sabato 30 dicembre 2017

Fake news, pseudo News e cadute dal pero

Carico di "confetti" su un Boeing 747 della SilkWay (Azerbaigian) all'aeroporto di Cagliari Elmas il 19 novembre 2015

Chissà com'è che quando una notizia arriva dagli USA, sia che riguardi l'ennesima sparatoria con strage, oppure le ricorrenti ondate di grande freddo sulla costa orientale, eventi prevedibili in inverno quanto una nevicata a Cortina (che da un secolo è una stazione sciistica famosa in tutto il mondo, ma quando fiocca diventa immancabilmente emergenza), nonché l'ultimo demenziale tweet compulsivo del presidente che degnamente rappresenta un Paese di scappati di casa, immediatamente conquista l'apertura di tele e radiogiornali nonché le prime pagine dei quotidiani nazionali, mentre se la stessa è data, nella sua sostanza, con due anni di anticipo da due giornali locali, da siti di contro-informazione (rectius: contro-disinformazione) o blog complottisti tutto tace e soprattutto nessuno si cura di approfondire l'argomento: il lavoro di indagine i pennivendoli nostrani, salvo rare eccezioni, preferiscono lasciarlo ai colleghi d'oltreoceano, che ci mettono 26 mesi per mettere insieme 7' di inchiesta filmata per dimostrare che delle bombe Made in Sardegna sono state usate dal governo di Riyadh per bombardare lo Yemen e uccidere dei civili innocenti (meri danni collaterali, si sa). E noi che pensavamo si trattasse di petardi da far scoppiare in occasione del matrimonio di un qualche principe saudita oppure la notte di San Silvestro... Comunque la legge è rispettata, come sottolinea una nota della Farnesina, e tutto va bene, come già ribadiva madama la marchesa Pinotti in Parlamento nell'ottobre dell'anno scorso.

mercoledì 27 dicembre 2017

Smetto quando voglio - Ad honorem

"Smetto quando voglio - Ad honorem" di Sydney Sibilia. Con Edoardo Leo, Stefano Fresi, Neri Marcorè, Greta Scarano, Francesco Acquaroli, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Giampaolo Morelli, Libero De Rienzo, Pietro Sermonti, Lorenzo Lavia, Valeria Solarino, Marco Bonini, Rosario Lisma, Luigi Lo Cascio, Peppe Barra. Italia 2017 ★★★★½
Terzo e ultimo episodio della "saga dei ricercatori", girato in contemporanea con il secondo, Masterclass, è la perfetta sintesi dei due precedenti, dove nel primo predominava l'elemento satirico e nel secondo l'aspetto noir e d'azione, non cedendo di una spanna sul piano del ritmo, dell'inventiva, della tenuta di una sceneggiatura compatta, senza sbavature, del tutto adeguata a reggere una schiera di personaggi tutti, dal primo all'ultimo, strutturati e affidati a interpreti perfettamente adeguati alla parte, a cui è inevitabile affezionarsi: se nelle serie televisive questo capita al massimo con tre o quattro, qui succede sia con ogni singolo, sia col gruppo nel suo insieme. Anzi, in quest'ultimo episodio, come già accennato in quello precedente, i gruppi di ricercatori in competizione diventano due: quello dei reclusi (pur dopo aver collaborato con la polizia in un'operazione "coperta") e "originali" e quello capeggiato dal tenebroso ed enigmatico Walter Mercurio (Luigi Lo Cascio), un valente chimico che ha trafugato assieme al suo gruppo di seguaci un impianto capace di sintetizzare il gas nervino che, come ha giustamente intuito e ammonito, passando per pazzo, Pietro Zinni (Edorardo Leo), il leader del gruppo storico, è finito nelle mani di qualcuno che intende usarlo per un attentato e che, per incontrare chi lo aiuti a identificarlo, riesca a farsi trasferire da Regina Coeli a Rebibbia dove prima incontra il Murena (Neri Marcoré: da non perdere), un ingegnere navale che lavorava nello stesso centro studi lasciato andare in rovina assieme a Mercurio (a questo punto s'innesta il prequel su ciò che è accaduto a questo gruppo di studiosi e che ha fatto scatenare la loro sete di vendetta), e poi riesce a far riunire nello stesso carcere romano tutta la banda col pretesto di adeguarsi a un patteggiamento, e così trovare la maniera di sventare una strage. No spoiler, ovviamente, anche se anticipo che il finale non è tragico come a un certo punto avrei quasi auspicato che fosse, perché l'eliminazione fisica sarebbe ciò che si meritano politicanti, ministri, baroni e leccaculi che hanno distrutto ciò che restava delle nostre università e che si sono divorati il Paese, ma nemmeno buonista e ovvio. Un po' di malinconia a lasciare personaggi a cui, per l'appunto, si era finito di voler bene come a dei vecchi amici ma, come si suol dire, gioco è bello quando dura poco e la bravura sta anche nel sapere quando chiudere in bellezza, e questo il giovane regista e sceneggiatore lo sa. Tra tutti i bravissimi interpreti, una menzione, naturalmente ad honorem, a Stefano Fresi, talento polivalente (qui anche nei panni di un più che discreto tenore alle prese col Barbiere di Siviglia in una esilarante citazione dei Taviani) che se la merita. Un rammarico il relativamente scarso successo di pubblico di quest'ultimo episodio, a mio parere penalizzato dall'uscita in questo periodo dell'anno, particolarmente infelice: a inizio autunno, e perfino in estate, anche più a ridosso di Masterclass, sarebbe stato meglio. Peccato.

lunedì 25 dicembre 2017

Buona squola e buona feste!


Biglietto redatto a due teste da una coppia di ragazzine delle medie sui tredici anni, italianissime, non sbarcate da un gommone a Lampedusa qualche mese fa. 
Provincia di Venezia, dicembre 2017. Avanti così!

giovedì 21 dicembre 2017

Suburbicon

"Suburbicon" di George Clooney. Con Matt Damon, Julianne Moore, Noah Jupe, Glen Fleshler, Oscar Isaac, Gary Basaraba, Jack Conley, Megan Ferguson, Karimah Westbrook e altri. USA 2017 ★★★-
Ammetto che mi aspettavo di più sia da George Clooney, che già aveva dato prove più che convincenti da regista, sia da una sceneggiatura firmata, anni fa e solo ora adattata al grande schermo, dei fratelli Coen, ma in considerazione del penoso livello medio delle proposte nel periodo natalizio, tradizionalmente il momento più basso dell'intera stagione, anche questo film non del tutto riuscito è tutto grasso che cola. Siamo e fine anni Quaranta e Suburbicon è il classico sobborgo residenziale omogeneizzato e plastificato, una specie di "gated community" ante litteram pubblicizzata dagli immobiliaristi come una sorta di paradiso, il cui rassicurante tran tran viene turbato dall'arrivo di una famiglia afroamericana, i Meyers. Dapprima stupore, incredulità da parte della comunità di Suburbicon, poi monta la protesta prima in consiglio comunale e poi direttamente di fronte alla villetta abitata dalla famigliola di colore, con innalzamento di palizzate, lancio di oggetti, in un crescendo rossiniano. Su un livello parallelo, il film racconta le vicende della famiglia di Gardner Lodge, funzionario di una finanziaria, che vive nella villetta a fianco dei Meyers (Matt Dillon, ottimo) con la moglie Rose, rimasta paralizzata dopo un incidente automobilistico (guidava lui e lei non glielo perdona) e la cognata e gemella di Rose Margaret, che accudisce lei e il figlioletto Nicky (entrambe interpretate da una bravissima Julianne Moore), che viene visitata una sera da una coppia di inquietanti personaggi che anestetizza col cloroformio tutti i suoi componenti per motivi che inizialmente risultano misteriosi. Quando si risvegliano in ospedale, Rose risulterà morta e Margaret prenderà il suo posto anche nel letto di Gardner. Ma le cose non sono così semplici e poco alla volta si scatena il consueto svelamento degli altarini e della perversione che si nasconde dietro al perbenismo americano alla maniera dissacrante e farsesca dei Coen, e nella seconda parte la pellicola prende un ritmo sincopato che si addice alla vicenda, che è sì una commedia di umore nero ma anche un film politico con una sua morale, come ci ha abituato il regista, che affida la sua visione agli sguardi inorriditi  di Nicky e alla sua amicizia, indifferente al colore della pelle come ai rancori e ai vaneggiamenti degli adulti, con il figlio dei Meyers. Una prima parte un po' sfasata, al ralenti, la seconda a ritmi più confacenti, ma manca la scintilla.

martedì 19 dicembre 2017

Austrian brownie


Ich gratuliere der österreichischen Regierung es geschafft zu haben von schwarz-blau bis braun zu werden.
Als halber österreicher schäme ich mich für den Kanzler Sebastian Kurz. So wie es mit Kurt Waldheim war.
Aber wie auch immer, kein Wunder: nichts wirklich Neues, leider.

