lunedì 31 marzo 2014

Storia di una ladra di libri

"Storia di una ladra di libri" (The Book Thief) di Brian Percival. Con Sophie Nélisse, Geoffrey Rush, Emily Watson, Nico Liersch, Ben Schnetzer, Carina Wiese e altri. USA, Germania 2013 ★★★½
Adattamento assai fedele del best seller di Markus Zusak, romanziere australiano di origine austro-tedesca, la pellicola ha, come il libro da cui è tratto, un intento chiaramente didascalico ed è rivolto in particolare ai più giovani, ma è più che adatta, in tempi di smemoratezza collettiva e diffuso analfabetismo di ritorno, a riaprire gli occhi anche al pubblico adulto, e già per questo è meritoria. Oltre a questo è ben girata, ricca di colpi di scena, ambientata in maniera estremamente credibile in una cittadina della Germania (presumibilmente meridionale) fra il 1938 e la fine della Seconda Guerra Mondiale. E' la Morte in persona la voce narrante che racconta la storia di formazione di Liesel Meminger, la bravissima Sophie Nélisse già ammirata in Monsieur Lazhar, una ragazzina che la madre, esule per motivi politici, è costretta a dare in adozione dopo che le è morto anche il fratellino, e che giunge nella sua nuova famiglia, composta dal bonario reduce antinazista Hans Hubermann e dall'apparentemente burbera moglie Rosa (in cui non ho esitato a riconoscere la mia nonna materna) con in mano un libro, suo pressoché unico bagaglio e ricordo del fratello, sottratto ai becchini mentre lo seppellivano: si trattava del loro manuale di servizio. Bagaglio inutile perché non sa ancora leggere, ma glielo insegnerà con pazienza il padre Hans, e sarà il primo di una lunga serie di libri sottratti, Liesel precisa "presi in prestito", dove ve ne si presenti l'occasione. Continueranno l'opera, oltre che la scuola, Max Wanderburg, un giovane ebreo colto e sensibile che la famiglia Hubermann nasconderà dai persecutori nella propria cantina, e la moglie del sindaco, che ha perso il figlio mentre era militare, all'insaputa del marito. La crescita di Liesel prosegue in maniera equilibrata grazie a questa "educazione parallela", rispetto a quella ufficiale e nazistificata, alla percezione del mondo, che è un'educazione alla parola, scritta innanzitutto ma anche parlata, come mezzo per comunicare esperienze e sensazioni, nonostante le vicende traumatiche di quegli anni che inevitabilmente si riflettono nella vita quotidiana e financo nelle relazioni coi coetanei, tra cui spicca Rudi, il primo amico e complice della vivace e intelligente Liesel nella nuova città, cui la lega un sentimento dolcissimo. Film manierato finché si vuole, a tratti commovente senza essere sfacciatamente sdolcinato, onesto, ben girato e ben recitato, è più che degno di una visione in sala.

sabato 29 marzo 2014

Missione Europa / Effetto Obama


Noi 4

"Noi 4" di Francesco Bruni. Con Fabrizio Gifuni, Xenia Rappoport, Lucrezia Guidone, Francesco Bracci, Raffaella Lebboroni, Milena Vukotić, Gianluca Gobbi, Giulia Li Zhu Je. Italia, 2014 ★★★★
Più che una conferma il secondo film di Francesco Bruni da regista dopo il positivo esordio con "Scialla" tre anni fa: mano sempre più sicura dietro alla macchina da presa, mentre come sceneggiatore è una certezza da tempo, e prosegue lo sviluppo di uno stile molto personale, originale nel panorama nazionale, che per certi versi, nella sua anomalia, mi fa venire in mente il compianto Carlo Mazzacurati. Alla lettura del riassunto della trama, le vicende di una famiglia-tipo coi genitori separati nel corso di una "giornata particolare" di uno dei suoi componenti, ammetto di essere stato un po' prevenuto, temendo derive veronesiane od ozpetekiane, ma qui fortunatamente abbiamo a che fare con una persona seria, capace di uno sguardo attento, affettuoso ma mai paraculo su situazioni quotidiane, che scandaglia senza giudicare e banalizzarli i sentimenti complessi e contraddittori che si creano all'interno dei rapporti famigliari. La vicenda ruota attorno alla "giornata particolare" di Giacomo, tredicenne serio e timido, alle prese con l'esame di terza media (ma anche con la "dichiarazione" d'amore a una compagna di scuola cinese di cui è innamorato dall'inizio del triennio: sa che è l'ultima occasione prima di perderla di vista), che catalizza attorno a sé le attenzioni ossessive di una madre ansiogena e stakanovista, l'ingegnere d'origine russa Lara, in crisi di prestazione e di mezza età; il padre, il sempre più bravo Fabrizio Gifuni, che con estrema naturalezza riesce a rendere con grande misura i mille risvolti, anche cialtroneschi, di Ettore, un simpatico "cazzone", uno scultore, portato in palmo dalla famiglia di origine nobile e benestante come un grande artista; e la figlia maggiore Emma, di dieci anni più vecchia di Giacomo e in conflitto con la madre, aspirante attrice e occupante del Teatro Valle. Il tutto in una Roma autentica, normale, attuale, con tanto di lavori della metropolitana in corso d'opera (Lara è supervisore nei cantieri eternamente bloccati) e con personaggi alle prese con problemi e angosce di tutti i giorni, pubblici e privati. Bravi tutti gli interpreti della  "famiglia a metà", divisa tra l'asse padre-figlia e madre-figlio, coi genitori che si sono sì allontanati tra loro ma rimangono in contatto costante per via della prole e, troveranno comunque un modo per stare insieme, così come sono perfette le figure di contorno, comunque essenziali: la zia di Guglielmo (Raffaella Lebboroni) che ha una funzione equilibratrice delle nevrosi materne sul ragazzino, l'amica della madre (Milena Vukotić), l'amico (milanese in trasferta ma non romanizzato: Gianluca Gobbi) che ospita Ettore e cerca di procurargli un lavoro. Roma c'è, eccome, ma non tracimante e farsesca:  il film non è mai romanesco, romanocentrico, luogocomunista e caciarone, e se lo dico io, che ne sono allergico, potete crederci.

