giovedì 29 settembre 2016

Elvis & Nixon

"Elvis & Nixon di Liza Johnson. Con Michael Shannon, Kevin Spacey, Colin Hanks, Johnny Knoxville, Evan Peters, Alex Pettyfer, Sky Ferreira, Suzan Stadner e altri. USA 2016 ★★★★+
Un'autentica chicca, questo breve ma intenso ed esilarante film che prende spunto da una visita di Elvis Presley alla Casa Bianca, presidente Richard Nixon, realmente avvenuta nel dicembre del 1970 e documentata soltanto da una foto (peraltro la  più richiesta agli US National Archives) immaginandone retroscena e svolgimento nello Studio Ovale. The King, ai tempi trentacinquenne e in una fase di transizione da mito assoluto, soppiantato da una più giovane e per di più prevalentemente britannica e progressista generazione di rocker, all'imbolsito fenomeno da circo che sarebbe tristemente diventato da lì alla sua morte sette anni dopo, vede il suo amato Paese sotto la stessa minaccia, tra hippies, Black Panthers, radicali e contestatori della guerra in Vietnam, e crede che sia giunto il momento di mettere il suo carisma al servizio della nazione proponendosi alla nomina come agente federale sotto copertura: in altri termini è alla caccia di un distintivo, e per ottenerlo chiede un incontro urgente al presidente Nixon recandosi direttamente alla Casa Bianca assieme a Jerry Shilling, amico intimo e membro del suo staff: Nixon in un primo momento non ne vuole sapere, benché i suoi consiglieri gli suggeriscano di accettare, ritenendo che un incontro con l'idolo di milioni di americani possa rialzare la sua popolarità, decisamente in ribasso dopo due anni di mandato, specie tra i giovani, però cede di fronte alle pressioni della figlia prediletta, Julie, fan di Elvis, e accetta concedergli l'investitura in cambio di una foto (quella di cui sopra) e di un autografo per la ragazza. E' una pellicola di fantasia, di pura invenzione, in cui nemmeno gli interpreti assomigliano fisicamente ai personaggi reali, ma li rendono con una profondità ed immedesimazione tale da renderli perfino più plausibili di quelli ritratti in qull'unica foto ricodo in bianco e nero, sola testimonianza dell'incontro di due uomini-simbolo degli USA in un momento di cambiamenti a cui entrambi non riescono a stare dietro; un divertissement intelligente per la brava regista ma anche per gli attori: sulla bravura di Kevin Spacey, ormai così immedesimato nel ruolo presidenziale, dopo le formidabili prestazioni in House of Cards, da essere un candidato più credibile e affidabile di quelli attuali in carne e ossa, c'è poco da aggiungere: è più Nixon di Nixon stesso; da sottolineare la magnifica prova di Michael Shannon, che ho trovato sorprendente per la sensibilità con cui ha saputo rendere un personaggio contraddittorio, confuso, cosciente della sua dimensione di mito distaccato dalla realtà ma al contempo legato alle sue umili origini di uomo del Sud, come dimostra il fatto di essersi sempre circondato dalla Memphis Mafia, composta da suoi amici di gioventù. Un film sorprendente, acuto, capace di catturare e riproporre lo "spirito del tempo" e dei suoi protagonisti: immagino però che questo valga per chi abbia vissuto quei tempi, o ne abbia memoria mentre per chi ne ha solo sentito parlare il valore è più o meno quello di un reperto archeologico. Prezioso, però, e non solo per i suoi esiti musicali (di Elvis, per motivi di autorizzazioni mancate, non c'è traccia: paradossalmente l'epoca dei Fifthies viene espressa da storici brani blues e gospel, pressoché tutti di autori e interpreti afroaemericani: del resto anche il Rock & Roll, così "bianco" nella versione di Elvis, aveva e ha un cuore nero, quello che Presley faceva fatica ad ammettere.

