venerdì 28 aprile 2017

La tenerezza

"La tenerezza" di Gianni Amelio. Con Renato Carpentieri, Elio Germano,  Giovanna Mezzogiorno, Micaela Ramazzotti, Arturo Muselli, Greta Scacchi, Giuseppe Zeno, Maria Nazionale e altri. Italia 2017 ★★★★½
Un film molto bello e intenso insultato da una locandina invereconda, fuorviante, furbesca, falsa e ingiusta, in una parola: inaccettabile, che mette in primo piano i volti di Eliio Germano, Micaela Ramazzotti e Giovanna Mezzogiorno (tutti encomiabili), ossia i personaggi secondari, peraltro in ordine inverso alla loro presenza nel film, e sotto, in piccolo e irriconoscibile, il protagonista assoluto e magnifico di quest'ultimo lavoro di Gianni Amelio: Renato Carpentieri. Perché è attorno a Lorenzo, da lui interpretato, che ruota la pellicola: un anziano avvocato dalla dubbia fama in pensione, appena sopravvissuto a un infarto e che, una volta dimesso, torna nella bella casa del centro storico di Napoli dove vive in sdegnosa solitudine dopo la morte della moglie e l'allontanamento dei figli, con cui ha di fatto interrotto i rapporti che solo Elena, traduttrice dall'arabo in tribunale, cerca ostinatamente di ricomporre. Lo aspetta una novità: Micaela, la nuova inquilina dell'appartamento vicino, già appartenuto a Lorenzo, e che comunica col suo dal terrazzo, che ha per l'ennesima volta dimenticato all'interno le chiavi. Con, lei, giovane madre di due figli piccoli, con un marito, Fabio, che è un ingegnere navale venuto dal Nord, nasce subito un rapporto di empatia che il vecchio avvocato non ha invece con i parenti o le persone legate al suo passato, e la vita della famiglia di Michela, bambini compresi, viene a far parte di quella di Lorenzo, che coglie immediatamente, attraverso gli spunti offerti dalle conversazioni e dalle mezze confidenze, incertezze, angosce e problemi dei suoi componenti. Quando non è in casa e indaffarato coi vicini, Lorenzo trascorre le giornate nei pressi della sua abitazione, in Largo dei Banchi Nuovi, con Francesco, il figlio di Elena che va alle elementari, e che lui va a prelevare da scuola di nascosto per fargli lui da educatore: lo porta anche a visitare i cantieri navali, dove lavora Fabio. Tutto il film è itinerante, in una Napoli cinematograficamente inconsueta, dai dintorni del Monastero di Santa Chiara al porto, dal Centro Direzionale all'Ospedale Cardarelli, tra corridoi, vicoli, interni di negozi e case; e lo diventa ancora di più quando la tragedia colpisce la famiglia dei vicini di Lorenzo e lui stesso, quando Fabio impazzisce e ne fa strage: muoiono lui e i figli e Micaela rimane in coma; ad assisterla, facendosi passare come padre, ì'avvocato. E' attraverso i dialoghi tra i personaggi che, alla fine, ci si fa un quadro  della situazione e delle loro vicende pregresse e un'idea di ciò che ha intrecciato i loro destini e allontanati e forse ancora riavvicinati, ma è come se tutto fosse in fieri, possibile o anche no, mai definitivo. Un film apparentemente di solitudini e incomprensioni, in realtà di relazioni e di rapporti e della loro possibilità al di là di forme e apparenze, e dunque di umanità, come già nel bellissimo Il primo uomo, sempre di Amelio. Ben girato, intenso, ottima fotografia e colonna sonora perfetta, ma soprattutto la memorabile nterpretazione di Renato Carpentieri ne fa un film da vedere. 

