sabato 18 novembre 2017

The Big Sick

"The Big Sick" di Michael Showalter. Con Kumail Nanjiani, Zoe Kazan, Holly Hunter, Ray Romano, Anupam Kher, Zenobua Shroff e altri. USA 2017 ★★-
Quando, giustamente, davanti all'ennesima commedia all'italiana, o francese, o spagnola, con le loro eterne macchiette e i luoghi comuni, e lasciando perdere le derive cinepanettonesche, si grida alla solita solfa, non si vede per quale motivo quando viene propinata l'ennesima storiella romantica con contorno di malattia di uno dei due che funge da deus ex machina per il lieto fine della storia d'amore altrimenti impossibile bisogna gridare al miracolo soltanto perché arriva dagli USA e perché è il trionfo del buonismo politicamente corretto. Questo e poco altro è The Big Sick, che porta sullo schermo la vita vera degli sceneggiatori Kumail Nanjiani Kazan, che ne è anche l'interprete principale, e la moglie Emily V. Gordon (Gardner nel film: non si capisce perché sia ia fatta sostituire da Zoe Kazan), che dalla sua ha soltanto il buon ritmo e la simpatia dei caratteristi a cui è affidata una trama tanto gracile quanto banale. Kumail, un giovane d'origine pachistana trascinato non si capisce perché negli USA dai genitori, è un aspirante cabarettista che di giorno fa l'autista di Uber a Chicago, e durante una recita viene interrotto nel suo monologo, zeppo di sconfortanti banalità, da Emily, una spiritosa studentessa che aspira, ma guarda caso, a diventare psicoterapeuta. Inizia una relazione di sesso-e-simpatia che regge finché viene mantenuta a livello di disimpegno, perché Kumail in realtà deve destreggiarsi nello sfuggire alla schiera di fanciulle pachistane che gli vengono sottoposte dai genitori, e in particolare dalla madre, a ogni pranzo famigliare a cui partecipa, e si guarda bene dal confessare ad Emily che non ha mai pensato di presentarla alla sua famiglia che dà per scontato che accetti un matrimonio combinato, come vuole la tradizione. Quando Emily lo scopre, il loro rapporto va in fumo ma lei si ammala a causa di un morbo misterioso fino a entrare in un coma indotto autorizzato proprio da Kumail (presente all'ospedale al momento del ricovero e che s ifa passare per un parente), che l'assiste fin dal primo momento. Lì conosce i genitori di Emily e durante la lunga e delicata degenza di Emily comincia a rendersi conto dell'importanza della loro storia e delle sue ambiguità, fino a decidersi a chiarire la sua posizione con la propria famiglia: in quest'occasione l'unico spunto apprezzabile di tutto il film, quando lui chiede ai genitori, senza avere risposta, il motivo per cui lo hanno portato negli USA, di cui conoscevano la diversità di costumi rispetto al Pakistan, imponendogli di diventare americano ma con lo sguardo al passato, portandosi dietro usanze e credenze che non ha più. Tutto il resto è scontato, situazioni e battute trite e ritrite: una riedizione buonista e multi-culti delle commedie romantiche degli anni Novanta tipo Harry, ti presento Sally, dove i pachistani svolgono il ruolo stereotipato che là era esclusiva degli ebrei newyorchesi. Un sorriso stentato e poco altro: robetta. 

giovedì 16 novembre 2017

The Square

"The Square" di Ruben Östlund. Con Claes Bang, Elisabeth Moss, Dominic West, Terry Notary,  Christopher Laesso, Annika Liljeblad e altri. Svezia, Danimarca, USA, Francia 2017 ★★★★★
Mi tocca ammettere che su Ruben Östlund mi ero sbagliato: il suo precedente lavoro, Forza maggiore, mi era sembrato piuttosto inconcludente e masturbatorio, abbastanza in linea con l'idiotismo che domina la società scandinava, anche quando ne metteva in evidenza, sbertucciandole, gli aspetti più malsani; in quest'occasione, con un film più strutturato (per quanto volutamente sincopato, senza une vera e propria trama, a seguire una serie di eventi che sfuggono al controllo del personaggio principale), si rivela una vera pecora nera, una voce fuori dal coro perbenista e politicamente corretto, dalla visione acuta e capace di mettere alla berlina tutta una serie di ipocrisie e luoghi comuni del milieu pseudo culturale e progressista (si fa per dire) e dei media che lo blandiscono sputtanandone la pretesa di essere depositario di un'arte, quella contemporanea e posticcia che si muove in una dimensione completamente fuori dalla realtà, che ha pure la pretesa di spiegarla e di essere, quindi, autentica, oltre che necessaria. Il nostro eroe è Chiristian (il fin qui sconosciuto Claes Bang: notevole), il bello, vanesio, "distrattamente" elegante, infantile curatore dell'X-Royal, museo d'arte contemporanea collocato nell'ex palazzo reale di Stoccolma, e la vicenda ruota attorno al prossimo "evento" in programma, l'installazione "Square", opera di un'artista argentina, un quadrato di quattro metri per lato delimitato da una banda luminosa collocata nella piazza, pavimentata a porfido, antistante l'ingresso principale del museo, che vuole essere un santuario di fiducia e altruismo al suo interno dove tutti hanno gli stessi diritti e doveri, una zona franca, insomma, ben'altra rispetto al mondo circostante eppure inserita in esso, insomma una classica sega mentale come pressoché tutto ciò che ruota attorno all'arte contemporanea, almeno quella istituzionalizzata. Per lanciarla, vengono ingaggiati due giovani creativi, che puntano a un evento faccia parlare dell'"evento" e non trovano di meglio che proporre un video destinato a diventare virale sui social, tanto sarà dirompente e disturbante. E che, mandato in rete sul sito del museo, puntualmente scatenerà un coro di proteste da parte dei media che porteranno (forse) alle dimissioni di Christian il quale, preso dalle vicende seguite al furto e al successivo recupero dello smartphone, del portafogli e di un paio di gemelli d'ori del nonno, colpevolmente non aveva supervisionato il video. In mezzo, il cicaleccio delle presentazioni, dei briefing, delle interviste vuote, delle serate che in un caso finiscono nel letto di una giornalista che vive con uno scimpanzè e che svela Christian in tutta la sua superficialità, delle cene di gala in onore dei donatori (magistrale quella in cui un uomo scimmia, il bravissimo Terry Notary, già protagonista di un'installazione video che compare in più di un'occasione, viene sguinzagliato tra i tavoli "dal vero" a terrorizzare gli imbalsamati e ingioiellati convenuti, finendo per scatenare la vera "bestia" che è in essi), fino alla conferenza-stampa finale in cui da un lato Christian deve difendersi dalle accuse di scorrettezza politica, dall'altro di limitare la libertà d'espressione. Il tutto in un continuo ed esilarante corto circuito fra buone intenzioni e parole (alate quanto vuote) che vogliono illustrarle e realtà, tra apparire ed essere, condito sempre con qualche elemento spiazzante e apparentemente incongruo a punteggiare il caos. Due ore e venti di film che però non innescano mai stanchezza e noia, con la certezza fin dal primo momento che la sorpresa è in agguato. Qualcuno ha ricordato Marco Ferreri, a proposito di questo questo The Square che ha meritatamente conquistato la Palma d'Oro questa primavera a Cannes e il paragone non è irriverente nei confronti del compianto maestro. Entrato in sala perplesso, ne sono uscito con un sorriso beffardo sulla labbra, il cuore leggero e l'animo soddisfatto: qui siamo a livelli molto alti. Bravissimi tutti: imperdibile.

martedì 14 novembre 2017

Siamo seri

Se questi “TOP SPONSOR” della nazionale di calcio italiana sono l’eccellenza del Paese (chiedere ai rispettivi clienti per credere), dove cazzo pensavamo di andare? Mission Impossible.

