mercoledì 30 novembre 2016

Meditazione referendaria n* 8 #senatoelettivo: ma davvero?

Matteo Renzi in versione antibufala mentre pronuncia la formula magica: Sim Sala Bim 

Ecco cosa recita all'articolo 2 il disegno di legge di riforma costituzionale 12/04/2016, G.U. 15/04/2016:

Art. 2. 
(Composizione ed elezione del Senato della Repubblica).

1. L'articolo 57 della Costituzione è sostituito dal seguente:
«Art. 57. – Il Senato della Repubblica è composto da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica.
* I Consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori tra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori.
Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a due; ciascuna delle Province autonome di Trento e di Bolzano ne ha due.
La ripartizione dei seggi tra le Regioni si effettua, previa applicazione delle disposizioni del precedente comma, in proporzione alla loro popolazione, quale risulta dall'ultimo censimento generale, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti.
*  durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti, in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi, secondo le modalità stabilite dalla legge di cui al sesto comma.
Con legge approvata da entrambe le Camere sono regolate le modalità di attribuzione dei seggi e di elezione dei membri del Senato della Repubblica tra i consiglieri e i sindaci, nonché quelle per la loro sostituzione, in caso di cessazione dalla carica elettiva regionale o locale. I seggi sono attribuiti in ragione dei voti espressi e della composizione di ciascun Consiglio».

* i sindaci-senatori vengono eletti in tempi diversi dai consigli regionali, e questi ultimi a loro volta hanno scadenze diverse. Alla faccia della semplificazione e della stabilità delle maggioranze.

lunedì 28 novembre 2016

Meditazione referendaria n° 7 #postverità


Estratto dall'omelia domenicale di Eugenio I Scalfari di ieri su "Repubblica": [...]La legge sulla riforma del Senato e l'abolizione del bicameralismo: questo è il nodo della questione... [...][...]Il referendum di domenica prossima è questo che stabilisce: monocamera anche in Italia. Ci sarà poi il tempo per assegnare ai senatori dei compiti meno confusi di quelli attualmente previsti, ma il tema centrale è quello: monocamerale. Attenzione però: No o Sì per mantenere o abolire il Senato, il resto non conta niente o quasi[...] 
A dar retta a giornali e media vari, da quando l'Oxford English Dictionary l'ha eletta "parola dell'anno", siamo definitivamente entrati nell'epoca del Post-Truth, la post-veritàquella cioè "relativa a circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti nel formare l'opinione pubblica del ricorso alle emozioni e alle credenze personali". Il fondatore ed editorialista del quotidiano romano, organo ufficioso del governo e gazzetta di riferimento del fronte a cui domenica prossima #bastaunsì, dall'alto della sua carriera onusta di anni nonché di riconoscimenti perlopiù servili e fuori luogo, dev'esserne considerato senza dubbio il precursore, e questo va a suo indubbio merito. Un esempio preclare ne abbiamo nelle due frasi sopra riportate. Da notare che la riforma costituzionale va talmente in senso monocamerale, che il Senato, reso non elettivo, si merita l'intero, torrenziale articolo 70, sulla cui nuova formulazione abbiamo meditato ieri. Per non parlare di altre chicche contenute nel succoso editoriale, a cominciare da questa: [...] qual è il Paese europeo che abbia un Senato legislativo? Salvo qualcuno piccolo o piccolissimo nessuno dei ventisette ha un senato di tal fatta. [...] Che io sappia nessuno, a eccezione della Germania, della Francia, della Spagna, della Polonia, del Belgio e, dl là dell'Atlantico, dei nostri referenti principali in fatto di "democrazia": gli Stati Uniti d'America. Tutti Paesi piccoli o piccolissimi. Leggete e meditate, gente, meditate. Finché ne avete tempo, ché comincia a stringere.

domenica 27 novembre 2016

Meditazione referendaria n° 6 #semplificazione

I componenti del Trio Toscano, autori e interpreti della riforma della Costituzione

Dal sito www.bastaunsi.itL’articolo 70 della Costituzione, nella sua versione pre-riforma, stabilisce che “la funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”. Un principio semplice e conciso, come fanno notare i sostenitori del No. Eppure dietro tanta semplicità si cela la confusione.
Per questo motivo, con la riforma Renzi-Boschi-Verdini viene sostituito con la seguente nuova formulazione:
«Art. 70. La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all'articolo 71, per le leggi che determinano l'ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea, per quella che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l'ufficio di senatore di cui all'articolo 65, primo comma, e per le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116, terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma.
Le stesse leggi, ciascuna con oggetto proprio, possono essere abrogate, modificate o derogate solo in forma espressa e da leggi approvate a norma del presente comma. Le altre leggi sono approvate dalla Camera dei deputati. Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato della Repubblica non disponga di procedere all'esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata. L'esame del Senato della Repubblica per le leggi che danno attuazione all'articolo 117, quarto comma, è disposto nel termine di dieci giorni dalla data di trasmissione. Per i medesimi disegni di legge, la Camera dei deputati può non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato della Repubblica a maggioranza assoluta dei suoi componenti, solo pronunciandosi nella votazione finale a maggioranza assoluta dei propri componenti. I disegni di legge di cui all'articolo 81, quarto comma, approvati dalla Camera dei deputati, sono esaminati dal Senato della Repubblica, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione. *I Presidenti delle Camere decidono, d'intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti. Il Senato della Repubblica può, secondo quanto previsto dal proprio regolamento, svolgere attività conoscitive, nonché formulare osservazioni su atti o documenti all'esame della Camera dei deputati».