martedì 25 aprile 2017

giovedì 20 aprile 2017

Libere disobbedienti innamorate - In Between

"Libere disobbedienti innamorate - In Between" (Bar Bahar) di Maysaloun Hamoud. Con Mouna Hawa,Sana Jammelieh, Shaden Kanboura, Mahmud Shalaby, Riyas Sliman e altri. Israele, Francia 2016 ★★★½
Giustamente premiato in alcuni dei più prestigiosi festival "minori" (ossia i più seri, come San Sabastián, Toronto e Haifa), il film dell'esordiente Mayasaloun Hamoud (non avevo dubbi sul fatto che fosse una donna) racconta le vicende di tre ragazze arabo-israeliane che condividono un appartamento nella progressista e cosmopolita Tel Aviv, e seppur diversissime tra loro hanno in comune il tentativo di affermare la propria identità in un ambiente lontano da quello patriarcale, maschilista e intollerante in cui sono cresciute, ma che continua a fare sentire la sua influenza. Laila è un'avvocata agnostica, disincantata, che preferisce rimanere indipendente e libera piuttosto che continuare un rapporto con un fiidanzato che si presenta come liberal (si vanta di avere anche vissuto a New York) ma in realtà non fa che riproporre schemi retrivi; Salma è una barista e disc-lockey lesbica di famiglia cristiana costretta a rompere con essa per le sue tendenze sessuali mentre Noor è una musulmana praticante che studia informatica, proveniente dal villaggio ultraconservatore du Umm al-Fahm, in Cisgiordania (da dove è arrivata anche una fatwa fondamentalista contro la pellicola, la sua autrice e le interpreti, cosa che non accadeva in Palestina da settan'annii: una medaglia al merito!) fidanzata con un fondamentalista che, non contento di volerla allontanare dalle altre ragazze, la stupra pure. In realtà Noor con le sue coinquiline si trova bene, non solo perché in fondo sono delle "brave ragazze", al di  delle canne e di qualche trasgressione ad alto tasso alcolico, ma perché trova con loro comprensione reciproca e solidarietà attiva e molte più cose in comune di quanto le differenza possano far credere. Al di là di qualche lentezza tipica della cinematografia mediorientale, che nulla toglie al film e semmai consente alle bravissime interpreti di dare corpo, attraverso sottili sfumature espressive, agli stati d'animo dei personaggi e a palesare il "non detto", In Between (ossia In mezzo, "Tra mare e terra", che sarebbe la traduzione letterale del titolo originale) dà voce e visibilità a un'intera generazione di israelo-palestoinesi, un quinto della popolazione del Paese, e in particolare alla sua parte femminile, di cui poco o niente si sa: gli uomini ne escono male, a parte il padre di Nour, che prende le parti della figlia perché non la vede cambiata nella sua essenza, checché ne dica l'ex fidanzato a giustificazione della rottura, avvenuta su iniziativa della ragazza, così come il bigottismo religioso sia musulmano sia cristiano. Palestinese com'è, Maysaloun Hamoud non poteva dare addosso anche a quello ebraico, ma ci aveva già pensato a suo tempo una sua collega ebrea assieme a suo fratello nell'ottimo Viviane, uscito un paio di anni fa: Ii risultato è all'0altezza.

