giovedì 27 luglio 2017

L'infanzia di un capo

"L'infanzia di un capo" (The Childhood of a Leader) di Brady Corbet. Con Bérenice Béjo, Tom Sweet, Liam Cunningham, Stacy Martin, Yolande Moreau, Tom Pattinson e altri. Francia, Gran Bretagna, Ungheria 2015 ★★★★1/2
Il filmone di una notte di mezza estate francamente non me l'aspettavo, benché la pellicola d'esordio del giovane Brady Corbet 28 anni, finora attore (Melancholia di Lars von Trier, Funny Games di Michael Haneke, dai quali ha indubbiamente assorbito molto) fosse stata premiata a Venezia nel 2015 come miglior opera prima e miglior regìa nella sezione Orizzonti. Disturbante fin dall'inizio, con una colonna sonora di grandissimo impatto che, mostrando filmati d'epoca su episodi della Prima Guerra Mondiale, introduce il periodo dell'immediato primo dopoguerra durante il quale si svolgono i tre episodi in cui si suddivide questo inconsueto racconto di formazione del carattere di un leader, ciascuno dei quali illustra un passaggio chiave nell'evoluzione di Prescott, un ragazzino non ancora 12 enne, personaggio principale, magnificamente interpretato dal bravissimo Tom Sweet. Siamo in un punto di snodo cruciale per gli eventi del Secolo Breve appena trascorso, alla vigilia del Trattato di Versailles che, secondo la maggior parte degli studiosi, spalancò le porte prima alle dittature fasciste e, di conseguenza, al secondo conflitto mondiale (nonché, aggiungo io, al predominio dell'Impero Americano) e il giovane Prescott è figlio di uno stretto collaboratore del presidente USA Wilson (primo artefice del famigerato trattato) e di una madre, bella quanto rigida, figlia di un missionario tedesco, colta ma insoddisfatta, profondamente contraddittoria, che nasconde le proprie inquietudini dietro il beghinismo ma che probabilmente ha una tresca con un ambiguo giornalista amico di famiglia, dal quale con ogni probabilità ha avuto anche Prescott. In ogni episodio il ragazzino ha uno scatto d'ira che esprime tutto il suo disprezzo verso un'educazione e delle regole contro le quali non può ribellarsi ma che rifiuta profondamente: osservando le contraddizioni e le meschinerie degli adulti, e analizzandone con infallibile precisione ogni debolezza, alla fine riesce a manovrarli e comunque a imporre in qualche modo il suo carattere; non si tirerà mai indietro, nemmeno quando la madre gli toglierà sia la giovane educatrice, sia la anziana e dolce governante, l'unica persona a cui è veramente legato da affetto. Nell'epilogo lo vedremo contornato da una folla festante e protetto da un esercito fedele (potrebbe essere quello di una qualsiasi delle dittature del Novecento)l al culmine dell'esercizio del suo potere, mestiere per cui le vicende della sua infanzia lo hanno preparato a dovere. Il film è potente perché evoca sensazioni senza necessità di avvalersi di cervellotiche osservazioni psicanalitiche quando bastano l'interazione tra i personaggi e l'accenno di turbamenti per generare una tensione che si trasmette allo spettatore, né di eccedere nel dettaglio storico: è più che sufficiente l'ambientazione in una vecchia casa di campagna poco fuori Parigi, la descrizione della vita famigliare attorno al piccolo Prescott, e verso la fine, un improvviso raduno di diplomatici per un incontro "off the records" organizzato dall'alto funzionario americano tra i diplomatici delle varie parti in causa, lontano dalla sede ufficiale della conferenza, durante la cena che lo conclude le tensioni (e il gioco di potere) tra padre e figlio vengono definitivamente a galla, dimostrando la sostanziale debolezza del primo e la definitiva affermazione a fortificazione di Prescott, che d'ora in poi lo disconoscerà e troverà forza in sé stesso. Bravi tutti, a cominciare dalla Béjo, un'attrice vera, e Liam Cunningham, ma soprattutto il sorprendente regista. Uno che di strada ne farà parecchia. Da non perdere.

martedì 25 luglio 2017

Not in His Name

Questa non ve la perdono. Ormai siete precipitati al livello di Mondadori e Stampubblica. Dopo mezzo secolo, da Santa Tecla e Manzoni a Milano, troverò altre librerie in cui fare i miei acquisti

domenica 16 luglio 2017

Ius sòla

Formidabili: si commentano da soli. Altro trionfo pidiota, dopo averci scassato gli zebedei per un mese con quest'altra riforma pensata e scritta col culo. Oltre che cretini, farabutti e inetti sono pure dei pagliacci.

venerdì 14 luglio 2017

Migrazioni e dintorni - Quando i torni non contano

Tito Boeri, Presidente dell'INPS
Avevano suscitato un vespaio, una decina di giorni fa, le parole con cui Tito Boeri aveva illustrato in Parlamento il rapporto annuale dell'INPS, ente di cui è presidente, in particolare il presunto buco di 38 miliardi di € da qui al 2040 causato dai mancati versamenti di contributi previdenziali da parte degli immigrati in caso di chiusura delle frontiere precisando che si riferisce a quelli regolari, prescindendo quindi dalle attuali controversie su sbarchi e accoglienza; il "regalo" che farebbero al sistema quelli di loro che lasciano l'Italia prima di maturare i requisiti per la pensione, dimenticandosi che in questo caso sono vittime di un vero e proprio furto legalizzato da parte dello Stato italiano, un esproprio proletario al revés in cui è il lavoratore a essere rapinato dall'istituzione che dovrebbe proteggerlo dai soprusi; infine l'aumento del numero degli immigrati sotto i 25 anni, 35% dei contribuenti INPS, che è non del tutto casualmente vicino al 37% dei giovani italiani della stessa fascia d'età che risultano in cerca di lavoro, ossia disoccupati. Poi mi capita sott'occhio quest'altro pezzo uscito sul Sole-24Ore, ampiamente corredato da dati e cifre, in buona parte di fonte OCSE, che spiega come attualmente il numero di italiani che emigra all'estero sia pressoché uguale a quello dei primi anni del Dopoguerra o delle migrazioni di fine Ottocento (queste ultime, ci tengo a precisarlo, prevalentemente oltreoceano, in direzione di Paesi come Argentina, USA e Brasile dove era ed è in vigore lo ius soli, come si addice a quelli scarsamente popolati: eppure anche in quelli esistevano ed erano ferrei i controlli degli uffici immigrazione, come il Hotel de Inmigrantes a Buenos Aires ed Ellis Island a New York). Si tratta prevalentemente di giovani, ben più scolarizzati dei protagonisti delle precedenti ondate emigratorie. Se si pensa che formare un semplice diplomato costa allo Stato (e alle famiglie) 90.000 €, 150 mila un laureato e quasi 230 mila un dottore di ricerca, anche stando bassi se ne vanno così in fumo qualcosa come 30 miliardi di euro l'anno investiti nella formazione di persone costrette a trovare lavoro in Paesi come Germania, Gran Bretagna, Francia, Svizzera, Austria, USA di cui vanno a rimpinguare i sistemi previdenziali oltre che le casse dello Stato. Ma il professor Boeri lancia l'allarme per i 38 miliardi che verranno a mancare all'INPS nei prossimi 23 anni, auspicando la regolarizzazione di un numero di lavoratori stranieri, prevalentemente NON formati, o che verranno istruiti qui in Italia, se necessario, che compensino quelli italiani, in gran parte scolarizzati, emigrati all'estero facendovi circolare denaro e arricchendo le relative economie senza costo aggiuntivi per gli Stati. D'accordo, sono due cifre che esprimono cose diverse, non confrontabili in senso stretto, però il tutto rende l'idea che ci sia qualche incongruenza nel modo in cui viene presentata la cosa, e proposto il rimedio. Ché poi, bontà sua, il Boeri, dopo aver affermato che "abbiamo perciò bisogno di più immigrati", precisa che debbano essere regolari, aggiungendo che "Impedire loro di avere un permesso di soggiorno quando sono in Italia è la strada sbagliata perché li costringe al lavoro nero e li spinge nelle mani della criminalità", dimenticandosi innanzitutto che  a costringerli all'irregolarità è una legge demenziale che prevede il reato di clandestinità, alimentando da un lato una vera e propria tratta di schiavi e dall'altro un mercato che lo Stato non è in grado o non vuole combattere e spinge il costo del lavoro generale verso il basso, rendendo sempre meno appetibili i cosiddetti "lavori che gli italiani rifiutano" e sorvolando sul fatto che la stragrande maggioranza degli sbarchi in Italia è costituita da "migranti economici" e non da profughi (al di là del fatto che sono tutti, indistintamente, migranti "sistemici", ossia prodotti di un sistema economico quantomeno disfunzionale) di cui oggettivamente non si sentirebbe alcun bisogno se solo in questo Paese lo Stato facesse il "minimo sindacale" per potersi definire tale, ossia funzionasse con un minimo di decenza, non fosse sprecone e corrotto, devastatore di risorse, intorpidito da una burocrazia elefantiaca e da ipertrofia normativa, fiscalmente coerente e capace di una redistribuzione delle ricchezze e dei redditi appena decente. E, se ci fosse bisogno, nulla vieta di concedere visti regolari a chi ne fa domanda, compatibilmente con l'offerta; che, mi pare di ricordare, è il principio base che informa tutto l'ambaradàn del Libero Mercato sempre citato come l'Entità Suprema a cui tutto si deve adeguare. Tutto ciò a prescindere dagli interventi umanitari, dal salvare chi sta per annegare, dall'accoglienza vera e propria, doveri morali per chi li reputa tali ma che non vanno gabellati come delle impellenti necessità economiche senza cui un sistema pensionistico già miserabile e ingiusto di suo e che abbandona a sé stessi milioni di cittadini "che non rientrano nei parametri", destinati a crescere in progressione geometrica a forza di contratti precari, voucher e quant'altro, non sarebbe in grado di reggere. E a prescindere anche dal fatto che non si può pretendere di imporre la bontà, il volemose bene, la comprensione e l'immedesimazione col diverso per legge e considerare criminoso ogni atteggiamento non conforme, quando non si fanno rispettare le regole di base a chiunque si accolga oltre a non applicarle a sé stessi. 

