da un lato il film permette di gettare più di un'occhio nella realtà disastrata di una città abnorme, corrotta e malsana come Manila, dall'altro è in grado di coinvolgere l'attenzione dello spettatore con un ritmo sempre più incalzante lungo un percorso dove non sono pochi i colpi di scena mai però gratuiti e incongrui con la vicenda raccontata. Buona la regia, altrettanto la fotografia e validi tutti gli interpreti; il film è in lingua originale (qualcosa si capisce a causa dei molti termini di origine spagnola) e sottotitolato, comunque vale la pena: un noir per l'estate...

martedì 15 agosto 2017

Feriae Augusti


E poi via, comincia una nuova, eccitante stagione politica con il Meeting di Rimini, il Forum Ambrosetti a Cernobbio e, incredibile ma vero, la Festa Nazionale dell'Unità a Imola, un'irresistibile cavalcata verso un avvenire radioso per un Paese sempre più giovane e moderno!

sabato 12 agosto 2017

Insospettabili sospetti

"Insospettabili sospetti" (Going in Style) di Zach Braff. Con Alan Arkin, Michael Cain
e, Morgan Freeman, Ann Margret, Joey King, Matt Dilllon, John Ortiz e altri. USA 2017 ★★½
Remake fortemente attualizzato di Vivere alla grande (1979) di Martin Brest, di cui conserva il titolo nella versione originale (e, al solito, non in quella italiana) e i nomi dei tre protagonisti, Willie, Joe e Al, non ne conserva la verve e il retrogusto amarognolo, però come il precedente si basa sulla performance di tre mostri sacri, tutti ottuagenari, che da soli tengono in piedi il film nonostante la sceneggiatura piuttosto lacunosa e l'eccessiva dose di miele a rivestire di patina buonista quel po' di critica al sistema che pure c'è. Siamo nel borrough del Queens, il più vasto e il secondo per popolazione di quelli che formano New York, e l'azienda siderurgica dove i nostri tre eroi hanno trascorso la loro vita lavorativa delocalizza  produzione e sede societaria in Vietnam e smette di corrispondere loro la pensione (cose che capitano nella Grande America) e la banca cui si appoggiava l'impresa, in mancanza di accrediti, pensa bene di congelare il conto, da cui peraltro si sono volatilizzati i risparmi per un investimento a rischio, e di pignorare la casa a Joe, a cui viene l'idea di organizzare una rapina in banca per vendicarsi. Giusto un "prelievo" di quanto avrebbero dovuto ricevere in base alla rispettiva aspettativa di vita: ciò che avanzava, l'avrebbero versato in beneficenza. L'idea gli viene perché lui stesso è testimone di una rapina nella stessa banca il giorno stesso in cui si era reso conto, nel corso di un colloquio con il medesimo odioso funzionario che a suo tempo l'aveva convinto della bontà dell'investimento andato in fumo, di essere a sua volta stato rapinato. Per realizzare l'intento, il terzetto ha bisogno di un contatto nella malavita per ricevere i rudimenti di base del mestiere e Joe lo trova in un rapinatore di banche, che opera con la copertura di un negozio per animali, attraverso il genero "degenere". La parte dell'allenamento alla rapina è spassosa, come quella della tresca che nasce tra Al, il più scorbutico dei tre, e un'inserviente del "discount" dove effettuano le prove di rapina (una Ann Margret molto autoironica), mentre altre sono decisamente troppo melense. Il lieto fine è d'obbligo (non lo era nell'originale, ma erano altri tempi) e comunque il film si fa vedere, più per la simpatia degli interpreti che per la storiella, e la valutazione è buonista pure essa, in linea con il film e in considerazione  che attorno a Ferragosto le sale non offrono molte altre alternative.