lunedì 17 aprile 2017

Moglie e marito

"Moglie e marito" di Simone Godano. Con Pierfrancesco Favino, Kasia Smutniak, Valerio Aprea, Sebastian Dimulescu, Paola Calliari, Marta Gastini e altri. Italia 2017 ★★★★+
La sera di giovedì scorso ero rimasto indeciso fino all'ultimo se dare la precedenza a questo film oppure a Lasciati andare, che proiettavano in prima visione e in contemporanea all'ex Teatro e ora Cinema Adriano di Roma e, dopo aver optato per quest'ultimo e aspettando l'inizio dello spettacolo, avevo incrociato Pierfrancesco Favino, in nervosa attesa di qualcuno, all'Enoteca Costantini lì accanto; mi ero chiesto se fosse lì per fare passerella alla presentazione del film e detto che, in tal caso, visto il prevedibile affollamento di fan, dato che l'attore giocava in casa, avevo fatto bene a dare la precedenza al film di cui era protagonista Toni Servillo, che mi immaginavo meno disponibile all'atto di presenza (una mia illazione; in realtà Favino, che è uno degli attori italiani che preferisco, mi ha dato l'impressione di una persona molto discreta, educata  e che non se la tirasse per nulla, perfino timida). La sala in effetti era semivuota, non so quella in ci si proiettava Moglie e marito, che avrei visto il giorno appresso al Royal di Trastevere. Della piacevolezza di Lasciati andare ho detto, con la garanzia a priori della coppia Servillo-Signoris, ma la vera sorpresa è stata lungometraggio dell'esordiente Simone Godano, che ha confermato che qualcosa di notevole si sta muovendo sul fronte della commedia nostrana facendola uscire dagli abusati, fastidiosi e provinciali stereotipi dell'all'italiana, i cui tristi epigoni si sono dimostrati incapaci di ridare lustro a una tradizione che risaliva agli anni Sessanta: qui si parla un linguaggio diverso e nuovo e con un occhio finalmente di riguardo alla sceneggiatura (che in questo caso ha anche la felice mano di una giovane attrice e scrittrice statunitense, per quanto italianizzata, come Giulia Steigerwalt). Come anche nel caso della serie Smetto quando voglio e, per esempio, Perfetti sconosciuti (che vedeva tra i protagonisti, come qui, Kasia Smutniak, che a sua volta si conferma attrice a tutto tondo che non vive della gloria di ex modella) o la serie Smetto quando voglio e lo stesso Lasciati andare, il cambiamento di passo rispetto alla solita fuffa è impressionante quanto il salto di qualità. In Moglie e marito lo spunto è quello dello scambio di personalità dovuto a un incidente fortuito in una coppia di professionisti con due figli piccoli ormai sfiatata da dieci anni di matrimonio e incomprensioni: lui un geniale neurochirurgo che da anni lavora a un progetto per il recupero della memoria infantile in cui ha investito tutta l'eredità di famiglia e stanco di abitare in città, lei una giornalista free lance che ha finalmente la grande occasione della conduzione di un programma di punta in una televisione nazionale che ha sede nella capitale e quindi nessuna intenzione di farsela scappare lasciando la città: disgraziatamente acconsente a una sperimentazione con il marchingegno costruito dal marito assieme a un collega ma un corto circuito fa succedere il disastro e così Sofia si ritrova, letteralmente, nei panni e nel corpo di Angelo e viceversa. Da qui in poi parte una sequela di equivoci e situazioni paradossali: Sofia/Savino, muovendosi con grazia femminile nell'ospedale in cui lavora il marito, priva di qualsiasi infarinatura scientifica e terrorizzata dal sangue si ritroverà in una sala operatoria e a perorare un investimento multimilionario sull'apparecchio di invenzione del marito creando un casino; Andrea/Smutniak, sacramentando fra sé come un camionista incazzato, malfermo sui tacchi a spillo e incapace di accavallare le gambe con i collant calati a metà e le mutande a vista farà un esordio disastroso davanti alle telecamere: nonostante il grottesco delle situazioni che si vengono a creare e lo scadimento nel volgare e nello scontato sempre in agguato, le sorprese di susseguono senza mai cadere nel banale e nel caricaturale; una scrittura al servizio degli attori lascia loro ampio spazio per dare corpo ai rispettivi personaggi e tempo per farli entrare sintonia, e questo vale non solo per la sorprendente coppia Favino-Smutniak, ma altresì per i personaggi di contorno ma mai secondari, a cominciare da un Valerio Aprea da applausi e da Marta Gastini (già apprezzata moltissimo in Questi giorni) cui bastano poche battute per farsi ricordare: un lavoro di amalgama, coordinazione ed equilibrio tra le parti che va a pieno merito del regista. Raramente ho sentito tante risate di gusto in sala negli ultimi anni, ma perfino il lato comico passa in secondo piano rispetto all'analisi brillante, puntuale e mai prevenuta dei meccanismi di coppia e lasciar trapelare, senza alcuna pedanteria e tra le righe, la necessità di un'empatia che passa anche, ma non solo attraverso i corpi, sottolineando la necessità di una sintonia più profonda (la disponibilità a mettersi nei panni, qui letteralmente, dell'altro), la stessa che in tutta evidenza si è creata sul set non soltanto fra i due protagonisti principali ma in tutto il cast sotto la direzione di un giovane regista cui prestare fiducia e attenzione. 