martedì 27 settembre 2016

Frantz

"Frantz" di François Ozon. Con Paula Beer, Pierre Niney, Ernst Stölzer, Marie Gruber, Johann von Bülow, Anton von Lucke, Cyrielle Clair, Alice de Lencquesaing. Francia 2016 ★★★★½
Spiazzante come sempre, François Ozon cambia genere, passando a un mélo con tinte noir inserito in un ben preciso contesto storico e geografico, il primo dopoguerra in una cittadina tedesca nel 1919, all'indomani della sconfitta con i nemici di sempre, i francesi, ma non cambia il risultato del suo lavoro: cinema intelligente, stuzzicante, di qualità e formalmente ineccepibile. Anna, una giovane che vive nella casa dei genitori del suo promesso sposo, il Frantz del titolo, rimasto ucciso in guerra (notare l'assonanza con France) si reca quotidianamente sulla sua tomba e deporre dei fiori, quando si accorge che lo stesso fa un giovane distinto e riservato straniero, finché scopre che quest'ultimo è un francese, Adrien, che si presenta come un amico del suo fidanzato caduto. Come tale viene accolto dai suoceri di anna, dopo una prima resistenza da parte del padre di Frantz, medico della cittadina ancora sconvolto dalla perdita dell'ultimo figlio, che rivivono con lui i ricordi di questa amicizia basata su comuni interessi culturali, in particolare la poesia, la musica e la pittura e il pacifismo di fondo: Adrien  stesso è un violinista dell'Opéra ma non ha più ripreso in mano il suo strumento dopo la carneficina e, benché a malincuore, si esibisce davanti ai genitori di Fìrantz e ad Anna nel pezzo preferiti dallo scomparso. Ma la verità è un'altra, e Adrien la confessa ad Anna, con cui nel frattempo si è stabilito un legame sempre più forte, benché basato sulla menzogna. Una menzogna a fin di bene, che Adrien vive male tornando precipitosamente a Parigi, in preda ai sensi di colpa, ma che non impedisce ad Anna di essere attirata vieppiù dal giovane francese dai modi gentili, e di metterne in atto una seconda. A ben vedere, la stessa menzogna che impedisce ad Adrien di vivere una vita libera, secondo i suoi veri desideri e lo porta prima a meditare il suicidio in preda ai fantasmi della guerra e poi a impantanarsi in un'esistenza dorata ma ingabbiata dalle regole, è quella che consente invece ad Anna di uscire dal lutto ed emanciparsi, affrontare coraggiosamente un viaggio a Parigi alla ricerca di Adrien di cui si erano perse le tracce mentre lei fingeva coi suoceri, che la incoraggiavano alla relazione vedendo in lui lo specchio di Frantz, di essere ancora in costante contatto con lui e infine di avviare la propria esistenza sui binari della piena consapevolezza, benché provata da un secondo dolore, ma forse forgiata da esso. Il film è delizioso, nonostante la complessità e la drammaticità, per la delicatezza, sottolineata dal bianco e nero che vira al colore nelle scene in cui l'immaginazione sembra diventare reale, e perfettamente riuscito non solo per la bravura di Ozon dietro alla macchina da presa, ma anche per la sua consueta capacità nell'affidare le parti agli interpreti giusti, aspetto che fa grande un regista già dotato si suo di talento cristallino: in questo caso la fresca e intensa attrice berlinese Paula Beer nel ruolo di Anna, e l'altrettanto bravo Pierre Niney, pure lui di formazione teatrale e che si era già distinto come protagonista di Yves Saint-Laurent. Da sottolineare anche l'attualità delle riflessioni su un nazionalismo sempre risorgente, conseguenza di ignoranza e pregiudizi che solo la cultura riesce ad arginare e superare, oltre alla consapevolezza di pagare, da una parte e dall'altra, le sue nefaste conseguenze  piangendo i morti delle guerre da esso regolarmente generate. 