mercoledì 12 luglio 2017

Le Ardenne - Oltre i confini dell'amore

"Le Ardenne - Oltre i confini dell'amore" (D'Ardennen) di Robin Pront. Con Kevin Janssens, Jeroen Perceval, Veerle Baetens, Jan Bijvoet, Viviane de Muynck. Belgio 2015 ★★★★+
Devo ammettere che da un noir belga, e fiammingo in particolare, non mi aspettavo un granché , e invece sono rimasto molto piacevolmente sorpreso dell'adattamento che Robib Pront, al suo esordio nel lungometraggio, è riuscito a fare della pièce teatrale di cui è autore proprio uno dei protagonisti, Jeroen Perceval, che nel film interpreta Dave, il fratello più ragionevole di Kenny, a cui si aggiungeva la fidanzata di quest'ultimo, Sylvie, a completare un terzetto di giovani sbandati della periferia di Anversa dediti alla droga e alle rapine per procacciarsela. Un colpo in una villa va male, Dave e Sylvie riescono a fuggire ma Kenny, un autentico psicopatico, viene beccato e condannato a sette anni di galera; non tradisce i suoi complici e dopo quattro anni lo fanno uscire. In questo periodo il fratello Dave è sempre andato a trovarlo regolarmente ogni settimana; Sylvie, dopo i primi due anni, ha smesso senza dare spiegazioni. Una volta fuori, tutto è cambiato: Dave ha smesso di bere e ha un lavoro regolare in un autolavaggio, Sylvie da due anni si è ripulita dall'eroina e frequenta un gruppo di aiuto per ex tossici e bevitori e ormai fa coppia con Dave con l'intenzione di mettere su famiglia (lei è pure incinta da poco) ma per il momento preferiscono non dirlo a Kenny per non sconvolgerlo subito con una novità di tale portata. Ma lui non è cambiato, e dopo essersi messo sulle tracce di lei ricomincia da capo con la sue intemperanze, tra risse, bevute, violenze, in cui coinvolge vieppiù il fratello, e di riflesso anche Sylvie, in un vortice autodistruttivo che non permette più alcuna spiegazione e rimedio. In realtà aveva intuito, se non capito, tutto e, seguendo la sua logica perversa ma ferrea, alla fine di un viaggio nelle tenebre che riporta i due fratelli nell'unico luogo dove siano stati felici, durante le estati della loro adolescenza, le Ardenne francofone, comunque un mondo "altro" rispetto a quello del degradato suburbio urbano a cui sono abituati, è l'unico che rimane vivo. Non vi è speranza, non vi è alcuna redenzione, nemmeno uno spiraglio eppure tutta la vicenda segue una logica implacabile, per quanto contorta possa apparire a una lettura superficiale, e non ha molto senso lamentare, come ha fatto qualcuno, che non avrebbe avuto molto senso la reticenza della nuova coppia a informare Kenny della situazione venutasi a creare: nella fattispecie. e con un personaggio come quest'ultimo, sarebbe stato impossibile farlo. Il film non si limita a essere un noir, peraltro di ottimo livello, cupo, incalzante, pieno di colpi di scena, implacabile, ma anche un notevole ritratto di psicologie problematiche e, da solo, un piccolo saggio sociologico. Ottima fotografia, molto convincenti tutti gli interpreti, anche l'accompagnamento di ossessiva musica elettronica contribuisce a creare inquietudine, e non lontano si odono echi di Tarantino e dei fratelli Coen, ma senza la sostanziale giocosità e ironia del primo e il disincanto sarcastico dei secondi: a loro Robin Pront deve molto, ma altrettanto ci ha messo di suo. Bravo!

venerdì 7 luglio 2017

Civiltà perduta

"Civiltà perduta" (The Lost City of Z) James Gray. Con Charlie Hunnam, Sienna Miller, Robert Pattinson, Tom Holland, Edward Ashley, Angus Macfayden e altri. USA 2016 ★★★+
Uno strano tipo James Gray, regista newyorkese di famiglia russa, di buona cultura e a sua volta amante del cinema di qualità, da Coppola a Scorsese passando per Kubrick, che passa da un esordio fulminante come Little Odessa a un film miserando come C'era una volta a New York, una delle mie più cocenti delusioni degli ultimi anni; ma siccome l'uomo possiede indubbie capacità dietro la macchina da presa, non ho avuto troppa difficoltà ad accordargli fiducia anche in considerazione delle scarse alternative offerte in sala in questo periodo cinematograficamente ingrato dell'anno. Qui poi ha a che fare con una storia vera, raccontata in un libro di successo da David Grann de The New Yorker, "The Lost City of Z", ossia una sorta di ossessione che aveva colpito Percy Fawcett, un maggiore dell'esercito britannico, archeologo ed esploratore, membro della Royal Archeological Society, inviato da quest'ultima una prima volta nella selva amazzonica a mappare il confine tra Brasile e Bolivia nei primi anni del 1900, e poi tornato altre volte, l'ultima nel 1925, dopo aver regolarmente combattuto in Francia nel corso del primo conflitto mondiale ed essere stato gravemente ferito, insieme al figlio primogenito Jack, da cui non fecero ritorno. Fin dal primo viaggio, Fawcett era convinto di avere trovato segni evidenti di una città nascosta nella foresta, la città di Z, che forse poteva aver e a che fare col mitico Eldorado cercato invano i conquistadores a caccia di ori quattro secoli prima, ma che sorpattutto sarebbe stato testimonianza di una civiltà perduta ma evoluta e raffinata, per certi aspetti anche più della nostra ma in ogni caso altrettanto degna. Posizione quest'ultima, in netto contrasto con quella prevalente in epoca vittoriana che vedeva negli indios come nei neri africani o negli asiatici e comunque in chi non fosse bianco degli incivili o al più dei sottosviluppati, quando non proprio dei subumani. Tra l'altro recenti rilevamenti fanno pensare che Fawcett avesse ragione e che una civiltà evoluta, rifugiatasi nel cuore dell'Amazzonia o in altre zone forestali del Continente Sudamericano fosse esistita. In Fawcett convivono il militare, fedele alle regole del suo rango e che non mette in discussione l'ordine costituito, nemmeno all'interno della famiglia, dall'altro un uomo curioso, aperto al mondo e al prossimo, assetato di conoscenza, capace di cogliere il nuovo, con accanto una moglie intelligente e di carattere, che si potrebbe definire protofemminista, di cui è innamorato ma che nonostante tutto la abbandona per lunghi anni per lunghi periodi e da cui trova però comunque sostegno e comprensione. Anche se ogni tanto Gray indulge un po' al polpettonismo, lo fa con discrezione, senza esagerare, mentre per il resto il film offre delle riprese spettacolari, con tratti da film d'azione che possono ricordare I predatori dell'Arca perduta ma in versione seria, pur senza giungere all'epica e alle esagerazioni del Fitzcrarraldo di Herzog, da cui pure ha tratto qualcosa come pure da "Cuore di tenebra" di Conrad a cui Coppola si era ispirato per quel capolavoro assoluto che è Apcalypse Now. All'altezza anche il cast, con ruoli ben distribuiti e personaggi ben tratteggiati: un buon film nel suo genere, in qualunque modo lo si voglia definire: azione storico, dramma. 

martedì 4 luglio 2017

Incubo Ladylike

Lo stato maggiore pidiota in rosa: Serracchiani, Madia, Morett e Boschi
Non so cosa sia venuto in mente al mio cugino che vive daunanda, agli antipodi e in mezzo ai canguri, di andare a scovare e pubblicare questa foto raccapricciante che ritrae le tre erinni pidiote descamisadas in bianco e la gorgone loro compare in blusa garibaldina, ma so che è stato un duro colpo vederle tutte assieme: immaginarsi ascoltarle! Così mi è sembrato giusto condividere l'agghiacciante esperienza. 

lunedì 3 luglio 2017

Trigesimo



3 giugno - 3 luglio 2017

Ancora commossi fino alle lacrime (di gioia) ricordiamo
quelli che 
"il Triplete"
"sul campo sono 35 scudetti"
"alla Juve Cristiano Ronaldo farebbe la riserva".
In attesa della prossima tranvata...

domenica 25 giugno 2017

In un'altra vita...


