sabato 10 settembre 2016

Vis à vis con l'isola che non c'era...

Veduta di Vis, il capoluogo
...o, per meglio dire, era forzatamente sottratta ai radar del turismo internazionale perché interdetta agli stranieri fino al 1991, essendo di fatto una base militare della JNA, l'armata nazionale jugoslava. Poi la Federazione disgraziatamente si disgregò, si scatenò quella che di fatto fu una guerra civile in buona parte incoraggiata da improvvide intromissioni straniere (a cominciare da quelle di Germania e Vaticano, alla cui guida c'era ai tempi il beatificato Papa polacco) e gli abitanti dell'isola, in maggioranza militari e loro discendenti, si ridussero a poco più di 3500 perché i serbi, che costituivano buona parte dell'esercito, se ne andarono. 


Veduta di Komiža 
Il che spiega la quantità di edifici abbandonati sia nel capoluogo,Vis, sia a Komiža, l'altro centro all'estremità orientale dell'isola, un tempo famosa per la pesca delle sardelle (o sarde o sardine che dir si voglia) fin dai tempi in cui i comisani si battevano tra loro in una sorta di regata, di cui si hanno testimonianze a partite dalla fine del 16° secolo,  per conquistare le migliori zone di pesca al largo di Pelagosa, secondo la regola aurea del "chi prima arriva, meglio alloggia": non c'era competizione con chi proveniva dalla sponda italica, distante solo 30 miglia rispetto alle 42 di Vis, perché i comisani operavano in favor di venti prevalenti e disponevano di imbarcazioni eccezionali: le agili falkuše, di cui è in mostra un esemplare all'interessante museo della pesca situato nella torre della cittadina. 

Vista dell'isola dalla Titova Špilja
Sono informazioni che traggo da Il Leone di Lissa - Viaggio in Dalmazia di Alessandro Marzio Magno (Edizioni del Saggiatore, 2003), mio indispensabile baedeker nelle mie ricorrenti incursioni in terra dalmata. Komiža, con le sue cinque fabbriche di inscatolamento di pesce, è stata anche la sede delle prima attività manifatturiere nella ex Jugoslavia dopo le Manifatture di tabacchi dell'italianissima, quella sì, Rovigno, in Istria: si può dire che qui abbia avuto le sue origini la classe operaia di quella che fu la SFRJ. Non solo: anche l'artefice di questa entità che, nel dopoguerra, raggiunse un indubbio prestigio fino alla sua dissoluzione, Josip Broz detto Tito, deve la sua sopravvivenza e quella del gruppo dirigente del Partito Comunista al suo provvidenziale trasferimento sull'isola, allora sotto il controllo degli inglesi, nell'estate del 1944, sfuggendo a una colossale caccia all'uomo scatenata dai nazifascisti sul Continente. 


 Lapide alla Titova Špilja
Ovviamente sono andato e rendere omaggio al Maresciallo e a visitare la grotta in cui si era rifugiato durante i cento giorni in cui soggiornò a Vis e a quella vicina dove si riuniva il Comitato Centrale del partito. Solo un'indicazione a Podšpilje (che in croato significa per l'appunto "sotto la grotta") con scritto "Titova Špilja" e poi nient'altro: si sale per alcuni chilometri fino alla cima dell'altura che domina l'isola dove è installata una postazione radar tutt'ora attiva che fa parte di una zona militare a cui è, ovviamente, interdetto l'accesso. Ridiscendendo, immersi negli inebrianti profumi della macchia mediterranea, bisogna indovinare la via d'accesso: una stradina a gradini in mezzo ai cespugli, rigorosamente senza un cartello, che porta alle due grotte. All'esterno, due lapidi incastonate nella pietra e due scritte di vecchi aficionados del Maresciallo. Rari, da queste parti, almeno negli ultimi 25 anni, benché la Dalmazia sia sempre stata la zona della Croazia più tiepida rispetto all'indipendentismo e in cui sono più numerosi i nostalgici della vecchia Federazione. 


L'ex campo di aviazione
Alessandro Marzo Magno sostiene che la sistematica cancellazione dei riferimenti alla SFRJ e alla Resistenza da lapidi e monumenti sia opera di anonimi quanto infaticabili scalpellini (in veneziano tajapiere) di fede nazionalista, altresì all'opera per rimuovere i Leoni di San Marco, piantati ovunque mettessero piede dai veneziani (questa l'etimologia del nome Pantalòn): infatti Lissa, unica isola della Dalmazia, e direi dell'intero Adriatico, ne è totalmente priva, pur essendo stata per secoli sotto il dominio della Serenissima, per quanto amministrativamente dipendente da Hvar (Lesina), il cui capoluogo in effetti ha tutt'ora l'aspetto un sestiere veneziano, ma rispetto a quest'ultima è ancora più importante strategicamente per la sua posizione in mezzo all'Adriatico, più al largo rispetto alle altre isole dalmate. Posizione che solleticò tutte le potenze attive nell'area e che, a turno, controllarono Vis (poco meno di 90 chilometri quadrati, poco più estesa di Lampedusa, con meno della metá di popolazione), cominciando dai greci che le diedero il nome di Issa e, in tempi più recenti, dopo i veneziani, francesi, austroungarici, italiani e inglesi i quali ultimi ne fecero una base operativa durante la Seconda Guerra Mondiale. 