lunedì 26 settembre 2016

La vita possibile

"La vita possibile" di Ivano De Matteo. Con Margherita Buy, Valeria Golino, Andrea Pittorino, Caterina Shulha, Bruno Todeschini e altri. Italia 2016 ★★½
Mi rincresce dirlo, ma le regie di De Matteo, che ho trovato estremamente promettente all'esordio con La bella gente (del 2009, ma uscito nelle sale soltanto l'anno scorso), seguito da Gli equilibristi (2012) e infine da I nostri ragazzi (2014) mi sembrano sempre meno convincenti col passare del tempo, come se l'autore fosse vittima di una crescente stanchezza. Sempre ottime le intenzioni: parlare della vita reale nel Paese reale, e anche in quest'occasione l'inizio è col botto. Anzi, con un pugno nello stomaco, quello che riceve Anna (Margherita Buy) dal marito violento e senza volto, al termine dell'ennesimo litigio culminato in pestaggio, alle cui fasi finali assiste Valerio, il figlio tredicenne della coppia, nella bella abitazione romana di famiglia. Per Anna è il punto di non ritorno e subito dopo la vediamo col figlio in treno alla volta di Torino, dove si rifugia dall'amica del cuore, Carla, con cui ha convissuto da ragazza per tre anni, attrice insicura e disadattata che vive nel capoluogo piemontese in una minuscola casa di ringhiera che fa molto bohème, ben contenta di ospitare l'amica e il ragazzo per toglierli dalle grinfie del marito e padre manesco da un lato, e alleviare la propria solitudine dall'altro. Contrariamente a quel che ci si potrebbe aspettare, De Matteo non prende la strada più facile, quella della condanna della violenza sulle donne di cui sono purtroppo pieni i media, ma quella della descrizione del rapporto tra madre e figlio, con le difficoltà, perfino eccessiva, di affrontare l'argomento da parte di entrambi, e dell'adattamento di entrambi e una realtà nuova e diversa, che vede Anna adeguarsi a un lavoro di fatica, l'unico che viene proposto a una donna di mezza età come lei senza professionalità specifiche e santi in paradiso, e il difficile ambientamento del figlio in una Torino per certi versi marginale (quella della zona di Porta Palazzo e del Balòn), che non a caso trova i primi agganci in città con Larissa, una giovane prostituta russa che vede come una specie di sorella maggiore, e Maurice, un altro outsider (e straniero come Larissa e, in definitiva, Valerio stesso)ex calciatore francese del Torino, che pare aver avuto problemi con la giustizia e che gestisce una trattoria di fronte alla casa dove vivono con Carla. Eppure qualcosa non funziona: per quanto sia valida l'interpretazione del giovane Andrea Pittorino, la figura di questo tredicenne non convince, troppo infantile per essere convincente nonostante sia fornito di un'indipendenza a sua volta eccessiva per un adolescente di quell'età almeno nell'Italia eternamente mammona e iperprotettiva di oggi; allo stesso modo qualcosa non torna nel silenzio tra lui e la madre sul motivo per cui si sono trasferiti, argomento appena sfiorato perfino tra Anna e l'amica Carla. Inoltre la parte centrale del film è eccessivamente lenta, ripetitiva e prevedibile. Come sempre buona l'interpretazione della Buy, sempre perfetta nella parte della donna irrisolta e in eterno disagio (ma sarebbe ora di vederla finalmente in un ruolo diverso, come per esempio nel recente Questi giorni), e se torna a merito di De Matteo avere impedito a Valeria Golino di cannibalizzare il suo personaggio, è altrettanto vero che quello di Carla rimane soltanto abbozzato e finisce per sparire quasi del tutto; altrettanto, se è meritorio sottolineare l'idiozia e l'incongruenza delle legislazione italiana sulla protezione delle donne maltrattate, è poco credibile che un marito a cui non sia stata tolta la patria potestà sul figlio non si metta sulle tracce sue e della moglie: insomma qualcosa non torna, così come una Torino ben fotografata ma eccessivamente cartolinesca. Meno male che pur senza sciogliersi in un happy end melenso, lodevolmente risparmiatoci dal regista, nel finale la pellicola faccia intravvedere la fondata speranza che una nuova vita sia, come dice il titolo, possibile. Almeno per chi proviene da un ambiente borghese come quello che De Matteo conosce e descrive assai bene. 