In visita al faro di Punta Bjanka (sic, in croato) a tre chilometri dal paesino di Veli Rat, sulla punta settentrionale dell'Isola Lunga (Dugi Otok), in Dalmazia, il più alto dell'Adriatico con i suoi 42 metri, edificato nel 1849 e che tra l'altro offre possibilità di alloggio, mi sono trovato a pensare che la scelta di andare a farne il guardiano per un congruo periodo sarebbe stata un'ottima soluzione in quei momenti-no, particolarmente molesti tra i 35 e i cinquant'anni, in cui non ne puoi più ma non riesci a staccare perché sei troppo coinvolto dal tuo andazzo e dai doveri che ti sei autoinflitto; in cui senti che hai bisogno di riflettere, cambiare aria, darti una possibilità diversa; altrimenti il tuo destino è di affogare, perché più il tempo passa, meno avrai l'occasione per farlo. Un anno sabbatico con sé stessi e la natura; isolati quanto basta, col proprio orticello, l'asino, un baule di libri, un'adeguata scorta di vino, la ginnastica obbligata dello saliscendi, quattro stagioni da assaporare in tutti i loro aspetti lontani dal chiacchiericcio, dalle convenzioni, dalle cose senza senso. A riprendere contatto cn sé stessi e con la natura. Con la vista che spazia a Nord fino all'Istria, tutte le isole in fila una dopo l'altra, e a Ovest, nelle terse, fino alla linea costiera italiana e, di notte, le luci di Ancona. E magari capisci che stai meglio lì, sull'isola, nel faro, con l'asino e l'orto, che sono diventati il tuo mondo. 

mercoledì 21 giugno 2017

Lady Macbeth

"Lady Macbeth" di William Oldroyd. Con Florence Pugh, Cosmo Jarvis, Naomi Ackie, Paul Hilton, Christopher Fairbank, Golda Rosheuvel e altri. Gran Bretagna 2016 ½
Sei inquadrature fisse: tre in interno (sala da pranzo, camera da letto, vano scala) tre al'esterno (brughiera, cortile, stalla); un personaggio principale, la Lady Macbeth del titolo, con riferimento a quella originale di Shakespeare mentre la vicenda è tratta dal racconto breve di un autore russo, e gli altri che le ruotano attorno: suocero, marito, governante, stalliere/amante. Che William Oldroyd, esordiente al cinema, provenga dal teatro, e che questo sia il suo ambiente naturale, non c'è dubbio. Siamo sul finire del XIX secolo in un maniero di un'Inghilterra del Nord  che, in quanto ad affollamento di coloured, sembra essere l'Alabama: ciò che cambia è la luce, fredda, opprimente, inquietante, come lo sguardo di Catherine, una diciassettenne diversamente attraente, almeno per i miei giusti, comprata in cambio di un terreno da un vecchio nobile latifondista per dare un erede al figlio negligente, violento e completamente disinteressato alla moglie. La quale vive sotto le loro direttive come una reclusa di fatto, ma che prende in mano la propria esistenza e dà sfogo alle sue pulsioni erotiche così come di potere nel momento in cui i due maschi si assentano: il suocero per affari a Londra, il marito, in perenne disaccordo col padre, per destinazione ignota. Catherine "va in fissa" per un prestante stalliere e matura in lei l'idea di fare in modo di eliminare qualsiasi ostacolo si frapponga alla sua volontà di dividere la propria vita con lui, dando così via a una serie di omicidi che eliminano tutta la parte maschile della famiglia, compreso un figlio naturale del marito, pure questo meticcio, comparso non si sa da dove a reclamare i suo diritti quando il padre è stato dichiarato scomparso (in realtà accoppato dalla moglie con l'aiuto dello stalliere). Il polpettone vittoriano vira al noir con svariati colpi di scena, ma le trame di Lady Macbeth, che alla fine ha manipolato e coinvolto anche il recalcitrante ma poi pentito amante, hanno come conseguenza che rimanga nuovamente ingabbiata, questa volta nella solitudine per essersi creata il vuoto intorno. Se Oldroyd ha scomodato un personaggio così evocativo immagino che secondo lui simboleggi qualcosa, ed è proprio quel qualcosa, il "messaggio", o il senso che sfugge in questa storia, per quanto ben fotografata, accettabilmente recitata (ma nulla più) e più cupa che tesa. Per fortuna il tetro feuilleton dura appena 89', eppure il fatto che in questo breve lasso di tempo mi sia ritrovato a guardare l'ora per ben tre volte avrà pure il suo perché. O no?

martedì 13 giugno 2017

Sieranevada

"Sieranevada" di Cristi Puiu. Con Mimi Branescu, Mirela Apostu, Judith State, Bogdan Dumitrahce, Dana Dogaru, Ana Ciontea, Tatiana Iekel, Marin Grigore, Petra Kurtela, Simona Ghita, Rolando Matsangois e altri. Francia, Romania, Bosnia-Erzegovina 2016 ★★★★+
Quasi tre ore di claustrofobico interno balcanico con famiglia in un appartamento di Bucarest dove si tiene la cerimonia del quarantesimo giorno della morte di Emil, padre di Lary, medico rumeno che da qualche anno si dedica alla più lucrosa vendita di apparecchi sanitari, che partecipa alla riunione parentale assieme alla petulante moglie, classico esempio di consumismo sfrenato, pochi giorni dopo l'attacco del 7 gennaio di due anni fa a Charlie Hebdo, a Parigi. Episodio poco chiaro che si mescola, nei discorsi tra i personaggi che attendono l'arrivo del pope perché benedica la casa e la tavola in cui si consumerà il pasto in onore del morto, a quelli dell'11 Settembre ma anche agli avvenimenti che, venticinque anni prima, avevano portato alla deposizione di Nicolae Ceausescu dopo una rivoluzione per nulla chiara. 173 minuti che però sono tutto il tempo che occorre al regista, che nel rigore formale come nella capacità di rappresentare la realtà di persone, situazioni e rapporti rendendone tutti i lati più oscuri, contraddittori e anche meschini, facendoli esprimere e muovere in tutta naturalezza, ricorda il suo connazionale Cristian Mungiu. Perché sono tanti i personaggi che si incrociano in questo spaccato di famiglia ritrovata: tre fratelli della media borghesia professionale, madre, zia e marito fedifrago, due cugini, due cognati, degli amici di famiglia, una tostissima ex dirigente del partito comunista e ne dimentico certamente qualcuno, perché, in unità di tempo reale, si svelino per quello che sono, ciascuno alla ricerca di una qualche verità, impossibile da stabilire, e al contempo alle prese con la menzogna su cui si basa la propria esistenza. Metafora di un Paese, per decenni governato da un satrapo, più ancora che autentico tiranno, considerato come una sorta di Piccolo Padre in contrapposizione a un altro, ancora più temuto (Stalin e l'URSS) ma anche del disagio e della rete di finzioni, ipocrisie, violenze psicologiche che scaturiscono all'interno dell'istituzione famigliare, prima cellula in cui si mettono in atto i rapporti di forza e quindi di potere nonché la definizione dei ruoli e l'inquadramento in essi che si riproporranno, a salire, nel corso della vita e ai vari livelli della società: impossibile non ritrovarsi, rivedersi, e anche identificarsi con uno o più dei personaggi, pur con qualche disagio, assistendo a questa forzosa rimpatriata da quadrigesimo, a meno di non aver completamente rimosso dalla propria memoria certi convegni di famiglia in alcune situazioni "comandate". Anche sotto questo aspetto, per quanto il film sia espressione della realtà rumena e rifletta sulla storia recente del Paese, la rappresentazione portata sullo schermo da Puiu ha una valenza che non si ferma al suo Paese e nemmeno all'Europa. Di primo acchito si potrebbe definire Sieranevada (titolo che volutamente non evoca nulla) un film "teatrale", per la preponderanza del parlato, che si intreccia e sovrappone ma riesce sempre a essere intellegibile anche quando sussurrato; in realtà la macchina da presa, manovrata in modo da dare l'impressione a chi guarda di essere sempre all'interno della scena e di aggirarsi di persona nelle varie stanze prestando di volta in volta l'attenzione a questo o a quell'altro, è non solo quanto mai necessaria per ottenere questo scopo ma manovrata con una maestria rara. Attori bravissimi, regista che sa il fatto suo, un'ironia di fondo che stempera un quadro che può assumere toni inquietanti e nessun intellettualismo ne fanno una pellicola di ottimo livello e che non si dimentica facilmente proprio per la normalità che sa raccontare. 