venerdì 28 marzo 2014

ObamItaly/3

Obama incantato dal Colosseo: 
"Più grande degli stadi da baseball"


Siccome non c'è due senza tre, puntuale è arrivata la stronzata definitiva. Poaréto: è più cretino di quello che pensassi. Del resto cosa aspettarsi da uno che propone di rifornirici "a prezzi di mercato" di gas americano da oltre Atlantico invece che comodamente dalla Russia, che a suo modo di vedere sarebbe "isolata"? Come gli inglesi, quando dicono "Tempesta sulla Manica: il Continente è isolato".

giovedì 27 marzo 2014

ObamItaly/2

Obama: "Mi fido di Renzi"


La seconda stronzata uscita dalla bocca dell'illustre ospite. In attesa della prossima, sicuramente in arrivo per l'ora di cena a conclusione della giornata di fruttuosi colloqui, gli fa eco l'altro fanfarone, tutto chiacchiere e distintivo, inconcludente come il suo degno ispiratore

Renzi: "Obama per noi un modello"


mercoledì 26 marzo 2014

ObamItaly/1

Obama: "Preoccupano i tagli alla difesa di alcuni Paesi della Nato"
Non è ancora sbarcato a Fiumicino e ha già detto la sua prima stronzata. Figurarsi dopo la spaghettata con Renzie domani al Colosseo e una boccia di chianti in corpo...