giovedì 10 agosto 2017

Funne - Le ragazze che sognavano il mare

"Funne - Le ragazze che sognavano il mare" di Katia Bernardi. Con Erminia, Armida, Jolanda e le altre funne di Daone (nell'omonima valle, Trento). Italia 2017 ★★★½
I documentari, per definizione, sono il mezzo ideale per raccontare una realtà, e ultimamente al cinema se ne vedono sempre più spesso; questo è qualcosa di più, perché in forma di fiaba divisa per capitoli narra il realizzarsi di un sogno, quello di Jolanda, l'energica e spiritosa animatrice del Rododendro, il circolo pensionati di Daone, un paesino nel Trentino occidentale dove l'influenza lombarda è già notevole come si deduce dalla parlata, ossia di festeggiare il ventennale dell'associazione portando al mare le funne, donne nel dialetto locale, molte delle quali, perlopiù ottuagenarie, non lo hanno mai visto o ne hanno ricordi lontanissimi. Meta: l'isola di Ugliano, in Dalmazia, di fronte a Zara, dove ogni anno il 5 di agosto si tiene la processione, in barca, della Madonna della Neve, e che per questo motivo è gemellata religiosamente con Daone, dove a sette chilometri dall'abitato sorge una chiesetta dedicata a una Madonna analoga. Bisogna raccogliere in fondi, e per questo dapprima le vece si industriano a sfornare torte da vedere alla sagra del paese; poi ingaggiano un fotografo di città per fare un "calendario dei sogni" in cui dodici di loro si prestano a essere ritratte mentre immaginano il loro massimo desiderio, calendario che entra però in concorrenza con quello abituale dei locali pompieri volontari e non raccoglie il danaro sufficiente; infine l'idea geniale viene a un ragazzo, che crea un profilo Facebook per l'iniziativa e dà contemporaneamente il via a una campagna di crowfunding, strumenti del tutto sconosciuti anche alle più aggiornate delle funne in questione e a quel punto diventano un fenomeno virale, come si suol dire, finendo sulle prima pagine dei giornali non solo italiani e mobilitando radio e TV. Il 5 agosto dell'anno scorso il sogno si avvera e un gruppo di funne, le più determinate, che non si sono fatte scoraggiare nel loro intento, capeggiate da Erminia, Armida e Jolanda, sbarca a Preko e si reca al pellegrinaggio a Kukljica/Cuclizza. La brava cineasta trentina era lì con loro, ha raccontato la storia in un libro di successo e l'ha documentata anche in immagini, con un brio e una grazia che fanno bene al cuore. 

martedì 8 agosto 2017

La notte che mia madre ammazzò mio padre

"La notte che mia madre ammazzò mio padre" (La noche que mi madre mató a mi padre) di Inés París. Con Belén Rueda, Eduard Frernández, Diego Peretti, María Pujalte, Fele Martínez, Patricia Montero. Spagna 2016 ★★★½
Fresca, pimpante e corroborante commedia grottesca, ideale per una afosa serata di mezza estate al fresco di una sala cinematografica climatizzata a dovere a chiusura di una giornata canicolare: in più ho sghignazzato ripetutamente durante un'ora e mezzo di gag esilaranti e situazioni tanto improbabili da poter essere perfino verosimili, almeno in un certo ambiente. Che è quello del cinema, perché il personaggio principale, la brava e versatile Belén Rueda (famosa presentatrice televisiva in patria che passa disinvoltamente da ruoli drammatici come in Mare adentro a quelli comici) nel ruolo di Isabel, attrice che si sente poco apprezzata e in preda alle incertezza dovute all'età che avanza, una sera che non deve occuparsi dei figli suoi e acquisiti, partiti per una settimana bianca in montagna, organizza una cena nella villa fuori Valencia di sua proprietà assieme al marito Angel, uno scrittore e sceneggiatore nevrotico, e all'ex moglie di lui Susana (segretamente innamorata proprio di Isabel), regista, per cercare di convincere il famoso attore argentino Diego Peretti (sé stesso non solo nel ruolo di attore, ma anche di laureato in medicina e già attivo come psichiatra) ad accettare il ruolo di protagonista principale del film che hanno intenzione di girare. Manca soltanto l'interprete femminile, e Isabel vede l'occasione per proporsi, ma indirettamente. Trattandosi di un giallo con omicidio, decide con l'aiuto dell'ex marito e della sua attuale svampita compagna, in realtà un'attrice scritturata per l'occasione, che faranno la loro comparsa durante la cena di lavoro che già dall'inizio nasce tra gli equivoci, di dimostrare la sua credibilità come possibile assassina... Non svelo oltre per evitare di svelare troppo e mi fermo qui. Film per un lato d'azione, o più propriamente fisico, e dall'altro di parola, con scambi di battute incessanti, sicuramente più apprezzabili in lingua originale ma che si possono intuire se si conoscono le differenze tra lo spagnolo iberico e il castellano parlato in Argentina, specie nella sua variante porteña (e non a caso Peretti è nome di chiara origine italiana) e il luoghi comuni che avvolgono gli abitanti delle due nazioni, è chiaramente un divertissement che coinvolge per primi gli interpreti che vi si prestano con entusiasmo e la regista, una commedia degli equivoci con tinte macabre ma dal finale rassicurante, intriso di umorismo noir tipicamente spagnolo. Io l'ho apprezzato molto e non mi stupisce che in Spagna sia stato campione di incassi.