Gostionica Aerodrom
E' qui che operò lo scozzese Fitzroy MacLean, l'alto ufficiale britannico che dette vita alle mitiche SAS (Special Air Services) e ispirò alla penna di Ian Fleming la figura di James Bond, l'immortale Agente 007, scozzese come lui, di stanza a Vis insieme al figlio di Winston Churchill, Randolph, e allo scrittore Evelyn Vaugh durante l'ultima guerra. Il Quartier Generale britannico, presieduto dal comandante della Royal Navy Morgan Giles, si trovava proprio nel porto di Komiža mentre, nel centro dell'isola, lungo la strada più interna e lunga che collega Komiža a Vis, (18 chilometri anziché i 10 della rotta settentrionale), sono tutt'ora visibili le tracce dell'aeroporto alleato attivo all'epoca, immerso nella zona dei migliori vigneti di cui è ricca Vis: vugava, un vitigno bianco autoctono, e il classico nero plavac, tipico di tutta la Dalmazia. Obbligatoria la sosta alla suggestiva osteria, chiamata non a caso Gostionica Aerodrom. Frutta e verdura a parte, grazie a quanto producono i numerosi orti sparsi per Vis, l'altra coltivazione per cui va famosa l'isola, va da sé, è l'olivo, con risultati altrettanto egregi. Dicevo che Komiža deve la sua fama e ricchezza alla pesca delle sardelle ma già da tempo non è più questa la sua attività principale, con annessa produzione industriale: all'uscita del libro di Alessandro Marzo Magno, dei 5 stabilimenti di inscatolamento del pesce ne era rimasto attivo soltanto uno, il Neptun; tredici anni dopo mi risulta aver chiuso pure questo, che tra l'altro aveva spostato la sua produzione dalle sardelle alle acciughe, che incontravano di più il gusto (si fa per dire) moderno. E qui siamo alla nota dolente dell'isola, che per il resto è splendida, verdeggiante, con tante spiagge raggiungibili al più con qualche camminata non troppo impegnativa o in battello, un'acqua trasparente e un clima ideale: l'offerta gastronomica. 


Plavac e vugava
Proprio nell'isola delle sardelle, il pesce azzurro, pur presente in teoria in ogni menù, è pressoché introvabile salvo le acciughe, ma solo perché, assieme al pomodoro e alla cipolla soffritta, farciscono la tradizionale e tipicamente comisana pogača (l'assonanza con l'italiana focaccia è evidente, come una buona parte dei vocaboli del dialetto dalmata, declinati però secondo le regole della grammatica serbocroata). Onnipresenti invece insipidi branzini e orate monoporzione d'allevamento e, quando va di lusso, sampietri, scarpene e pagri oltre  a calamari e polipi. Di sarde e sgombri non c'è traccia tranne che da Bak, dove ho cenato con degli sgombri marinati memorabili, una rustica griglieria che propone anche la classica peka dalmata, sistema di cottura sotto una specie di campana di ferro (su ordinazione, almeno tre ore prima), defilata all'interno e in salita rispetto ai poco affidabili e troppo turistici locali disseminati lungo lo struscio della Riva, dove ha pure sede la bocciofila (bak significa per l'appunto boccino). Del resto è fast food quello che chiede e consuma avidamente il turista-standard, come mi confessa Vinko, il titolare del Bak, rientrato alla base da due anni dopo averne trascorsi 23 accumulando esperienza a Parigi. Proposte generalmente mediocri, dunque, in locali che tutt'al più se la tirano perché "impreziositi" da qualche tovaglia bianca, un paio di candeline in più e una location (ché fa figo) bordo-mare ma la sostanza rimane pur sempre mesta: tutta fuffa, di "chilometro zero" manco l'ombra e di attenzione al territorio, questo sì, zero assoluto. Ed è quanto offrono, nella stragrande maggioranza dei casi, i miei amici dalmati, a Vis in particolare. 