lunedì 13 novembre 2017

The Place

"The Place" di Paolo Genovese. Con Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Alessandro Borghi, Silvia D'Amico, Giulia Lazzarini, Vinicio Marchioni, Silvio Muccino, Rocco Papaleo, Vittoria Puccini, Alba Rohrwacher, Sabrina Ferilli. Italia 2017 ★★★
Non così convincente come il precedente Perfetti sconosciuti, con cui peraltro ha molti punti in comune, e probabilmente non ne ripeterà il clamoroso e inaspettato successo, però Paolo Genovese conferma di saperci fare e confeziona un  film che, pur essendo romani sia lui sia, in prevalenza, gli interpreti che ha scelto con occhio felice, non è per nulla romanocentrico né gioca su tratti del carattere e fissazioni puramente italiani: fatta anche in questo caso la scelta dell'unità di luogo, l'azione si svolge tutta all'interno di The Place, come si chiama il bar-tavola calda in fondo al quale siede in permanenza, alle prese con un grosso quaderno nero in cui a volte scrive e che altre consulta, un uomo riservato quanto impenetrabile, interpretato come meglio non avrebbe potuto da Valerio Mastandrea, da cui si recano in processione nove personaggi che non potrebbero essere più diversi, perché lui ha il potere di esaudire desideri, qualsiasi desiderio: in cambio, chiede soltanto una buona azione, che sceglie ad hoc consultando i suoi appunti, e che danno la sensazione di essere delle simboliche punizioni anticipate, dei contrappassi, per le richieste, a volte decisamente peccaminose, degli interessati. C'è chi chiede di riavere nelle sue piene facoltà il marito colpito da Alzheimer, chi la guarigione del figlio da un handicap, chi il riaccendersi del rapporto col marito, chi quello col figlio, chi la bellezza che pensa di non avere, chi di tornare a sentire la presenza di Dio e chi di riacquistare la vista, chi ancora il realizzarsi del proprio sogno erotico di carta: tutto è possibile, pagando adeguato pegno, questo è il contratto, da cui è possibile in ogni momento recedere, a patto di rinunciare al desiderio si è andato a chiedere. Chi è l'ambiguo personaggio? Un angelo o un demone? Un sorta di Doktor Faust alle prese ogni giorno con le debolezze umane? Stremato vieppiù nel constatare fino a che punto si è disposti ad arrivare pur di vedere realizzati i propri desideri? A fare eccezione la donna che gestisce il bar, l'unica che invece di chiedere qualcosa si limita ad aspettare, nel suo caso l'amore. Anche in questo caso si tratta di fatto di teatro filmato, e la riuscita è affidata alla bravura degli attori, i tratti dei cui personaggi sono solo abbozzati, alcuni un po' troppo vagamente; e la vicenda funziona e si volge abbastanza fluidamente nonostante alcuni intoppi nella sceneggiatura, non così cronometricamente precisa come nel film precedente, e anche in questo caso manca un tocco di cattiveria in più che non sarebbe guastato a tinteggiarla ulteriormente di nero. Comunque mi sono divertito e il film, tratto da una serie televisiva americana, non è male ed è sufficientemente originale e spiazzante. 

giovedì 9 novembre 2017

Atti osceni - I tre processi di Oscar Wilde


"Atti osceni - I tre processi di Oscar Wilde" di Moises Kaufman. Traduzione di Luci De Capitani; regia, scene e costumi di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia; Luci di Nando Frigrerio; suono di Giuseppe Marzoli. Con Giovanni Franzoni, Riccardo Buffonini, Ciro Masella, Nicola Stravalaci. Giuseppe Lanino, Giusto Cucchiarini, Filippo Quezel, Edoardo Chiabolotti, Ludovico D'Agostino. Produzione Teatro dell'Elfo. Fino al 12 novembre al Teatro Eflo/Puccini di Milano.
Non stupisce che Oscar Wilde, la cui attualità è perfino superfluo sottolineare, sia uno degli autori di riferimento di un gruppo teatrale particolarmente attento agli autori anglosassoni come quello dell'Elfo: ricordo l'emozionante e intensa Salomè messa in scena due anni fa, come anche la lettura Il fantasma di Canterville che Ferdinando Bruni riproporrà nelle prossime settimane (21 novembre - 3 dicembre) e, a partire dalla fine della prossima settimana (17 novembre - 10 dicembre), L'importanza di chiamarsi Ernesto, sempre per la regia di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia. Qui, quasi a introdurre il personaggio, la cui conoscenza è spesso superficiale e limitata al suo dandysmo nonché alla capacità di inventare aforismi fulminanti, si è deciso di proporre al pubblico italiano un testo del drammaturgo venezuelano-americano Moises Kaufman, che lo mette al centro in prima persona, magnificamente interpretato da Giovanni Franzoni, di cui peraltro è impossibile non notare la somiglianza fisica con uno dei più noti ritratti di Wilde che campeggia nell'ultima scena, quando tutti gli attori gli si rivolgono, spalle al pubblico, per un silenzioso omaggio. L'occasione sono i tre processi per atti osceni subiti da Oscar WIlde nel 1895 e che portarono alla dura condanna di due anni ai lavori forzati a causa della sua omosessualità, inevitabile per un uomo che ha denunciato nella vita come nelle opere l'ipocrisia e la doppia morale vittoriana; processi che vengono ricostruiti attraverso la narrazione degli interpreti, che a loro volta diventano anche personaggi, secondo il loro personale punto di vista: dell'accusa come della difesa oltre che testimoni a favore e contro, a cominciare dall'esilarante esibizione del gruppo di "ragazzi di vita" di varia estrazione sociale e compagni di bagordi pronti a tradirlo e dall'ambigua figura dell'amico-amante Lord Alfred Douglas, responsabile più o meno consapevole della condanna e della rovina dello scrittore. Processi e conseguente condanna esemplare di un autore "fuori dal coro" che ha sempre rivendicato l'assoluta libertà di ispirazione e creazione e che considerava la sua stessa vita come una forma d'arte; mentre nel testo di Kaufman vengono sottolineate e messe in bocca a Wilde stesso non solo le sue concezioni estetiche, ma anche quelle filosofiche e politiche, tutt'altro che banali, attraverso brani tratti da opere meno note come Il Rinascimento Inglese dell'Arte e L'Anima dell'Uomo sotto il Socialismo. Soprattutto, neanche un accenno di pappa buonista e politically correct sulla questione dell'omosessualità, anzi: fieramente rivendicata in nome di un'etica e di un'estetica a cui si è fedeli, e per la quale non viene chiesto alcun riconoscimento o permesso da parte di un'autorità che si disprezza. Spettacolo palpitante, vivo, coinvolgente, ineccepiblle da qualsiasi punto di vista, da non perdere.

lunedì 6 novembre 2017

Una questione privata

"Una questione privata" di Paolo e Vittorio Taviani.  Con Luca Marinelli, Lorenzo Richelmy, Valentina Bellè, Francesca Agostini, Jacopo Olmo Antinori. Italia, Francia 2017 ½
Ennesimo adattamento letterario nella loro interminbabile carriera e, per quanto mi riguarda, ennesima occasione in cui mi chiedo il motivo per cui il cinema dei Fratelli Taviani (una specie di marchio COOP) sia tanto osannato. Dalla critica, s'intende, in particolare quella militonta di matrice ex comunista, molto meno dal pubblico. Della loro produzione ho apprezzato davvero un solo film: Cesare deve morire, che peraltro era un documentario su uno spettacolo teatrale realizzato da detenuti nel carcere di Rebibbia, e solo per la parte che li vedeva in scena: tutto il resto è noia, velleitarismo e artificio, benché ci provino ogni volta a inserire elementi ironici (che quasi nessuno è in grado di cogliere realmente), semplicità, realismo. Anzi: più insistono sul vero e sull'autentico e più risultano posticci. L'impressione è sempre di assistere a qualcosa di stantìo, scollegato, senza ritmo: c'è immobilità anche nell'azione, che pure in Una questione privata, tratto da un romanzo incompiuto di Beppe Fenoglio, esiste. Perfino interpreti bravissimi e intensi  come Luca Marinelli (l'unico motivo che mi abbia motivato a vedere la pellicola, dando per scontato che avrebbero rovinato il mio amato Fenoglio) mostrano la  corda e sembrano recitare roboticamente. Marinelli è Milton, uno studente che fa parte della resistenza badogliana nelle Langhe, che capitando nella villa dove aveva conosciuto e s'era innamorato di Fulvia, una studentessa torinese sfollata, viene a sapere dalla custode che forse c'è stata una relazione tra lei e il suo migliore amico, Giorgio, anche lui partigiano, ma in una formazione diversa dalla sua. Per scoprire la verità va a cercarlo, e quando Giorgio viene catturato dai repubblichini il pensiero diventa doppiamente ossessivo e parte alla disperata caccia di un fascista da catturare a sua volta e scambiare con l'amico. Ecco: sul lato umano, personale di chi aveva partecipato alla lotta partigiana aveva scritto in questo romanzo Fenoglio, come ne Il partigiano Johnny, lontani dalla retorica della Resistenza tanto cara al PCI e ai suoi discendenti fino ai giorni nostri, convinti come erano e sono di averne l'esclusiva, e questo traspare sì nel film dei Taviani, ma facendo di Milton un personaggio più che altro grottesco, e anche degli altri non ce n'è uno che susciti un minimo di empatia. Insomma, una cosa di poco spessore e piuttosto squallida che per fortuna dura soltanto 84 minuti che però sembrano il doppio.