Mi congratulo con il governo austriaco di essere riuscito a diventare da nero*-blu** a marrone.

Come mezzo austriaco mi vergogno del cancelliere Sebastian Kurz, così come era stato per Kurt Waldhein.
Comunque nessuna sorpresa: niente di veramente nuovo, purtroppo.

* così chiamata la ÖVP, Partito popolare (democristiano) 

** così chiamata la FPÖ, Partito "liberale" (neonazista), quello che fu di Jörg Haider, per intenderci

Per  chiarire: il pericolo non viene certo da quei quattro pirla di skinhead di Como o dal manipolo di forzanovisti che avrebbero minacciato la libertà di disinformare di Repubblica, ma dal capo del governo di un Paese confinante e smemorato come il nostro, che affida tre ministeri chiave come Interni, Difesa ed Esteri a dei nazisti veraci e rispetto ai quali Viktor Orban, al confronto, è un moderato.

sabato 16 dicembre 2017

Quesito: il minimo comun denominatore

Al solutore (risposta nei commenti) verranno inviati personalmente gli auguri di buone feste dal titolare di questo blog


giovedì 14 dicembre 2017

L'insulto

"L'insulto" (L'insulte) di Ziad Doueiri. Con Adel Karam, Kamal El Basha, Rita Hayek, Diamand Bou Abboud, Christine Choueiri, Julia Kassar, Camille Salameh, Carlos Chahine. Libano 2017 ★★★★
Un film schietto, semplice, senza arzigogoli, forse schematico per i palati fini e gli onanisti mentali a oltranza ma efficace, che arriva direttamente allo scopo del regista e sceneggiatore: ricordare che nessuno ha il monopolio della sofferenza e illustrare la spaccatura verticale all'interno del suo Paese, il Libano, mai superata, perché se la guerra che l'aveva sconvolto è finita ormai da quasi trent'anni, basta un piccolo incedente, una grondaia che perde acqua, uno screzio verbale tra due uomini per innescare un caso mediatico montato in modo irresponsabile su un processo e capace di dividere ancora una volta una nazione che, se ha rimosso il passato, non lo ha però affrontato mancando così una riconciliazione effettiva tra le sue diverse componenti. Toni, titolare di un'officina meccanica, militante della destra cristiano-maronita, è infastidito dai lavori che gli operai di una ditta di costruzioni sta eseguendo su una tubazione rotta che esce dal suo terrazzo e ha un alterco con Yaser, profugo palestinese, ingegnere che lavora come capomastro; questo degenera e Toni lancia un insulto che è inaccettabile per Yaser, perché offende tutto il suo popolo, e quest'ultimo reagisce con un cazzotto. Il titolare della ditta e anche un deputato filo-palestinese insistono perché Yaser chieda scusa, ma questi proprio non ce la fa e finisce che Toni lo denuncia, ma non per la ferita, quanto per il fatto di non essersi scusato. Si inestardiscono entrambi e non mollano né su consiglio delle rispettive mogli e nemmeno quando finiscono in tribunale, pur ammettendo entrambi le proprie colpe e non chiedendo risarcimenti, ma giustizia. Entrano in campo entrambi gli avvocati, curiosamente padre e figlia, in un arguto duello di questioni di principio giuridiche e morali, mentre fuori dall'aula monta la tensione, alimentata dalla spettacolarizzazione del processo scatenata dai media, che non aspettavano altro che di gettare benzina sul fuoco, mentre Toni e Yaser sistemano la faccenda dopo un breve dialogo e una "riparazione" tra  di loro, tacitamente e tra sguardi e silenzi di intesa dopo essersi riconosciuti parimenti come vittime di traumi risalenti al periodo bellico. Sceneggiatura solida, dialoghi serrati e precisi, ottime le interpretazioni di tutti i personaggi, resi credibili e "vivi", e premiata con la Coppa Volpi quella di Kamal el Basha, nei panni di Yaser, al Festival di Venezia di quest'anno. Consigliato.

martedì 12 dicembre 2017

Miracolo a San Siro - Ore 21: Inter-Pordenone

                                                                                                  (Thanks to Gianni "Gibson")

sabato 9 dicembre 2017

Cento anni

"Cento anni" di Davide Ferrario. Con Mario Brunello, Diana Hobel, Fulvio Falzarano, Laura Bussani, Marco Paolini, Gabriele Benedetti, Massimo Zamboni,  Franco Arminio, Fabio Nigro. Italia 2017 ★★★★
Terza e ultima puntata delle sua trilogia sulla Storia d'Italia, che prende le mosse dalla disfatta di Caporetto, l'archetipo della catastrofe che sola può portare al riscatto e alla rinascita (un mantra ricorrente nel racconto che la nazione fa di sé stessa a sé stessa), Davide Ferrario è venuta a presentarla qui nel Friuli dove avvenne proprio di questi giorni giusto un secolo fa, regione che più ne ha pagato le conseguenze: a Udine, che fu la "Capitale di guerra" (600 mila morti per cosa? Liberare Trento e Trieste? Bolzano che mai fu né sarà italiana?), al Cinema Visionario, e a Pordenone, che fu in gran parte evacuata (tutta la mia numerosa famiglia a Firenze, ad esempio) a CinemaZero mercoledì 6 scorso. Film in quattro parti, Ferrario prende l'avvio proprio dalla Caporetto originale, nel 1917, facendone raccontare aspetti sconosciuti (ad esempio la triste sorte dei "bastardi di guerra", nati dagli stupri seguiti alla rotta e all'arrivo dagli austro-germanici e la diffidenza e spesso l'astio con cui venivano accolti oltre Piave i profughi, considerati perlopiù disfattisti quando non degli austriacanti e traditori tout court) da alcuni artisti locali, con riprese tra Redipuglia, Vajont, Monte Grisa, Risiera di San Sabba e Porto Vecchio a Trieste, passando quindi ad altre Caporetto emblematiche: il 1922 con l'avvento del fascismo (conseguenza proprio della prima, sciagurata Guerra Mondiale, a cui ne seguì la logica continuazione con la Seconda) e la relativa Resistenza, nel racconto del musicista reggiano Massimo Zenobi attraverso le vicende del nonno fascista irremovibile della prim'ora e di chi fu protagonista delle lotte partigiane fino alle vendette interne perfino tra questi ultimi fino agli anni Sessanta, frutti avvelenati di una riconciliazione mai avvenuta e di una storia mai del tutto affrontata; terza tappa il 1974 con la strage di Piazza della Loggia a Brescia e la resistenza, anche questa volta, attraverso il ricordo, tenuto vivo con tenacia dai famigliari delle vittime lungo l'arco di ormai più di 40 anni e una serie interminabile di processi alla ricerca di una giustizia che ha tardato ad arrivare, e che ha coinvolto e coinvolge tutta la cittadinanza, compresi i nuovi italiani, anche se nati all'estero o di etnia non padana; infine, ai giorni nostri, un'altra catastrofe incombente, raccontata dal "paesologo" Franco Arminio, la crisi demografica che porta allo spopolamento e alla desertificazione delle comunità montane, specie quelle appenniniche, prendendo a esempio la zona tra l'Irpinia e la Basilicata. "A cosa servono i morti" è la domanda che ci si è posta all'inizio di questo film-dociumentario, a cui fa da contrappunto quella speculare "a cosa servono i vivi" che prende il sopravvento verso la fine, e la risposta spetta a ognuno di noi, almeno a pensarla: Cento anni serve esattamente a questo. Un lavoro ben fatto, senza fronzoli, ben calibrato, educativo, quanto mai necessario. Grazie a Davide Ferrario, a chi ha collaborato al film e a chi lo ha prodotto.