* i presidenti di Camera e Senato sono due. Se fossero in disaccordo, tirano la monetina?

Buona lettura, buona digestione e meditate gente, meditate.


venerdì 25 novembre 2016

Sing Street

"Sing Street" di John Carney. Con Ferdia Walsh Peelo, Lucy Boynton, Jack Reynor, Mark McKenna, Aidan Gillen, Maria Doyle Kennedy, Kelly Thornton, Ben Carolan, Don Wycherley e altri. Irlanda 2016 ★★★½
Eccellente film che sfugge ai generi: non è una commedia d'amore, non è un film adolescenziale anche se parla di ragazzi nell'età critica, non è (soltanto) un ottimo film musicale: è piuttosto un eccellente, fresco, intelligente film irlandese scritto e diretto da un regista, pure lui un musicista per formazione, che anche nei suoi lavori precedenti, Once e Tutto può cambiare, aveva dimostrato di saper conciliare brillantemente la passione musicale con quella cinematografica. Qui racconta di come il timido ma intraprendente e ricettivo sedicenne Conor alias Cosmo (interpretato da Ferdia Walsh Peelo che a sua volta è un giovane talento musicale irlandese) sfugge alle vicissitudini familiari (genitori in via di separazione, ristrettezze economiche che lo relegano in una scuola cattolica per "poveri") formando una band insieme ad alcuni compagni del liceo che frequenta: siamo nella Dublino della metà degli anni Ottanta ed è in pieno fermento quella che sarà conosciuta come la seconda British Wave, nata con i primi video di MTV di Clash, Duran Duram, The Cure, Jam, Joe Jackson, e la pellicola fa rivivere quell'epoca come poteva essere vissuta in quel luogo e dall'ambiente descritto nel film: quello della piccola borghesia e classe operaia irlandese, variamente disadattata e in cerca di punti di riferimento e alternative fuori dall'isola, specie in quella appena trenta miglia a Est dalla propria costa, l'immanente e storicamente ostile Inghilterra. Vedere all'opera i dublinesi Cosmo ed Eamon, il polistrumentista che aiuta a mettere in musica i testi del fantasioso e dotato Conor, fa venire in mente la coppia Lennon McCartney agli esordi un quarto di secolo prima nella dirimpettaia Liverpool o quella dei londinesi Jagger-Richards: entusiasmo e passione sono gli stessi, e la musica si conferma un linguaggio capace di arrivare laddove non possono parole o ragionamenti. In questa avventura, dalle prove in casa di Eamon al concerto finale nella palestra della scuola, la band, che deciderà di prendere il nome di Sing Street ispirandosi alla via in cui ha sede l'istituto, Cosmo sarà sostenuto dal fratello maggiore Brendan, discomane, filosofo e musicista mancato perché ha subito tutte le afflizioni riservate al primo figlio di una giovane e sprovveduta coppia cattolica, aprendo però la strada ai fratelli minori, e dall'amore profondo, molto più maturo e vero di quelli che solitamente si raccontano nei film, apparentemente senza prospettive, verso la quasi coetanea e abbagliante Raphina, una Madonna in versione fresca, bella e magnetica, "in cerca" non di Susan ma di un sogno da modella a Londra assieme a un ragazzo più maturo, e che girerà dei video promozionali insieme alla band (la bravissima Lucy Boynton, che ha tutto il fascino molto semplice ma anche particolare che emanano certe bellezze tipicamente celtiche, particolarmente dagli occhi): insieme cresceranno e saranno in grado di affrontare con convinzione il proprio futuro. Per quanto quella in auge negli Eighties non sia precisamente la musica che preferisco, la colonna sonora è notevole e la parti originali suonate dalla band sono state scritte dallo stesso John Carney, regista capace di raccontare con leggerezza, senza trucchi e furbizie giovaniliste, molto più di quello che ci si potrebbe aspettare da un film musicale e al contempo "di formazione".