sabato 4 novembre 2017

Finché c'è prosecco c'è speranza

"Finché c'è prosecco c'è speranza" di Antonio Padovan. Con Giuseppe Battiston, Teco Celio, Roberto Citran, Silvia D'Amico, Rade Serbedzija, Liz Solari, Vitaliano Trevisan e altri. Italia 2017 ★★★+
Il conte Desiderio Anzillotto è un uomo intelligente, colto, raffinato e allo stesso tempo alla mano e di saldi principi: a una vita mondana e al jet set internazionale ha preferito la fedeltà alle sue radici che affondano nelle colline attorno a Valdobbiadene, come quelle delle viti di prosecco, che coltiva con passione e competenza e senza additivi, al naturale, come pochi ancora fanno. Il suo plateale suicidio, nel cimitero adiacente alla sua magnifica villa e a suoi vigneti, è il primo caso che capita al neopromosso ispettore Stucky della questura di Treviso, mezzo veneziano e mezzo persiano, all'apparenza risolto in partenza perché il nobiluomo ha ingerito un'intera scatola di barbiturici bevendoci sopra una della sue bottiglie scrivendo sull'etichetta di sua mano "bevuta nell'ultimo giorno di battaglia". Di quale battaglia si trattasse, e quale legato testamentario il conte avesse assegnato ad alcune persone di sua massima fiducia, lo scoprirà il pacioso, impacciato, un po' trasandato e apparentemente timido poliziotto a cui dà vita e corpo (in tutti i sensi) e un'anima complessa Giuseppe Battiston, indagando con pazienza e acume quando nello stesso paese viene assassinato prima il titolare di un cementificio altamente inquinante costruito proprio di fronte alla villa di Anzillotto e contro cui quest'ultimo aveva combattuto dalla sua entrata in attività, e poi il tecnico che aveva firmato una relazione rivelatasi falsa sull'innocuità dei residui del combustibile utilizzato per la produzione: raggiunge lo scopo perché riesce, con pazienza, ad entrare in sintonia con gli abitanti del luogo, diffidenti verso i foresti e con una concezione parziale ma in definitiva sana di ciò che è giusto, muovendosi felpatamente tra luoghi, persone, sentimenti, storie personali comprese le sue che lo tormentano. Lungometraggio d'esordio di un giovane cineasta di Conegliano trasferitosi da dieci anni a New York per lavoro e tratto dall'omonimo romanzo di Fulvio Ervas, che lo ha sceneggiato, è un noir (o giallo) a tinte tenui, garbato, senza dettagli scabrosi e la frenesia di quelli metropolitani come Gomorra o Suburra, che pure hanno un loro perché, molto veneto e anzi molto trevigiano, morbido come il paesaggio collinare della Marca Gioiosa dove i patrizi veneziani andavano a godersi i frutti dei loro commerci e a riposarsi dai continui conflitti che li vedevano coinvolti. Per la serie: non si uccide solo a Roma, a Napoli o a Milano, ma anche nella paciosa provincia veneta, e per un motivo ben preciso. C'è chi ha definito il film troppo simile a una puntata di una serie televisiva; io l'ho trovato godibile, lieve, ironico e, pur con qualche ingenuità, aderente allo spirito dei luoghi, che mi sono molto famigliari. 

giovedì 2 novembre 2017

Nico, 1988

"Nico, 1988" di Susanna Nicchiarelli. Con Trine Dyrholm, John Gordon Sinclair, Anamaria Marinca, Thomas Trabacchi, Fabrizio Rongone, Karina Fernandez, Calvin Dembra, Sandor Funtek. Italia, Belgio 2017 ★★★★
Dopo aver visto questo film che racconta gli ultimi due anni di vista di Nico, al secolo Christa Päffgen, seguendola nella sua ultima tournée europea dopo la decisione di proporsi come solista, non apprezzo la celebrata sacerdotessa delle tenebre più di quanto facessi trent'anni fa, ossia per niente, però la capisco meglio e sono molto contento di essermi deciso ad affrontare un personaggio che mi è sempre risultato ostico fino al rifiuto perché Susanna Nicchiarelli, di cui avevo molto apprezzato l'esordio alla regia con Cosmonauta del 2009, si conferma un'autrice di grande valore e capace di rivolgersi a un pubblico più vasto di coloro che conoscevano e  apprezzavano Nico come artista a livello internazionale, perché il film è molto poco italiano. Il fatto che Susanna Nicchiarelli realizzi poche pellicole, in compenso di alto livello, è dovuto probabilmente al modo con cui le prepara, con grande approfondimento nella documentazione, accuratezza nello studio dei dettagli e instaurazione del rapporto con gli interpreti che sceglie con molto acume. Il film ci presenta Nico a 48 anni, nel 1986, quando si ristabilisce in Europa, scegliendo una città relativamente periferica come Manchester, reduce dagli ormai lontani fasti newyorkesi, quando era diventata donna-immagine della Factory di Andy Warhol e simbolo dei Velvet Underground, da questi alla fine mal sopportata per le sue velleità artistiche (a mio avviso piuttosto prive di sostanza) mentre a suo dire ne sarebbe stata emarginata, decisa a continuare da sola e ad esprimere la propria creatività lontana dall'icona costruita su di lei, come se fosse stato contro la sua volontà. Ora, dopo essere stata una modella famosa in tutto il mondo e avendo a che fare con il giro di Warhol ci sarebbe poco da stupirsi, e probabilmente viaggiava con la mente abbondantemente annebbiata da massicce dosi di eroina lontano dalla realtà per non accorgersi di essere parte di una sistematica manipolazione, che alla fine le dev'essere pur stata bene. Quando se ne rese conto, oltre a tornare in Europa, si presentò completamente diversa, coi capelli biondi tinti rigorosamente di funereo nero, ingrossata, vestita con quel che le capitava ma sempre di scuro ed emanando attorno a sé quell'aura di desolata disperazione che coltivava già da prima, se possibile accresciuta dai lugubri testi che ora scriveva in proprio e alimentata dai due grandi traumi della sua vita: l'infanzia sotto le bombe in Germania seguita da un dopoguerra da fame e il figlio Ari avuto con Alain Delon, mai riconosciuto dal padre (pur essendone il ritratto vivente) e sottrattole quando aveva 4 anni a causa della sua impossibilità di accudirlo adeguatamente. Ora: viene da dire che ci sono alcuni milioni di tedeschi che hanno subito, incolpevoli, gli stessi traumi di Nico per responsabilità dei padri senza che l'esperienza impedisse loro di guardare avanti e che alla nascita del figlio a 24 anni era già adulta e vaccinata, e dunque in grado di valutare le conseguenze della scelta di spostarsi negli USA privilegiando la carriera, e questo la Nico che racconta il film, basato su numerose testimonianze dirette, lo ammette senza reticenze e senza mai cadere nell'autocommiserazione e nel vittimismo. E' una donna dura e piena di contraddizioni, imprevedibile, non facile da affrontare e sopportare; che conserva tratti da diva con alti e bassi acuiti dalla dipendenza dalla droga, sbalestrata quanto conformista per altri aspetti, ed è così che la vediamo on the road su un pulmino di seconda mano in tournée in location decisamente defilate (c'è anche Anzio) e platee riempite a fatica da pochi ma devoti seguaci della principessa delle tenebre, come veniva definita, accompagnata da una band di giovani e inesperti musicisti e assistita amorevolmente dal suo manager-amico. Ancor più significative le tappe in alcuni Paesi dell'Est all'immediata vigilia della caduta del Muro, in Cecoslovacchia come nella Polonia in fermento, con esibizioni semiclandestine in cui a tratti aveva dato il suo meglio che, parlando della Nico cantante e musicista, quale era  convinta di essere, è molto relativo oltre che soggettivo. Al termine del faticoso tour, durante il quale aveva cercato di riannodare il rapporto col figlio, e col progetto di incidere un nuovo album, si concede con Ari una vacanza a Ibiza, nel luglio del 1988, durante la quale muore in seguito a una caduta dalla bicicletta causata da un'emorragia cerebrale mentre andava a cercare di banale hashish, ironia della sorte non per overdose come sarebbe stato scontatoStupefacente e che da sola vale il film l'interpretazione di Trine Dyrholm, che alle straordinarie doti di attrice aggiunge quelle di interprete, perché è lei che canta tutti i pezzi di Nico del film, e tutti molto meglio dell'originale, pur avendoli, a suo dire, cantati volutamente male, che non è cosa da poco. Bravi anche gli altri interpreti, a cominciare da John Gordon Sinclair, l'amico-ammiratoree-manager, ma soprattutto la regista, brava davvero.