venerdì 8 dicembre 2017

Miseria e nobiltà


"Miseria e nobiltà" di Michele Sinisi e Francesco Maria Asselta dal testo di Eduardo Scarpetta. Regia di Michele Sinisi. Con Diletta Acquaviva, Stefano Braschi, Gianni D'Addario, Giulia Eugeni, Francesca Gabucci, Ciro Masella, Stefania Medri, Giuditta Mingucci, Donato Paternoster, Bruno Ricci, Michele Sinisi. Produzione Elsinor, Centro di Produzione Teatrale. Al Teatro Palamostre di Udine.
Felice reinterpretazione della celebre commedia in tre atti scritta in napoletano da Eduardo Scarpetta nel 1887, lo spettacolo messo in scena da Sinisi (che lo dirige anche in scena nei panni di Peppeniello, maneggiando una misteriosa botola luminosa che si sposta di qua e di là e che, aprendosi e chiudendosi all'improvviso, segna cambi di tempi, di scena e di prospettiva), che aveva debuttato a Milano due anni fa, la ripropone non tanto in chiave attuale quanto come una sorta di sintesi di tutte le versioni in cui è stata proposta nel corso del tempo diventando un archetipo del teatro italiano: da quella originale, a quella radiofonica, a quella in pellicola (il film di Mario Mattioli con protagonisti Totò e Sofia Loren è del 1954) e conosiuta ai più. La farsa, un meccanismo perfetto per catturare l'attenzione dello spettatore senza dargli tregua, è erede diretta della commedia dell'arte combinata alla tradizione napoletana: qui la lingua partenopea dell'originale viene sostituita da una miscellanea di accenti italici diversi, dal pugliese all'emiliano, al lombardo, al campano, a raccontare l'arcinota vicenda dello scrivano Felice Sciosciammocca e del suo compare Pasquale che, vivendo di stenti e non sapendo a quale santo votarsi per nutrire le rispettive famiglie, vengono miracolati dalla richiesta di un giovane marchese di prestarsi, insieme ai propri famigliari, a travestirsi da nobili sostituire i parenti del proprio casato, contrari alla sua relazione con Gemma, figlia di un cuoco arricchito, per estorcere a quest'ultimo, rozzo e ignorante, il consenso alle nozze, in cambio di un sontuoso pasto (l'abbuffata di maccheroni diventata iconica con Totò) e di ben tre anni di mantenimento a casa del credulone. Colpi di scena, equivoci e trovate lessicali, calembour a getto continuo in dialoghi dal ritmo sincopato; sogno e realtà, passaggio repentino dalla condizione di miserabile a quella di nobile e ritorno, differenze e similitudini, tra apparenze, inganni e vocazione al "tirare a campare" tra due mondi diversi ma simili, separati ma al contempo comunicanti. Una radiografia precisa dei rapporti sociali e personali che rimane attuale perché è quanto c'è di immutabile in un Paese che, in questo campo, non è mai cambiato finora. E se lo farà radicalmente, annullandosi nella cannibalizzante omologazione in atto, non è certo per il meglio. Palestra ideale per mettere alla prova le capacità degli interpreti da tutti i punti di vista, gli undici attori dell'affiatata compagnia vista all'opera ieri sera a Udine, Sinisi compreso, la superano di slancio. Peccato soltanto per il pubblico sotto le attese: chi c'era, ha apprezzo e si è divertito; chi è rimasto a casa si è perso uno spettacolo all'altezza.

mercoledì 6 dicembre 2017

Amori che non sanno stare al mondo

"Amori che non sanno stare al mondo" di Francesca Comencini. Con Lucia Mascino, Thomas Trabacchi, Carlotta Natoli, Valentina Bellè, Camilla Semino Favro, Iaia Forte. Italia 2017 ★★★
Credo che nessuno, se non l'autore stesso, avrebbe potuto adattare meglio allo schermo un proprio romanzo e quindi ecco la poliedrica e brava Francesca Comencini cimentarsi nel racconto di un "amore che non sa stare al mondo", quello durato sette anni tra due docenti universitari di lettere che si sono conosciuti punzecchiandosi a un convegno e innamorandosi durante il pranzo che ne è seguito quando Claudia, che inizialmente aveva visto in Flavio (Thomas Trabacchi, che rende con garbo e misura il frastornato maschio di turno), un fascinoso quanto vanesio baronetto della facoltà, lo conquista con la spontaneità con cui, dopo avergli dato dello stronzo, si dichiara perdutamente innamorata di lui, senza (apparenti) difese. Una storia lunga e tormentata come tante, con un epilogo banale come tanti, con l'uomo di mezza età che si sente messo in continua discussione su ogni cosa e al centro delle contraddittorie aspettative della compagna e, incapace e stanco di affrontare una contraddittorio continuo, gli altalenanti umori e le piazzate di lei, sceglie la fuga dalle angosce e trova sicuro rifugio e tranquillità nel rapporto con una ragazza più giovane, Giorgia, che gli si affida come a una figura paterna, mentre Claudia non se ne fa una ragione, lo tempesta di messaggi per ricordargli che si amano per davvero e che la loro storia non può finire, rasentando uno stalking dagli aspetti grotteschi; il tutto però affrontato dall'autrice e regista senza alcuno schematismo di genere, anche se il punto di vista affrontato, e con sguardo tutt'altro che compiacente, è del tutto al femminile, concentrandosi non solo su Claudia, interpretata nella sua molteplicità a volte sconcertante di toni da Lucia Mascino, ma anche su Nina (Valentina Bellè), una ballerina già sua allieva, un nuovo (altrettanto impossibile?) amore ad alleviare la presa di coscienza della definitiva fine della storia con Flavio, la collega e confidente (Carlotta Natoli), la "rivale" Giorgia (Camilla Semino Favro). Francesca utilizza i toni della commedia con una continua variazione di toni dal brillante al drammatico inserendo pure dialoghi immaginari e sgranati filmati di vecchie superotto, con stereotipate immagini felici di coppie d'antàn. Un tema affrontato un'infinità di volte ma in questo caso in modi del tutto originale e per niente banale. 

lunedì 4 dicembre 2017

Assassinio sull'Orient Express

"Assassinio sull'Orient Express" (Murder on the Orient Express) di Kenneth Branagh. Con Kenneth Branagh, Penelope Cruz, Willem Dafoe, Johnny Depp, Judy Dench, Josh Gad, Derek Jakobi, Leslie Odon, Michelle Pfeiffer e altri. USA 2017 ★★★
Forse non era strettamente necessaria una nuova versione del più famoso romanzo di Agarha Christie, dopo quella diretta da Sidney Lumet e uscita sugli schermi nel 1974 con un cast memorabile e che contribuì non poco a rendere ancor più popolare l'impareggiabile giallista inglese, ma quella diretta da Kenneth Branagh, che interpreta anche da par suo Hercules Poirot, ha una sua dignità e un tono leggermente diverso e più "filosofico". La  vicenda, universalmente nota, ruota attorno al misterioso e sanguinoso assassinio di un ambiguo uomo d'affari americano avvenuto sullo storico treno che collegava Istanbul a Parigi (e, da lì, a Londra) nel tratto balcanico del percorso, e alla indagine che il celebre detective belga compie mentre il treno è fermo su un ponte per un deragliamento causato da una slavina. Riuscirà il nostro eroe a scoprire l'assassino o forse gli assassini? Ambientato anche questo adattamento a metà degli anni Trenta e piuttosto fedele al testo originale, presenta un Hercules Poirot meno macchiettistico e isterico ma forse più mitteleuropeo, se non anglosassone, e Kenneth Branagh sfoggia un paio di sontuosi baffi a manubrio argentati che probabilmente avrebbero soddisfatto Agatha Christie e che, sul volto di Albert Finney, nel film di Sidney Lumet, non l'avevano del tutto soddisfatta (mentre aveva dato complessivamente il suo placet alla pellicola per quanto riguarda il resto). Convincenti le interpretazioni di Johnny Depp, Judy Dench e, soprattutto, Michelle Pfeiffer, ma il cast che il regista americano aveva a disposizione era complessivamente a un altro livello. Un film comunque più che dignitoso e che si vede con piacere, di cui è Branagh stesso ad annunciare il sequel sul Nilo nel finale, con l'auspicio che regista e interprete del personaggio principale resti lui. Per l'imminente Ponte dell'Immacolata, se rimane nelle sale, sicuramente un'ottima scelta.