venerdì 9 giugno 2017

Fortunata

"Fortunata" di Sergio Castellitto. Con Jasmine Trinca, Stefano Accorsi, Nicole Centanni, Alessandro Borghi, Edoardo Pesce, Hanna Schygulla. Italia 2017 ★★=
Fortunata lo è Margaret Mazzantini ad avere un marito devoto come Sergio Castellitto che si ostina  benevolmente a tradurre in film i polpettoni melodrammatici di cui è inesausta produttrice; molto meno la pur brava Jasmine Trinca a doversi immedesimare in una borgatara sulla trentina, parrucchiera a domicilio e al nero, separata da poco da un marito manesco e ignorante che fa la guardia giurata, e madre di una bimba di otto anni, Barbara, costretta dal giudici dell'affido a sottostare a un ciclo di sedute psichiatriche per problemi comportamentali (per reazione sputacchia addosso a chiunque). Terapeuta è Patrizio, interpretato da Stefano Accorsi, il quale più che curare la bambina pensa a psicanalizzare la bella madre, riuscendo a individuarne i punti deboli da sfruttare per conquistarla, in barba a qualsiasi deontologia professionale che pure invoca all'occorrenza in altre circostanze. Altre figure di contorno l'ex marito stalker e ricattatore; Chicano, vicino di casa e socio in affari di Fortunata, un ex (?) tossicodipendente troppo sano per essere vero, personalità bipolare convivente con una madre ex attrice di teatro tedesca in preda all'Alzheimer (una rediviva Hanna Schygulla), che di mestiere fa il tatuatore e la affiancherebbe nell'avventura di aprire un negozio suo, per il quale si fanno dare denaro a strozzo dalla comunità cinese che vive nel quartiere, Torpignattara per la precisione, a Roma. Oltre al pianerottolo e ai progetti per il locale, i due hanno in comune la compulsione per la schedina del Superenalotto. A un tipo così Fortunata lascia la custodia della figlioletta, di cui è conteso l'affido, per una scappatella in moto tra Genova e il casinò di Sanremo con Patrizio, finché Barbara non ha un incidente che la porta in ospedale e fa precipitare i due piccioncini fuggitivi a Roma. Tutta l'improbabile vicenda si svolge nell'arco di non più di un paio di settimane a cavallo di Ferragosto, dalle sedute psicoterapeutiche di Barbara, alle udienze dal giudice, all'innamoramento di parrucchiera e giovane medico, un altro infelice a modo suo: invariabilmente tutti quanti i disagi e le manifestazioni caratteriali dei personaggi hanno origine in un qualche trauma infantile, che per lo più è il fatto di essere rimasti orfani in circostanze tragiche oppure abbandonati, puntualmente, dal padre che a sua volta è un malvivente, un avventuriero, un tossico e comunque un figlio di puttana. Non che non si diano storie anche ben più tristi e scabrose nella realtà, ma l'impressione che se ne trae è un mondo fantastico di sfighe e stereotipi che esiste solo nella fantasia della Mazzantini, che lo descrive come farebbe un turista straniero dopo un paio d'ore di passeggiata lungo l'Acqauedotto Adriano ar PIgneto con immancabile sfondo ozpetekiano der gazometro. Castellito, a cui probabilmente si deve il generoso coinvolgimento dei colleghi Trinca e Accorsi, cerca di rendere la mappazza digeribile e vagamente verosimile e quasi ci riesce, perché il film non risulta inguardabile e anzi ha un buon ritmo ed è girato bene, però non ci siamo nel complesso: se nasci tondo non puoi morire quadrato, e se i libri della Mazzantini sono quel che sono e la sceneggiatura la scrive lei, nemmeno Fellini ne avrebbe tratto un capolavoro. 

martedì 6 giugno 2017

I figli della notte

"I figli della notte" di Andrea De Sica. Con Vincenzo Crea, Ludovico Succio, Fabrizio Rongione, Yuliia Sobol, Luigi Bignone, Pietro Monfreda e altri. Italia, Belgio 2016 ★★★½
Ancora un brillante esordio nel lungometraggio di un giovane regista, questa volta dal cognome famoso: con l'augurio, per il futuro, che abbia ereditato il talento direttamente dal nonno, senza passare per lo zio. A giudicare da questo primo film, si direbbe di sì; tecnicamente ineccepibile, e avvalendosi di una fotografia efficace e suggestiva (l'ambientazione è in Alto Adige, in un complesso isolato in mezzo alle montagne che ricorda l'albergo di Shining), racconta l'impatto del 17 enne Giulio con un collegio per ricchi rampolli della borghesia imprenditoriale, dove viene mandato dalla giovane madre, rimasta vedova a 23 anni e ora a capo dell'azienda di famiglia, dopo aver annunciato, dal cellulare di lei, un allarme-bomba fasullo, con lo scopo di far chiudere lil liceo che frequentava. Riservato e tutto sommato obbediente, quanto meno alla madre, lega immediatamente con Edo, un ragazzo dall'indole ribelle, che si considera trattato dai propri genitori come un bagaglio da piazzare qui e là e come un investimento senza ritorno ed è pienamente cosciente dei mezzi usati dall'istituto, a cominciare dalla videosorveglianza ventiquattro ore su ventiquattro, per manipolarli e renderli dei predatori, caratterialmente adatti all'ambiente manageriale che li aspetta in cui è essenziale non avere la minima remora morale davanti alla prospettiva di licenziare in un colpo solo centinaia di lavoratori, tradire chicchessia o eliminare un concorrente. I due stringono un rapporto di forte complicità riuscendo a neutralizzare anche con durezza ii tentativi di bullismo nei loro confronti, pure questi ben conosciuti dagli "educatori" ma funzionali all'educazione manageriale così come le scorribande notturne che Edo e Giulio intraprendono per recarsi in una discoteca-postribolo dove Giulio si innamora di Helena, una giovane prostituta dell'Est. Edo propone una fuga definitiva da quella prigione dorata ma piena di misteri inconfessabili e, a modo suo, ci riesce, mentre non avrà successo quello di Giulio, che però sfrutterà l'esito del tentativo di Edo per "salvarsi il culo" e finirà, per questo, perfettamente integrato in quel mondo che l'amico ha invece rifiutato, e la scena finale, di lui ai bordi della piscina di casa in una soleggiata giornata estiva, a differenza dell'ambientazione invernale e prevalentemente notturna, conferma che la sua educazione da squalo è avvenuta con successo e che l'istituzione ha raggiunto lo scopo. Argomento, se si vuole, quello dell'educazione sentimentale e della formazione di un giovane-bene non nuovo, ma risolto con sviluppi noir piuttosto inconsueti, almeno per quanto riguarda il cinema nostrano.Da sottolineare la bravura dei due giovani interpreti principali, soprattutto Ludovico Succio nei panni di Edo, due giovani attori di cui sentiremo sicuramente ancora parlare, se decideranno di intraprendere definitivamente la carriera. 