lunedì 30 ottobre 2017

La ragazza nella nebbia

"La ragazza nella nebbia" di Donato Carrisi. Con Toni Servillo, Alessio Boni, Galatea Ranzi, Antonio Gerardi, Lorenzo Richelmy, Michela Cescon, Lucrezia Guidone, Jean Reno, Thierry Toscan, Greta Scacchi, Daniela Piazza. Italia, Francia, Germania 2017 ★★★★½
Pur essendo da sempre lettore di noir, con predilezione per quelli sudamericani, come usa sottolineare qualcuno di mia conoscenza, fino a quando qualche mese fa non ho letto una lunga, doviziosa e spiritosa intervista a Donato Carrisi, ero convinto che si trattasse di un italo-americano, e non dell'autore di thriller italiano, pugliese di Martina Franca, più letto al mondo, tradotto in 24 lingue; non avendone mai letto uno ero nelle condizioni migliori per gustarmi senza pregiudizi il suo esordio dietro la macchina da presa, che ha del miracoloso se si pensa che si dichiara sì appassionato di cinema da sempre (e autore di sceneggiature, anche per la TV: lo si nota anche dalle citazioni, puntuali ma mai eccessive) e di esservisi ispirato per elaborare le trame dei suoi libri, ma senza esperienza specifica. Intanto per come è riuscito a mettere insieme un cast di prim'ordine convincendo gli attori della bontà dell'idea e facendolo funzionare come un'orologio di precisione; poi per come ha girato il film, coi tempi e le inquadrature, ambientazioni giuste e una fotografia ineccepibile: la tensione rimane alta fino all'ultimo fotogramma e la vicenda, nonostante la sua complessità e i colpi di scena, raccontata con linearità nonostante alcuni balzi temporali avanti e indietro, risulta perfettamente comprensibile. Siamo all'altezza dei migliori prodotti statunitensi e dei registi più celebrati: di primo acchito mi sono venuti in mente i fratelli Coen. La trama ruota attorno alla sparizione di Anna Lou, una ragazzina sedicenne dai capelli rossi, la sera di un nebbioso 23 dicembre davanti alla porta di casa: l'ambiente famigliare è cattolico tradizionalista e ruota attorno a una confraternita che ha tratti di setta; quello fisico Achevot, un paese montano di fantasia collocato in una valle senza sbocco, un tempo florido centro turistico ora decaduto. A condurre le indagini l'esperto ispettore Vogel, già al centro del caso del "Mutilatore" (il richiamo esplicito è a Unabomber e alla relativa montatura mediatica), tanto abile quanto propenso a suscitare l'attenzione di stampa e TV per coprire le lacune della polizia facendo capire che potrebbe trattarsi di un rapimento da parte di un maniaco e individuando in un insegnante di letteratura del liceo locale, Loris Martini, privo di alibi per quel giorno, il mostro da dare indirettamente in pasto alle belve dell'informazione-spettacolo. Oltre a questi due personaggi vi sono un anziano psichiatra, Flores, chiamato a interrogare l'ispettore ricapitato sul luogo qualche tempo dopo i fatti, ritrovato in stato catatonico dopo un incidente in auto e con cui ricostruisce gli avvenimenti del Caso Anna Lou in flash back; Stella, una giornalista televisiva cinica e spregiudicata quanto Vogel; un avvocato che conosce alla perfezione il gioco che si sta giocando; tutti ambigui, vanesi, inquietanti, cinici: a nessuno di essi interessano davvero la verità e la giustizia né sapere chi sia stato realmente il responsabile della sparizione della ragazza, tranne che all'ispettore Vogel, ma solo perché ormai caduto in disgrazia e per ripicca personale, non per consegnarlo alla giustizia. Detto altrimenti, come nella realtà, nessuno che controlli il controllore e creazione sistematica del caso mediatico con relativo circo che vi ruota attorno e sicura fonte di guadagno per tutti, oltre che di distrazione per le masse da rincoglionire: il messaggio di Carrisi è chiarissimo e ce n'è per tutti senza che la denuncia prenda il sopravvento sul racconto e senza che questo si trasformi in un cervellotico esercizio intellettualoide e in una masturbazione ideologica. Complimenti vivissimi a lui, a tutti indistintamente gli interpreti e a chi ha lavorato e prodotto questo anomalo thriller di impianto sostanzialmente teatrale e di rara efficacia. Da non perdere

sabato 28 ottobre 2017

República Española

També hi havia Catalunya


Ossia: la Catalogna c'era già allora, alla fondazione della Seconda Repubblica Spagnola, proclamata il 14 aprile del 1931 e abbattuta con la vittoria di Francisco Franco il 1° di aprile del 1939. Non ho altro da aggiungere in merito a questa pagliacciata, l'ennesima arma di distrazione di massa scoppiata questa volta in mano agli Stranamore di turno, uno a Barcellona e l'altro a Madrid.

venerdì 27 ottobre 2017

Brutti e cattivi

"Brutti e cattivi" di Cosimo Gomez. Con Claudio Santamaria, Marco D'Amore, Sara Serraiocco, Simoncino Martucci, Narcisse Mame, Aline Belibi, Giorgio Colangeli, Filippo Dini. Italia 2017 ★★★½
Non siamo ancora alle vette di Lo chiamavano Jeeg Robot o del recente Ammore e malavita ma, trattandosi del film d'esordio del fin qui scenografo Cosimo Gomez, avviati su una strada molto promettente. Tor di Nona, Roma Est, zona d'azione del Papero, la metà di una coppia di gemelli siamesi senza gambe separati in gioventù (l'altro, il Pollo, è stato adottato da una famiglia-bene e fa il dirigente di banca a Zurigo), che vive di accattonaggio davanti alla chiesa del quartiere assistito dal Merda, un rasta perennemente fumato che lo scarrozza in giro su una vecchia Panda scassata. Grazie alla soffiata della bellissima moglie, Ballerina, a sua volta senza braccia, laureata in lingue orientali che lavora per la polizia, viene a sapere che la mafia cinese deposita milioni di euro in contante nella filiale della banca del quartiere e così, con l'aiuto di Plissé, un rapper nano cattivissimo però un maestro nello scassinare casseforti, organizza una rapina dove lo scopo apparente è quello di farsi consegnare il contante in cassa, per cui si fanno condannare a una pena di pochi mesi restituendo il maltolto, ma quello vero impossessarsi di quello non dichiarato e non reclamabile dei cinesi e, nel frattempo, depositato in una cassetta di sicurezza in Svizzera. Come da copione in un noir di genere, al momento della spartizione si scatena il tutti contro tutti e i malviventi si eliminano a vicenda, a cominciare proprio dal capobanda, in una serie di tradimenti e crudeltà reciproci. Per non togliere il gusto della sorpresa, ovviamente non svelo altro, salvo dire che non c'è un personaggio positivo in tutto il film, né tra i disabili, né tra i "normali"(i cinesi, il parroco nero dei "diversi", i magnaccia dell'Est) tranne uno che compare nella seconda parte e accompagna la vicenda a un lieto fine beffardo, che però nulla toglie alla scorrettezza del film. Che, per quanto greve e volutamente volgare, non dileggia mai nemmeno per sbaglio i disabili, celebrando anzi la loro uguaglianza nella diversità e individualità, esattamente il contrario di quel che fanno il buonismo omologante e l'insopportabile "politicamente corretto", che sono il vero bersaglio del film, insieme all'ipocrisia della chiesa, delle banche, delle "autorità" e del sentire comune. Come in un film di Tarantino a un certo punto la pellicola si riavvolge e ne vediamo scorrere un'altra che svela quanto successo parallelamente alla vicenda già raccontata, il tutto montato fluidamente,  con ottimo ritmo, con un tocco surreale che non guasta, a smontare quelli più trucidi e caricaturali, che pure non mancano. Un complimento ai truccatori e ai maghi del computer, ma anche agli interpreti, due dei quali, Santamaria e D'Amore, qui al contrario del loro cliché di belli e astuti. Un film meravigliosamente trash-demenziale, scorretto al punto giusto, che consiglio a chi ama il genere: peccato essere stato costretto a vederlo in una squallida e omogeienzzata sala di uno di quegli orridi Space o UCI Cinemas, nei pressi d un centro commerciale,  con tanto di  mezz'ora di pubblicità e intervallo inclusi, invece che in una normale prima che uscisse di programmazione.