sabato 2 dicembre 2017

Easy to remember


"Easy to remember" di Ricci/Forte. Drammaturgia di Ricci/Forte; regia di Stefano Ricci; movimenti di Piersten Leirom. Con Anna Gualdo e Liliana Laera. Produzione Ricci/Forte. Al Teatro San Giorgio di Udine per Teatro Contatto 36.  
Prima nazionale a Udine, all'apice di una intensa e fruttuosa collaborazione triennale con il CSS-Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, del nuovo lavoro della premiata ditta di drammaturghi e registi nostrani, che prende spunto dalla figura della poetessa russa Marina Cvetaeva, spirito libero e insofferente, che pagò con una vita di incredibili stenti e di dolore, culminata col suicidio nel 1941, la sua scelta di indipendenza e di totale dedizione all'arte. Non un convenzionale racconto biografico, ma uno spunto per comporre una trama di memoria attraverso frammenti di ricordi di una vita di solitudine e di emarginazione: due donne in una camera, riferimento al centro di rieducazione staliniano di cui la Cvetaeva fu ospite a partire dal 1939, immersa in una luce abbagliante e velata da una sorta di zanzariera che separa la scena dal pubblico rendendola a tratti opalescente; la poetessa (Anna Gualdo) seduta in una carrozzella a ripercorrere pezzi di passato; un'algida infermiera ad assisterla inizialmente muta, poi parlante e a dar voce (meccanizzata) a un pupazzo che rappresenta una figura maschile (Efron, l'ex marito, un ex militare "bianco" coinvolto nell'omicidio di Trockij in Messico? L'Autorità?) ad estrarre da una bara degli oggetti di plastica gialli, forse dei girasoli, a conferire un tocco naturale e di colore in una realtà anestetizzata e agghiacciante, radiografie umane proiettate sullo schermo. Memoria smembrata, personalità schizoide e realtà alienata: un tema ricorrente nelle produzioni Ricci/Forte, riproposto ancora una volta in maniera spiazzante e originale in uno spettacolo che tanto più è coinvolgente, quanto più ci si abbandona alle suggestioni dei suoni e al flusso di parole senza cercarne un senso immediato, che viene invece a galla nel suo insieme alla fine della rappresentazione. 

mercoledì 29 novembre 2017

L'importanza di chiamarsi Ernesto


"L'importanza di chiamarsi Ernesto" di Oscar Wilde. Regia, scene e costumi di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia; luci di  Nando Frigerio, suono di Giuseppe Marzoli. Con Ida Marinelli, Elena Russo Arman, Giuseppe Lanino, Riccardo Buffonini, Luca Torraca, Cinzia Spanò, Camilla Violante Scheller, Nicola Stravalaci. Produzione Teatro dell'Elfo. Al Teatro Elfo/Puccini di Milano fino al 10 dicembre.
Domenica 3 dicembre Wild(e) Day, maratona teatrale dalle 15.30 a mezzanotte dedicata a Oscar Wilde.
Scoppiettante, intelligente, profonda nella sua satira feroce quanto lieve nella forma della falsa morale vittoriana, la versione pop di una delle più belle e tra le più rappresentate commedie al mondo proposta da Bruni e Frongia è in realtà estremamente rigorosa nella sua aderenza al testo di Oscar Wilde, che è un gioco di parole fin dal titolo (i registi ipotizzano una traduzione dell'inglese Earnest con Franco, nome e aggettivo che coincidono, che taglierebbe la testa al toro), introducendo nel gioco delle parti anche il tema del doppio, con chiaro riferimento alla vita binaria condotta da tanti presunti integerrimi gentiluomini (e gentildonne) di quell'epoca, come del resto in quella odierna: vizi privati e pubbliche virtù, un eterno ritorno. Rappresentata per la prima volta a Londra il 14 febbraio del 1895 (San Valentino) la commedia in tre atti vede protagonisti due dandy e amici: un nobile spiantato, Algernon (il frizzante Riccardo Buffonini), e un trovatello che ha acquisito la nobiltà dopo un'adozione, Jack (Giuseppe Lanino), e le rispettive innamorate, la giovanissima Cecily (Camilla Violante Scheller), sotto tutela del secondo e la più matura Gwendolen (una perfetta Elena Russo Arman), la cugina del primo. Entrambi i bellimbusti hanno un alter-ego: Ernest per Jack e Bunbury per Algy, che tornano utili nelle scorribande del primo a Londra e del secondo in campagna (dove vivono Jack e la figlioccia Cecily), identità di comodo che sono costretti a dismettere, facendoli morire, dopo un irresistibile e surreale susseguirsi di equivoci, per svelarsi alle rispettive innamorate per quello che non sono, Ernest, per l'appunto, cominciando a essere finalmente Earnest, ossia onesti, sinceri, franchi. A completare il quadro, tre figure che non sono di semplice contorno: Lady Bracknell (una strepitosa Ida Marinelli), madre di Gwendolen e zia di Algy; Miss Prism (Cinzia Spanò), la matura istitutrice di Cecily, che in gioventù era stata bambinaia presso Lady Bracknell e si era "persa" il bambino affidatole a Victoria Station, guarda caso il trovatello Jack che dunque si scopre di nobili origini nonché fratello di Algy, e il reverendo Chasuble (l'ineffabile Luca Torraca) che sbava per lei; in tutto questo non poteva mancare il maggiordomo, che però risulta incolpevole, interpretato da Nicola Stravalaci. Adattamento pop, con musiche anni Sessanta, in particolare Rolling Stones in versione Swinging London (come gli abiti di scena e i mobili di design d'epoca), un meccanismo perfetto in cui si vede che gli interpreti sono i primi a divertirsi a fare quel che fanno. 

domenica 26 novembre 2017

Borg McEnroe

"Borg McEnroe" di Janus Metz Pedersen. Con Sverrir Gudnason, Shia LeBoeuf, Stellan Skarsgaad, Tuva Novotny, Ian Blackman, Robert Emms e altri. Svezia, Danimarca, FInlandia 2017 ★★★½
Wimbledon, estate del 1980, tra fine giugno e inizio luglio. Il compassato svedese Borg, 24 enne, aveva già vinto  il torneo quattro volte di fila e, inanellando il quinto successo consecutivo, sarebbe stato incoronato Re di Wimbledon; John McEnroe, l'irascibile e irriverente pel di carota newyorkese di origini irlandesi, di tre anni più giovane, era l'astro nascente del tennis mondiale. Come si arrivò alla finale tra i due, che si incontravano per la prima volta in quell'ocasione, e il racconto di una partita al cardiopalma, rimasta nella memoria di molti, sono l'oggetto di questa pellicola avvincente e ben girata. E' fin troppo banale notare le affinità con Rush, il bel film che raccontava la storica rivalità fra due campioni dell'automobilismo degli anni Settanta, Niki Lauda e James Hunt; anche quella tra Björn Borg e John McEnroe nel tennis fece epoca, solo qualche anno più tardi. La differenza sostanziale sta nel fatto che mentre in Rush i due personaggi avevano uguale rilevanza, in realtà nel film del danese Pedersen, coadiuvato dallo sceneggiatore svedese Ronnie Sandhal, il protagonista è Borg (straordinaria la somiglianza con l'originale di Sverrir Gudnason) coi suoi tormenti, e John McEnroe il comprimario che li mette in luce per contrasto. Se per carattere non potevano essere più diversi, in realtà non solo si stimavano (diventando anche ottimi amici fuori dal campo) ma si riconoscevano l'uno nell'altro ed erano gli unici in grado di capirsi a vicenda, come del resto i loro colleghi della Formula 1, "condannati a vincere" com'erano, uno per motivazioni più interiori, l'altro più condizionato dall'ambiente esterno, specialmente famigliare. E' McEnroe che afferra al volo il segreto del rivale, osservandolo: una pentola a pressione che tiene tutto dentro, da lì l'apparenza glaciale, e sfoga tutta la sua rabbia ed energia (pur sempre controllata) nel gesto atletico: Borg dal canto suo, e il suo allenatore (a sua volta ex tennista svedese di buona fama) che lo segue dall'infanzia, sanno che smetterà di giocare nel momento in cui verrà detronizzato dal giovane rivale (cosa che accadde l'anno successivo, sempre a Wimbledon): fino a quel momento, sempre e solo "di testa", andrà alla conquista di un punto per volta, passo dopo passo, implacabilmente. Eppure tutt'altro che una macchina era Borg, preso da fissazioni e scaramanzie che nessuno sospetterebbe mai in uno scandinavo, e meno che mai in colui che la retorica dei media del tempo aveva dipinto come l'uomo di ghiaccio, una specie di automa in confronto dello scavezzacollo mancino "puro talento". Oltre a una credibile ricostruzione dell'epoca e dell'ambiente, a un ritmo sostenuto e con riprese pregevoli da un punto di vista sportivo, il film racconta anche l'epoca di passaggio dal tennis come sport per gentlemen a fenomeno di massa con protagonisti delle star mediatiche: ché in tali furono trasformati dalla stampa e dalla TV due personaggi che, Borg ancora meno di McEnroe, erano consoni al vecchio ambiente tennistico d'élite. Un buon film che racconta con fedeltà un ambiente e un periodo di cambiamenti, non solo nel tennis. 