sabato 24 settembre 2016

The Rolling Stones - Havana Moon


"The Rolling Stones - Havana Moon" (The Rolling Stones in Cuba) di Paul Dugdale. Con Mick Jagger, Keth Richards, Charlie Watts, Ron Wood; Darryl Jones, Chuck Leavell, Tim Ries, Karl Denson, Matt Clifford, Sasha Allen, Bernard Fowler; The Havana Choir. Cuba 2016 - Senza Giudizio
La mancanza di giudizio su questo film evento, nelle sale mondiali solo nella serata di  ieri e distribuito in Italia dalla Nexo Digital, è ormai una piccola tradizione di questo blog perché davanti ai miei amati Mostri Sacri non riuscirei minimamente a essere obiettivo, e non una larvata critica alla regìa di Paul Dugdale, che anzi è molto bravo a riprendere concerti e a raccontare per immagini e battute i musicisti sul palco, proponendoli per come sono nella loro "normalità", e di lui le vecchie cariatidi si devono fidare, se gli hanno affidato, dopo Sweet Summer Sun - Hyde Park Live 2013, le riprese dello storico concerto tenuto il 25 marzo di quest'anno alla Ciudad Deportiva dell'Avana, tre giorni dopo la visita, altrettanto storica, di Barack Obama ("ci ha preceduto come gruppo-spalla"; ha celiato Keith Richards): dopo essere stato bandito dall'isola perché espressione dell'oppressore americano, il Rock & Roll è tornato a Cuba nelle sembianze della band, peraltro britannica, che ne è tuttora l'emblema vivente e la massima espressione, e che ha fatto di tutto per concludere l'ultima tournée latino-americana regalando un concerto gratuito ai loro fan cubani di tutte le età, come testimoniano le numerose riprese del pubblico, accorso numeroso (almeno mezzo milione di persone, probabilmente di più) e che sprizzava energia, gioia e gratitudine da tutti i pori, così come facevano i loro beniamini, i primi a essere sorpresi dal calore e dall'affetto con cui sono stati accolti da una marea umana multicolore. La set-list è quasi uguale a quella dei concerti londinesi di tre anni fa, salvo l'esclusione della relativamente recente Doom and Gloom sostituita dal recupero della potente Out of Control e l'inserimento di All Down The Line al posto di Ruby Tuesday ed Emotional Rescue; opportuna l'esclusione dal film di Miss You, roba da discotecari indegna degli Stones, della cui esecuzione, ai loro concerti, approfitto regolarmente per andare al cesso a svuotarmi in attesa del rush finale, mentre avrei volentieri riascoltato Before They Make Me Run, il secondo pezzo affidato alla voce di Richards dopo una emozionante You Got The Silver, eseguita in duetto alla chitarra acustica con Ron Wood alla slide; eseguite con l'acustica anche Angie nonché l'attacco di You Can't Always Get What You Want, offerta come bis prima di una trascinate e intramontabile Satisfaction. A conferma che gli Stones funzionano come un perfetto motore Diesel, il concerto, iniziato lievemente a rilento (ma non sottotono), prende quota a partire da Honky Tonk Woman, per innestare decisamente il turbo da Mindight Rambler (esemplare) in poi, con Gimme Shelter (Sasha Allen non fa rimpiangere Liza Fisher), Jumpin' Jack Flash, Sympathy Fotr The Devil (con Richards e Wood a inseguirsi tra riff e passaggi a solo), Street Fighting Man e Brown Sugar prima dei bis. Mick Jagger in grande forma e divertito lui per primo, così come il metronomo Charlie Watts, delle due chitarre ho già detto, e Darryl Jones a dare i giri al motore. Era e rimane la Greatest Rock and Roll Band in the World, che riesce laddove i politici nemmeno si sognano, e non solo a Cuba. In attesa di rivederli nel vecchio Continente, back home, magari la prossima estate, ecco la set-list del film: 


Jumpin’ Jack Flash
It’s Only Rock ‘N’ Roll (But I Like It)
Tumbling Dice
Out Of Control
All Down The Line (Song vote winner)
Angie
Paint It Black
Honky Tonk Women
- Band Introductions
You Got The Silver
Midnight Rambler
Gimme Shelter
Sympathy For The Devil
Street Fighting Man
Brown Sugar

bis

You Can’t Always Get You Want
(I Can’t Get No) Satisfaction


Tagliate Miss You e Before They Make Me Run

mercoledì 21 settembre 2016

martedì 20 settembre 2016

The Beatles - Eight Days A Week (The Touring Years)