domenica 6 agosto 2017

Menzogne scalfariane


Mi fa venire la nausea occuparmi dei personaggi miserabili che popolano la politica italiana e ciò che vi gira attorno e le dà visibilità, ossia il sussiegoso e al contempo servile mondo dell'informazione nostrano, e quindi lo faccio il meno possibile; in un periodo di relativa penuria di notizie come quello estivo (nonché di film e spettacoli teatrali in programmazione), e rifiutandomi di stare al gioco delle parti sugli argomenti del momento, come accoglienza sì e accoglienza no, vaccini sì o vaccini no, che vede schierati fazioni contrapposte, ciascuna portatrice di verità aprioristiche, indisponibili alla discussione e al confronto sui dati, dopo essermi soffermato sulle fandonie propalate dal Presidente Emerito Giorgio Napolitano in un'intervista pubblicata tre giorni fa su Repubblica, passo alle balle su cui si basa l'omelia domenicale del Fondatore Emerito del medesimo quotidiano, Sua Eminenza Eugenio Scalfari, che mi è capitata sotto mano dopo anni perché una mia amica aveva eccezionalmente acquistato il quotidiano perché la storia di copertina di Robinson, l'inserto culturale della domenica, è "Confessioni di uno scrittore", di un grande scrittore, certamente uno dei migliori e più significativi di quest'epoca: Michel Houellebecq. A prescindere dal merito del delirante pippone che annuncia "una rivoluzione che durerà almeno fino al 2400" (decennio più, decennio meno: e sticazzi! ma cosa volete che sia: "del resto altrettanto ci volle per arrivare da Dante a Shakespeare e da Giotto a Caravaggio", Eugenio dixit, lui che è sempre stato uno che vedeva avanti, non azzeccandone mai una nella sua lunga esistenza) e che conclude col richiamo al ruolo cruciale dell'Italia in questo rivolgimento mondiale e l'auspicio che la sua classe dirigente (quella stessa che ha prodotto gli ultimi quattro governi, compreso quello in carica, sempre sostenuti a spada tratta da lui e dall'editore del suo giornale) se ne renda conto, "guardando soprattutto al problema europeo e alla trasformazione del nostro Continente in uno Stato federale" (campa cavallo: ci sono ancora 382 anni al traguardo, e guardandoci alle spalle lungo gli accadimenti degli ultimi 412 le premesse sono davvero incoraggianti), la premessa da cui parte per dire che è in Europa che la Rivoluzione Mondiale ha una delle sue sedi principali, e riferendosi, ma indirettamente, ai flussi di popolazione in atto è, testualmente, un'affermazione di questo tipo: "nel bene e nel male è stato il continente coloniale per eccellenza, è poco popolato rispetto al territorio ed è quello di più antica ricchezza". Di cui la seconda è talmente falsa da far passare per vere le altre due che a essere generosi si possono definire come discutibili opinioni, che prescindono da una conoscenza appena vaga della storia dell'Asia come dell'America precolombiana, riferendomi a quella oggi chiamata "Latina", nonché dell'economia: se la Cina o l'India o, prima ancora, l'area dell'attuale Medio Oriente non fossero state "di più antica ricchezza" cosa avrebbe spinto Marco Polo lungo la Via della Seta e, nei secoli, torme di mercanti europei, e italiani in primis, da quella parte del mondo e poi verso le Indie Occidentali assieme alle ondate migratorie? Organizzando e praticando, per di più, il commercio di schiavi (in prevalenza neri e africani) in direzione del Nuovo Mondo. Vi fischiamo le orecchie, per caso? A me sì, e sempre più forte. Ma siccome non c'è molto da fare in un canicolare e pigro pomeriggio estivo, mi sono preso una decina di minuti di tempo e sono bastati a ricavare i dati incontrovertibili che seguono:


Asia
Area: 44.615.220 km²
Popolazione: 4.393.296.000
Densità 92,88 ab./km²

Europa
Area:10.180.000 km²
*(6.220.000)
Popolazione: 743,1 milioni (2015)
*(637,2)
Densità 72,99 ab./km²

Russia Europea
*Area 3.960.000 
*Popolazione: 105,9
* Densità: 26,74 ab./km²

* Senza la Russia, la densità europea (ossia di quell'area che Sua Eminenza Don Eugenio auspica organizzata in Stato Federale) risulta di 102,44 ab./km² , superiore a quella asiatica. Già da ora, allo stato attuale.

Africa
Area:30.370.000 km²
Popolazione: 1,216 miliardi (2015)
Densità 36.40 ab./km²

America Meridionale
Area 17.840.000 km²
Popolazione 422.500.000 (2015)
Densità 23,68  ab./km²

America Settentrionale
Area: 21.949.120 km²
Popoalzione: 351.211.696 (2015)
Densità 16,00 ab./km² (22,9 comprendendo l'America Centrale)

Oceania 
Area: 8.525.989 km²
Popolazione 37.000.000 (2015 stima)

Densità 4,7 ab./km²

Capito mi avete? Guarda caso proprio coloro che si basano su Fake Facts sono quelli che cianciano di Fake News. Propalandole per primi. 
Meditate, gente, meditate.