mercoledì 22 novembre 2017

Pinter's Anatomy


"Pinter's Anatomy" di Ricci/Forte. Drammaturgia Ricci/Forte; regia Stefano Ricci, movimenti Piersten Leirom. Con Giuseppe Sartori, Anna Terio, Piersten Leirom, Simon Waldvogel. Produzione Ricci/Forte - CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia. Al Teatro San Giorgio di Udine il 22, 23, 24 novembre.
Riproposizione con una diversa formazione di protagonisti, quattro performer dotati di una straordinaria fisicità, di uno spettacolo creato appositamente per il CSS otto anni fa nell'ambito del Progetto Living Thing: Harold Pinter, in cui il sempre frizzante duo di drammaturghi, da tempo tra i più innovativi e provocatori della scena italiana, si confronta con le tematiche più care del grande autore inglese, già meritevole Premio Nobel per la letteratura, specie quelle più marcatamente politiche delle ultime opere, che hanno a che vedere essenzialmente col linguaggio come mezzo di potere e quanto questo possa diventare manipolatorio, violento, mistificante del ricordo e della stessa percezione che la persona ha di sé stesso e del passato. Uno spazio claustrofobico, i camerini del teatro, composto da un check-point di confine, un obitorio, una stanza con un albero di Natale, la ricostruzione della prima esperienza sessuale da due diversi punti di vista, a dimostrare quanto la memoria non sia condivisa, e quanto i ricordi cancellabili o alterabili solo per adeguarsi agli standard di un mondo plastificato che impone di farne a meno in nome di una omogeneizzazione che nulla ha a che vedere con l'uguaglianza e la parità ma piuttosto con l'asservimento e la cancellazione della propria personalità e specificità, anche culturale: per farne parte non dobbiamo essere portatori di alcun valore o caratteristica, in sostanza bisogna rinunciare a essere individui con una storia. Altrettanto evanescenti risultano le connessioni tra le persone, inevitabilmente ricondotte a rapporti di potere. Ad esprimere questa realtà schizoide, una performance tanto più corporea, intensa e coinvolgente quanto più "intima": a fruirne, per la durata di 35' mozzafiato con sottolineature musicali particolarmente azzeccate, come ormai tradizione per Ricci/Forte, 8 spettatori per volta immersi nella scena in cui operano i quattro ottimi interpreti. A rappresentazioni come queste è impossibile rimanere indifferenti e, per quanto mi riguarda, ne rimane sempre traccia perché toccano nervi scoperti e agiscono nel profondo. Le trovo ogni volta esperienze da affrontare, benché scomode, perché smuovono qualcosa nel profondo. Alla prossima, tra breve.

domenica 19 novembre 2017

Copenaghen


"Copenaghen" di Michael Frayn. Traduzione di Filippo Ottoni e Maria Teresa Petruzzi, regia di Mauro Avogadro. Con Umberto Orsini, Massimo Popolizio, Giuliana Lojodice. Scene di Giacomo Andrico; costumi di Gabriele Meyer; luci di Giancarlo Salvatori; musiche di Andrea Liberovici. Produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione - CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli-Venezia Giulia.
Un balsamo per il cuore e un tonico per la mente questa immersione in un'immaginaria aula di fisica, una scenografia fatta di lavagne con formule matematiche alle spalle di un palco con quattro sedie di metallo, utilizzate e spostate all'occorrenza dai tre magnifici interpreti, che immaginariamente rievocano, post mortem, un incontro realmente avvenuto nel settembre del 1941 nella capitale della Danimarca ai tempi occupata dai nazisti, fra due premi Nobel per la fisica, entrambi tra i fondatori della meccanica quantistica, con Werner Heisenberg (Massimo Popolizio), padre del principio di indeterminazione, a capo del programma atomico di Hitler, a rendere visita al suo mentore e vecchio maestro Niels Bohr (Umberto Orsini), a malapena tollerato dagli occupanti in quanto mezzo ebreo. Terza voce, a fare da moderatore ma per nulla neutrale, la moglie di Bohr, Margrethe, per cercare di chiarire quale fu il motivo per cui quella visita tra maestro e allievo, tra cui esisteva un rapporto simile a quello tra padre e figlio, con tutte le contraddizioni che gli sono proprie, si concluse bruscamente con la rottura dell'antico sodalizio tra i due, motivo mai chiarito dalle parti in causa mentre erano ancora in vita. La vicenda viene ricostruita da ciascuno dei personaggi secondo il proprio punto di vista che, a parte quello piuttosto manicheo di Margrethe, è piuttosto indeterminato, a proposito del principio fisico che sta alla base della visione di Heisenberg e condiviso dallo stesso Bohr, e la discussione fra i tre, fra ricordi, ipotesi scientifiche, quesiti filosofici, influenzata da elementi e considerazioni contraddittori, ruota alla fine sull'eticità della ricerca in generale e per i dilemmi morali che pone in particolare quella sulla fissione nucleare in quel tempo di guerra. Fino a che punto ci si può spingere? E' o no la scienza responsabile dell'uso che viene fatto delle sue scoperte? Forse il rapporto fra i due luminari si era già deteriorato prima di quel fatidico incontro a Copenaghen senza che se ne accorgessero a causa di rancori non sopiti e di scelte diverse, come pare sostenere Margrethe, e forse la causa della rottura non fu proposta indecente avanzata da Heisenberg. Il quale forse ebbe più di uno scrupolo nel portare a termine le sue ricerche: egli confermò a Bohr in quell'occasione che Hitler stava puntando alla costruzione di un'arma definitiva dicendosi però certo che non ci sarebbe arrivato, come poi fu; in compenso Bohr successivamente ebbe una parte nel progetto Manhattan, trasferendosi negli USA, il cui governo decise di sperimentare la bomba su Hiroshima prima e Nagasaki tre giorni dopo, a guerra praticamente già vinta: un massacro perfettamente gratuito, un crimine di cui non hanno mai pagato il conto. Teatro semplice, magistralmente efficace, nonostante la complessità delle questioni poste sul tappeto: che fa riflettere. Essenziale la messa in scena, tre attori straordinari per nitore, ritmo, capacità di immedesimazione. Sala piena, all'Auditorium Zanon di Udine ieri sera, pubblico ipnotizzato e plaudente, che sarebbe stato pronto per un bis.  