sabato 15 aprile 2017

Lasciati andare

"Lasciati andare" di Francesco Amato. Con Toni Servillo, Verónica Echegui, Carla Signoris, Luca Marinelli,  Pietro Sermonti, Carlo De Ruggeri, Giulio Beranek, Vincenzo Nemolato, Valentina Carnelutti, Giacomo Poretti, Paolo Graziosi e altri. Italia 2017★★★+
Gustosa commedia metropolitana che ha ben poco di italiano, e nulla di romanesco, pur essendo girata nel centro di Roma e in particolare nella zona del Ghetto, dove vive e opera Elia Venezia, uno psicanalista ebreo accidioso, egocentrico, goloso e taccagno non tanto e non solo nello spendere danaro, ma nel darsi, reso con la consueta maestria e misura da Toni Servillo, "separato in casa" dalla moglie Giovanna (Carla Signoris, che fa sempre piacere rivedere sullo schermo) che vive nell'appartamento sullo stesso pianerottolo, e di cui sfrutta la lavatrice, le doti gastronomiche e la compagnia, le rare volte che esce di casa per andare a teatro o socializzare, questo finché la sua ghiottoneria non lo porterà alle soglie del diabete. Unica medicina, dieta e fare movimento, ossia le due cose che detesta di più: così, dopo aver tentato con la palestra, finisce nelle mani di Claudia, una giovane madrilena squinternata, specializzata nelle relazioni improbabili e nel cacciarsi nei pasticci e con una figlia piccola e piromane, una personal trainer che "ristruttura i corpi", così come lui ristruttura le menti. I due, pur essendo agli antipodi, in  fondo fanno lo stesso lavoro e e si completano, come tutte le strane coppie portate sul palcoscenico o sullo schermo e come spesso accade anche nella vita reale, e finiscono per soccorrersi a vicenda quando, regolarmente, finiscono nei guai, e a capirsi. Il film è scritto e girato bene, gli interpreti azzeccati: Servillo, nella sua grandezza, sa come non rendere prevaricante il suo personaggio lasciando l'opportuno spazio agli altri; Echegui è un folletto esagitato che sembra una Penelope Cruz caricata a peperoncino; tutti i personaggi secondari sono azzeccati e resi alla perfezione dai rispettivi interpreti;  l'ennesima conferma viene da Luca Marinelli che, nel finale, domina la scena col suo Ettore, il fidanzato di Claudia, un poveraccio balbuziente diventato delinquente perché tutti, a cominciare dai suoi insegnanti a scuola, lo ritenevano un buono a nulla incapace di fare altro se non il criminale, e nemmeno quello. Ci scappa qualche luogo comune, ma niente rispetto a ciò che propinano solitamente le commedie nostrane, ma anche tante risate e soprattutto ci si rilassa divertendosi senza scendere di livello. 

giovedì 13 aprile 2017

Il permesso - 48 ore fuori

"Il permesso - 48 ore fuori" di Claudio Amendola. Con Claudio Amendola, Luca Argentero, Valentina Bellè, Giacomo Ferrara, Silvia Degrandi, Alessandra Roca, Antonino Iuorio, Ivan Franek, Massimo De Santis, Andrea Carpenzano. Italia 2017 ★★+
Non ho nulla contro i film di genere, e Il permesso è un noir a tutti gli effetti, anzi: mi compiaccio che se ne facciano all'italiana, ma questo tentativo di Claudio Amendola, che oltre a dirigere e interpretare la pellicola ne ha scritto anche le sceneggiatura assieme a Giancarlo De Cataldo (magistrato e scrittore: Romanzo Criminale, Suburra), non ha finito di convincermi benché confezionato da due "esperti" del ramo. Quattro storie per quattro detenuti di caratura diversa, che scontano le rispettive pene nel carcere di Civitavecchia e che, lo stesso giorno, ottengono un permesso di 48 ore che trascorrono a Roma, cercando ognuno a suo modo di fare i conti col proprio passato e relazionarsi con quel che ne resta. Luca Argentiero pòr fioeu, ce la mette tutta a fare fare il galeotto incallito, palestrato e violento che va alla ricerca della propria donna, una prostituta venuta dall'Est, per recuperarla si presta a tornare ai combattimenti illegali e si fa massacrare ma trova ancora la forza di farsi giustizia, ma non ce la fa: non sarà mai un attore; lo è invece il buon Amendola, nei panni di un boss di quartiere in galera da 17 anni che rimedia a uno sgarro del figlio, che vuole seguire le sue tracce non avendone la stoffa, e si sacrifica per l'onore della famiglia e la salvezza di moglie e figlio ingaggiando una sfida all'O.K. Corrall col suo vecchio socio Goran, o qualcosa del genere, ché quando biascicano in romanesco si capisce la metà di quel che dicono, il classico slavo cattivo; le altre due storie che vedono protagonisti Rossana, una ragazza di famiglia ricchissima beccata con qualche chilo di cocaina di ritorno dal Brasile, feticista delle scarpa nonché in pessimi rapporti con la madre e Angelo, autista di una banda di giovani rapinatori che non ha fatto i nomi dei suoi complici, fuggiti quando ha avuto un incidente durante la fuga, che in carcere ha scoperto la vocazione al giardinaggio: i due finiscono per intrecciare una relazione assai improbabile folgorati sulla via di Damasco all'ultimo minuto: la prima recuperando in extremis un rapporto con la genitrice e il secondo rinunciando a partecipare a una rapina "sicura" organizzata per risarcirlo a consentirgli di rifarsi una vita all'estero invece di rientrare dal permesso, cosa che invece Rossana e Angelo fanno, ponendo le premesse per un futuro di giardini all'italiana ma anche zen, rientrando in carcere tenendosi per mano, e così addio al noir cupo, tutto sommato ben ambientato e piuttosto teso che era nelle intenzioni del regista e fino alla svolta finale buonista. Peccato anche perché alla fine le interpretazioni dei due ragazzi, specie quella del giovane Giacomo Ferrara, erano state quella più convincenti. Buona e attenta la regia, tragica la colonna sonora, da B-Movie degli anni Ottanta, invadente e ridicola. Occasione persa ma non completamente: tutto sommato il film si fa vedere, pur con molti "però".