"The Beatles - Eight Days A Week (The Touring Years)" di Ron Howard. Con Paul McCartney, Ringo Starr, John Lennon, George Harrison. USA 2016 ★★★★★
Nelle sale solamente fino a domani e distribuito da Lucky Red, questo film biografico sulla band che è stata lo specchio di una generazione, quella dei baby boomers, e che ha simboleggiato l'entrata in scena dei giovani come categoria a sé stante e come soggetto sociale autonomo (anche e soprattutto come un target di consumatori, come capirono immediatamente i grandi monopoli), è sostanzialmente un ottimo e imperdibile documentario sugli anni in tour dei Beatles, quelli tra i loro esordi nel 1962 tra Liverpool e Amburgo e il loro ultimo concerto dal vivo al termine della controversa tournée negli USA del 1966 al Candlestick Park di San Francisco (se si eccettua l'ultima esibizione dal vivo nel gennaio del 1969 sui tetti della Apple Records in Savile Road a Londra). L'interesse non è tanto e solo per la parte musicale, che emerge da filmati in buona parte inediti cercati con cura e proposti con parsimoniosa attenzione da Ron Howard e il cui suono è stato ripulito quanto possibile: le esibizioni dal vivo dell'epoca non sono giudicabili a causa sia della modestia dei sistemi di amplificazione e registrazione dei tempi, sia, soprattutto, per gli assordanti squittii delle fan letteralmente in preda a crisi di isteria collettiva ovunque facessero la loro apparizione i Beatles, anche se a me viene il sospetto, dal poco che si riesce a capire, che non fossero un granché nella dimensione live. Sia quel che sia, dopo cinque anni di esibizioni in giro per il mondo a ritmi forsennati i quattro, il cui format, a cominciare dal look, venne inventato dal loro manager Brian Epstein, per riuscire a produrre la musica che volevano e ritrovare sé stessi decisero all'unanimità di mollare il "circo" e di dedicarsi all'attività in studio. Ciò che riuscì a tenerli insieme nel periodo più vorticoso fu non solo l'entusiasmo ma soprattutto la profonda amicizia che li legava fin da ragazzi, il cui formare gruppo aveva sostituito per anni quello della famiglia, motivo per cui prendevano sempre qualsiasi decisione di comune accordo, da qui il cameratismo e l'atmosfera giocosa al motto di "Tutti per uno, uno per tutti", che consentì loro di sopravvivere alla fase iniziale prendendola come fosse un gioco; a detta di loro stessi, dopo un po' cominciarono a sentire addosso un'eccesso di aspettativa che li cannibalizzava, sia da parte del pubblico sia soprattutto della stampa, oltre alla coscienza di essere stati cancellati come individui, che però nel frattempo erano cresciuti diventando uomini da ragazzi che erano agli esordi, ognuno con preferenze, modi e idee diverse. E' questo "dietro le quinte" che racconta il film, con calibrati interventi dei due sopravvissuti, Paul e Ringo, e spezzoni di interviste agli altri due purtroppo prematuramente scomparsi nonché ad alcuni personaggi noti, tra cui il concittadino Elvis Costello o l'attrice afroamericana Woopi Goldberg. E che spiega bene una mia impressione: che, almeno nella prima fase, quella che i Beatles non fossero poi questi grandi innovatori da un punto di vista musicale: non ne avevano nemmeno il tempo, durante i tumultuosi touring years; lo furono invece come approccio alla musica e, soprattutto, furono un enorme fenomeno di costume e culturale (curiosamente nel 1964 alla domanda di un giornalista se si rendessero conto di esserlo, Paul McCartney rispose "macché cultura, è solo divertimento"), il primo di dimensione globale (e loro malgrado: fu proprio questa la causa primaria del loro scioglimento); innovatori lo diventarono quando posero termine alle loro esibizioni dal vivo e si dedicarono al lavoro che preferivano, in cui si scatenava la loro creatività e in cui riuscivano a dare il meglio: in sala di registrazione, nei mitici studi di Abbey Road. Un film da non perdere per chiunque ami la musica, e, se non ha l'età del dattero, voglia capire qualcosa di quegli anni. E se lo dice un "rollingstoniano" di ferro come me, potete fidarvi. 