martedì 22 novembre 2016

Genius


"Genius" di Michael Grandage. Con Colin Firth, Jude Law, Nicole Kidmann, Laura Linney, Guy Pearce, Dominic West e altri. USA 2016 ★★★
Un film sostanzialmente inglese, dal regista alla maggior parte degli attori, per una produzione USA che racconta una storia prettamente americana: quella del rapporto, iniziato con l'incontro nella New York dell'inizio del 1929, fra il "geniale" (come da titolo) scrittore Tom Wolfe e Max Perkins, il curatore editoriale della Scribner's Sons che ne intuì le qualità e l'originalità dopo averne letto d'un fiato le oltre mille pagine di manoscritto consegnategli dall'autore fino ad allora sconosciuto. Un uomo che ebbe un'importanza fondamentale nella letteratura americana: oltre a scoprire e lanciare talenti come Francis Scott Fitzgerald ed Ernest Hemingway e, per l'appunto, Wolfe, diventando amico di tutti loro, fu colui che inventò la figura dell'editor nel senso moderno del termine, intervenendo non solo nella revisione e correzione del testo (motivo per cui la pellicola era imperdibile per uno come me che ha trascorso pressoché tutta la vita lavorativa facendo questo mestiere), proponendo tagli e modifiche, ma intervenendo altresì nel processo creativo per quanto riguarda ideazione, struttura, costruzione e stesura. Grandage, pluripremiato regista teatrale britannico, che si è basato sulla brillante biografia di Andrew Scott Berg Genius - Max Perkins, l'editor dei geni, esce dagli schemi classici del biopic perché il film non è tanto incentrato sulla figura del "Genius", lo scrittore eccessivo, logorroico, sregolato, narcisista, caratterialmente fragile, alla ricerca di una perduta figura paterna che trova in Max Perkins, quanto su quest'ultimo: un uomo gentile, raffinato che vive in una elegante mansion fuori New York circondato da un gineceo composto dalla moglie attrice e da ben cinque figlie, che a sua volta vede in Tom il figlio maschio che non ha mai avuto. Diversissimi per carattere e stile di vita, instaurano un rapporto che è umano prima ancora che professionale, fatto di diversità di vedute e di contrasti a volte aspri, ma basato comunque sulla stima, sull'affetto e sulla fiducia reciproci, accomunati come sono dall'amore e dal rispetto, quasi la venerazione, nei confronti della potenza della parola scritta, una magia che si ripete, soprattutto nella dimensione cartacea, e destinata a rimanere tale. Gli interpreti sono tutti perfetti nella parte: Colin Firth (Max Perkins) e Guy Pearce (Francis Scott Fitzgerald) perfino più della più giovane star Jude Law, fortunatamente preferito a Michael Fassbender, originariamente previsto nel ruolo di Tom Wolfe, ma una nota di merito va anche Nicole Kidmann, la cui raccapricciante fissità (occhi a parte) espressiva da botulinizzata rende in modo ancor più credibile la differenza di età di Aline Bernstein, la compagna di Tom Wolfe più giovane di lui di vent'anni. 

lunedì 21 novembre 2016

Meditazione referendaria n°4 #duepiccioniconunafava

Sono i gustosi titoli di due pezzi di Repubblica, di ieri e di oggi, che si commentano da soli. #bastasseunno: magari fosse vero! Però tentar non nuoce. Meditate gente, meditate.

sabato 19 novembre 2016

Meditazione referendaria n°3 #celochiedeleuropa


[...]Con la riforma, invece, la Repubblica Italiana sceglie un approccio attivo, propositivo e protagonista nei confronti dell’Unione Europea, riconoscendola come fulcro di livello di governo che incide direttamente sulla vita dei cittadini[...]
[...]Il Senato potrà essere dunque un vero soggetto “federatore”, cioè “veicolo e strumento di una maggiore europeizzazione del Paese”.[...]
Lo dicono quelli a cui #bastaunsi, mica io. Volete più Europa, questa Europa? 
Prego: ma prima meditate gente, meditate e buona lettura.