martedì 11 aprile 2017

Guida galattica per gli autostoppisti


"Guida galattica per gli autostoppisti" di Douglas Adams. Un progetto di lacasadargilla e Gianluca Ruggeri a cura di Lisa Ferlazzo Natoli per "Confini". Con Simone Barraco, Antonietta Bello, Simone Castano, Lorenzo Frediani, Tania Garribba, Arianna Gaudio, Silvio Impegnoso, Fortunato Leccese, Anna Mallamaci, Alice Palazzi, Diego Sepe, Roberta Zanardo, Francesca Zerilli. Musiche e batteria Gianluca Ruggeri, tastiere Ivano Guagnelli. Al Teatro India di Roma il 10 aprile 2017
Tredici attori, uno più bravo dell'altro, alcuni dei quali si aggirano tra il pubblico in attesa di entrare in sala offrendo caramelle e biscotti, e due musicisti altrettanto validi, un batterista e un tastierista, sono gli artefici di una crociera delirante e ad elevato tasso alcolico tra le galassie armati soltanto del breviario, che fornisce ai viaggiatori notizie su quello strano pianeta azzurro-verde che ruota a 149 milioni di distanza attorno a un piccolo significante sole giallo, come nell'incipit del libro-cult di Douglas Adams da cui è tratto lo spettacolo è definito l'astro che illumina e scalda quel pianeta delle scimmie che chiamiamo Terra. Ai microfoni,  rigorosamente a stelo, come si usava negli anni Sessanta e Settanta, si alternano, cantando o flautando annunci, passeggeri e personale di bordo, a illustrare i tredici capitoli estratti dal libro e riassemblati in una sorta di musical radiofonico in stile Motown, scatenati tipi da balera provenienti da altri mondi futuribili ma dal sapore e dall'aspetto irrimediabilmente rétro. Poco più di un'ora di spettacolo irresistibile, appuntamento unico a Roma ieri sera al Teatro India, che si trova nell'area di un insediamento industriale dismesso sul Lungotavere alle spalle della Stazione Trastevere all'altezza del Gasometro, intercettato perché per puro caso perché, essendo il Menzognero e Stampubblica improponibili, avevo eccezionalmente acquistato e perfino sfogliato il CorSera edizione romana per avere un'idea di cosa di cosa si muova in città, a parte interi sciami di turisti già in braghette e canotta nonché sandali e calzino bianco a vista d'ordinanza; l'augurio è che lo spettacolo venga riproposto e giri la penisola in tournée, perché è scoppiettante, colorato, trascinante, allegro, il parlato e cantato comprensibilissimo nonostante l'indiavolata colonna sonora di stampo nettamente tarantiniano. Pubblico giovane e meno giovane felice e plaudente, mani e piedi che battevamno il ritmo, alcuni applausi a scena aperta, a tratti atmosfera da concerto rock e volti soddisfatti alla fine della rappresentazione: un successone. Io raramente a teatro mi sono divertito tanto: grazie!