sabato 3 giugno 2017

The Beatles: Sgt Pepper & Beyond

"The Beatles: Sgt Pepper & Beyond" di Alan G. Parker. Con Julia Baird, Paula Boyd, Tony Bramwell, Pete Best, Ray Connolly, Steve Diggle, Freda Kelly, Andy Peebles, Simon Napier-Bell e altri. GB 2017 
Attenzione: questo film è una truffa. Spacciato come "evento speciale" e presentato nella sale approfittando del cinquantenario dall'uscita dell'album forse più famoso dei Beatles, il primo registrato dopo la decisione, presa nel corso del 1966, di interrompere l'attività dal vivo, gioca fin dal titolo ad essere il seguito dell'ottima pellicola di Ron Howard dell'anno scorso, The Beatles - Eight Days a Week (The Touring Years). Peccato che sia tutt'al più un documentario di tipo strettamente televisivo, e non certo dei più brillanti, in cui si parla di tutto fuorché dell'album in questione, salvo per quanto riguarda la storica copertina e due brani che non vi erano stati inclusi, Penny Lane e Strawberry Fields Forever, pubblicati come un singolo dal "doppio lato A", il primo scritto da Paul McCartney, il secondo da John Lennon (come capisce chiunque fin dalle prime note) e una sequela di consuete banalità su Lucy in The Sky With Diamonds, senza che dell'intero disco si ascolti financo una traccia. Il documentario è esclusivamente parlato, compresi alcuni filmati di interviste d'epoca, ma centrato sulle testimonianze, invero ripetitive, di un gruppo di persone del loro entourage, il cui punto in comune è il tentativo di far passare Paul McCartney come il vero innovatore del gruppo, quello con più contatti con il mondo dell'arte d'avanguardia, solo per il fatto di abitare nel centro di Londra, a Notting Hill, mentre Lennon (un pigro bastardo, secondo qualcuno, poi "traviato" da Yoko Ono) e Harrison preferivano la quiete della campagna; al solito Ringo Starr viene considerato come un povero idiota incolto, l'ultima ruota del carro e quindi una specie di accessorio. Grande arrangiatore e compositore, Il "bel" Paul, forse persino di livello eccelso (mah...), però pur sempre nell'ambito del pop, e commerciale assai, come avrebbe confermato tutta la sua sterminata produzione successiva. Si parla dell'ultima tournée americana del '66, a rischio per il timore che qualche fanatico gliela facesse pagare per la famosa affermazione di Lennon di essere più famosi di Gesù Cristo (una banale constatazione, del resto, consideratra una blasfemia negli USA), quindi del rifiuto di esibirsi in pubblico con la conseguente emarginazione del loro manager Brian Epstein, suggerendo che questa fosse la causa della sua morte , al culmine di una pesante depressione, avvenuta l'anno successivo; delle lunghissime sessioni di registrazione ad Abbey Road (senza il conforto di un solo filmato, a malapena qualche foto in bianco e nero), dell'incontro con Maharishi Mahesh Yogi (che Lennon aveva presto individuato come un sicuro ciarlatano) e infine dell'avventura dell'Apple Corps e della breve avventura della boutique di Baker Street. Nulla più. Il tutto per 10 €, il doppio del biglietto normale. Sconsigliato anche ai beatlesiani più agguerriti. 

giovedì 1 giugno 2017

Ritratto di famiglia con tempesta

"Ritratto di famiglia con tempesta" (Umi yori mo mada fukaku/After the Storm) di Kore'eda Hirokazu. Con Hiroshi Abe, Kirin Kiki, Yôko Maki, Rirî Furankî, Sôsuke Ikematsu, Satomi Kobayashi e altri. Giappone 2016 ★★★★
Come Father and Son, il precedente film di Kore'eda, anche "Ritratto di famiglia con tempesta" esce a un anno di distanza dalla sua presentazione al Festival di Cannes e grazie alla distribuzione della sempre benemerita Tucker Film. Impeccabile scandagliatore dei rapporti famigliari, e in particolare di quelli tra padre e figlio, il regista riesca a raccontare tutta una storia di relazioni facendo interagire i protagonisti prevalentemente nella piccola casa dell'anziana e deliziosa madre di Ryoto, già scrittore emergente al suo esordio ma impantanato in una crisi d'ispirazione quanto personale per via del  matrimonio fallimento del proprio matrimonio. Improbabile come marito così come padre, si arrangia lavorando per un'agenzia di investigazioni private e cerca di "svoltare", per poter pagare gli alimenti arretrati all'ex moglie, scommettendo ai cavali e con qualche piccolo ricatto. Va a trovare la madre, rimasta vedova da poco e che sta liberandosi degli oggetti lasciati dal padre, un altro fallito da cui sembra aver ereditato debolezze e tendenza alla menzogna, con la speranza di recuperare qualcosa e vi trova la sorella, con cui pure esiste qualche frizione. Senza che ci sia bisogno di grandi spiegazioni, solo dallo scambio di alcune battute, sguardi, azioni della più normale quotidianità Kore'eda e i suoi abituali attori riescono a rendere un quadro famigliare di una chiarezza esemplare e di valore universale, comprensibile a qualsiasi latitudine a prescindere dalla cultura d'appartenenza; in esso si innestano il rapporto con le bella ex moglie, di cui Ryoto è ancora innamorato e i suoi goffi tentativi di riconquista e, soprattutto, quello col figlioletto, che ha il permesso di vedere una sola volta al mese. Combinazione, è proprio questa la giornata, così come vi è pure un allarme per un tifone che si abbatterà la sera su Tokyo, per cui dopo averlo seguito all'agenzia in cui lavora, poi assieme al suo aiutante all'ippodromo, poi col figlio a cercargli un regalo, rivelando tutta il suo stesso infantilismo che non passa certo inosservato dall'interessato, fino a una forzata (grazie all'imminente tifone) e forse provvidenziale rentré con la ex moglie di nuovo a casa della madre e suocera, ben contenta di poter accudire la famigliola nuovamente riunita e  speranzosa, come Ryoto, in una riconciliazione. Di cui, maldestramente, forse Ryoto pone alcune basi, ma che hanno più a che vedere con una sua crescita, soprattutto attraverso il rapporto col figlio, che con una riconquista dell'ex moglie. Non c'è bisogno di lieto fine, né di alcunché di consolatorio: il film basta a sé stesso e quel che deve dire lo fa attraverso immagini di vita quotidiana, minimaliste quanto si vuole ma efficaci ed espressive; i dialoghi tra i personaggi e le loro interazioni. Ancora una volta un gioiellino, e uno squarcio che ci permette di intravedere, al di là dei luoghi comuni, le dinamiche famigliari di una fetta non minoritaria della società giapponese di oggi e del ruolo tutt'altro che marginale che vi svolgono le donne. Meritevole.