giovedì 17 novembre 2016

Wunderkammer Soap #4_Edoardo II


"Wunderkammer Soap #4_Edoardo II" di Ricci/Forte (drammaturgia), regìa di Stefano Ricci; direzione tecnica di Danilo Quattrociocchi, assistente alla regìa Stéphane Pisani. Con Ramona Genna, Anna Gualdo, Liliana Laera. Una coproduzione Ricci/Forte-Romaeuropa festival 2011. Al Palamostre di Udine per CSS, Teatro stabile di innovazione del FVG, fino al 19 novembre
Torna a Udine anche per questa stagione il duo Ricci/Forte presentando un'altra performance nel loro inconfondibile stile: azioni in cui un gruppo limitato di spettatori (non più di venti) viene introdotto in uno spazio chiuso (nella fattiscpecie la Sala Carmelo Bene, nel ridotto del teatro Palamostre del capoluogo friulano) a stretto contatto con gli attori, in questo caso tre interpreti del gruppo che lavora con la coppia in questione, in una sorta di scantinato con il pavimento ricoperto di pietre e cemento, intente a lavare dei collant. Sono tre donne, che indossano indumenti intimi maschili anni Sessanta, canotta e mutande bianche a costine, coi seni strettamente fasciati e occultati, che impersonano tre aspetti dell'Isabella moglie dell'Edorado II di Marlowe la quale viene frustrata nel suo tentativo di contrastare l'amore esclusivo e autosufficiente del suo sposo con Gaveston, che dei suoi mezzi di seduzione da soap opera non sa che farsene, scatenando così il suo istinto vendicativo e assassino a cui il  successivo senso di colpa non può ormai porre rimedio. Stacchi musicali ossessivi, stranianti ma estremamente calibrati, voce narrante robotica, che può ricordare quella dei Kraftwerk, a elencare lo squallore quotidiano che fa da sfondo alle fantasie di amori che scoppiano in coda alle casse dell'IKEA odorando di illusioni, finendo per stabilizzarsi in matrimoni che sono promesse di compromessi: frammenti della tragedia di Marlowe che si combinano con schegge di attualità in una rappresentazione che è fisica, fatta di sensazioni percepibili (l'umidità fredda che emana dalle catinelle d'acqua e dalle calze messe ad asciugare; l'urticante polvere dei calcinacci; l'odore della compensatoria e consolatoria Nutella, unica controindicazione la linea corporea, di cui si cibano le tre versioni di Isabella). Teatro coinvolgente, viscerale; sperimentale, certo; pieno di riferimenti ma immediatamente percepibile nei suoi intenti, in grado di raggiungere senza mediazioni chi è disposto a lasciarsi coinvolgere: è questo che fanno Ricci/Forte e gli attori che lavorano con loro, e ci riescono molto bene. 

martedì 15 novembre 2016

Fai bei sogni

"Fai bei sogni" di Marco Bellocchio. Con Valerio Mastandrea, Bérénice Bejo, Nicolò Cabras, Guido Caprino, Barbara Ronchi, Fabrizio Gifuni, Roberto Herlitzka, Cinzia Leone e altri. Italia, Francia 2016 ★★★★★
Come avevo già ammesso e scritto in un'altra occasione, non sono obiettivo nei confronti di Marco Bellocchio che considero come qualcosa di più di un maestro: una sorta di fratello maggiore dalle affinità elettive, e così ho deciso di lasciare trascorrere qualche giorno dalla visione del film, venerdì scorso, lasciando sedimentare le impressioni ed emozioni che devono essere state particolarmente intense se, la mattina successiva, mi sono svegliato con la certezza di averlo ripercorso in sogno. A quattro giorni di distanza, non ho alcuna esitazione nell'affermare che, a mio parere, siamo di fronte a un capolavoro. Com'è noto il film si ispira, rimanendogli piuttosto fedele, al best seller dal medesimo titolo di Massimo Garamellini in cui il noto giornalista racconta in forma autobiografica e sicuramente liberatoria di come abbia vissuto la traumatica scomparsa della propria amatissima madre all'età di nove anni scoprendone il motivo, un suicidio nato dalla convinzione dell'inefficacia delle cure per un tumore di cui era affetta, nascostogli da tutto l'ambiente famigliare e scolastico da cui era circondato, soltanto nella maturità, quando era ormai un giornalista affermato, passato dalla gavetta nei quotidiani sportivi a occuparsi di politica e  infine di di guerra come inviato nella Sarajevo sotto assedio e infine rientrato nella natìa Torino. Tutto questo Bellocchio lo racconta non in sequenza, come nel romanzo, che ha un andamento quasi da noir, addolcito da una lieve ironia sottostante, ma cambiando completamente registro. In un'alternanza di flash back dei primi anni Settanta col periodo della scoperta di una verità negata dagli adulti di un tempo trent'anni dopo, e con gli altri momenti delle tappe più significative della vita e del percorso umano del protagonista, Massimo, legate dal filo rosso costituito dal senso profondo di perdita e da un dolore inconsolabile coniugato a quello di incredulità e straniamento di fronte all'improvviso abbandono "senza saluto" da parte della madre e del comportamento del prossimo nei suoi confronti. La grandezza di Bellocchio è quella di aver preso spunto da un racconto sincero, doloroso, ma tutto sommato lineare, parafrasandolo pur rimanendogli fedele e trasformandolo in un film rigoroso, privo della benché minima concessione al melodramma o al taglio da serie televisiva, ricco di simboli e riferimenti metaforici sì, ma non astrusi e cervellotici bensì perfettamente comprensibili e profondi, che scavano dentro. Forse più suggestiva la parte rétro, col Massimo ragazzino interpretato dal delizioso Nicolò Cabras (non è nuova la capacità di Bellocchio di far recitare dei bambini: e per farlo bisogna avere ai loro occhi una credibilità assoluta) mentre Barbara Ronchi, nella parte della madre, è di una bravura struggente; ma altrettanto potente quella più contemporanea, in cui nel suo ruolo da adulto si conferma ancora una volta Valerio Mastandrea: la scena in cui è colto dal suo primo attacco di panico è magistrale e impressionante pur nella sua compostezza (soprattutto per chi come me ci è passato), d'altronde la bravura di un regista si misura anche dalla scelta degli attori, accuratissima e calibrata anche per una serie di camei di rara efficacia, destinati a rimanere nella memoria: quello di Roberto Herlitzka nei panni di un prete che insegna astronomia ai suoi giovani allievi; quello di Fabrizio Gifuni nelle vesti di un finanziere coinvolto in Tangentopoli negli anni Novanta di cui Massimo raccoglie le "confessioni" in un'ultima intervista informale e di cui assiste al suicidio senza vederlo, in una stanza accanto, quando viene tratto in arresto; quello ancora di Pier Giorgio Bellocchio che interpreta un fotografo che lo accompagna tra le macerie di Sarajevo assediata in una serie di sequenze quasi mute, dove a parlare sono le immagini, sia quelle in movimento del regista piacentino, sia quelle fissate dal fotoreporter: raffinatezze ma mai intellettualismi. In Fai bei sogni ricorrono tutte le tematiche care a Bellocchio: famiglia, potere, corruzione, perbenismo, religione, ruolo della donna, senso di colpa e, sempre presente, e non è un gioco di parole, quello dell'assenza. Un film magnifico, emotivamente coinvolgente, che colpisce così in profondità da portare a immedesimarsi in uno o nell'altro dei personaggi o a rivivere delle situazioni: da non perdere per chi ama davvero un cinema di alto livello ma comprensibile a chiunque. 