lunedì 23 ottobre 2017

Una donna fantastica

"Una donna fantastica" (Una mujer fantástica) di Sebastián Lelio. Con Daniela Vega, Francisco Reyes, Luis Gnecco, Aline Küppenheim, Amparo Noguera e altri. Cile, Germania 2017 ★★★½
Un buon film, anzi: molto buono, che conferma in pieno le qualità di Sebastián Lelio, di cui in Italia era già stato distribuito Gloria e, come questo, premiato all'ultima Berlinale, questa volta per la sceneggiatura. Prodotto da Pablo Larraín, l'altro e più conosciuto esponente della cinematografia cilena contemporanea, con la cui produzione ha molti punti in comune sia per i temi trattati sia per la forma, tanto che verrebbe la tentazione di parlare di una vera e propria corrente estetica, ma non ne raggiunge la complessità, visionarietà e forza espressiva. Anche in questo film Lelio si avvale della prestazione straordinaria dell'interprete principale, Daniela Vega, nei panni di Marina, ventisettenne cameriera e aspirante cantante lirica, una transessuale la cui relazione d'amore con Orlando, un imprenditore tessile di mezza età, viene troncata dall'improvvisa morte del compagno dopo un malore notturno alla vigilia di un viaggio alle cascate di Iguazu, regalo di compleanno di Orlando a Marina. La quale, già all'ospedale, dove lo porta ormai privo di coscienza, comincia a subire le angherie del poliziotto che ne pretende il documento d'identità (e che riporta ancora iil nome di nascita, Daniel) e del medico di guardia che intuisce la relazione innaturale con l'uomo e che non hanno nessuna comprensione per il sincero dolore che la sconvolge, mentre già il giorno successivo la ex moglie di Orlando ne pretende la restituzione della macchina e lo sgombero al più presto dell'appartamento e il figlio le sottrae perfino il cane che possedeva col convivente, ma soprattutto viene avvertita di non farsi vedere alla veglia funebre e meno che mai al funerale. Nei giorni seguenti Marina tiene duro, con caparbietà prosegue la sua vita, tra gli impegni di lavoro, lo sgombero della casa aiutata dalla sorella e dal cognato, due "alternativi", e le tocca anche subire una umiliante visita medica su richiesta di una dirigente di polizia che si occupa di reati sessuali per accertare che non abbia subito abusi da parte di Orlando, poco propensa credere che le lesioni trovate sul corpo di lui siano dovute a una caduta accidentale, ma piuttosto a vedere il torbido in una relazione che invece era serena e lineare. Marina capisce anche che la famiglia di Orlando non riesca ad inquadrarla, a definire la loro relazione se non come una chimera, ma non riesce a resistere al bisogno che sente di dare l'ultimo saluto alla persona amata, venendo cacciata dalla veglia funebre e poi perfino inseguita, insultata, caricata in macchina e impacchetatta con cerotti e abbandonata in una strada secondaria dal figlio e dai suoi amici: l'unico ad accettarla per quel che è a capire il suo dolore, ma impotente davanti all'incomprensione e alla mancanza di umanità degli altri. L'ambientazione è ancora una volta nella Santiago benestante dei quartieri settentrionali, con qualche timida escursione nella bohème ma comunque a distanza siderale da quella popolare e periferica: nessuno stupore che le questioni di genere siano appannaggio degli strati sociali superiori, cui del resto appartengono sia Lelio sia Larraín, con la differenza che, rispetto ai colleghi europei e soprattutto nordamericani che dell'esaltazione delle lotte per i diritti LGBT hanno ormai fatto un filone cinematografico e di serie TV a sé stante ormai stucchevolmente ripetitivo, affrontano i temi della sessualità e anche dell'identità con storie esemplari e senza gridare e dare giudizi, ma ponendo domande alla coscienza comune; e lo fanno in modo ovattato, lasciando spazio al non detto, all'ambiguità, non rinunciando a un'atmosfera a tratti sospesa e a volte ipnotica. Sceneggiatura pulita e montaggio con tempi giusti, interpretazione superlativa di una transessuale autentica, attrice e cantante lirica anche nella realtà, una grande Daniela Vega.

sabato 21 ottobre 2017

Il palazzo del vicerè

"Il palazzo del vicerè" (Viceroy House) di Gurinder Chadha. Con Hugh Bonneville, Gillian Anderson, Manish Dayal, Huma Qureshi, Lily Travers e altri. GB, India 2017 ½
Mah. Sostanzialmente un film in costume, con gran sfoggio di divise colorate, arredi ricercati, cerimoniali sfarzosi, edifici sontuosi dagli interni mirabolanti, il tutto con l'immancabile inserto mélo strappalacrime per venire incontro al pubblico di bocca buona, per uno spot in riabilitazione postuma di Lord Mountbatten, l'ultimo vicerè dell'India, facendolo passare per uno sprovveduto, ma di buon cuore, pur di non attribuirgli la responsabilità di una Partition che causò la spaccatura dell'India e lo sradicamento di 14 milioni di indiani nel momento in cui le fu concessa l'indipendenza. Siamo alla vigilia del giorno fatidico, l'11 agosto del 1947, e il nuovo vicerè, già acclamato liberatore della Birmania, si insedia a Delhi con moglie, figlia e cane con l'incarico di procedere alla transizione. Il tempo è poco, e dopo aver consultato i principali leader delle diverse fazioni, principalmente Nehru per gli indù e Jinnah per i musulmani, con l'intervento super partes ma inascoltato del Mahatma Gandhi, addiviene controvoglia alla decisione di creare un nuovo Stato, il Pakistan a sua volta diviso in due parti separate tra loro da più di duemila chilometri (l'attuale Bangladesh con capitale Dacca). Di tracciare la linea di confine viene incaricato un oscuro legale inglese che mai era stato in India, armato di carte geografiche e statistiche di censimenti che, non raccapezzandocisi più, alla fine viene costretto a fare proprie le indicazioni contenute in un documento segreto sulla sicurezza nazionale stilato dai massimi esperti militari e controfirmato da Churchill dopo la fine della guerra (sostanzialmente un patto fra questi e Jinnah) con lo scopo di frenare eventuali appetiti russi (siamo ancora alle code del famoso Grande Gioco, che produce strascichi ancora oggi in tutta quell'area, a cominciare dall'Afghanistan). Secondo questa tesi, i confini non vennero tirati "a cazzo di cane" con un righello e senza avere idea della composizione etnica delle zone miste (come invece fu in Africa e Medio Oriente),ma secondo una logica ben precisa e fottendosene degli eventuali strascichi, comunque ormai sul groppone di altri. L'unica cosa inopinabile, come recita una didascalia a premessa del film, è che la storia viene scritta dai vincitori; altrettanto incontestabile è che gli inglesi, applicando scientificamente il principio divide et impera, hanno sempre favorito le minoranze, sikh e musulmani innanzitutto; detto questo, il film è smaccatamente filo-indiano nonché tenero fino alla piaggeria nei confronti degli inglesi, presi a esempio per la loro capacità di governare etnie incapaci di farlo da sole (di evidenza palmare proprio la Partition) nonché per la cultura, ad esempio il Dickens letto dal carceriere indiano al prigioniero politico musulmano cieco: e qui subentra l'intreccio bolliwoodiano, ossia la struggente quanto improbabile storia d'amore tra Jeet, ex secondino e ora attendente indù di Mountbatten e Alia, assistente di Lady Mountbatten, la figlia del prigioniero musulmano di cui sopra, che corre parallela alla vicenda storica come interpretata dalla regista (indiana) e dal libro di Narendra Singh Sarila che l'ha ispirata: The Shadow of the Great Game - The Untold Story of India's Partition. Naturalmente trionfa lo happy and, in barba ai due milioni di morti risultato della creazione dal nulla di uno Stato da parte degli inglesi con la benedizione dell'Amico Americano, il vero fruitore finale dell'accordo Churchill-Attle-Jinnah. Tanto colore folkloristico e buonismo a piene mani su sfondi palesemente di cartapesta, si salva la recitazione dei due interpreti principali, Hugh Bonneville nei panni di Lord Mountbatten e Gillian Anderson in quelli della moglie Edwina, fatta passare per una benefattrice socialisteggiante per gli aiuti ai rifugiati dopo la partizione del Paese, mentre prima di giungere a Delhi era famosa per il suo libertinaggio (potendoselo permettere), una specie di puttanone, ma questo il film non lo dice; su quella degli interpreti di Jeet e Alia preferisco sorvolare. Incomprensibile l'indulgenza della critica nei confronti di questo film, che invece non era stata altrettanto generosa con I figli della mezzanotte sullo stesso argomento, probabilmente perché Salman Rushdie (che l'aveva sceneggiato) non è abbastanza politicamente corretto, e che sotto ogni aspetto era di un'altra categoria. 