martedì 30 maggio 2017

N€uroland


Le parole pronunciate da Angela Merkel, appena reduce dal G7 di Taormina domenica scorsa, a un convegno della CSU a Monaco di Baviera hanno suscitato una vasta eco perfino in un Paese come il nostro solitamente disattento alla dimensione internazionale, abituato com'è a essere governato non da servitori dello Stato (il proprio) ma, salvo rare eccezioni, del potente di turno, anche a costo di rendersi ridicoli fino al dileggio, com'era accaduto per le genuflessioni a  Gheddafi in occasione della sua ultima visita in Italia nel 2009 (salvo tradirlo all'occorrenza). In soldoni: non ci si può più fidare degli USA come alleati e l'Europa deve cominciare fare da sé. Al di là dello spaesamento degli esperti del nulla che sdottoreggiano sulla stampa nostrana, che ancora non si è ripresa dalla trumpata di novembre, schierata com'è da sempre sul fronte pseudo-democrat, nell'ultima occasione impersonato da Hillary Rodham Clinton e orfana di Barack Obama, non ha colto di sorpresa due bastian contrari come Massimo Fini e Slavoj Žižek, che ne scrivono in due articoli apparsi entrambi sul Fatto Quotidiano di oggi. Tutt'e due prendono spunto dall'effetto paradosso di avere a che fare con un individuo come Donald Trump a rappresentare gli USA: per Fini, in sostanza, l'aver fornito alla Merkel in pretesto per poter dire quanto chi comanda davvero in Eruropa avrebbe avuto sul gozzo da tempo; per Žižek l'opportunità, forse l'ultima, per le forze di sinistra, di progettare alternative radicali ma praticabili sotto la forma accordi internazionali di nuovo genere, alternativi al modello di quelli sul libero commercio, che pongano limiti al predominio delle banche, garantiscano i diritti dei lavoratori, i servizi sanitari e la salvaguardia dell'ambiente: tutto bene, anche se non pare di scorgere da alcuna parte una sinistra di tal genere, a meno che non ne sia interprete, a sua insaputa, proprio la cancelliera Merkel, la stessa delle bacchettate sulle dita e dei "compiti a casa" ai PIIGS, gli Stati membri dell'UE recalcitranti alla virtuosa contabilità teutonica e che fino all'altro ieri premeva per l'approvazione del TTIP da un lato, e per l'ingresso della Turchia di Erdogan nell'UE dall'altro, sponsorizzato proprio dagli USA, anche per il fatto ospitare almeno tre milioni di turchi in casa propria. Sono da sempre sulle posizioni di Fini per quanto riguarda la sostanziale occupazione dell'Europa da parte degli USA, che fino al 1989 si limitava alla parte occidentale con la messa sotto tutela, attraverso un paio di centinaia di basi militari, dei due Paesi sconfitti durante la Seconda Guerra Mondiale, la Germania e l'Italia, per estendersi dopo ai Paesi dell'area ex sovietica, attraverso la NATO a Oriente in barba agli accordi presi con l'URSS di Gorbaciov a suo tempo, e con il loro precipitoso e prematuro ingresso nell'UE, anch'esso incoraggiato dagli USA con lo scopo, evidente a chi avesse voluto vedere, di sabotarla dall'interno. Scrive Fini che la svolta anti-USA di chi comanda effettivamente in Europa, impersonato dalla Merkel, sia stato preceduto da un riavvicinamento tra Germania e Francia: si intende quella di Hollande, succube come pochi degli Stati Uniti? Quella del suo successore Macron, uno che ha cominciato la propria carriera come banchiere presso Rockefeller? La Germania che ospita qualcosa come un centinaio di basi USA e che affida la BCE, e dunque le sorti della Sacra Moneta Unica a un uomo di Goldman Sachs come Mario Draghi? Ci vuole molta fantasia per vederci qualcosa di buono. Uscire dalla NATO e formare un esercito europeo (posizione del tanto vituperato Generale De Gaulle ancora 50 anni fa)? Magari! Ma di quale Europa stiamo parlando? Quella originaria a sei? Quella a docici? Quella dell'Euro? Quella a 27 no di certo, perché nessuno degli Stati dell'ex patto di Varsavia rinuncerebbe alla "protezione" degli USA e alle loro basi nei rispettivi Paesi, a cominciare da quelli Baltici, alla Polonia, alla Romania, perfino al Kosovo (che pure della UE non fa - ancora - parte). E cosa farebbe l'Italia che, episodio di Sigonella del 1986 a parte, rispetto all'Amico Americano ha sempre avuto uno status simile a Portorico, ossia di territorio non incorporato negli USA? Misteri gaudiosi, che hanno tutta l'aria di rimanere tali, purtroppo. Ché di essere governato dai franco-tedeschi, piuttosto che dalla compagnia di mal tra insema espressa nel nostro Parlamento, grilloidi compresi, e con gli americani fuori dai coglioni sarebbe troppo bello. E, se fosse realizzabile, mi farebbe perfino votare Angela Merkel: ricordo che tempo addietro proposi, celiando ma fino a un certo punto, che di fronte allo stato di crisi permanente che ci colpisce e all'abnormità del debito pubblico, che l'Italia avrebbe dovuto chiedere l'incorporazione agli USA come 52° Stato (il 51° posto sarebbe stato riservato ad honorem, per i servizi resi, alla Gran Bretagna) o, in alternativa l'annessione alla Germania. Che si stia andando in quella direzione per davvero?

domenica 28 maggio 2017

Cuori puri

"Cuori puri" di Roberto De Paolis. Con Selene Caramazza, Simone Liberati, Barbora Bobulova, Stefano Fresi, Edorado Pesce e altri. Italia 2017 ★★★★
Un altro esordio molto promettente e un ulteriore incoraggiante segnale di rinascita per il cinema italiano, che a mio parere si conferma in fase di decisa ripresa con nuovi e convincenti protagonisti, sia davanti, sia dietro la macchina da presa e, si spera, anche dal lato della produzione, il settore più critico (come testimonia Luca Bigazzi in Mexico! Un cinema alla riscossa) quando si tratta di incoraggiare nuovi talenti e idee. Storia di periferia (ambientata a Tor Sapienza a Roma, e che trae spunto da una vicenda vera) ma non una storia "coatta", che vede protagonisti Agnese, 18 anni appena compiuti, frequentatrice, con una madre ossessiva, di una comunità di cattolici integralisti, e Stefano, di qualche anno più grande, sorvegliante del parcheggio di un supermercato confinante con un campo rom, lavoro a cui è stato declassato per aver lasciato scappare la ragazza dopo un taccheggio: aveva rubato un cellulare di poco valore dopo che la madre le aveva sequestrato quello in uso perché un suo compagno di classe le aveva mandato alcuni messaggio "sconvenienti". I due si incontrano nuovamente quando la ragazza accompagna la genitrice a "fare volontariato" al campo rom, e lei trova un momento per ringraziarlo di non averla denunciata, e cominciano a frequentarsi proprio nei giorni in cui Agnese, assieme ad altri coetanei della sua comunità, ha fatto "promessa di verginità" fino al matrimonio, e a nutrire uno per l'altro un sentimento profondo. Anche Stefano, pur venendo da un'infanzia e un ambiente difficile e frequentando un giro di piccoli delinquenti di quartiere che vive di spaccio e altri espedienti, è un'anima "pura" e un generoso, nonostante i suoi scatti d'ira: non soltanto non ha tradito la ragazza, ma aiuta i propri inqualificabili genitori, che oltre ad avergli rovinato l'infanzia vivono alle sue spalle dopo uno sfratto, e i due si trovano, nonostante tutto, anche dopo aver "infranto" ciascuno la propria "purezza". Non entro nei dettagli per non svelare la trama anche se non si tratta di un noir, di cui pure, per certi aspetti, esiste qualche traccia. Di sicuro c'è che sia il regista, sia il cast, compresa la Bobulova, in questo caso decisamente in parte nei panni di una madre ambigua, angosciante e oppressiva, bigotta ma fino a un certo punto, la prima ad avere dei lati oscuri (è single per scelta? Ha una storia col capo dei volontari? Nasconde un passato imbarazzante?), hanno frequentato a lungo l'ambiente in cui hanno poi girato il film, la cui sceneggiatura, a cui De Paolis ha collaborato, è stata riscritta in corso d'opera e a contatto con le realtà che avevano sotto gli occhi. Non so se De Paolis sia un credente oppure no, comunque proporre il punto di vista cattolico sia sui rapporti prematrimoniali, sia sull'accoglienze e l'aiuto senza deriderlo per partito preso né banalizzarlo va a suo merito, così come non avere mai calcato la mano sul disagio e lo squallore di periferie che pure hanno una loro dignità: al centro c'è sempre e comunque l'individuo alle prese con le contraddizioni personali e con quelle dell'ambiente e della cerchia in cui vive, ambiente e cerchi che a loro volta di scontrano e incontrano, e dalla loro interazione nascono storie indicative e che fanno pensare, come quella raccontata nel film, resa ancora più verosimile dalla bravura dei protagonisti, a cominciare dal già apprezzato Simone Liberati, ma anche Selene Caramazza, al suo primo impegno fuori dalle serie TV, è più che convincente nel difficile ruolo dell'adolescente Agnese, alla scoperta di pulsioni e sentimenti per lei nuovi. Fresi e Pesce, in ruoli piccoli ma significatiivi, sono altrettante conferme e la regia, che per certi aspetti ricorda il compianto Claudio Caligari, è sicura e senza fronzoli. 