domenica 9 aprile 2017

L'altro volto della speranza

"L'altro volto della speranza" (Toivon tuolla puolen) di Aki Kaurismäki. Con  Sherwan Haji, Sakari Kuosmainen, IlKa Koivula, Janne Hyytiäinen, Nuppu Koivu, Kaija Pakarinen. Simon Al-Bazoon, Kati Outinen. Finlandia 2017 ★★★★★
Helsinki, ai giorni nostri, ma con tanti elementi rétro sparsi qua e là, tra arredamenti, macchine per scrivere, automobili, musiche e quindi "senza tempo". Mentre Wilkström, un commesso viaggiatore di mezza età, decide di cambiare vita, lasciando la sua attività nonché la moglie alcolizzata e tentando la fortuna a poker per realizzare il sogno della sua vita, aprire un ristorante; Khaled, un giovane siriano, sbarca da un cargo nascosto sotto un carico di carbone dove si era nascosto con la complicità di un marinaio e si reca come prima cosa, dopo essersi ripulito, all'ufficio immigrazione per chiedere asilo: proviene da Aleppo dopo che i bombardamenti hanno sterminato la sua famiglia, e durante il viaggio della speranza ha perso le tracce della sorella Myriam. Le loro vicende si incrociano e, dopo un o scambio di pugni totalmente gratuito, uno aiuta l'altro: Khaled ottiene dei documenti che gli consentano di lavorare e risiedere nel Paese benché l'iter per la concessione dell'asilo non avessa dato gli esiti sperati e riesce anche a farsi raggiungere dalla sorella; Wilkström rileva La pinta d'oro, compreso lo stralunato personale di sala e di cucina, dove si consuma la inconsueta e silenziosa socialità finnica, corroborata però da quel rock scandinavo alla Leningrad Cowboys che l'immancabile colonna sonora delle pellicole di Kaurismäki, e gli fa cambiare pelle più volte nel tentativo di rilanciarlo, una volta sushi-bar, poi pizzeria, indiano a seconda delle mode del momento, in qualche modo riuscendo nell'intento. Il tema, l'accoglienza, non potrebbe essere più attuale ma, come già nello splendido Miracolo a Le Havre, quel che interessa al geniale regista finlandese sono i rapporti umani e la dignità dei perdenti e dei marginali, emarginati o autoemarginati che siano dalla società e dalla vita stessa. Non è tutto bene quel che finisce bene, perché Khaled si trova ad avere a che fare anche con bande di teppisti razzisti e nazistoidi e il film non finisce, ma un modo di convivere, capirsi e darsi una mano esiste, se si parte dall'individuo, al di fuori delle gabbie convenzionali e delle asettiche e spesso demenziali regole burocratiche statali. Ricordo una dichiarazione di Kaurismäki che suonava pressappoco così: "Voglio fare film che perfino una contadina cinese possa capire anche senza sottotioli": ci è riuscito anche questa volta e per questo lo considero un vero maestro oltre che un poeta, così come lo era Chaplin. Surrealismo magico, parafrasando l'etichetta affibbiata a Gabriel García Márquez, un altro grande maestro sulla stessa lunghezza d'onda.

venerdì 7 aprile 2017

Bull


"Bull" di Mike Bartlett. Traduzione dall'inglese di Jacopo Gassmann. Con Linda Gennari, Pietro Micci, Andrea Narsi, Alessandro Quattro. Regia e spazio scenico di Fabio Cherstich, consulenza drammaturgia Vincenzo Latronico. Produzione Teatro Franco Parenti, al Teatro San Giorgio di Udine per CSS - Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia anche stasera e domani alle ore 21; il 9 e 10 maggio al Teatro Verdi di Pordenone.
Uno scontro dialettico all'ultimo sangue tra colleghi dello stesso team dell'ufficio vendite di un'azienda che si svolge in uno spazio che simula un ring, mentre sono in attesa che arrivi il tagliatore di teste, ossia il dirigente che "segherà" un terzo dei dipendenti e quindi anche uno dei componenti della squadra per fare quadrare i bilanci, nel senso di garantire sufficienti profitti: ché questo è l'unico scopo di un'impresa sana. Il perdente è già designato fin dall'inizio: Thomas, grassottello, occhialuto, timido, impacciato, soverchiato dai due colleghi che si sono automaticamente coalizzati contro di lui: Tony, il team leader, rasato, palestrato, depilato, studi in un'università privata, cinico, bugiardo cronico, vanesio e menefreghista, sicuramente incapace sul lavoro e Isobel, odiosa, carrierista, tipica figa de legn, stronza per sua stessa ammissione, che in soli sei mesi dall'assunzione ha già trovato la maniera sicura per farsi avanti perché, secondo la sua filosofia, non bisogna avere pietà quando si individua l'anello debole da schiacciare, dato che se non lo facesse lei, c'è sempre qualcun altro che si presterebbe alla bisogna. Nessuna meritocrazia, dunque, come confermerà il tagliatore di teste quando arriverà sulla scena, dopo che Tony e Isobel, complici fin dall'inizio, hanno brutalizzato Thomas sottoponendolo a un'aggressione verbale che culmina nell'umiliazione e nella sottomissione fisica, ma la legge del più forte, che autorizzano ogni bullismo come dal titolo, e l'adeguamento ai meccanismo aziendali, ché poi sono i medesimi che decretano il successo nella società attuale, almeno secondo quel che stabiliscono i media propalatori del pensiero unico e complici di questo gioco perverso: ma questo lo aggiungo io. 55' vibranti, intensi, dove lo scambio verbale è fatto di scudisciate impietose che vanno a scoprire i lati deboli e poi colpire inesorabilmente la vittima predestinata, accompagnato da una performance non solo vocale ma anche fisica non indifferente da parte dei tre ottimi interpreti principali; un atto unico esemplare per ritmo ed essenzialità di un giovane autore che si inserisce nel prolifico solco della moderna drammaturgia inglese. 