venerdì 20 ottobre 2017

Una sola folpitudine

Come ogni anno a Noventa Padovana, sulla Riviera del Brenta, da venerdì 20 a martedì 24 ottobre

mercoledì 18 ottobre 2017

L'uomo di neve

"L'uomo di neve" (The Snowman) di Tomas Alfredson. Con Michael Fassbender, Rebecca Ferguson, Charlotte Gainsbourg, Chloë Sevigny, Val Kilmer. GB 2017 
Se siete masochisti e vi piacciono i thriller scandinavi con trame tanto arzigogolate quanto inverosimili interpretati da attori invariabilmente e adeguatamente basiti, oppure esplorare nei meandri bacati delle psicosi che attanagliano molti degli autori di lassù, specchi lampanti di una società tanto benestante quanto sempre più avviata a essere composta da cyborg, e siete pure disposti a rovinarvi la serata, ecco il film che fa per voi. Tratto da uno dei romanzi del norvegese Jo Nesbø con protagonista il detective Harry (ass) Hole, puntualmente un disperato alla deriva e pesantemente alcolizzato però imbattibile nel risolvere casi che solo una mente pervertita o in preda all'acido può concepire, il film prova a raccontare la caccia a un serial killer che si rifà vivo a ogni prima neve invernale e che lascia come marchio di fabbrica un pupazzo, per l'appunto di neve, come dal titolo, sul luogo del delitto. Le vittime sono sempre donne che hanno avuto relazioni extraconiugali e i cui figli hanno una particolare tara genetica: la mancanza dei capezzoli. Ovviamente il serial killer sfida lo (ass) Hole (uno che perfino nella polizia della più scalcagnata repubblica delle banane sarebbe già stato radiato dal corpo) e altrettanto regolarmente il passato riemerge per tutti i protagonisti e naturalmente l'assassino è molto più vicino al detective di quanto questi riesca a immaginarsi (lo spettatore invece lo sospetta non appena il personaggio in questione entra in scena). A giudicare dalla sfilza di cadaveri che cospargono il filmaccio, ambientato tra Oslo e Bergen, luoghi magari anche suggestivi per il panorama ma in cui nessuna persona appena assennata può essere tentata di trascorrere l'intera esistenza, e men che mai un inverno, in Norvegia devono esserci in percentuale più morti violente che negli USA: per quanto il Paese sia stato in grado di produrre un Anders Breivik, dubito fortemente che sia così. La pellicola non merita altre parole, nemmeno uno spoiler, solo una considerazione sul protagonista principale, Michael Fassbender, la cui stolidità perfora lo schermo: un Monica Bellucci al maschile che non si capisce per quale motivo venga ingaggiato come attore. O forse sì: sembra il prototipo catatonico di un replicante, altro che Blade Runner. Per il resto, il quadro che esce da un film come questo, ma anche da serie TV come The Bridge, Fortitude e perfino il demenziale  Lilyhammer (che però ci azzecca) delle società scandinave è sconcertante e allarmante nella sua desolazione: ma da gente che è disposta a farsi inserire un microchip sottopelle per andare in treno c'è da aspettarsi il peggio. 

lunedì 16 ottobre 2017

L'altra metà della storia

"L'altra metà della storia" (The Sense of an Ending) di Ritesh Batra. Con Jim Broadbent, Michelle Dockery, Matthew Goode, Charlotte Rampling, Harriet Walter e altri. GB 2017 ★★★★
Film molto inglese, anzi: londinese, ma quietamente, nulla a cha fare con la Londra swinging o cool in preda al turismo e ai modaioli, eppure girato da un regista indiano che sa il fatto suo e, grazie a un soggetto ben scritto tratto da un romanzo di Julian Barnes, Il senso di una fine (Einaudi, 2012) e a un cast di alta qualità scelto accuratamente, sforna un film perfettamente bilanciato tra passato e futuro capace di stimolare riflessioni proficue partendo dalla semplice constatazione che la nostra vita non appartiene solo a noi e comunque è soltanto la storia che ne abbiamo raccontato: altri, che abbiamo incontrato e conosciuto, ne hanno avuto una visione completamente diversa e delle conseguenze che, nel nostro "raccontarcela", non possiamo nemmeno immaginare. Tony Webb, da giovane aspirante poeta e letterato e oggi pensionato bisbetico e abitudinario, proprietario di un negozietto che vende e ripara vecchie Leica per non cedere alla noia, vedovo di un'avvocatessa di grande intelligenza intelligente e successo, e con una figlia futura madre volutamente single che accompagna alle sedute pre-parto, vede riaffacciarsi il passato quando da uno studio legale gli viene comunicato che ha ricevuto un lascito da parte della madre della sua fidanzata di quando era studente, Veronica, e costituito da una piccola somma in denaro ma soprattutto da un diario, quello del suo più caro amico dei tempi del liceo, il brillante e tormentato Adrian, morto suicida ancora studente, e custodito proprio da Veronica, che per il momento non vuole consegnarglielo. Consigliandosi con l'ex consorte, Tony ricostruisce con una certa reticenza la relazione avuta con Veronica, accorgendosi man mano di quanto l'abbia travisata, a forza di rimozioni, e quando la incontrerà nuovamente, sempre più preso dal tentativo di chiarirsi le idee, ancora una volta cadrà vittima delle apparenze e della sua personale lettura degli avvenimenti, del passato ma anche attuali. Non è un film sulle occasioni mancate, sulle "porte girevoli" e quindi sul rimpianto e meno che mai appartiene al penoso genere da umarel attualmente in voga in cui si è specializzata, per esempio, Diane Keaton, già perfettamente in parte dai tempi dei film con Woody Allen, piuttosto sulla diversa percezione che si ha a seconda dell'età non soltanto del tempo ma anche dello spazio nel senso più ampio, e di sé stessi in rapporto con gli altri: da giovani passando da una "gabbia" piccola a una sempre più grande, cercando a tentoni una propria via e una propria dimensione; da vecchi desiderosi soltanto di non ricevere eccessivi scossoni in un equilibrio faticosamente raggiunto (e mai definitivo), ma sempre in tempo non per pentirsi, ma per rileggere con altri occhi il percorso fatto ed il suo senso, e a comprendere i possibili, inaspettati effetti delle proprie azioni sugli altri; del resto solo se si è disponibili a guardare in sé stessi serenamente si possono comprendere meglio le ragioni del prossimo, e con ciò cambiare anche atteggiamento verso chi e cosa ci circonda. 

sabato 14 ottobre 2017

Un incubo friulano

Natolino e Tavano: sulle strade del Friuli l'incubo quotidiano.
I fine settimana non sono mai abbastanza...

mercoledì 11 ottobre 2017

Blade Runner 2049

"Blade Runner 2049" di Denis Villeneuve. Con Ryan Gosling, Harrison Ford, Ana de Armas, Sylvia Hoeks, Robin Wright, Dave Bautista e altri. USA 2017 ★★½
Era una mission impossible, pur affidata alle abili mani di Denis Villeneuve e la produzione dello stesso Ridley Scott, regista dell'originale, essere all'altezza di un film come Blade Runner, uscito nel lontano 1982 ed entrato nel mito, eppure per lunghi tratti più che in un sequel sembrava di essere nello stesso film: la stessa ambientazione in una Los Angeles distopica, piovosa, lugubre, immensa e inquietante, solo all'apparenza riportata all'ordine e alla normalità; identico l'abbigliamento variegato e con tocchi punk dei personaggi, e così gli arredamenti tra il rétro post-atomico e il raffinato e atmosfere cupe; ugualmente angosciante il sottofondo musicale e i rumori elettro-meccanici a sottolineare l'incombenza di qualcosa di incontrollabile, però... manca il quid, probabilmente la novità. Film sul dubbio era (la natura dei replicanti, così come quella degli umani, in fondo) e film sul dubbio rimane (e così la porta aperta a una serie teoricamente infinita di pre-e-sequel, insomma a una saga hollywoodiana a venire) così come per l'appunto il dubbio sulla natura di Deckard, anche qui interpretato da Harrison Ford, che compare dopo quasi due ore di film, quando già si comincia a guardare l'orologio perché in preda a una straniante sensazione di déjà vu. A rintracciarlo è K (Ryan Gosling, perfetto,) un replicante di nuova generazione (senza scadenza e, soprattutto, obbediente) a sua volta un blade runner incaricato di "ritirare" (ossia eliminare) quelli della serie Nexus 6 rimasti ancora in circolazione, il quale in un'operazione si imbatte nei resti sepolti di quella che risulta essere Rachael, la replicante salvata da Deckard trent'anni prima, che risulta morta di parto: una notizia sconvolgente che va tenuta segreta perché confermerebbe che i Nexus siano stati in grado di riprodursi. K, che nel frattempo comincia a essere assalito dal sospetto di essere pure lui un umano, e forse figlio di Rachael e Deckard, viene rimosso dal corpo dei blade runner dal suo superiore (Robin Wright) ma non eliminato: gli viene lasciato il tempo per fuggire nell'extramondo a patto che elimini Deckard, a sua volta cacciato dalla tirapiedi di Wallace, il nuovo produttore di replicanti perfezionati che ha preso il posto di Tyrrell, ma K lo salva conducendola dalla figlia sua e di Rachael e forse morirà in pace (si ritirerà) ma non è detto... Questa la trama, più o meno, per quel che si lascia capire e raccontare, e per ciò che vale in un quello che rimane un suggestivo noir fantascientifico dai toni umanisti. Rispetto all'originale si svolge di più in esterno (in particolare in una zona desertica dove si coltivano proteine in serra e in una Las Vegas post-olocausto: compaiono anche gli ologrammi di Elvis Presley e Frank Sinatra in concerto) dove rifulge la fotografia affidata a un maestro come Roger Deakins (di cui Villeneuve si era già avvalso in Sicario). Non rimarrà nella storia, ma vale comunque ampiamente il prezzo del biglietto. 