venerdì 26 maggio 2017

Mexico! Un cinema alla riscossa

"Mexico! Un cinema alla riscossa" di Michele Rho. Italia, 2016 ★★★★+
Quando ho visto la locandina del film sul sito di CinemaZero di Pordenone, programmato nella serata di ieri, mi era sembrato rivedervi ritratto un volto a me noto, e quando sono andato a verificare che si stava parlando del Cinema Mexico di Milano e dell'uomo che con esso si identifica, Antonio Sancassani, non ho avuto dubbi: "l'è lu!", così come l'ho visto tante volte alla cassa del suo locale in Via Savona, un luogo di culto e una certezza per chiunque, a Milano, amasse e ami il cinema e in particolare quello fuori dai circuiti consueti, e che frequentavo da molto tempo prima che il quartiere, un tempo operaio per la presenza di numerose fabbriche, in primis l'Ansaldo, diventasse un posto modaiolo e da fighetta. Antonio Sancassani da Bellagio si era innamorato del cinema fin da ragazzino, ed è un uomo che nella sua vita ha realizzato il suo sogno: occuparsi di ciò che gli piace, ossia di cinema. Ha iniziato gestendo la sala "Vittoria" di Bellagio, poi chiusa, quindi calando a Milano, dove si è occupato di alcune sale centrali come il Gloria per conto di una società fino a realizzare, verso ila fine degli anni Settanta,  la sua aspirazione di proporre una programmazione autonoma rilevando la sala di Via Savona che sarebbe diventata il Cinema Mexico, questo proprio nel momento in cui le  sale, che a Milano erano quasi duecento (per chi non lo sapesse o se ne fosse dimenticato, ai tempi esistevano le sale delle Prime Visioni, i Proseguimenti, le Seconde visioni, le Terze visioni, eufemisticamente chiamate Altre, le Sale d'Essai nonché quelle parrocchiali e dei vari circoli culturali) stavano chiudendo una dopo l'altra, per la concorrenza del fenomeno home video e delle mega-sale collocate in periferia, con le medesime caratteristiche alienanti dei centri commercial e per la medesima logica aberrante. Una sfida ardua che Sancassani ha vinto benché osteggiato dalla distribuzione perché giustamente aveva e ha la pretesa di scegliere lui stesso quali film proiettare e quali no. Osteggiato dai circuiti ufficiali, per stare a galla si è inventato di tutto: fu il primo a proporre film in lingua originale in giorni prefissati; film musicali altrimenti invedibili su cui gli appassionati si sono fatti una cultura; fino al fenomeno del Rocky Horror Picture Show, quando il venerdì divenne l'appuntamento fisso per la proiezione con partecipazione di attori e pubblico: prima un vero e proprio happening, poi una tradizione che dura tutt'ora, dopo più di trent'anni; infine proponendo film che altrimenti non avrebbero trovato modo di essere proiettati, come Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti, che rimase in sala per due anni di fila e divenne un caso damanuale di successo su scala nazionale nato col passa-parola. Perché da sempre a Milano Mexico ha voluto dire qualità: si poteva stare certi che i film proposti, per quanto nessuno ne parlasse, avevano un loro perché, senza che fossero necessariamente dei pipponi da cinéphlie radical chic, anzi: Sancassani ha sempre avuto un fiuto particolare per produzioni non banali che al pubblico del suo cinema, che conosce molto bene ed è fatto di gente comune, può piacere e per lo più ci azzecca. Il documentario racconta il personaggio, che nel suo cinema si occupa di ogni aspetto, per come è davvero, che non si sente un eroe per quel che fa (anche se poi lo è, e benemerito) ed è integrato da interviste coi suoi collaboratori più stretti, critici come Maurizio Porro e Paolo Mereghetti, attori come Moni Ovadia, Claudio Bisio o Isabella Ragonese, fotografi di scena come Luca Bigazzi, che racconta i retroscena delle produzioni per film di esordienti, il regsita Giorgio Diritti, lo stesso ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia, che ha insignito Sancassani dell'Ambrogino d'Oro per quel che ha fatto per Milano.. A presentare il documentario e a intrattenersi col pubblico il regista di questo bel documentario, Michele Rho, in una istituzione, come il CinemaZero, che ha non poche affinità con la filosofia di Sancassani. Que Viva il  Mexico!

lunedì 22 maggio 2017

Una serie di stravaganti vicende


"Una serie di stravaganti vicende", un omaggio a Edgar Allan Poe con Ferdinando Bruni. Scritto, diretto e illustrato da Ferdinando Bruni e Francesco Frongia; musiche originali di Teo Teho Teardo. Assistente scene e costumi Saverio Assumma; luci di Nando Frigerio; suono di Giuseppe Marzoli; voci del ricordo di Ida Marinelli. Produzione Teatro dell'Elfo. Al Teatro Elfo/Puccini di Milano fino al 21maggio. 
Sono felice di essermi sottoposto a un tour de force andata-e-ritorno a Milano in giornata per assistere all'ultima recita in programma alla "casa madre" dell'ultimo lavoro della coppia Bruni-Frongia, prodotto dal Teatro dell'Elfo, un'omaggio alla straordinaria e tragica figura di Edgar Allan Poe di cui riproducono la parola scritta, così profonda ed evocativa da avere incantato e fortemente influenzato già Baudelaire e arrivata fino a noi a scavare nei lati oscuri dell'animo umano, ma al contempo capaci aprire le "porte della percezione" (non stupisce che abbia influenzato prima i Doors di Jim Morrison e poi un altro artista e intellettuale rock come Lou Reed), riprodotta attraverso la voce poliedrica e magica di Ferdinando Bruni in perfetta unione con una suggestiva e potente scenografia di luci e ombre  e sottolineate dalle musiche scritte apposta per lo spettacolo da Teho Teardo. Lo spettacolo, poco meno di un'ora di un'intensità di cui raramente ho avuto esperienza, prosegue sulla linea ibrida, multimediale, da sempre nelle corde delle produzioni più originali del teatro milanese, del bellissimo Alice Underground, che dava voce e immagini alle inquietudini oniriche di Lewis Carroll, mentre qui la cosa si fa spessa, alle prese con i deliri, il dolore straziante, le iperboli e la forza del geniale e tormentato poeta e scrittore americano, dalla vita breve (morì a soli quarant'anni) quanto intensa, un vero precursore che ha lasciato un'impronta indelebile con la sua poliedrica opera: così come Edgar Allan Poe lavorava sulla parola scritta e ne fu un innovatore come pochi, lo stesso ha fatto Ferdinando Bruni con la voce per esprimerne le più varie e straordinarie sfumature, accompagnate da una gestualità perfettamente calibrata ma altrettanto potente: una presenza scenica e vocale che mi ha immediatamente ricordato le performance più straordinarie dell'indimenticato Carmelo Bene. Siamo a quelle altezze, e il pubblico, ammaliato, lo ha percepito benissimo. Grazie Ferdinando. 

sabato 20 maggio 2017

I migliori ed i più belli sono nati nei gemelli


Un Gemelli non può seguire la massa. È unico, non può. Saprà sempre come sorprenderti e capirlo realmente è molto difficile. Puoi conoscerlo, ma non conoscerai mai tutta la sua storia. 

venerdì 19 maggio 2017

Serenissima desolazione


Da che ho memoria, Venezia per me ha sempre avuto un significato speciale. Tutta la mia famiglia da parte paterna ha sempre avuto un legame viscerale con la città, a prescindere da mia nonna che ci era nata, per averci studiato e anche lavorato, a cominciare da mio nonno alla fine dell'800, e anche molto più indietro, essendo gli Scaini originari di quella parte confinaria del Friuli ai tempi governata e comunque sotto l'influenza diretta della Repubblica, insomma la zona descritta da Ippolito Nievo ne Le confessioni di un italiano, meritorio romanzo ottocentesco ai più sconosciuto a scapito de I promessi sposi. Fin da quando ero piccolo, a Venezia ci andavo almeno un paio di volte all'anno, e le visite si sono vieppiù infittite, avendo la disponibilità di un alloggio di famiglia, specie in occasione del mio onomastico, il 25 aprile, festa della Liberazione, del "bòcolo" ma, soprattutto, dell'Evangelista, di cui non a caso porto orgogliosamente il nome: festeggiarlo nella "nostra" città d'elezione è stata a lungo una tradizione che ho rispettato fino agli inizi degli anni Novanta, quando a mio avviso il degrado, iniziato come minimo agli inizi degli anni Sessanta, con il progressivo spopolamento, ha raggiunto il punto di non ritorno. Sì, certo: il declino dallo zenit della potenza era già cominciato nel '500, ma la città aveva saputo reinventarsi e svolgere comunque un ruolo consono alla sua gloria fino alla metà del secolo scorso, poi si è persa e la responsabilità, lo dico fin da subito, è in gran parte dei veneziani stessi, a cominciare da coloro che hanno scelto per farsi amministrare. Che uno Stato pagliaccesco e cialtrone come quello italiano non fosse in grado di capire quali pericoli corresse la città più bella e più fragile del mondo, e quindi come arginarlo, avrebbero dovuto saperlo per esperienza pregressa: l'unica possibilità era una vera presa di coscienza in ambito locale a cominciare dalla cittadinanza stessa, ma è accaduto il contrario, col risultato che la città è completamente snaturata, oltraggiata, verrebbe da dire stuprata perfino da cadavere, ché è quello che ormai sembra essere, o almeno entrata in coma irreversibile. Un parco a tema, ormai, il cui svolgimento è segnato e ineluttabile, di cui uguale all'originale rimane solo il titolo: Venezia. Una sensazione angosciosa, sempre più una certezza, mi pervade a ogni nuova visita, sempre più rara e sempre più veloce, per non concedermi nemmeno il tempo di rendermi del tutto conto dello scempio perpetrato tra una puntata in Laguna e l'altra. Ieri l'ultima della serie, a oltre un anno di distanza da quella precedente e a tre da quella ancora prima, nonostante da quasi vent'anni abiti a poco più di un'ora da Piazza San Marco: il pretesto è stata la mostra "Jheroninus Bosch e Venezia" che si tiene a palazzo Ducale fino al 4 giugno (da non perdere se ne avete l'occasione). Sceso dal treno a Santa Lucia, già uno si sente oppresso da frotte di turisti sbracati e possibilmente in infradito e già alle prese con un piatto di spageti bolognaise con capusino o la prima pinta di birra alle 10 del mattino e dal tanfo di kebap, fritti improbabili e anglosassoni bercianti come mai farebbero a casa loro, tutti armati di smartphone con attivato Google Maps, per cui si aggirano tra le calli con sicumera pari alla disattenzione verso ciò che non vedono, a cominciare da coloro contro cui vanno a sbattere; ci si mettono anche nugoli di asiatiici subcontinentali fastidiosi come insetti che insistono per vendere "bacchette da selfie" e che non si danno nemmeno la briga di distinguere tra turisti da sbarco e da diporto e normali visitatori o cittadini, per non parlare dei farabutti nostrani e d'importazione comunitaria: ne ho beccati un gruppetto che aveva allestito un banchetto di gioco delle tre carte in cima al Ponte dell'Accademia: indisturbato tanto dai tutori dell'ordine statali quanto da quelli locali (e fin qui poco male, se infinocchiano dei mentecatti). Lasciamo stare i banchetti e negozi di carabattole e souvenir indecenti ovunque, dove chi ha concesso le licenze è molto più colpevole di chi esercita il commercio da abusivo, perché Venezia è ormai un suq a cielo aperto, e sono sempre meno i negozi di qualità, anche nei dintorni di San Marco e Rialto, salvo oasi come Calle XX Marzo, dove la concentrazione di vetrine di extralusso (e il nitore della sede stradale) è uguale se non maggiore a quella di Via Montenapoleone a Milano o Via Condotti a Roma: si va da un estremo all'altro senza che ci sia una via di mezzo, pensata per gente normale, che abiti o visiti la città. 