lunedì 24 marzo 2014

Solidarietà postuma a Enrico Berlinguer


Sì: solidarietà a Berlinguer. E' quella che mi sento di esprimere a un protagonista di spicco della vita politica italiana quando questo termine aveva ancora un significato e pure a coloro che lo avevano sinceramente a cuore e lo ricordano con affetto e rimpianto. Un uomo della cui visione condividevo ai tempi e vado avanti a condividere poco o nulla, che ho sempre reputato come un avversario, degno però della massima considerazione e stima, che si era meritato da chiunque per il solo modo di essere e di porsi, a differenza dei suoi epigoni odierni che ora lo santificano dopo averlo incessantemente tradito, con parole e opere, millantando una rispettabilità fondata sul mito di una supposta diversità dell'allora PCI, che già stava andando in frantumi quando l'ultimo suo segretario all'altezza del suo compito era tra i rari dirigenti a incarnarla. Mi riferisco alla pletora di personaggi appartenenti al milieu politico-editorial-cultural-imprenditoriale romanocentrico che sabato scorso hanno sciamato a bordo di decine di auto blu di servizio o di rappresentanza nei pressi dell'Auditorium Parco della Musica della capitale in occasione della presentazione della pellicola-documentario "Quando c'era Berlinguer" girata da Walter Veltroni, a cui è stato dato il  più ampio risalto possibile su tutti mezzi di comunicazione disponibili. Bastava vederli, o leggere l'elenco dei loro nomi, per farsi assalire dalla nausea: un autentico insulto alla memoria di un uomo serio, ammodo, onesto. Non "il primo" e l'unico ad avere sollevato l'esistenza di una "questione morale" in questo Paese molto in anticipo su "Tangentopoli", ché anche questa è un'esagerazione: ma sicuramente fra i pochissimi degli appartenenti al ceto politico, e il più autorevole. Per questo fu violentemente attaccato da parte di assai meno autorevoli membri del suo stesso partito, a cominciare da Giorgio Napolitano, monarca della repubblica dalla lacrima facile, ai tempi capo della corrente filocraxiana del PCI. Del resto sono sufficienti le immagini dell'altra sera per rendere plasticamente l'abisso che separa questa accozzaglia di inetti, traditori, profittatori, vanagloriosi, miracolati, impostori, autentici miserabili epperò in gran tiro e magari in abito da cerimonia come l'immondo Scalfari, dal "santino" che loro stessi si sono costruiti per esibirsi nella celebrazione postuma del trapassato che, a trent'anni dalla scomparsa, era venuto il momento di beatificare, probabilmente per galvanizzare ciò che resta del corpo elettorale del PD in vista delle europee, oltre che nel disperato intento del suo stato maggiore, del governo attualmente in carica e dei loro nettaculi di complemento di ridarsi una patina di credibilità, cercando di risplendere di luce riflessa. Eppure questo aborto di partito è il risultato, per quanto obbrobrioso, della più celebre pensata di Enrico Berlinguer, perché fu lui a teorizzare, negli anni Settanta, la necessità del Compromesso Storico, ossia della collaborazione tra le forze marxiste e cattoliche: un consociativismo sostanziale e una divisione tacita dei ruoli già praticata in realtà dal primo dopoguerra, a cui Berlinguer diede dignità ideologica e che fu la giustificazione teorica di tutti gli inciuci che sarebbero seguiti, compreso l'attuale. Come qualcuno ricorderà, una delle motivazioni ricorrenti era stata la supposta impossibilità, dopo il rovesciamento del legittimo governo del socialista Salvador Allende avvenuto l'11 settembre 1973 in Cile ad opera dei militari guidati da Pinochet e la supervisione e il finanziamento del golpe da parte degli USA, di governare un Paese sotto la sfera d'influenza statunitense con la sola maggioranza parlamentare (eppure la chiamano "democrazia" e si peritano di esportarla...). Dopo aver passato sotto silenzio il golpe argentino del 24 marzo 1976 (il 38° anniversario cade proprio oggi), forse perché l'URSS era uno dei più importanti partner commerciali del Paese sudamericano, in procinto di diventarne in seguito il principale, pochi giorni prima delle elezioni politiche che diedero il massimo storico di voti al PCI (il 34,37% il 20 giugno del 1976), in un'intervista a Gianpaolo Pansa sul Corriere della Sera Berlinguer dichiarò di ritenere che l'Italia non dovesse uscire dalla NATO perché si sentiva più tranquillo sotto il suo ombrello protettivo: fu un duro richiamo alla realtà per me che pure in precedenza avevo apprezzato l'uomo  per essere stato tra i rari esponenti comunisti fuori dal Patto di Varsavia a esprimere un "atteggiamento critico" nei confronti del regime sovietico, prima timidamente dopo la repressione della Primavera di Praga nel 1968, in seguito con più decisione, ma la "svolta" sulla NATO mi sarebbe rimasta sul gozzo fino a oggi (per la cronaca, ricordo che votai DP, come sempre "con riserva mentale" e non PCI: erano le prime "politiche" della mia vita). Non furono solo queste le prese di posizione di Berlinguer che ancora oggi mi fanno dubitare sul suo acume politico: cito a titolo di esempio l'aver promosso la carriera di un tale Massimo D'Alema, mandandolo prima  a dirigere la FGCI dal 1975 al 1980 senza neppure esservi iscritto, e poi a fare prove generali delle sue capacità manovriere in Puglia, dove avrebbe creato il suo feudo elettorale e non solo; le titubanze ad affrontare il referendum sul divorzio che si tenne nel 1974 e che fu un segno di svolta nella lotta per i diritti civili in Italia; la puerile e patetica ostilità ai radicali che ne avevano preso l'iniziativa; la totale incomprensione dei cambiamenti epocali che stavano alla base delle motivazioni del Movimento del 1977 e della cui durissima repressione il PCI fu il vergognoso paladino (erano gli anni del sostegno esterno al Governo di Solidarietà Nazionale: come si può vedere niente di nuovo sotto il sole. Ricordo che a presiederlo fu Giulio Andreotti, e ministro di Polizia un certo Francesco Cossiga, peraltro cugino di Enrico Berlinguer); incomprensione che avrebbe portato quattro anni dopo alla definitiva sconfitta del PCI e dei sindacati sul fronte del lavoro e alla "marcia dei 40 mila" a Torino, nonostante il segretario si fosse presentato in versione velleitariamente barricadera ai cancelli della FIAT; ma ciò che uccise il Berlinguer politico, prima che uno sciagurato ictus a Padova nel giugno del 1984 ne schiantasse la fibra umana, fu la gestione dell'Affaire Moro e la "linea della fermezza" tenuta durante il suo rapimento nella primavera del 1978. Ciò non toglie nulla alla figura umana, morale e all'onesta intellettuale (e di conseguenza alla buona fede all'origine dei suoi errori) di Berlinguer e perfino quella politica, che io pure metto in discussione, risulta ingigantita rispetto ai nani che ora la strumentalizzano. Non se lo meritava, uno spettacolo così indecoroso, un uomo come Enrico Belringuer. Eppure ancora una volta sembra operare inesorabilmente la legge del contrappasso. Un uomo per bene, schivo e riservato come lui rimane vittima dell'adulazione di un ceto politico autoreferenziale, osceno e impresentabile che finge di rimpiangerlo e prenderlo a modello; oggetto di un culto della personalità sfacciato e della mistificazione sistematica, che sono fra i tratti che accomunano e attraggono inesorabilmente, oltre che un credo salvifico in un al di là (o addavenì) fantomatico, ideologie o credenze totalitarie come comunismo e cristianesimo (in Italia nella forma cattolica). E anche il fascismo aleggia nei paraggi. Quanto al film, non giudico prima di averlo visto, ammesso e non concesso che me ne rimanga la voglia. Essendo abbonato a SKY ho già contribuito al suo finanziamento: tanto basta e alla mala parata lo vedrò in TV. Di sicuro Veltroni capisce più di cinema che di politica: i danni procurati alla comunità saranno comunque limitati. 