domenica 13 novembre 2016

Meditazione referendaria n° 2 #coerenzapidiota


Manifesto dei Valori del Partito Democratico, pagina 4, paragrafo 3. Approvato il 16 febbraio 2008:
“La sicurezza dei diritti e delle libertà di ognuno risiede nella stabilità della Costituzione, nella certezza che essa non è alla mercé della maggioranza del momento, e resta la fonte di legittimazione e di limitazione di tutti i poteri. Il Partito Democratico si impegna perciò a ristabilire la supremazia della Costituzione e a difenderne la stabilità, a mettere fine alla stagione delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza, anche promuovendo le necessarie modifiche al procedimento di revisione costituzionale”. 
Meditate gente, meditate

sabato 12 novembre 2016

Meditazione referendaria n°1 #bastaconoscerelastoria


Mai, in quindici anni che risiedo a Spilimbergo, avevo assistito a una mobilitazione così massiccia dell'asinistra indigena di estrazione cattocomunista, e l'occasione è stata la campagna per il sì al referendum costituzionale entrata nella sua fase cruciale e da affrontare, secondo gli ordini di scuderia impartiti dal Caro Leader fiorentino ancora a primavera, pancia a terra, con una locuzione entrata nel gergo politichese come accaventiquattro in quello degli inviati dalle TV nelle zone terremotate del Centro Italia. "Siamo in piazza", mi ha detto ammiccando ironicamente la capogruppo dell'opposizione in consiglio comunale, peraltro un'amica, incontrata stamattina al bar davanti a un caffè assieme al consigliere regionale della circoscrizione, ben sapendo che io sono uno di quelli che voteranno "come Casa Pound". Insomma, oltre ai militanti c'era tutto lo stato maggiore locale del PD: mancava soltanto la Serracchiani ma, ben consci del fatto che gode di una considerazione equivalente a quella dell'emerita costituzionalista da cui prende il nome la Riforma che promette di cambiare il Paese, proiettandolo in un roseo futuro, hanno evitato di esibirla come la Madonna Pellegrina in giro per la regione che sgoverna, altrimenti l'anno prossimo alle amministrative rischiano di prendere a malapena i voti degli iscritti. Comunque, sinceramente ammirato per la riuscita dell'evento attorno al gazebo allestito nella piazza centrale del borgo, e dalla caparbietà nel sostenere le proprie ragioni cercando di convincerne gli elettori, mi permetto sommessamente di rammentare a quei "democratici" a cui #BastaUnSì che le costituzioni di norma si modificano, quando non si scrivono ex novo, per legittimare un cambio di regime o quantomeno mutare la forma di governo (vedi le 5 repubbliche succedutesi dal 1789 in Francia), e quasi invariabilmente in seguito a un colpo di Stato. 

mercoledì 9 novembre 2016

E' arrivata la Trumpata: e adesso basta prediche!