Ma l'oltraggio è stato in Strada Nuova, andando verso Rialto, quando sono incocciato nell'edifiicio liberty che ospitava il Cinema Teatro Italia (in una città che è sede di uno dei festival cinematografici più prestigiosi al mondo, mi risultano in attività un paio di esercizi in centro e uno al Lido), dalla fine dell'anno scorso sede di un supermercato Despar. E non mi raccontino che ce n'era necessità per gli abitanti del Sestiere, Cannaregio, ancora uno dei più abitati e popolari: c'è una Coop praticamente di fronte e un'altra, ancora più grande, poco più oltre (e così via i mercati e i negozi di prossimità: e avanti con supermercati e magari centri commerciali!). E così sempre sulla stessa arteria MerDonalds, Wild West (con tanto di terrazza con vista sui canali), a avanti con gli onnipresenti  simboli del consumismo globalizzato e ciarlatano, quando va bene finti bacari dove la "venezianità" non va oltre a indecorose imitazioni dei cicchetti tradizionali, perfino i ristoranti che provano a "darsi un tono" hanno personale prevalentemente esotico (definiamolo così) e pure quello nazionale non ha nemmeno la più vaga idea di cosa siano dei bigoli in salsa o un risotto di castradure o ai bruscandoli, come siano fatti un go oppure un bisato, o anche soltanto un fegato alla veneziana. Ma tanto chi se ne frega? Il turista intruppato e smutandato ingoia tutto, perfino l'euro e mezzo che i cessi a gestione comunale fanno pagare per una pisciata (senza che la macchinetta dia il resto), e il foresto che ha comprato le abitazioni dai veneziani che non potevano mantenerle e men che mai ristrutturarle (ci pensano loro con gusto da architetto milanese) ci viene solo per l'Aperol Spritz con pediluvio nel canale un paio di volte l'anno o per darsi una patina culturale, con gli esiti visti a Palazzo Grassi con la gestione da parte della famiglia Agnelli. Ma ora, come se non bastassero i ricchi milanesi, torinesi, romani e americani, inglesi, tedeschi e anche russi, è la volta dei magliari trevigiani che si sono sono alzati di tono con la "rivalutazione" del Fondaco dei Tedeschi a vetrina del lusso e dell'esclusività. Con un groppo alla gola e un vuoto nello stomaco, sono ripartito di corsa tre ore e mezzo dopo il mio arrivo, comprese due a passo di marcia forzata attraverso mezza città e tutti i suoi sestieri. Già alle viste di Porto Marghera ho cominciato a sentirmi meglio, e quando sono sceso in stazione a Mestre per riprendere la macchina al parcheggio ho tirato un sospiro di sollievo: ero di nuovo a casa. A Mestre, dove sono finalmente riuscito a mangiare un tramezzino degno di questo nome.

mercoledì 17 maggio 2017

Tutto quello che vuoi

"Tutto quello che vuoi" di Francesco Bruni. Con Giuliano Montaldo, Andrea Carpenzano, Arturo Bruni, Donatella Finocchiaro, Emanuele Propizio, Antonio Gerardi, Riccardo Vitiello, Raffaella Lebboroni, Carolina Pavone, Andrea Lethoská. Italia 2017 ★★★★½
E' da un po' che lo ripeto: qualcosa sta cambiando nel panorama del cinema italiano che, con pellicole come Tutto quello oche vuoi, dimostra di essere vivo e vegeto perfino nella sua più consueta forma di commedia, ultimamente opportunamente rigenerata e innestata da altri filoni, e questo ottimo film di Francesco Bruni, che testimonia i continui progressi come regista di uno sceneggiatore di valore, ne è la conferma. D'altronde non è un caso se è riuscito a convincere un collega e Maestro della nostra cinematografia come Giuliano Montaldo, probabilmente senza dover troppo insistere, a tornare davanti alla cinepresa per interpretare Giorgio, un poeta ottantacinquenne già famoso, pisano d'origine e trasferitosi a Roma negli anni Cinquanta, affetto da una lieve forma di Alzheimer, che viene accudito dal ventiduenne Alessandro (il sorprendente Andrea Carpenzano, già notato in Il permesso - 48 ore fuori), giovane sfaccendato che vive nel suo stesso quartiere, Trastevere, dedicandosi al piccolo spaccio e a far passare ii tempo allo storico Bar Calisto coi quattro amici del suo "giro". Un lavoretto procuratogli da Claudia (Donatella Finocchiaro), la piacente madre del suo migliore amico, Riki, della quale è l'amante clandestino (e madre sostitutiva). Alessandro accetta controvoglia e inizialmente si limita a portare l'anziano a fare passeggiate sul Gianicolo con sullo sfondo sfumato di una indistinta Roma  invernale, in seguito impara a conoscere e frequentare Giorgio anche assieme agli altri suoi amici, a giocare a carte e perfino alla play-station nonché a infrangere alcuni divieti posto dalla governante Laura e ascoltarne gli spezzoni di vita vissuta fino a trasferirsi per un periodo da lui e assisterlo a tempo pieno, e per ultimo a fargli compiere un ultimo viaggio nei luoghi della sua gioventù, la Toscana appenninica in cui partigiani e truppe americane combatterono i nazisti, in una sorta di zingarata nata come un'autentica caccia al tesoro. Il film si sviluppa sul binario del contrasto e al contempo confronto tra due generazioni che quanto più lontane non potrebbero essere non solo temporalmente, ma anche nel modo di pensare e di esprimersi: una che sta perdendo per esaurimento la memoria di una vita intensa e piena di significato, l'altra che non può averne finché è costretta a vivere in un presente vuoto. Il gioco delle differenze non è banale e scontato, così come non è melenso l'avvicinamento tra due estremi sempre allo specchio: il giovane e l'anziano, l'ignorante e il colto e così via: c'è molto di più ed espresso con grazia, ironia e con partecipazione da parte di interpreti intimamente convinti di quello che stanno facendo; infine Il rapporto che si instaura tra Giorgio e Alessandro permette a entrambi di recuperare qualcosa: al primo quello con il fratellino Carlo, perso in un bombardamento su Pisa durante l'ultima guerra, e al secondo quello con suo padre e la nuova compagna, che fin lì, orfano di madre da quando aveva due anni, non aveva accettato. . Come nei film precedenti, Scialla e Noi 4, Francesco Bruni ambienta le sue vicenda in una Roma che in altri, troppi, film e serie televisive farebbe da sfondo a film "terrazzat"i e intellettualoidi (à la Ozpetek o Archibugi, per intenderci) o vanziniani, scontati o pecorecci, mentre nelle sue pellicole è quella vera: mi piace pensare che, da persona intelligente e acuta qual è, citi di proposito location e situazioni abusate per prenderne le distanze, e lo fa con classe e bene, così com'è attento a scegliere interpreti convincenti e capace come pochi di far recitare giovani e financo bambini. Complimenti vivissimi a tutti, si esce soddisfatti di aver visto una bella storia, che tocca il cuore e anche la mente, raccontata bene: si esce con l'animo confortato.