La spiaggia di Milna, a Komiža, dove si tiene il "GoulashDisko"
L'ho notato anche sotto un altro aspetto, musicale, qualche giorno a Rukavac, nella parte sudorientale dell'isola. Dopo un pranzo discutibile, mi sono piazzato in una delle deliziose baiette attorno al paesino dove era attivo una sorta di chiringuito sovrastante una spiaggia di candidi ciottoli affacciata su un mare cristallino: in un posto simile e durante la controra, uno si aspetterebbe non dico una sonata di Mozart, ma almeno i Pink Floyd, Mike Oldfield, magari i Genesis prima maniera e invece no: la stramaledetta Bohemian Rapsody dei fottuti Queen e Another One Bite The Dust di George Michael sparate a tutto volume: mi sembrava di essere sbarcato a Culattonia, e questo proprio quando se c'è una cosa su cui vanno d'accordo le cinque ex repubbliche della SFRJ è nel considerare peder come il peggior insulto che si possa fare a qualcuno. Ora: lungi dal fare un inno al machismo, ma un minimo di rispetto per sé stessi e per il prossimo sarebbe gradito, invece dell'adeguamento a ciò che tira dalle nostre parti, correttezza politica sopra ogni cosa. Avrei preferito perfino ascoltare Severina, la gloria locale, o Ceca Ražnatovic, vedova Arkan, la sua controparte serba: più dignitose. In altri termini: nulla in contrario se a una festa o a un raduno LGBT hanno voglia di sfondarsi le orecchie con la robaccia dei loro idoli, ma perché devono per forza rompere i timpani anche al prossimo? Inevitabilmente ho dovuto abbandonare la postazione dopo pochi minuti, e come me altri, e non per forza vecchi rincoglioniti come me. Ripeto: è soltanto una questione di rispetto, e rispettosi lo sono, ad esempio, le centinaia di ragazzi provenienti da ogni dove tra i 20 e 30 anni che stanno dando vita all'annuale Goulashdisko, un raduno rave che si tiene in questi giorni in una spiaggia appena fuori Komiža: per quanto possano essere acconciati in modo perlomeno stravagante, sono tranquillissimi, educati, durante il giorno girano per il paese senza schiamazzare, lordare e infastidire nessuno, e nel tardo pomeriggio si avviano verso la loro spiaggia a ballare fino allo sfinimento e fino all'alba per i fatti loro a un volume accettabile anche per chi vuole riposare (perché l'acustica si può anche studiarla e regolare l'amplificazione di conseguenza e con intelligenza), e lo dico pur non essendo certo un estimatore della techno. Sempre meglio dei gruppi di nordamericani invadenti e starnazzanti che mi hanno afflitto con la loro inarrestabile logorrea nei primi giorni sull'isola, arrivati a bordo di yacht presi a noleggio per spandere merda e spadroneggiare in casa degli altri. 


GulashDisko
E infine, già che siamo in tema marinaro, ricorre quest'anno il 150° anniversario della Disfatta di Lissa (da noi eufemisticamente chiamata "battaglia"), quella in cui la preponderante Marina Regia Italiana fu ridicolizzata e messa in fuga da quella Imperialregia al comando di Von Teghetoff: il quale aveva studiato al collegio di Marina di Venezia. Quello che pochi sanno, è che la Marina da Guerra Austriaca era diretta erede di quella veneziana, tant'è vero che fino al 1848 la sua denominazione ufficiale fu Österreich-Venezianische Kriegsmarine, il veneziano la lingua franca di bordo e italiana buona parte dell'equipaggio, tra cui alcuni alti ufficiali. Una figura di merda memorabile della neonata Terra dei Cachi fattasi nazione, tant'è vero che pochi la conoscono, a cominciare da quella dell'ammiraglio Carlo Pellione di Persano, una specie Schettino dell'epoca che, quando vide comparire gli austriaci, con il disprezzo e la supponenza degne di un D'Alema esclamò: "Ecco i pescatori", pensando di farne un boccone. Risultato: colpite a affondate l'ammiraglia Re d'Italia, col fellone che, come da tradizione italica, aveva lasciato la nave trasferendosi sulla più sicura Affondatore senza avvertire nessuno e la corazzata Palestro, 611 i marinai morti contro soli 38 e nessuna nave perduta da parte austriaca. Ma questo nelle scuole italiane non lo raccontano mica.


 Bottega di falegname Komiža 

2 commenti:

  1. Non lo dico per piaggeria, ma secondo me dovresti farne guide turistiche per romantici flaner alla ricerca di un'autenticità turistico/cultural/culinaria perduta, dei tuoi post di viaggio...

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  2. Ti ringrazio per le gentili parole ma, come credo di avere già avuto occasione di dirti, preferisco riservare queste "chicche", magari ispiratrici di qualche buon viaggio, ai pochi ma scelti lettori che hanno avuto la bontà di seguirmi su questo blog in questi anni per premiarli per la loro pazienza e costanza, piuttosto che contribuire a incrementare il movimento di frenetici cerebrolesi in luoghi a me cari...

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