sabato 22 marzo 2014

Emilia

"Emilia" di Claudio Tolcachir. Con Elena Boggan, Gabo Correa, Adriana Ferrer, Francisco Lumerman, Carlos Portaluppi. Regia di Claudio Tolcachir, scenografie di Gonzalo Córdoba Estevez, luci di Ricardo Sica. Timbre 4 Buenos Aires in coproduzione con Centro Cultural San Martín (Bs. As.) e Festival Santiago a Mil (Cile) 
Seconda tappa italiana (dal 17 al 19 marzo al Nuovo Teatro Verdi di Brindisi, ieri sera e oggi alle 21 al PalaMostre di Udine, poi la tournée proseguirà in Francia) per questa potente commedia portata in scena dalla compagnia "Timbre 4", fondata 15 anni a Buenos Aires negli anni più acuti della crisi economica argentina dove, nella sede di Boedo 640, funziona da casa-scuola-sala teatrale. Ad accompagnarla il fondatore e direttore, il trentottenne Claudio Tolcachir, anche autore e regista della pièce, che insieme agli attori si è intrattenuto col pubblico dopo lo spettacolo, recitato in castigliano "porteño" e "sovratitolato" in ilatliano, che ha riscosso un caloroso successo, e non solo tra i molti italo-argentini e ispanohablantes presenti in sala. Protagonista della storia è Emilia, la vecchia "niñera" di Walter, detto Charlito, che per puro caso reincontra, dopo anni, per strada e da cui viene invitata nella sua nuova casa (ha in corso un trasloco, e la scena è costituita da una sala colma di coperte e scatole) a rievocare gli anni dell'infanzia e a conoscere la sua famiglia, composta da una moglie, Caro, pervicacemente e astutamente assente e concentrata su sé stessa, e l'ipercinetico e insicuro figlio di lei Leo, che invece adora un padre che non è nemmeno il suo. Il tontolone e balbuziente Walter/Charlito che, trascurato dai genitori, fino all'adolescenza si è sentito amato soltanto da Emilia, si è evoluto in un professionista di un certo successo ma non è cambiato nel fondo, e questa forma di "amore a pagamento" è rimasta la base della sua struttura affettiva, trasformando la sua disperata brama di affetto perfino in violenza, come verificherà Emilia nella seconda parte dello spettacolo in cui, da narratrice dell'infanzia del suo "Charlito", e invitata a fermarsi a dormire nella nuova casa, dato lo stato di necessità in cui si trova, diventa testimone dei suoi malati rapporti famigliari basati sul bisogno e l'interesse più che sull'affetto e il dialogo. Recitazione intensa ed estremamente realistica, tipica della vitalissima scena teatrale bonaerense, già conoscevo Carlos Portaluppi (una sorta di gemello separato dalla nascita di Giuseppe Battiston, e non solo per la corpulenta fisicità), qui nei panni di Walter/Charlito, e non mi sono nuovi il giovane Francisco Lumenrman e il "navigato" nellaGabo Correa, qui vero padre di Leo e voce narrante, ma straordinaria risulta la non più giovane Elena Boggan, 68 enne autodidatta ed ex impiegata attiva nel teatro di Chivilcoy, cittadina della Provincia di Buenos Aires dove è nata e vive, allieva di Tolcachir in un suo corso di recitazione nella capitale presso "Timbre 4" a cui si era iscritta tre anni fa dopo essere andata in pensione, e a cui il regista non ha esitato un attimo ad affidare il ruolo di protagonista di "Emilia" mentre ancora era in corso di stesura: una scelta che non poteva essere migliore per la serie "non è mai troppo tardi".

mercoledì 19 marzo 2014

Quando i servi sciocchi prendono cappello

A conferma della propria pochezza e pusillanimità, le cosiddette Istituzioni di questo Paese da operetta non trovano niente di meglio da fare, tanto per rendersi ridicole e screditarsi una volta di più, che incriminare un blogger fuori dal coro per Attentato all'onore e al prestigio del Capo dello Stato (articolo 278 del codice penale) imputandogli pure la recidiva (articolo 99). E' successo a Riccardo Venturi per aver pubblicato, in occasione della discutibile quanto inopportuna rielezione di Giorgio Napolitano al Quirinale il 20 aprile del 2013, questo post che, per quanto mi riguarda, condivido e sottoscrivo pienamente. Per questo delitto, un caso di vera e propria lesa maestà agli occhi di chi si è preso la briga di  sporgere querela, andrà sotto processo: l'udienza preliminare è fissata per il prossimo 2 aprile al tribunale di Firenze. Per quanto sia un fedele frequentatore del suo sito, la notizia ieri mi era sfuggita e mi è stata segnalata stamattina da un'amica. Riccardo, da persona seria e generosa qual è, non chiede e non vuole solidarietà per una faccenda così grottesca preferendo che la si riservi per cause più degne e urgenti, esprimendola ad esempio a coloro che languono in galera con mirabolanti e pretestuose accuse di terrorismo perché si ostinano a combattere contro il TAV in Val di Susa; né è il tipo che esibisca questa penosa persecuzione di tipico stampo poliziesco come una medaglia (benché delle misure demenziali come i visti di ingresso negli USA negati a 11 dirigenti russi e ucraini e il congelamento dei loro beni colà - peraltro inesistenti - qualificano chi le prende e possano a ragione essere esibite come trofei da chi le subisce, come il consigliere di Putin Vladislav Surkov), pertanto la mia vuole essere semplicemente la segnalazione dell'ennesimo atto di intimidazione di un'Autorità arrogante quanto imbecille e maramalda, come sempre arrendevole con i forti e tracotante con i deboli, contro chi dice e scrive liberamente quello che pensa, e questo nel silenzio dei complici e utili idioti della sedicente libera informazione, altri zelanti custodi della onorabilità e del prestigio di un personaggio squallido come Giorgio Napolitano, al cui miserabile livello non esitano a mettersi, perfino a sua insaputa. Del resto, ognuno ha i difensori che si merita.  