mercoledì 5 aprile 2017

La vendetta di un uomo tranquillo

"La vendetta di un uomo tranquillo" (Tarde para la ira) di Raúl Arévalo. Con António de la Torre, Luís Callejo, Ruth Díaz, Manolo Solo, Alícia Rubio, Font García e altri. Spagna 2016 ★★★★
Felice esordio alla regìa per il giovane e pluripremiato attore madrileno Raúl Arévalo (omonimo e amico ma non parente del regista Daniel Sanchez Arévalo, con cui pure ha lavorato) con questa pellicola molto apprezzata all'ultimo Festival di Venezia dove come migliore attrice non protagonista è stata premiata Ruth Díaz, la Ana del film della cui sceneggiatura Arévalo è anche coautore. Il titolo italiano è già di per sé uno spoiler e il tema della vendetta è già stato affrontato cinematograficamente innumerevoli volte; l'angolatura da cui lo fa Arévalo è però particolare e si concentra di più sul rapporto che, per compierla, si instaura tra Juan, l'uomo tranquillo, un borghese ossessionato da un tragico ricordo che da qualche tempo si è messo a frequentare un bar di un quartiere periferico e popolare di Madrid, instaurando anche una relazione con Ana, la sorella del proprietario, e Curro, il marito di quest'ultimo, che sta per finire di scontare 8 anni di prigione per una rapina in cui si era limitato a fare l'autista e fu l'unico a essere arrestato perché incorso in un incidente durante la fuga, e che non si era "cantato" i complici, come lui provenienti da un rione povero della città. Non è il caso di svelare altro, ma in un'ora e mezzo di thriller la tensione e i colpi di scena sono assicurati, e grande merito del regista come degli attori è aver reso con grande realismo tutte le situazioni, a cominciare dai dialoghi tra i protagonisti, senza dover ricorrere ad alcun effetto speciale; colpisce piuttosto come i tempi dell'azione siano estremamente reali, rendendo bene un senso di implacabilità perfino nei momenti di apparente stasi. Allo stesso modo, l'ambientazione in un autentico quartiere popolare di Madrid in un torrido agosto, offre per una volta uno squarcio inconsueto e aderente al vero della vita quotidiana di una larga fetta di popolazione, che raramente si vede proposta sullo  schermo. Buona la mano del regista, bravi e credibili gli interpreti, specialmente i tre principali: un film comunque molto spagnolo, che chi conosce il Paese non mancherà di apprezzare per la sua onestà. 

lunedì 3 aprile 2017

Il viaggio (The Journey)