sabato 18 novembre 2017

The Big Sick

"The Big Sick" di Michael Showalter. Con Kumail Nanjiani, Zoe Kazan, Holly Hunter, Ray Romano, Anupam Kher, Zenobua Shroff e altri. USA 2017 ★★-
Quando, giustamente, davanti all'ennesima commedia all'italiana, o francese, o spagnola, con le loro eterne macchiette e i luoghi comuni, e lasciando perdere le derive cinepanettonesche, si grida alla solita solfa, non si vede per quale motivo quando viene propinata l'ennesima storiella romantica con contorno di malattia di uno dei due che funge da deus ex machina per il lieto fine della storia d'amore altrimenti impossibile bisogna gridare al miracolo soltanto perché arriva dagli USA e perché è il trionfo del buonismo politicamente corretto. Questo e poco altro è The Big Sick, che porta sullo schermo la vita vera degli sceneggiatori Kumail Nanjiani Kazan, che ne è anche l'interprete principale, e la moglie Emily V. Gordon (Gardner nel film: non si capisce perché sia ia fatta sostituire da Zoe Kazan), che dalla sua ha soltanto il buon ritmo e la simpatia dei caratteristi a cui è affidata una trama tanto gracile quanto banale. Kumail, un giovane d'origine pachistana trascinato non si capisce perché negli USA dai genitori, è un aspirante cabarettista che di giorno fa l'autista di Uber a Chicago, e durante una recita viene interrotto nel suo monologo, zeppo di sconfortanti banalità, da Emily, una spiritosa studentessa che aspira, ma guarda caso, a diventare psicoterapeuta. Inizia una relazione di sesso-e-simpatia che regge finché viene mantenuta a livello di disimpegno, perché Kumail in realtà deve destreggiarsi nello sfuggire alla schiera di fanciulle pachistane che gli vengono sottoposte dai genitori, e in particolare dalla madre, a ogni pranzo famigliare a cui partecipa, e si guarda bene dal confessare ad Emily che non ha mai pensato di presentarla alla sua famiglia che dà per scontato che accetti un matrimonio combinato, come vuole la tradizione. Quando Emily lo scopre, il loro rapporto va in fumo ma lei si ammala a causa di un morbo misterioso fino a entrare in un coma indotto autorizzato proprio da Kumail (presente all'ospedale al momento del ricovero e che s ifa passare per un parente), che l'assiste fin dal primo momento. Lì conosce i genitori di Emily e durante la lunga e delicata degenza di Emily comincia a rendersi conto dell'importanza della loro storia e delle sue ambiguità, fino a decidersi a chiarire la sua posizione con la propria famiglia: in quest'occasione l'unico spunto apprezzabile di tutto il film, quando lui chiede ai genitori, senza avere risposta, il motivo per cui lo hanno portato negli USA, di cui conoscevano la diversità di costumi rispetto al Pakistan, imponendogli di diventare americano ma con lo sguardo al passato, portandosi dietro usanze e credenze che non ha più. Tutto il resto è scontato, situazioni e battute trite e ritrite: una riedizione buonista e multi-culti delle commedie romantiche degli anni Novanta tipo Harry, ti presento Sally, dove i pachistani svolgono il ruolo stereotipato che là era esclusiva degli ebrei newyorchesi. Un sorriso stentato e poco altro: robetta. 

giovedì 16 novembre 2017

The Square

"The Square" di Ruben Östlund. Con Claes Bang, Elisabeth Moss, Dominic West, Terry Notary,  Christopher Laesso, Annika Liljeblad e altri. Svezia, Danimarca, USA, Francia 2017 ★★★★★
Mi tocca ammettere che su Ruben Östlund mi ero sbagliato: il suo precedente lavoro, Forza maggiore, mi era sembrato piuttosto inconcludente e masturbatorio, abbastanza in linea con l'idiotismo che domina la società scandinava, anche quando ne metteva in evidenza, sbertucciandole, gli aspetti più malsani; in quest'occasione, con un film più strutturato (per quanto volutamente sincopato, senza une vera e propria trama, a seguire una serie di eventi che sfuggono al controllo del personaggio principale), si rivela una vera pecora nera, una voce fuori dal coro perbenista e politicamente corretto, dalla visione acuta e capace di mettere alla berlina tutta una serie di ipocrisie e luoghi comuni del milieu pseudo culturale e progressista (si fa per dire) e dei media che lo blandiscono sputtanandone la pretesa di essere depositario di un'arte, quella contemporanea e posticcia che si muove in una dimensione completamente fuori dalla realtà, che ha pure la pretesa di spiegarla e di essere, quindi, autentica, oltre che necessaria. Il nostro eroe è Chiristian (il fin qui sconosciuto Claes Bang: notevole), il bello, vanesio, "distrattamente" elegante, infantile curatore dell'X-Royal, museo d'arte contemporanea collocato nell'ex palazzo reale di Stoccolma, e la vicenda ruota attorno al prossimo "evento" in programma, l'installazione "Square", opera di un'artista argentina, un quadrato di quattro metri per lato delimitato da una banda luminosa collocata nella piazza, pavimentata a porfido, antistante l'ingresso principale del museo, che vuole essere un santuario di fiducia e altruismo al suo interno dove tutti hanno gli stessi diritti e doveri, una zona franca, insomma, ben'altra rispetto al mondo circostante eppure inserita in esso, insomma una classica sega mentale come pressoché tutto ciò che ruota attorno all'arte contemporanea, almeno quella istituzionalizzata. Per lanciarla, vengono ingaggiati due giovani creativi, che puntano a un evento faccia parlare dell'"evento" e non trovano di meglio che proporre un video destinato a diventare virale sui social, tanto sarà dirompente e disturbante. E che, mandato in rete sul sito del museo, puntualmente scatenerà un coro di proteste da parte dei media che porteranno (forse) alle dimissioni di Christian il quale, preso dalle vicende seguite al furto e al successivo recupero dello smartphone, del portafogli e di un paio di gemelli d'ori del nonno, colpevolmente non aveva supervisionato il video. In mezzo, il cicaleccio delle presentazioni, dei briefing, delle interviste vuote, delle serate che in un caso finiscono nel letto di una giornalista che vive con uno scimpanzè e che svela Christian in tutta la sua superficialità, delle cene di gala in onore dei donatori (magistrale quella in cui un uomo scimmia, il bravissimo Terry Notary, già protagonista di un'installazione video che compare in più di un'occasione, viene sguinzagliato tra i tavoli "dal vero" a terrorizzare gli imbalsamati e ingioiellati convenuti, finendo per scatenare la vera "bestia" che è in essi), fino alla conferenza-stampa finale in cui da un lato Christian deve difendersi dalle accuse di scorrettezza politica, dall'altro di limitare la libertà d'espressione. Il tutto in un continuo ed esilarante corto circuito fra buone intenzioni e parole (alate quanto vuote) che vogliono illustrarle e realtà, tra apparire ed essere, condito sempre con qualche elemento spiazzante e apparentemente incongruo a punteggiare il caos. Due ore e venti di film che però non innescano mai stanchezza e noia, con la certezza fin dal primo momento che la sorpresa è in agguato. Qualcuno ha ricordato Marco Ferreri, a proposito di questo questo The Square che ha meritatamente conquistato la Palma d'Oro questa primavera a Cannes e il paragone non è irriverente nei confronti del compianto maestro. Entrato in sala perplesso, ne sono uscito con un sorriso beffardo sulla labbra, il cuore leggero e l'animo soddisfatto: qui siamo a livelli molto alti. Bravissimi tutti: imperdibile.

martedì 14 novembre 2017

Siamo seri

Se questi “TOP SPONSOR” della nazionale di calcio italiana sono l’eccellenza del Paese (chiedere ai rispettivi clienti per credere), dove cazzo pensavamo di andare? Mission Impossible.