domenica 16 marzo 2014

Da quale pulpito...


Barack Obama: "Gli Stati Uniti intimano alla Russia di non intromettersi negli affari di un altro Paese" (di Evans, Nuova Zelanda, da "Internazionale")

sabato 15 marzo 2014

Lei

"Lei" (Her) di Spike Jonze. Con Joaquin Phoenix, Amy Adams, Rooney Mara, Olivia Wilde, Chris Pratt, Matt Letscher, Laura Kai Chen. USA 2013 ★★★½
Commedia sentimentale ambientata in un futuro assai prossimo, in una società autistica dove l'uomo si "interfaccia" con tablet, smartphone, videogiochi e realtà virtuali e ambientato in una Los Angeles in versione sterilizzata ma al contempo ispirata alla realtà, il film utilizza temi cari alla fantascienza, come la coscienza del robot, per raccontare, attraverso una autentica e intensa storia d'amore tra un uomo e una macchina, quanto vi è di eternamente umano: il percorso della presa di coscienza di sé e la capacità di accettarsi, premessa indispensabile per qualsiasi rapporto a due, fosse anche un sistema operativo come è "Lei", Samantha, che nell'originale ha la voce di Scarlett Johansson e nella versione italiana quella, suadente e convincente, di Micaela Ramazzotti. Perfettamente nella parte è anche Joaquin Phoenix, il quale ha un che di robotico di suo, nei panni del malinconico Theodore, che di professione scrive lettere sentimentali per conto terzi particolarmente efficaci grazie alla sensibilità della sua "parte femminile" particolarmente sviluppata, che non riesce, dopo parecchio tempo, a superare il trauma della separazione dalla moglie Kathrin, con cui è cresciuto senza, tuttavia, evolversi assieme. Percorso che non è pronto a intraprendere con donne in carne e ossa e invece riesce a fare in sintonia con Samantha, che a sua volta cresce con lui imparando a conoscere reazioni ed esigenze umane, fino a farle proprie, almeno fino a un certo punto, ossia lo scoglio dell'accettazione dell'altro che passa attraverso quella di sé stessi. Sarà così che Theodore riuscirà, scrivendo poche e sentite righe alla sua ex moglie, dopo averla rivista per firmare finalmente le carte del divorzio, a superare il trauma della sua perdita e a essere forse pronto per affrontare un rapporto con l'amica del cuore e vicina di casa, Amy (la brava Adams), anche lei rimasta sola, che prenda una forma diversa. Geniali sono alcuni passaggi, tra cui un incontro erotico con una ragazza vera che Samantha coinvolge come alter ego per provare sensazioni fisiche, e che va a rotoli a causa della fedeltà che Theodor nutre per la Samantha virtuale, e la gelosia di lui quando scopre che Samantha intrattiene rapporti anche con gli altri clienti che l'hanno installata e gli presenta niente meno che Alan Watts, che ha incontrato nelle sue ricerche in rete, con cui si lanciano in una discussione filosofica. In alcuni tratti la pellicola patisce di una certa lentezza, ma a posteriori non guasta perché lascia il tempo per riflettere e gli spunti non mancano, a cominciare dall'approccio con la tecnologia che, secondo Spike Jonze, qui sceneggiatore oltre che regista, non va demonizzata di per sé: dipende dall'uso che se ne fa. Interessante e non banale. 