"Il viaggio (The Journey)" di Nick Hamm. Con Timothy Spall, Colm Meaney, Toby Stephens, Freddie Highmore, John Hurt, Ian Battie, Catherine Mc Cormack e altri. Gran Bretagna 2016 ★★★★
Semplice nei concetti, efficace e gradevole nella forma, realizzato con intelligenza, humour e credibilità, "The Journey" racconta ciò che si immagina sia avvenuto durante il viaggio in automobile che li portava da Saint Andrews, in Scozia, dove nel 2006 si svolgevamo le trattative per porre fine alla guerra civile nell'Irlanda del Nord col patrocinio di Tony Blair, e l'aeroporto di Edimburgo tra l'81 enne reverendo Ian Paisley, leader del Partito Unionista democratico e il più giovane Martin McGuinness, del Sinn Féin, braccio politico dell'IRA: un viaggio davvero avvenuto e durante il quale i due nemici giurati posero le premesse per un accordo che li portò, l'anno successivo, a dare vita a un governo di cui il primo era il capo e il secondo il suo vice dopo trent'anni di conflitto feroce, accordo che dura tutt'ora. Da sempre su fronti opposti, erano cane a gatto anche per indole, ma avevano due cose in comune: l'essere entrambi irlandesi e indisponibili al compromesso, e proprio il fatto di riconoscersi, anche se come nemici, fu il terreno su cui si sviluppò il loro  rapporto che divenne, anche nella realtà, perfino di stima e amicizia reciproca. Diversi sono stati i film che hanno affrontato il tragico periodo dei troubles, in forma drammatica, spesso con aspetti documentaristici, ma questo è il primo che lo fa in quella di commedia, invero molto british, pur con un sottofondo storico veritiero, concentrandosi sull'interazione tra i due avversari in uno spazio claustrofobico come quello di un'automobile e per mezzo di un duello verbale tra due politici di razza dalla personalità particolarmente spiccata: per renderlo al meglio, il regista ha avuto il merito di scegliere due attori della miglior tradizione teatrale inglese come Spall e Meaney e avvalersi della brillante sceneggiatura di Colin Bateman, e già questo è un titolo di merito. Ancor di più se il risultato è una pellicola che, senza avere velleità autoriali ma di mero intrattenimento, riesce nel suo intento con intelligenza, affrontando  un argomento serio e rendendo noto un episodio di cui pochi sono al corrente. Si esce dalla sala soddisfatti e col cuore più leggero anche per il messaggio: il dialogo, la conoscenza reciproca e il confronto alla pari sono sempre la maniera più intelligente e produttiva per cercare di risolvere anche i conflitti più aspri. 

sabato 1 aprile 2017

A Good American

"A Good American - (Il prezzo della sicurezza)" di Friedrich Moser. Con William Binney, Thomas Drake, Edward Loomis, Jesselyn Rodack, Diane Roark, Tim Shorrock, Kirk Wiebe. Austria 2015 ★★★★
Niente di nuovo sul controllo a tappeto e su scala globale di tutti i mezzi per comunicare, interconnessi tra loro, di cui disponiamo al giorno d'oggi in questo documentario del 2015 prodotto dalla televisione pubblica austriaca e che in quella sede sarebbe opportuno che venisse divulgato per informare il più vasto pubblico sullo stato delle cose, e comunque ben venga anche sul grande schermo. Protagonista è William Binney, ufficiale ed ex direttore tecnico della NSA (National Security Agency) dimessosi poco dopo l'11 Settembre del 2001 e da allora "gola profonda" per quanto riguarda lo spionaggio negli USA, un geniale matematico e analista che aveva elaborato, basandosi su un suo metodo predittivo che aveva già dato ottimi frutti ai tempi della Guerra del Vietnam, quando aveva previsto l'offensiva del Têt agli inizi del 1968; nell'estate dello stesso anno l'invasione della Cecoslovacchia che stroncò la "Primavera di Praga" e poi, con una sola ora di scarto, l'entrata dell'Armata Rossa in Afghanistan nei giorni di Natale del 1979, il potentissimo sistema ThinTread, fondato sull'analisi dei metadati. Poche settimane prima dell'11 Settembre il nuovo direttore dell'NSA, il generale Hayden, lo fece bloccare preferendogli il Trailblazer Project, acquisito a suon di miliardi di dollari da un'azienda privata con potenti addentellati nell'agenzia e nei massimi esponenti del governo. Tutto il mondo è Paese: come da noi c'erano imprenditori che sghignazzavano ai tempi del terremoto dell'Aquila perché la ricostruzione avrebbe loro riempito le tasche, così per i massimi dirigenti delle varie agenzie statunitensi che si occupano di sicurezza l'11 Settembre fu una manna dal cielo perché consentiva loro di "mungere il Congresso come una vacca". Venne anche riattivato ThinTread, ma senza i filtri per la protezione della privacy di cui lo avevano dotato Binney e il suo gruppo, che a quel punto se ne andarono, dopo aver constato che il sistema avrebbe previsto gli attentati. Da tutta le vicenda si trae la certezza che tutto il sistema di spionaggio statunitense non è in realtà rivolto alla difesa dei cittadini ma al controllo pervasivo di ogni aspetto dell'esistenza di chi è a qualsiasi titolo inserito nel sistema globale delle comunicazioni e quindi contro di essi. Un documentario biografico (qui una breve e interessante intervista allo stesso Binney, quand'era venuto di recente in Italia assieme al regista per la presentazione del film) che più che con la tecnologia ha a che fare con l'etica e, se vogliamo, con la filosofia. Da vedere.