E adesso cadranno tutti dal pero, come al solito. L'incubo dei luogocomunisti, dei fautori del "meno peggio", dei talebani del buonismo stucchevole e dell'ipocrita politically correct  si è avverato e Donald Trump è stato eletto 45° presidente degli USA. E, come, ha detto lui stesso nel suo ultimo comizio, sarà una Brexit "plus plus plus", all'ennesima potenza. Io l'avevo detto e scritto in tempi non sospetti cinque mesi fa. Non ci voleva un genio, né un cosiddetto esperto: era sufficiente non essere un pennivendolo abituato a raccontare al volgo quel che vogliono il direttore e l'editore e limitarsi a osservare la realtà senza i paraocchi d'ordinanza. Ora, con l'auspicio di non dover più vedere tutti i santi giorni il ghigno ributtante di Hillary Rodham Clinton e di quel pericoloso farabutto di suo marito, invece di affliggermi per le più che scontate reazioni negative del MERCATO (il che la dice lunga su chi sosteneva la guerrafondaia "demorcatica"), attendo fiducioso all'opera quest'altro pagliaccio, del resto perfetto rappresentante della maggioranza del suo Paese e non mi spavento, specie dopo aver visto ruotare la vita politica del nostro, e a più riprese al governo, attorno un suo simile: se non altro le due sponde dell'Atlantico si allontaneranno (avere gli USA a distanza di sicurezza mi conforta) e diminuirà l'intensità dei venti di guerra fredda coi vicini a Est nel nostro stesso Continente. Ma quel che più auspico, è che il nostrano mondo dell'informazione (si fa per dire), il più provinciale, servile e stupido al mondo, aprioristicamente schierato con la Clinton e che dall'inizio delle Primarie USA, ossia da più di un anno, ci ha quotidianamente martellato i coglioni per convincere noi italiani dei motivi per cui gli americani avrebbero dovuto votare per lei mettano il silenziatore. 

lunedì 7 novembre 2016

Otello

Elio De Capitani: Otello
"Otello" di William Shakespeare. Traduzione di Ferdinando Bruni, regia di Elio De Capitani e Lisa Ferrazzo Natoli. Scene e costumi di Carlo Sala; musiche originali di Silvia Colasanti. Con Elio De Capitani, Federico Vanni, Camilla Semino Favro, Cristina Crippa, Angelo Di Genio, Alessandro Averone, Carolina Cametti, Gabriele Calindri, Massimo Somaglini, Michele Costabile. Luci di Michele Ceglia; suono di Giuseppe Marzoli. Produzione Teatro dell'Elfo con il sostegno della Fondazione Cariplo. Al Teatro Elfo/Puccini di Milano fino al 13 novembre.
Potente, magnetico, incalzante l'Otello proposto dal Teatro dell'Elfo nella nuova, brillante traduzione di Ferdinando Bruni, capace di alternare in modo efficace toni poetici con un linguaggio quotidiano e moderno, aggiungendosi alla serie di opere shakespeariane già portate al successo dalla compagnia milanese. Procede con cadenze e ritmi di un thriller fino all'epilogo in un crescendo implacabile, grazie a un meccanismo congegnanto magistralmente che racconta la parabola del Moro (Elio De Capitani), dall'ascesa per meriti militari negli alti ranghi della Serenissima che da straniero e "diverso" l'ha accolto, alla caduta negli abissi accecato dalla gelosia nei confronti della moglie Desdemona (Camilla Semino Favro) su istigazione del perfido Iago (Federico Vanni), suo uomo di (mal riposta) fiducia, in realtà roso dall'invidia per i suoi successi, e che fa subdolamente leva proprio sul fondamentale senso di inadeguatezza di Otello, pur così potente, e sul suo desiderio di accettazione, come sul latente razzismo di chi l'ha portato in auge, ma altrettanto disposto a scaricarlo. Nel mirabile intreccio, complesso quanto chiaro, che si dipana fino all'uccisione di Desdemona da parte di Otello impazzito di gelosia e al suicidio di quest'ultimo, vengono alla luce le diverse pulsioni dei personaggi, tutti indistintamente: non soltanto lo spregevole Iago, fondamentalmente manipolatori, perfino la apparentemente candida Desdemona che sì ama Otello, e lo sposa, però di nascosto dai suoi genitori e fuggendo da Venezia contando sul fatto che venga poi accettato per i suoi successi. Superfluo ripetere quanto sia attuale Shakespeare, specie in questa esemplare vicenda di sesso, possesso, gelosia e potere: la tragedia, tra le più famose del geniale drammaturgo inglese, è messa in scena con maestria ed efficacia da una parte di compagnia come sempre compatta, affiatata, e supportata da una scenografia semplice e al contempo raffinata e il sapiente uso delle luci, con suggestive alternanze di chiari e scuri a sottolineare umori e situazioni, nonché del sottofondo musicale, marchi di fabbrica degli spettacoli dell'Elfo. Sala Shakespeare (per l'appunto) colma per la rappresentazione pomeridiana di ieri, pubblico soddisfatto e plaudente. 