lunedì 13 novembre 2017

The Place

"The Place" di Paolo Genovese. Con Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Alessandro Borghi, Silvia D'Amico, Giulia Lazzarini, Vinicio Marchioni, Silvio Muccino, Rocco Papaleo, Vittoria Puccini, Alba Rohrwacher, Sabrina Ferilli. Italia 2017 ★★★
Non così convincente come il precedente Perfetti sconosciuti, con cui peraltro ha molti punti in comune, e probabilmente non ne ripeterà il clamoroso e inaspettato successo, però Paolo Genovese conferma di saperci fare e confeziona un  film che, pur essendo romani sia lui sia, in prevalenza, gli interpreti che ha scelto con occhio felice, non è per nulla romanocentrico né gioca su tratti del carattere e fissazioni puramente italiani: fatta anche in questo caso la scelta dell'unità di luogo, l'azione si svolge tutta all'interno di The Place, come si chiama il bar-tavola calda in fondo al quale siede in permanenza, alle prese con un grosso quaderno nero in cui a volte scrive e che altre consulta, un uomo riservato quanto impenetrabile, interpretato come meglio non avrebbe potuto da Valerio Mastandrea, da cui si recano in processione nove personaggi che non potrebbero essere più diversi, perché lui ha il potere di esaudire desideri, qualsiasi desiderio: in cambio, chiede soltanto una buona azione, che sceglie ad hoc consultando i suoi appunti, e che danno la sensazione di essere delle simboliche punizioni anticipate, dei contrappassi, per le richieste, a volte decisamente peccaminose, degli interessati. C'è chi chiede di riavere nelle sue piene facoltà il marito colpito da Alzheimer, chi la guarigione del figlio da un handicap, chi il riaccendersi del rapporto col marito, chi quello col figlio, chi la bellezza che pensa di non avere, chi di tornare a sentire la presenza di Dio e chi di riacquistare la vista, chi ancora il realizzarsi del proprio sogno erotico di carta: tutto è possibile, pagando adeguato pegno, questo è il contratto, da cui è possibile in ogni momento recedere, a patto di rinunciare al desiderio si è andato a chiedere. Chi è l'ambiguo personaggio? Un angelo o un demone? Un sorta di Doktor Faust alle prese ogni giorno con le debolezze umane? Stremato vieppiù nel constatare fino a che punto si è disposti ad arrivare pur di vedere realizzati i propri desideri? A fare eccezione la donna che gestisce il bar, l'unica che invece di chiedere qualcosa si limita ad aspettare, nel suo caso l'amore. Anche in questo caso si tratta di fatto di teatro filmato, e la riuscita è affidata alla bravura degli attori, i tratti dei cui personaggi sono solo abbozzati, alcuni un po' troppo vagamente; e la vicenda funziona e si volge abbastanza fluidamente nonostante alcuni intoppi nella sceneggiatura, non così cronometricamente precisa come nel film precedente, e anche in questo caso manca un tocco di cattiveria in più che non sarebbe guastato a tinteggiarla ulteriormente di nero. Comunque mi sono divertito e il film, tratto da una serie televisiva americana, non è male ed è sufficientemente originale e spiazzante. 

giovedì 9 novembre 2017

Atti osceni - I tre processi di Oscar Wilde


"Atti osceni - I tre processi di Oscar Wilde" di Moises Kaufman. Traduzione di Luci De Capitani; regia, scene e costumi di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia; Luci di Nando Frigrerio; suono di Giuseppe Marzoli. Con Giovanni Franzoni, Riccardo Buffonini, Ciro Masella, Nicola Stravalaci. Giuseppe Lanino, Giusto Cucchiarini, Filippo Quezel, Edoardo Chiabolotti, Ludovico D'Agostino. Produzione Teatro dell'Elfo. Fino al 12 novembre al Teatro Eflo/Puccini di Milano.
Non stupisce che Oscar Wilde, la cui attualità è perfino superfluo sottolineare, sia uno degli autori di riferimento di un gruppo teatrale particolarmente attento agli autori anglosassoni come quello dell'Elfo: ricordo l'emozionante e intensa Salomè messa in scena due anni fa, come anche la lettura Il fantasma di Canterville che Ferdinando Bruni riproporrà nelle prossime settimane (21 novembre - 3 dicembre) e, a partire dalla fine della prossima settimana (17 novembre - 10 dicembre), L'importanza di chiamarsi Ernesto, sempre per la regia di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia. Qui, quasi a introdurre il personaggio, la cui conoscenza è spesso superficiale e limitata al suo dandysmo nonché alla capacità di inventare aforismi fulminanti, si è deciso di proporre al pubblico italiano un testo del drammaturgo venezuelano-americano Moises Kaufman, che lo mette al centro in prima persona, magnificamente interpretato da Giovanni Franzoni, di cui peraltro è impossibile non notare la somiglianza fisica con uno dei più noti ritratti di Wilde che campeggia nell'ultima scena, quando tutti gli attori gli si rivolgono, spalle al pubblico, per un silenzioso omaggio. L'occasione sono i tre processi per atti osceni subiti da Oscar WIlde nel 1895 e che portarono alla dura condanna di due anni ai lavori forzati a causa della sua omosessualità, inevitabile per un uomo che ha denunciato nella vita come nelle opere l'ipocrisia e la doppia morale vittoriana; processi che vengono ricostruiti attraverso la narrazione degli interpreti, che a loro volta diventano anche personaggi, secondo il loro personale punto di vista: dell'accusa come della difesa oltre che testimoni a favore e contro, a cominciare dall'esilarante esibizione del gruppo di "ragazzi di vita" di varia estrazione sociale e compagni di bagordi pronti a tradirlo e dall'ambigua figura dell'amico-amante Lord Alfred Douglas, responsabile più o meno consapevole della condanna e della rovina dello scrittore. Processi e conseguente condanna esemplare di un autore "fuori dal coro" che ha sempre rivendicato l'assoluta libertà di ispirazione e creazione e che considerava la sua stessa vita come una forma d'arte; mentre nel testo di Kaufman vengono sottolineate e messe in bocca a Wilde stesso non solo le sue concezioni estetiche, ma anche quelle filosofiche e politiche, tutt'altro che banali, attraverso brani tratti da opere meno note come Il Rinascimento Inglese dell'Arte e L'Anima dell'Uomo sotto il Socialismo. Soprattutto, neanche un accenno di pappa buonista e politically correct sulla questione dell'omosessualità, anzi: fieramente rivendicata in nome di un'etica e di un'estetica a cui si è fedeli, e per la quale non viene chiesto alcun riconoscimento o permesso da parte di un'autorità che si disprezza. Spettacolo palpitante, vivo, coinvolgente, ineccepiblle da qualsiasi punto di vista, da non perdere.

lunedì 6 novembre 2017

Una questione privata

"Una questione privata" di Paolo e Vittorio Taviani.  Con Luca Marinelli, Lorenzo Richelmy, Valentina Bellè, Francesca Agostini, Jacopo Olmo Antinori. Italia, Francia 2017 ½
Ennesimo adattamento letterario nella loro interminbabile carriera e, per quanto mi riguarda, ennesima occasione in cui mi chiedo il motivo per cui il cinema dei Fratelli Taviani (una specie di marchio COOP) sia tanto osannato. Dalla critica, s'intende, in particolare quella militonta di matrice ex comunista, molto meno dal pubblico. Della loro produzione ho apprezzato davvero un solo film: Cesare deve morire, che peraltro era un documentario su uno spettacolo teatrale realizzato da detenuti nel carcere di Rebibbia, e solo per la parte che li vedeva in scena: tutto il resto è noia, velleitarismo e artificio, benché ci provino ogni volta a inserire elementi ironici (che quasi nessuno è in grado di cogliere realmente), semplicità, realismo. Anzi: più insistono sul vero e sull'autentico e più risultano posticci. L'impressione è sempre di assistere a qualcosa di stantìo, scollegato, senza ritmo: c'è immobilità anche nell'azione, che pure in Una questione privata, tratto da un romanzo incompiuto di Beppe Fenoglio, esiste. Perfino interpreti bravissimi e intensi  come Luca Marinelli (l'unico motivo che mi abbia motivato a vedere la pellicola, dando per scontato che avrebbero rovinato il mio amato Fenoglio) mostrano la  corda e sembrano recitare roboticamente. Marinelli è Milton, uno studente che fa parte della resistenza badogliana nelle Langhe, che capitando nella villa dove aveva conosciuto e s'era innamorato di Fulvia, una studentessa torinese sfollata, viene a sapere dalla custode che forse c'è stata una relazione tra lei e il suo migliore amico, Giorgio, anche lui partigiano, ma in una formazione diversa dalla sua. Per scoprire la verità va a cercarlo, e quando Giorgio viene catturato dai repubblichini il pensiero diventa doppiamente ossessivo e parte alla disperata caccia di un fascista da catturare a sua volta e scambiare con l'amico. Ecco: sul lato umano, personale di chi aveva partecipato alla lotta partigiana aveva scritto in questo romanzo Fenoglio, come ne Il partigiano Johnny, lontani dalla retorica della Resistenza tanto cara al PCI e ai suoi discendenti fino ai giorni nostri, convinti come erano e sono di averne l'esclusiva, e questo traspare sì nel film dei Taviani, ma facendo di Milton un personaggio più che altro grottesco, e anche degli altri non ce n'è uno che susciti un minimo di empatia. Insomma, una cosa di poco spessore e piuttosto squallida che per fortuna dura soltanto 84 minuti che però sembrano il doppio.