lunedì 9 ottobre 2017

Ammore e malavita

"Ammore e malavita" di Antonio e Marco Manetti. Con Carlo Buccirosso, Claudia Gerini, Giampaolo Morelli, Raiz, Serena Rossi, Franco Ricciardi e altri. Italia 2017 ★★★½
Tre anni di attesa e i Manetti Bros, fratelli registi romani che danno il meglio di sé in trasferta armi e bagagli in quel di Napoli, hanno stravinto la scommessa, conquistando la Serie A con un film che è un caleidoscopio di generi di Serie B: il pur ottimo e sorprendente Song 'e Napule che lo ha preceduto è stata la prova generale di una pellicola che una giuria un minimo più spregiudicata e per una volta al passo con il gusto del pubblico e della critica meno conformista ed esterofila di quella del Festival di Venezia avrebbe premiato con un meritatissimo Leone d'Oro. E invece niente, però avrà l'apprezzamento di chi, attraverso il passaparola, si convincerà a recarsi nelle sale per due ore e passa di divertimento garantito, fin dalla prima scena: un tour a Scampia, con visita alle "Vele": The Ultimate Touristic Experience, con scippo incluso, per gruppi di turisti, in questo caso statunitensi, con tanto di balletto (e siccome la realtà supera la fantasia, i tour a Scampia, nella location di Gomorra, vengono organizzati davvero). Ecco, l'unico appunto è la durata forse eccessiva: una sforbiciata di una ventina di minuti avrebbe valso, da parte mia, un punteggio massimo come quello che avevo attribuito a La La Land ma a quelle altezze comunque siamo, con la differenza che, trattandosi di un musical criminale ispirato alla sceneggiata napoletana con riferimenti alla realtà partenopea come viene percepita dagli italiani (perché così proposta, e non solo da Saviano & Co), non è così universalmente comprensibile e dunque esportabile, ma non è detto che non venga apprezzato a dovere anche all'estero. La vicenda ruota attorno alla falsa morte di un capobastone della Camorra, O' re do pesce di Pozzuoli, Vincenzo Strozzalone, a seguito di un attentato fallito, inscenata su ispirazione della moglie Maria (Carlo Buccirosso, strepitoso, e Claudia Gerini all'altezza: una vera donna di spettacolo a tutto tondo) che "risolve problemi" traendo ispirazione dalle trame dei film, in questo caso Si vive solo due volte, per cui ad andarci di mezzo è un povero commesso di un negozio di scarpe che per sua sfortuna somiglia al boss che, in attesa dei funerali e di una fuga all'estero con la gentile consorte, si rifugia nella Panic Room di famiglia. Peccato che testimone della sostituzione di cadavere, all'ospedale, sia un'infermiera avventizia, Fatima (la bravissima Serena Rossi di Un posto al sole) che va eliminata. A darle la caccia la coppia fraterna di feroci sicari di Don Vincenzo, chiamati "Le tigri", Raiz (cfr Almamegretta) e Ciro (lo statuario e glacialmente afasico Ciro (Giampaolo Morelli, già protagonista di Song e' Napule: fenomenale), un Daniel Craig in versione Posillipo, primo e unico amore di Fatima, persa e ritrovata in questa sfortunata occasione. Costretto a tradire il clan per difendere la ragazza, scatenerà una strage con l'inesorabilità di un film dei Coen, citazioni tarantinane e trame internazionali nonché uso di tecnologie e intrecci internazionali da 007. Impossibile non sghignazzare dal primo all'ultimo minuto, oltre a rimanere ammirati per la bravura di tutti gli interpreti, tutti capaci di recitare, cantare e ballare come si deve; la precisione della regia e della fotografia, che spazia volutamente dall'autentico (il Rione Sanità, Posillipo, Pozzuoli, Torre del Greco, Scampia per l'appunto, ma come luogo turistico) al cartolinesco più scontato; una sceneggiatura solida in grado di reggere anche la durata forse eccessiva del film. Un grazie a tutti, e soprattutto alla non ancora premiata ditta Manetti Bros per avere inferto un colpo mortale al gomorrismo, ridicolizzandolo, oltre che sbertucciato come si deve gli americani e demolito una serie di luoghi comuni non indifferente, giocandoci. Da non mancare.

sabato 7 ottobre 2017

Inculatium


Non hanno vergogna né limiti. Davanti all'ultima versione della legge elettorale, il Rosatellum bis, o meglio Merdellum, si resta senza parole, a parte gli insulti più pesanti, per la banda di farabutti e impuniti che sta architettando un nuovo pastrocchio, puntualmente incostituzionale, per favorire inciuci e accordi sottobanco e togliere anche la minima parvenza di rappresentatività a chi sederà nel prossimo parlamento. Con che faccia si abbia ancora il coraggio di strologare di libertà di scelta e di sovranità popolare, oltre a fare la predica a chi si rifiuta di andare ai seggi legittimando una tale sconcezza con argomentazioni tipo "chi non vota ha sempre torto" non si sa, a meno di non averla come il culo. Chi si accinge a dare il proprio voto ai partiti e ai parlamentari che sostengono questa ennesima sopercheria, che sembra una presa per i fondelli e invece sarà la tragica realtà, è ancora più colpevole di questi ultimi, che se non altro hanno un interesse personale alla conservazione della cadrega. Ad maiora...

domenica 1 ottobre 2017

L'eterno ritorno

"Non capisco di cosa vi lamentiate... Vi avevo avvertito che sarei stato Franco con voi..."

venerdì 29 settembre 2017

L'intrusa

"L'intrusa" di Leonardo Di Costanzo. Con Raffaella Giordano, Valentina Vannino, Anna Patierno, Martina Abbate, Marcello Fonte e altri. Italia, Svizzera, Francia 2017 ★★★★+
Altro film notevolissimo, applaudito alla Quinzaine di Cannes nella primavera di quest'anno, che conferma, se ce ne fosse bisogno, le grandi qualità di Leonardo Di Costanzo, qui al secondo lungometraggio dopo l'ottimo L'intervallo. Anche in questo caso il regista ischitano affronta il tema di una realtà che ben conosce, quella dell'area metropolitana di Napoli, infestata dalla Camorra, ossia O' Sistema e lo fa, come del resto un altro collega napoletano, Vincenzo Marra in L'equilibrio, da un punto di vista particolare, ben lontano per modalità di racconto e sostanza dal genere "Romanzo Criminale" di Gomorra (film e serie), dalla sua ambigua spettacolarità e tutto sommato mitizzazione dei personaggi. Qui l'argomento è l'intrusione, in una comunità nata per togliere i bambini dalla strada e soprattutto dalla mefitica influenza della camorra, non solo di un'estranea, ma di una sorta di serpe in seno: la moglie del boss locale, che ha ricevuto rifugio per sé e i due figli, uno dei quali neonato, nascondendo il marito, accusato dell'omicidio di un operaio vittima di uno scambio di persona, che viene arrestato all'interno della struttura. Giovanna, magnificamente interpretata da Raffaella Giordano (danzatrice e coreografa nella realtà: tutti gli altri interpreti sono rigorosamente non professionisti ma altrettanto bravi), è una donna del Nord che all'assistenza ai bisognosi e agli emarginati ha dedicato l'intera esistenza e che ha organizzato un ricreatorio, "La masseria", dove le madri del quartiere, che tenta di sottrarsi alla morsa della camorra, portano i loro figli dopo la scuola, e i contrasti nascono proprio dall'arrivo di Maria, l'intrusa, la donna del capobastone locale, che ha ottenuto ospitalità con l'inganno e in uso un locale di proprietà dell'associazione. Maria ha anche una figlia, Rita, compagna di scuola degli altri ragazzini alle vicine elementari, e vissuta anche lei come una minaccia: di fronte ai genitori che ritirano man mano i figli dal centro (l'uomo ucciso per sbaglio dal boss era uno stimato lavoratore del quartiere; una bimba, dopo le minacce ricevute dai suoi parenti, è rimasta letteralmente ammutolita) la convinzione ferrea di Giovanna che chiunque abbia diritto a una seconda possibilità e alla solidarietà va in crisi. La domanda di fondo che ci si pone è se abbia un senso e sia giusta un'accoglienza indiscriminata, oltre a quella altrettanto d'obbligo se le colpe dei genitori debbano comunque ricadere sui figli e come fare per evitarlo. Domanda che rimane aperta alla riflessione dello spettatore, a cui viene anche descritto, cosa non comune, il mondo assai poco esplorato del volontariato, con la sua grande generosità ma anche con il suo dogmatismo, le sue petizioni di principio e il suo modo di praticare la discriminazione all'incontrario, imponendo il proprio punto di vista ideologico a una realtà spesso del tutto estranea. Tutti argomenti seri e questioni su cui riflettere, condensati in 90' stringenti, di un rigore e una chiarezza esemplari. 