sabato 5 novembre 2016

7 minuti

"7 minuti" di Michele Placido. Con Ambra Angiolini, Cristina Capotondi, Balkissa Maiga, Fiorella Mannoia, Maria Nazionale, Violante Placido, Clémence Poésy, Sabine Timoteo, Ottavia Piccolo, Anne Consegny. Italia, Francia, Svizzera 2016 ★★★★★
Visto a due giorni di distanza da La ragazza senza nome, il confronto si fa ancora più impietoso a discapito del tetro nonché cervellotico film dei fratelli Dardenne, riuscendo 7 minuti a condensare in 88' intensi il racconto di una storia quanto mai attuale, ispirata a una vicenda realmente avvenuta qualche anno fa in Francia. Una storia di fabbrica, di lavoratori e dei loro rappresentanti sindacali che Michele Placido (il quale, assieme ad altri due attori maschi, si è riservato poco più di alcuni camei in un film tutto al femminile) ha ambientato a Latina, in un grosso stabilimento tessile, nel momento in cui l'azienda, pur finanziariamente sana, viene assorbita da un grosso gruppo francese: l'unica condizione che la nuova proprietà straniera pone per la conservazione dei livelli occupazionali è la riduzione di 7 minuti della pausa pranzo da 15 che erano (e prima ancora 20, 30, 45...) E' questo che sono chiamate a decidere le 11 componenti il consiglio di fabbrica, che hanno tempo due ore e mezzo per rispondere sì o no dopo che la loro portavoce è tornata dalla lunga riunione con la dirigenza vecchia e nuova: in cui nulla ha potuto dire, non essendo mai stata interpellata, ma molto ascoltare, vedere e quindi capire. Sembrano niente, 7 minuti, davanti alla prospettiva di una possibile delocalizzazione o chiusura dello stabilimento, con conseguente perdita del posto di lavoro in una situazione di crisi generalizzata, e infatti in prima battuta tutte quante, pur diverse per età, storie e situazioni alle spalle, che nel film vengono portate tutte alla luce con precise quanto efficaci pennellate, votano per il sì tranne Bianca, la loro portavoce che, dopo trent'anni di lavoro in fabbrica e di attività sindacale, sa bene per esperienza vissuta quali siano le conseguenze di risposte prese sotto pressione, senza avere il tempo di valutare se e quanto possano essere ricattatorie e puramente strumentali, e chiede loro di prendersi tutto il pur scarso tempo che hanno a disposizione per riflettere, perché quel che decidono avrà conseguenze anche per gli altri trecento colleghi che rappresentano e nonché per quei lavoratori che si trovano in situazioni analoghe o peggiori. 7 minuti sembrano pochi, il tempo per una sigaretta, ma messi insieme diventano un cospicuo monte ore di lavoro regalato senza alcuna contropartita all'azienda, oltre a essere un grimaldello, in caso di accettazione, per l'ulteriore erosione di quei diritti che, di volta in volta, da un ventennio almeno in qua vengono sistematicamente smantellati, in Italia, in Europa come in tutto il mondo "globalizzato". Nel paio di ore di "pausa di riflessione", fanno in tempo a venire a galla sia le contraddizioni sia le diverse angolazioni da cui le donne, che rappresentano un ampio ventaglio dello sfaccettato mondo del lavoro al femminile (e non solo), valutano i sette minuti: fra di loro ci sono anche tre straniere di cui una di colore, le cui motivazioni sono ben diverse da quelle delle colleghe e spesso anche in conflitto: Placido, meritoriamente, non le edulcora con la consueta melassa buonista da cui veniamo sommersi ma le esplicita, fornendo materiale per pensarecon la propria testa. Alla fine la situazione si ribalta e, nella votazione definitiva, il no finisce per prevalere, seppure per un solo voto: quello di una ragazza ventenne neoassunta. Un segno di speranza, anche in vista del 4 dicembre. Una regia pulita, efficace, senza fronzoli; una eccezionale prova di tutte le interpreti femminili, con note di merito per la grande, eterna Ottavia Piccolo, Fiorella Mannoia, Maria Nazionale, Violante Placido e una fenomenale Ambra Angiolini. Grazie, grazie e grazie ancora.