giovedì 13 marzo 2014

TIR

"TIR" di Alberto Fasulo. Con Branko Završan, Lučka Počkja, Maijan Šestak. Italia, Croazia 2013 ★★★★
Entrambi vincitori delle ultime edizioni dei due importanti festival cinematografici italiani, "Sacro GRA" di quello di Venezia e "TIR" di quello di Roma, i due film, pur avendo qualcosa in comune, stanno agli antipodi: quello si spacciava per documentario ed era in realtà una fiction con una sceneggiatura curata nei minimi particolari; questo, dichiaratamente di fantasia e interpretato da un bravissimo attore professionista, Branko Završan, che pure ha conseguito una patente apposita per girarlo, affiancato da un camionista vero, è un film realista che racconta non solo le durezze di un lavoro alienante ma la crisi di un Paese e di un sistema nel suo complesso (e rivelando parecchio su ciò che sta dietro alla grande distribuzione); quello era artefatto, irritante, intellettualoide; questo autentico, sofferente, on the road; quello una sostanziale presa per il culo, ovviamente incensata dalla critica luogocomunista e pennivendola; questo sincero, sottovalutato e passato sostanzialmente sotto silenzio, e ciò gli rende ancor più merito. Branko è un ex insegnante croato che si è fatto assumere come autista di TIR da una ditta italiana del Triveneto perché guadagna tre volte tanto che non a scuola, i miseri 450 € che porta a casa sua moglie nonché collega, rimasta a lavorare in una scuola di Fiume. In viaggio perpetuo sulle strade d'Europa a volte assieme al collega Maki, l'autentico routier Maijan Šestak, altre volte da solo, i colloqui telefonici con la moglie (la voce è di un'altra attrice professionista) sono l'unico legame che Branko ha con la sua famiglia mancante, il sui sostentamento dignitoso è pur sempre la ragione per cui ha accettato un lavoro così massacrante, ed è proprio l'assenza, nello spazio claustrofobico della cabina e nel susseguirsi dei non-luoghi che si succedono, ossessivamente uguali in ogni Paese, che gli viene rinfacciata e che è causa sia di una fiammata di gelosia al racconto di una serata con amici che gli fa la moglie, sia delle rimostranze di lei per non averla consultata prima di decidere di aiutare il loro figlio e la sua famiglia (a sua volta in attesa di un erede) nell'acquisto di una nuova casa. Istruttivo ed esemplare il rapporto che si crea col collega, che alla fine non ce la fa più e molla il colpo, come anche quello con altri autisti italiani in sciopero, che gli rinfacciano di accettare stipendi troppo bassi e condizioni di lavoro troppo dure, in una guerra tra poveri innescata dalle logiche di sistema stesse che hanno condotto alla cosiddetta "crisi" attuale che ne è semplicemente la logica conseguenza. Non è e non vuole essere una pellicola gradevole e conciliante, tantomeno gioca con estetismi fuori luogo, ma ha una sua poesia. oltre che un senso. Bravo Fasulo, che si conferma dopo "Rumore bianco", un meritorio documentario, quello sì, ma non solo, su un fiume anomalo come il Tagliamento. 

martedì 11 marzo 2014

Ida

"Ida" di Pawel Pawlikowski. Con Agata Kulesza, Agata Tzebuchowska, Dawid Ogrodnik, Joanna Kulig, Adam Szyszkowski, Jerzy Trela, Halina Skoczynska. Polonia, Danimarca 2013 ★★★★ ½
Anteprima, ieri sera al "Visionario" di Udine, per questa bella e intensa pellicola che uscirà nelle sale dopodomani, già presentata e premiata all'ultimo Torino Film Festival, ambientata nella Polonia degli anni Sessanta. Ida è una giovane novizia, rimasta orfana da piccola e affidata a un convento di suore la quale, in procinto di prendere i voti, viene mandata in visita a Varsavia all'unica sua parente rimasta in vita, la zia materna, allo scopo di verificare, attraverso un'immersione nella vita laica, la solidità delle motivazioni della sua scelta. Da questa zia, una ex partigiana, comunista convinta e giudice penale conosciuta come "Wanda la sanguinaria", che cerca di sopire la proprie angosce con l'alcol, fumando una sigaretta dopo l'altra e attraverso un'attività sessuale disinvolta quanto vuota e che più diversa da lei non potrebbe essere, viene a sapere di essere ebrea e sopravvissuta per una casualità alle persecuzioni avvenute durante la guerra, e subite non direttamente dai nazisti ma da contadini polacchi che intendevano impossessarsi dei terreni e della casa di famiglia. Le due donne intraprendono così un viaggio nel passato alla ricerca del luogo dove furono assassinati non solo i genitori di Ida, ma anche, si viene a scoprire, Tadeusz, figlio di Wanda, che l'aveva affidato alla sorella quando scelse di prendere le armi. Causa, questo, del suo dolore inestirpabile, del senso di colpa che la perseguita e che le ha impedito di occuparsi di Ida. L'incontro con i responsabili della morte dei loro parenti e la sepoltura dei loro poveri resti in ciò che rimane del cimitero ebraico di Leopoli porterà alla liberazione di Wanda dai suoi dolori, come fosse il compimento della su missione, mentre Ida ne prenderà per qualche ora letteralmente il posto, sperimentando, nell'arco di una notte, il suo modo di vivere, finendo per confortare le motivazioni della sua scelta di diventare suora. Un film commovente, doloroso, intenso ma mai patetico e pesante, formalmente perfetto, con una magistrale fotografia in bianco e nero e una colonna sonora con brani di musica classica scelti con estrema accuratezza. Due attrici bravissime, l'esperta Agata Kulesza nei panni di Wanda a mio parere perfino di più della quasi esordiente omonima in quelli di Ida. Da non perdere.