sabato 4 novembre 2017

Finché c'è prosecco c'è speranza

"Finché c'è prosecco c'è speranza" di Antonio Padovan. Con Giuseppe Battiston, Teco Celio, Roberto Citran, Silvia D'Amico, Rade Serbedzija, Liz Solari, Vitaliano Trevisan e altri. Italia 2017 ★★★+
Il conte Desiderio Anzillotto è un uomo intelligente, colto, raffinato e allo stesso tempo alla mano e di saldi principi: a una vita mondana e al jet set internazionale ha preferito la fedeltà alle sue radici che affondano nelle colline attorno a Valdobbiadene, come quelle delle viti di prosecco, che coltiva con passione e competenza e senza additivi, al naturale, come pochi ancora fanno. Il suo plateale suicidio, nel cimitero adiacente alla sua magnifica villa e a suoi vigneti, è il primo caso che capita al neopromosso ispettore Stucky della questura di Treviso, mezzo veneziano e mezzo persiano, all'apparenza risolto in partenza perché il nobiluomo ha ingerito un'intera scatola di barbiturici bevendoci sopra una della sue bottiglie scrivendo sull'etichetta di sua mano "bevuta nell'ultimo giorno di battaglia". Di quale battaglia si trattasse, e quale legato testamentario il conte avesse assegnato ad alcune persone di sua massima fiducia, lo scoprirà il pacioso, impacciato, un po' trasandato e apparentemente timido poliziotto a cui dà vita e corpo (in tutti i sensi) e un'anima complessa Giuseppe Battiston, indagando con pazienza e acume quando nello stesso paese viene assassinato prima il titolare di un cementificio altamente inquinante costruito proprio di fronte alla villa di Anzillotto e contro cui quest'ultimo aveva combattuto dalla sua entrata in attività, e poi il tecnico che aveva firmato una relazione rivelatasi falsa sull'innocuità dei residui del combustibile utilizzato per la produzione: raggiunge lo scopo perché riesce, con pazienza, ad entrare in sintonia con gli abitanti del luogo, diffidenti verso i foresti e con una concezione parziale ma in definitiva sana di ciò che è giusto, muovendosi felpatamente tra luoghi, persone, sentimenti, storie personali comprese le sue che lo tormentano. Lungometraggio d'esordio di un giovane cineasta di Conegliano trasferitosi da dieci anni a New York per lavoro e tratto dall'omonimo romanzo di Fulvio Ervas, che lo ha sceneggiato, è un noir (o giallo) a tinte tenui, garbato, senza dettagli scabrosi e la frenesia di quelli metropolitani come Gomorra o Suburra, che pure hanno un loro perché, molto veneto e anzi molto trevigiano, morbido come il paesaggio collinare della Marca Gioiosa dove i patrizi veneziani andavano a godersi i frutti dei loro commerci e a riposarsi dai continui conflitti che li vedevano coinvolti. Per la serie: non si uccide solo a Roma, a Napoli o a Milano, ma anche nella paciosa provincia veneta, e per un motivo ben preciso. C'è chi ha definito il film troppo simile a una puntata di una serie televisiva; io l'ho trovato godibile, lieve, ironico e, pur con qualche ingenuità, aderente allo spirito dei luoghi, che mi sono molto famigliari. 

giovedì 2 novembre 2017

Nico, 1988

"Nico, 1988" di Susanna Nicchiarelli. Con Trine Dyrholm, John Gordon Sinclair, Anamaria Marinca, Thomas Trabacchi, Fabrizio Rongone, Karina Fernandez, Calvin Dembra, Sandor Funtek. Italia, Belgio 2017 ★★★★
Dopo aver visto questo film che racconta gli ultimi due anni di vista di Nico, al secolo Christa Päffgen, seguendola nella sua ultima tournée europea dopo la decisione di proporsi come solista, non apprezzo la celebrata sacerdotessa delle tenebre più di quanto facessi trent'anni fa, ossia per niente, però la capisco meglio e sono molto contento di essermi deciso ad affrontare un personaggio che mi è sempre risultato ostico fino al rifiuto perché Susanna Nicchiarelli, di cui avevo molto apprezzato l'esordio alla regia con Cosmonauta del 2009, si conferma un'autrice di grande valore e capace di rivolgersi a un pubblico più vasto di coloro che conoscevano e  apprezzavano Nico come artista a livello internazionale, perché il film è molto poco italiano. Il fatto che Susanna Nicchiarelli realizzi poche pellicole, in compenso di alto livello, è dovuto probabilmente al modo con cui le prepara, con grande approfondimento nella documentazione, accuratezza nello studio dei dettagli e instaurazione del rapporto con gli interpreti che sceglie con molto acume. Il film ci presenta Nico a 48 anni, nel 1986, quando si ristabilisce in Europa, scegliendo una città relativamente periferica come Manchester, reduce dagli ormai lontani fasti newyorkesi, quando era diventata donna-immagine della Factory di Andy Warhol e simbolo dei Velvet Underground, da questi alla fine mal sopportata per le sue velleità artistiche (a mio avviso piuttosto prive di sostanza) mentre a suo dire ne sarebbe stata emarginata, decisa a continuare da sola e ad esprimere la propria creatività lontana dall'icona costruita su di lei, come se fosse stato contro la sua volontà. Ora, dopo essere stata una modella famosa in tutto il mondo e avendo a che fare con il giro di Warhol ci sarebbe poco da stupirsi, e probabilmente viaggiava con la mente abbondantemente annebbiata da massicce dosi di eroina lontano dalla realtà per non accorgersi di essere parte di una sistematica manipolazione, che alla fine le dev'essere pur stata bene. Quando se ne rese conto, oltre a tornare in Europa, si presentò completamente diversa, coi capelli biondi tinti rigorosamente di funereo nero, ingrossata, vestita con quel che le capitava ma sempre di scuro ed emanando attorno a sé quell'aura di desolata disperazione che coltivava già da prima, se possibile accresciuta dai lugubri testi che ora scriveva in proprio e alimentata dai due grandi traumi della sua vita: l'infanzia sotto le bombe in Germania seguita da un dopoguerra da fame e il figlio Ari avuto con Alain Delon, mai riconosciuto dal padre (pur essendone il ritratto vivente) e sottrattole quando aveva 4 anni a causa della sua impossibilità di accudirlo adeguatamente. Ora: viene da dire che ci sono alcuni milioni di tedeschi che hanno subito, incolpevoli, gli stessi traumi di Nico per responsabilità dei padri senza che l'esperienza impedisse loro di guardare avanti e che alla nascita del figlio a 24 anni era già adulta e vaccinata, e dunque in grado di valutare le conseguenze della scelta di spostarsi negli USA privilegiando la carriera, e questo la Nico che racconta il film, basato su numerose testimonianze dirette, lo ammette senza reticenze e senza mai cadere nell'autocommiserazione e nel vittimismo. E' una donna dura e piena di contraddizioni, imprevedibile, non facile da affrontare e sopportare; che conserva tratti da diva con alti e bassi acuiti dalla dipendenza dalla droga, sbalestrata quanto conformista per altri aspetti, ed è così che la vediamo on the road su un pulmino di seconda mano in tournée in location decisamente defilate (c'è anche Anzio) e platee riempite a fatica da pochi ma devoti seguaci della principessa delle tenebre, come veniva definita, accompagnata da una band di giovani e inesperti musicisti e assistita amorevolmente dal suo manager-amico. Ancor più significative le tappe in alcuni Paesi dell'Est all'immediata vigilia della caduta del Muro, in Cecoslovacchia come nella Polonia in fermento, con esibizioni semiclandestine in cui a tratti aveva dato il suo meglio che, parlando della Nico cantante e musicista, quale era  convinta di essere, è molto relativo oltre che soggettivo. Al termine del faticoso tour, durante il quale aveva cercato di riannodare il rapporto col figlio, e col progetto di incidere un nuovo album, si concede con Ari una vacanza a Ibiza, nel luglio del 1988, durante la quale muore in seguito a una caduta dalla bicicletta causata da un'emorragia cerebrale mentre andava a cercare di banale hashish, ironia della sorte non per overdose come sarebbe stato scontatoStupefacente e che da sola vale il film l'interpretazione di Trine Dyrholm, che alle straordinarie doti di attrice aggiunge quelle di interprete, perché è lei che canta tutti i pezzi di Nico del film, e tutti molto meglio dell'originale, pur avendoli, a suo dire, cantati volutamente male, che non è cosa da poco. Bravi anche gli altri interpreti, a cominciare da John Gordon Sinclair, l'amico-ammiratoree-manager, ma soprattutto la regista, brava davvero.