giovedì 3 novembre 2016

La ragazza senza nome

"La ragazza senza nome" (La fille inconnue) di Jean Pierre e Luc Dardenne. Con Adèle Haenel, Jérémy Renier, Olivier Gourmet, Fabrizio Rongione,Thomas Doret, Christelle Cornil. Belgio 2016 ★★
A meno di non essere masochisti, o in preda a un impellente desiderio di espiazione da una qualche colpa che sicuramente abbiamo (questa la visione dei due cineasti belgi) è bene frapporre un discreto lasso di tempo fra un film e l'altro dei fratelli Dardenne o, come faccio io, vederne alternativamente uno sì e uno no. E' venuto il turno del sì, e la coppia non si smentisce: il tema centrale è sempre la colpa che ognuno di noi si porta dietro. Con il suo corolloario per alleggerire il fardello: la confessione. Laica e non cattolica nel caso dei Dardenne, ma sempre lì siamo. Il mondo è una valle di lacrime, si sa; le periferie belghe, nella fattispecie quella di Liegi, particolarmente squallide; l'umanità che vi si trova a trascorrervi l'esistenza, irrimediabilmente infelice: stavolta, nel tentativo di rendere un po' più frizzante (si fa per dire) la desolante vicenda, raccontata con l'immancabile rigore fin troppo realista (ma non per questo rendendola del tutto verosimile), le hanno fornito un impianto noir ma la martellata sugli zebedei arriva puntuale, inesorabile comunque, con la collaborazione di tutti gli interpreti, a cominciare da Adèle Haenel, attrice incapace di trasmettere una qualsiasi empatia, nei panni di Jenny Davin, un giovane medico condotto. Una sera, molto oltre l'orario di chiusura dell'ambulatorio, ordina al suo tirocinante (che anche per i Dardenne, pur orgogliosi francofoni, è diventato uno stagista: segno dei tempi) di non aprire quando qualcuno suona alla porta. Il giorno dopo, quando la polizia le chiede di visionare il filmato della videocamera di sorveglianza dello studio perché è stato trovato senza documenti il cadavere di una giovane donna di colore, scopre che si tratta della persona che non aveva fatto entrare. Scatta immancabile il senso di colpa: per alleviarlo, da un lato Jenny rinuncia a un incarico di prestigio nell'ospedale più importante della città e decide di rimanere nella sua condotta, dall'altro si lancia in un'indagine parallela alla polizia, incurante di intralciare quest'ultima, pur di dare un nome alla ragazza. Lodevole l'intento dei Dardenne di ricordarci che l'altro da noi ha diritto a essere riconosciuto nella sua identità ma, come dicevo sopra, fulcro del film rimane l'accoppiata colpa-confessinoe. Tutti senza eccezione i personaggi del film hanno un lato sordido che nascondono e che viene alla luce nel corso dell'indagine di Jenny che porta all'identificazione della ragazza morta, a cominciare dalla dottoressa, e ognuno, a modo suo, prova a liberarsene tramite la sua ammissione: lo fa lei, lo fa il tirocinante Julien che prima rinuncia a proseguire gli studi e poi si ravvede, lo fa un ragazzo testimone recalcitrante, lo fanno i genitori di quest'ultimo, lo fa perfino la sorella della vittima che, in un primo momento aveva finto di non riconoscere la vittima in una foto che le veniva mostrata. Il film ha senz'altro un suo perché e delle ottime intenzioni, ciò non toglie che risulta sconclusionato, poco comunicativo, lugubre, senza speranza. Realista, forse: ma poco coinvolgente, nonostante tutto. Non stupisce che i Dardenne siano molto apprezzati in Francia e dalla critica militante nonché adeguatamente premiati ai vari festival: questione di gusti.

martedì 1 novembre 2016

Quando l'Italia trema

La Caduta dei Giganti, di Giulio Romano e Rinaldo Mantovano, Sala dei Giganti, Palazzo Tè, Mantova, può anche essere vista come raffigurazione artistica del terremoto

Oltre 1100 scosse di varia intensità, e per il momento non in calando, solamente negli ultimi tre giorni, a partire dalla botta delle 7.40 del mattino di domenica di 6,5 gradi Richter con epicentro vicino a Norcia, in Umbria. Per fortuna senza vittime umane dirette, ma sono state distrutte zone significative di quella che è da considerarsi la spina dorsale dell'Italia, in senso fisico ma anche in quello simbolico, per ciò che rappresenta nella memoria storica di un Paese che troppo spesso la trascura. In questo disastro, è per certi versi una consolazione ricordare che, dall'anno Mille a oggi, sono state ben 4800 le distruzioni gravissime a noi note, che si collocano tra l'8° e l'11° grado della scala Mercalli la quale, a differenza di quella Richter, che misura l'ampiezza delle onde sismiche, è empirica e valuta gli effetti rovinosi di un terremoto. Ogni volta si è ricostruito, pur su un terreno fragilissimo come quello della nostra Penisola, a prescindere da quanto l'opera dell'uomo, specie quello moderno, abbia contribuito a deteriorarlo, e con esiti spesso mirabili: quelle che ricordiamo dai nostri viaggi, o dalle immagini che le ritraggono prima che crollassero, ne sono una testimonianza. Può di conforto, a questo riguardo, leggere questo interessante articolo sulla memoria dei terremoti nella storia dell'arte. C'è poco da aggiungere, e meno che mai cadere in inutili polemiche preventive, piuttosto rammentarsi di quanto già avvenuto nel passato e tenere duro. Ci vuole tanta forza e tanto coraggio a non fuggire, perché vivere nel tormento di scosse continue è un'esperienza devastante, e molta determinazione nel rimanere legati alle proprie radici, che sono quelle di tutti, anche se in tanti se le sono dimenticate.