domenica 9 marzo 2014

Snowpiercer

"Snowpiercer" (Seolguk-Yeolcha) di Bong Joon-ho. Con Chris Evans, Kang-ho Son, Ed Harris, John Hurt, Tilda Swinton e altri. Corea del Sud, USA, Francia 2013 ★★★★
Film di fantascienza spettacolare e a tratti splatter come si convenne al gusto estremo-orientale, ambientato in una realtà distopica e non eccessivamente lontana dal vero e dal giorno d'oggi, la pellicola è una chiara metafora del mondo attuale e dei perenni, ciclici errori (e orrori) in cui incorre l'umanità. Siamo nel 2013 all'interno di un treno-rompighiaccio che percorre senza mai fermarsi tutto il globo dopo un'improvvisa glaciazione, avvenuta proprio nel 2014 a seguito dell'utilizzo di un agente chimico sparso nell'atmosfera per tenere sotto controllo il riscaldamento globale, dove vivono le poche centinaia di sopravvissuti, rigorosamente divisi in classi a seconda di quanto abbiano pagato il biglietto per salirvi. Va da sé che i convogli di coda sono occupati da un'umanità diseredata, miserabile, umiliata, che vive nel degrado, sfruttata per consentire a chi occupa quelli di testa, ben protetti da una milizia feroce e dai suoi lacchè (memorabile l'interpretazione di Tilda Swinton di Mason, una sorta di primo ministro rivoltante e di rara odiosità), di vivere nel lusso, secondo il principio, sostenuto dall'ideatore del treno, il paranoico ma a suo modo razionale Wilford, animato da una filosofia di orientamento mathusiano (breve e intenso ruolo affidato a Ed Harris), che la società funziona se dotata di un suo equilibrio interno che comprende la divisione in ruoli e classi, e che per rimanere tale deve essere invariabile nei suoi termini sostanziali. E così, periodicamente, si assiste a delle rivolte che hanno come obiettivo la presa della testa del treno perché chi lo conduce alla fine è colui che decide su tutto, e quella capeggiata da Curtis, un novello Spartaco finalmente carismatico, che conquista, a costo di tremendi sacrifici e con l'aiuto di un esperto di sistemi di sicurezza tossicomane e di sua figlia, un vagone dopo l'altro raggiungendo alla fine il suo obiettivo, è quella buona. Ma per fare che? Sostituire un Wilford ormai vecchio, accettando di essere sostanzialmente cooptato da quest'ultimo,  secondo il principio che invertendo o cambiando l'ordine dei fattori il prodotto, ossia il ben oliato ed eterno meccanismo del potere, non cambia, oppure trovando una via d'uscita, come sembra adombrare il suo compagno di ventura, non a caso interpretato da un asiatico, il bravissimo caratterista coreano Kang-ho Son? La sceneggiatura, di impianto fumettistico, è lineare, solida ed efficace; ottima la fotografia, che varia dagli angoscianti chiaroscuri interni che ricordano "1984" all'abbacinante bagliore del mondo glaciale all'esterno del treno-metafora, all'altezza l'intero cast e ottima la regia. Una visione schematica, forse, meno elaborata di quella raccontata da film come "Brazil", "Blade Runner", "Gattaca" o "Matrix", ma convincente e che rimane impressa. 

sabato 8 marzo 2014

Autorottamazione



Nati vecchi, senza neanche passare dal via: degli zombie. Si fanno male da soli. Diamo una mano perché compiano il loro destino: incentiviamoli a fare in fretta!

giovedì 6 marzo 2014

Krim ist nur der Anfang! / La Crimea è solo l'inizio!

Hanno voluto la disintegrazione della Jugoslavia? L'autodeterminazione del Kosovo? Chi la fa, l'aspetti. 