martedì 26 settembre 2017

L'equilibrio

"L'equilibrio" di Vincenzo Marra. Con Mimmo Borrelli, Roberto Del Gaudio, Lucio Giannetti, Astrid Meloni, Francesca Zazzera, Paolo Sassanelli e altri. Italia 2017 ★★★★+
Film scarno, diretto, duro senza dovere usare effetti speciali o mostrare sangue e cadaveri, perché la violenza e il disagio si percepiscono nell'aria avvelenata di un paese del Napoletano, nella famigerata Terra dei fuochi infestata dalla diossina prodotta dai rifiuti tossici prima interrati e poi bruciati perché nessuno provvede a trattarli: non è più il core business delle mafie che sullo smaltimento abusivo facevano profitti stratosferici, e che oggi trovano molto più fruttuoso lo spaccio di droga. E lì, dove è nato, che chiede di essere trasferito Don Giuseppe, parroco a Roma dopo una lunga esperienza da missionario in Africa, per "completare il suo percorso" e, forse, anche per evitare un coinvolgimento sentimentale con una collaboratrice al centro di accoglienza che ha organizzato in parrocchia. Viene accontentato e subentra a Don Antonio, particolarmente benvoluto per la sue lotte contro l'inquinamento dalla comunità di fedeli, afflitta da una morìa per tumori fuori controllo e dalle cause ben conosciute, il quale viene promosso a più alto incarico in curia. Già al suo arrivo Don Giuseppe viene avvertito dal predecessore dell'importanza di tenere un equilibrio, che a me ha tanto ricordato il termine tanto usato in campo economico-sindacale negli anni Sessanta e Settanta di compatibilità, beninteso col sistema. Anche qui, come presto si accorgerà il nuovo parroco, si tratta di questo, e il sistema, anzi: O'Sistema, è quello camorristico che ha lasciato libero campo ai rappresentanti della chiesa di occuparsi della lotta all'inquinamento, in sostanza dei morti e dei morituri, senza però interferire nel suo nuovo campo di interessi (la droga) e in ciò che accade all'interno dei palazzoni in cui vige la legge incontrastata del boss locale, in totale assenza di uno Stato inadempiente, codardo quando non direttamente complice con le sue leggi demenziali, fatte apposta per essere eluse e i suoi rappresentanti impotenti, demotivati e irrisi nel migliore dei casi. E' davanti a questa realtà, compresa quella della violenza su una ragazzina di dieci anni, che Don Giuseppe dovrebbe chiudere gli occhi, così come faceva Don Antonio per "mantenere l'equilibrio, come gli fa più volte capire la suora che collabora con lui; un ragazzo che lavora per il clan perché non c'è altro futuro e altro lavoro al di fuori di quel che offre O' Sistema, con cui è giocoforza convivere, e per lui finirà male; lo ribadirà anche il vescovo, che pure aveva avuto fiducia in lui, convinto che avrebbe afferrato da sé la necessità di mantenere l'equilibrio. E invece no, Don Giuseppe lo deluderà perché non si arrende nemmeno quando man mano i fedeli lo abbandonano e non frequentano più la chiesa e neanche quando lo minacciano: lo farà,dopo aver gridato tra se e sé sempre più sconsolato "mannaggia a dio", quando lo abbandonerà, rimproverandolo perfino, il suo superiore. Cinema neoralista, quello di Marra? Forse sì, declinato nella variante impegno civile. Minimalista, come si suol dire oggi? Io direi essenziale, energico, necessario, vero. Un buon cinema e un ottimo regista, che si affida ad altrettanto ottimi attori teatrali, Mimmo Borelli nei panni di Don Giuseppe al suo esordio in un lungometraggio. Da non perdere. 

domenica 24 settembre 2017

No Filter - No Turbo


Con ieri sono trascorsi esattamente 47 anni e due giorni (2451 settimane e 1 giorno, 17158 giorni) da quando, giovedì 1° ottobre 1970, al Palalido di Milano, vidi per la prima volta dal vivo i Rolling Stones: da allora non ho mai perso almeno una data di una loro tournée sul suolo europeo e ho alle spalle di sicuro più di 25 concerti, probabilmente una trentina. Mi rincresce profondamente doverlo dire, ma quello della tappa lucchese del No Filter Tour è stato di gran lunga il più deludente di tutti: vero che passati i cinquanta gli anni trascorrono sempre più in fretta lasciando tracce sempre più profonde, ma sembrano passate ere non solo da Roma 2014, ma anche dal fantastico concerto tenuto soltanto il 25 marzo dell'anno scorso all'Avana, di cui esiste anche un riscontro cinematografico (Havana Moon). Atmosfera ottima, già dalle prime ore del mattino in città e fin dal pomeriggio di venerdì, quando sono giunte le prime avanguardie (tra cui io), organizzazione inappuntabile e felice, per l'acustica, la scelta del luogo appena all'esterno delle antiche mura cittadine; quel che non ha funzionato è l'alchimia che da sempre rende straordinariamente compatto il suono della band, che si è ricreata a tratti solamente a partire da metà del terzo pezzo in scaletta, Tumbling Dice, quando Keith Richards, dopo una schitarrata catastrofica e col volume impazzito al primo riff di Sympathy for The Devil (un suo cavallo di battaglia) e un'imbarazzante performance in It's Only Rock'n'Roll (il pezzo in assoluto più semplice da suonare che hanno in repertorio) si è ripreso per innestare finalmente il turbo con i due pezzi tratti dal recente album "solo blues" Blue and Lonesome, seguiti da un'appena sufficiente e tirata troppo per le lunghe Let's Spend The Night Together (scelta con votazione in rete dal pubblico su quattro brani proposti) che ha confermato lo sfilacciamento tra le due chitarre: l'impressione è stata che Keith e Ronnie, una coppia che da oltre quarant'anni opera in perfetta sincronia (non soltanto sul palco), andassero ciascuno per conto proprio, in più stando troppo a lungo sulle note. Dopo una sconcertante versione di Paint it Black particolarmente funerea e una discreta di Honky Tonk Woman, Keith è tornato ad avere la situazione pienamente sotto controllo nei due pezzi cantati da lui e che hanno la sua impronta inconfondibile, Happy e Slipping Away. Con Miss You, canzone che detesto e per tradizione ascolto ai cessi o, nel caso di ieri, ad acquistare la prima birra della serata, venuta meglio del solito in una versione quasi jazzata, la magia è tornata con Midnight Rambler, in cui la scelta di andare per sottrazione e "scarnificare" il brano è risultata a mio parere più felice. Finale in ripresa ma senza punte eccelse, con la pecca di una Gimme Shelter in sordina, anche perché Sasha Allen, la voce femminile che ha sostituito Liza Fischer, non è assolutamente all'altezza: invece di cantare, urla. 



Ora: la scelta di andare all'essenziale, confermata dall'impianto scenico pressoché fustigato, senza fronzoli, quasi a riprodurre un'atmosfera da jam session in un club, una sorta di ritorno alle origini e al suono "sporco" che aveva ispirato l'album di cover di blues classici di cui sopra, la condivido in pieno; ma se meno note suoni e più, inversamente, ne sbagli, c'è qualcosa che non quadra (ancora) con i nuovi arrangiamenti, o magari il motore, e Keith Richards (lo dico con l'immensa stima, affetto e gratitudine che provo verso di lui come persona e come musicista) in particolare, deve ancora carburare a dovere e forse ne trarrà vantaggio il pubblico delle tappe successive del No Filter Tour: ieri il concerto lo ha tenuto in piedi con una generosità impressionante ed encomiabile Mick Jagger, in uno stato di forma strepitoso, pressoché da solo, e lo afferma uno che non è mai stato troppo tenero con lui. A prescindere dal fatto che qualsiasi musicista è autorizzato a interpretare come meglio crede un qualsiasi brano, tanto più quando ne è l'autore (ricordo i sedicenti fan "storici" di Bob Dylan che mai gli hanno perdonato le "svolta elettrica", e il fatto che il loro beniamino, quando gli gira, stravolga i propri pezzi al punto da renderli quasi irriconoscibili), il concerto di ieri, come quelli che lo hanno preceduto dall'avvio del No Filter Tour ad Amburgo due settimane fa, è la dimostrazione palese che i Rolling Stones non solo non suonano in playback, come qualche imbecille aveva sostenuto qualche tempo fa, o facendo uso massiccio di basi preregistrate, prerogative che lasciano volentieri a gente come gli U2, ma non fanno mai un concerto uguale all'altro, pur presentando la stessa scaletta. Che, per quanto riguarda la data di Lucca di ieri sera, era la seguente, per un totale di 2 ore e 20': alla faccia dei settant'anni suonati di tutt'e quattro (e di chi ci vuole male, come ha chiosato con accento napoletano il pur sempre grande Keith):


Sympathy for the devil
It's only rock'n'roll (But I like it)
Tumbling dice
Just your fool
Ride 'em on down
Let's spend the night together
Con le mie lacrime/As tears go by
You can't always get what you want
Paint it black
Honky tonk women
Happy
Slipping away
Miss you
Midnight rambler
Street fighting man
Start me up
Brown sugar
(I can't get no) Satisfaction

bis:

Gimme Shelter
Jumpin' Jack flash