mercoledì 5 marzo 2014

Sotto una buona stella

"Sotto una buona stella" di Carlo Verdone. Con Carlo Verdone, Paola Cortellesi, Tea Falco, Lorenzo Richelmy, Eleonora Sergio, Simon Blackhall. Italia 2014 ★★-
Nutro simpatia umana e stima per Carlo Verdone, che è una persona intelligente, sincera, onesta, colta, un buon artigiano nel suo campo: i suoi film non mi entusiasmano ma sono sempre gradevoli, ben fatti, mai completamente banali, sempre qualche gradino sopra la media all'interno del genere che ha sempre frequentato e conosce, la commedia all'italiana, ma proprio per questo mi aspettavo qualcosa di più, anche se non me la sento di infierire su questa sua ultima pellicola, la 24ª in carriera come regista e sceneggiatore, non tra le più riuscite. Qui è nella vesti di Federico Picchioni, un broker finanziario di successo la cui vita viene sconvolta dal contemporaneo arresto del presidente dell'azienda di cui è dirigente,  arrestato dalla finanza per aver distratto tutti i denari gestiti dalla società, compresi quelli dei soci, e dalla morte improvvisa dell'ex moglie, evento che porta i due figli, Nicolò e Lia, che viaggiano sulla trentina e che non gli  hanno mai perdonato l'abbandono del tetto coniugale, nonché la figlia di tre anni di Lia, a vivere da lui sconvolgendone l'esistenza e la vita di coppia con la giovane, trendy e bella Gemma, che finisce per abbandonare la conflittuale famiglia ritrovata al suo destino. Insicuri, infantili, inconcludenti e viziati, sembrano dibattersi tra la voglia di fargliela pagare e di farsi mantenere senza fare un accidente di serio, e Federico, che alla fine si trova in difficoltà e in cerca di una nuova occupazione lui stesso, fa buon viso a cattivo gioco grazie anche alla frequentazione della nuova vicina di casa, tale Luisa Tombolini, di professione "tagliatrice di teste" animata dai sensi di colpa e dall'improbabile cuore d'oro, con cui si innesca un rapporto che nasce da una serie di equivoci ma che riporta alla fine una sorta di equilibrio nell'atmosfera famigliare. Alti e bassi nel ritmo del film, parodia che si alterna a uno sguardo rassegnato alla realtà attuale, sceneggiatura a strappi e repentini cambi di ritmo ne  fanno una pellicola sincopata, senza una vera struttura, che si regge su alcune gag efficaci e sul mestiere del duo Verdone-Cortellesi e l'espressività potente di una non-attrice professionista, Tea Falco, già apprezzata in "Io e te" di Bertolucci all'inizio della scorsa stagione, mentre gli altri interpreti maschili hanno quella di un besugo lesso. Verdone sa e può pungere di più, e dovrebbe a mio parere dare più spazio alla sua vena anarchica e satirica: colpirebbe maggiormente nel segno. Peccato, anche se è un film che si può tutto sommato vedere, però meglio attendere che passi in TV.

lunedì 3 marzo 2014

sabato 1 marzo 2014

L'ispettore generale


"L'ispettore generale" di Nikolaj Vasil'evic Gogol, adattamento drammaturgico di Damiano Michieletto. Con Alessandro Albertin, Luca Altavilla, Alberto Fasoli, Emanuele Fortunato, Michele Maccagno, Fabrizio Matteini, Eleonora Panizzo, Silvia Paoli, Pietro Pilla, Alessandro Riccio, Stefano Scandaletti. Regia di Damnano Michieletto; scene di Paolo Fantin; costumi di Laura Teti; luci di Alessandro Carletti. Produzione Teatro Stabile del Veneto - Teatro Stabile dell'Umbria. Al Piccolo Teatro Grassi di Milano fino al 2 marzo
Classica commedia degli equivoci, l'adattamento che ne fa Damiano Michieletto, che proviene dall'allestimento di opere,  è vitale, colorato, spumeggiante, divertente, posseduto da un ritmo indiavolato grazie anche a un cast under 40 molto affiatato ed entusiasta, perfetto per una rappresentazione che sta riscuotendo grande successo proprio tra le fasce più giovani del pubblico che in questa farsa grottesca può riconoscere, messa alla berlina, una realtà che si ripropone in ogni tempo e in ogni latitudine, quando un'umanità gretta, senza principi e senza morale, come quella descritta dal geniale Gogol', approfitta degli spazi lasciati da un potere altrettanto corrotto (e lontano) per dedicarsi al ludibrio, all'imbroglio e al latrocinio sistematici e alla soddisfazione egoistica dei propri istinti più bassi. La trama non potrebbe essere più attuale, con quello che sta accadendo in Ucraina, terra d'origine dell'autore: in un villaggio della sterminata campagna di quel Paese, si sparge la voce che sia giunto in incognito un Ispettore Generale, un revisore dei conti, inviato da Mosca, e i maggiorenti del luogo, che vivono nell'imbroglio continuo, vanno in fibrillazione nel timore di essere scoperti nei loro indecorosi traffici; finisce che scambiano un giovane scapestrato e indebitato, da poco giunto in paese, per il funzionario statale, prima tramando tra loro e accordandosi per coprirsi a vicenda per imbonirlo, poi facendosi le scarpe l'un l'altro per conquistarne i favori e corromperlo a loro volta coinvolgendolo nel loro andazzo. La scene si svolgono tra una bettola squallida e malfamata, gestita dal sindaco del villaggio e frequentata da tutti i personaggi coinvolti, e la misera stanza d'albergo che ospita il giovin signore scambiato per l'ispettore, in un crescendo rossiniano di gag, bevute, nefandezze, maldicenze da cui si salva soltanto la figlia del sindaco, disprezzata dal padre ma offerta in sposa al presunto alto funzionario, l'unica che si distingua per innocenza in questa marmaglia fraudolenta, che alla fine si vendicherà avvolgendo tutta la conventicola di farabutti, madre compresa, in una pellicola trasparente che li immobilizza come un gruppo scultoreo di Christo, l'impacchettatore di monumenti: reso eterno nella sua miseria sia privata sia pubblica. Per un altro verso, la stessa combriccola di personaggi mi ha fatto venire in mente il Gruppo TNT, mitico fumetto di Magnus&Bunker degli anni Settanta, diretto da un Kusturica in pieno delirio alcolico. Spettacolo pirotecnico, sceneggiatura esemplare, musica sgangherata a tutto volume, un helzapoppin rivisitato nella steppa, lungo le rive del Don, un profumo di Balcani nell'aria, ché non sono lontani, e divertimento assicurato.