sabato 17 settembre 2016

Questi giorni

"Questi giorni" di Giuseppe Piccioni. Con Margherita Buy, Maria Roveran, Marta Gastini, Caterina le Caselle, Laura Adriani, Filippo Timi, Sergio Rubini e altri. Italia 2016 ★★★½
Decima regia di Giuseppe Piccioni, presentato in concorso alla 73ª Mostra del cinema di Venezia insieme ad altri tre film italiani, e tenuto in nessun conto da una giuria che ha premiato una pellicola filippina in bianco e nero della durata di quattro ore, e questo è di per sé un merito, considerata la scarsa credibilità raggiunta negli ultimi anni dalla rassegna lagunare. L'altro è quello di aver dato spazio all'interazione tra quattro giovani e brave attrici, tra cui Maria Roveran, in particolare quando duetta con una splendida Margherita Buy, qui nel ruolo di una madre briosa e poco affidabile, è qualcosa di più di un'emergente, in grado di rendere molto bene, con sguardi, gesti e parole le inquietudini che agitano un gruppo di ragazze legate dall'età e dalle comuni abitudini in una città di provincia della costa adriatica. L'amicizia che le unisce è quella che nasce dall'abitudine, ma ciò che cova in fondo, il non detto, ciò che ciascuna tiene per sé, le paure come le aspirazioni più profonde, l'incertezza dell'avvenire vengono alla luce nel viaggio che intraprendono per accompagnare una di loro, Caterina (la brava Marta Gastini, alle prese con un personaggio determinato quanto insicuro, tenacemente innamorata dell'amica del cuore Angela, la Roveran appunto, una brillante e timida studentessa di letteratura, che custodisce un doloroso segreto), la quale ha ottenuto lavoro, tramite una misteriosa amica serba con cui è in contatto via Skype, in un prestigioso albergo di Belgrado. Così si imbarcano su un traghetto diretto in Montenegro per raggiungere, tre giorni dopo, la capitale dell'ex Jugoslavia. Alla staticità e consuetudinarietà della vita quotidiana si contrappone, dunque, la dimensione del viaggio, in cui i tempi, anche interiori, si dilatano e assume una dimensione ben più precisa la percezione di sé stessi, infatti non è un caso che sia in viaggio che più facilmente venga a galla la propria personailtà più profonda e più frequentemente si verifichino delle rotture o dei cambi di direzione nelle relazioni o anche nei propri personali percorsi. Tutto questo il film di Piccioni lo esprime molto bene con delicatezza ma senza alcun sentimentalismo, perfino con qualche venatura ironica però mai sarcastica e pesante. Ho trovato adeguata la regia, ben definiti i personaggi, e data una voce a una generazione di ragazzi fortunatamente molto diversi dai loro fratelli maggiori di cui accennavo nel post precedente, e con risultai molto migliori di Tommaso che a Venezia, invece, esra stato presentato fuori concorso: insomma, un film valido e consigliato.

giovedì 15 settembre 2016

Tommaso

"Tommaso" di Kim Rossi Stuart. Con Cristina Capotondi, Camilla Diana, Kim Rossi Stuart, jasmine Trinca, Dagmar Lassander, Serra Yilmaz, Edoardo Pesce, Renato Scarpa e altri. Italia 2016 ★★
A dieci anni dall'esordio nella regia con il discreto Anche libero va bene di questo "bello" del cinema italiano, una persona per bene e mai sopra le righe, Tommaso ne è in qualche modo la continuazione: di quel ragazzino che aveva sofferto la separazione dei genitori, il quarantenne di oggi interpretato dallo stesso regista che nel film precedente aveva la parte del padre è il risultato, ossia un attore sensibile, gentile, narcisista quanto insicuro, convinto che il suo "volare alto" sia bloccato dal fatto di essere intrappolato in rapporti sentimentali insoddisfacenti. Dopo essersi finalmente fatto mollare da Chiara (Jasmina Trinca), fidanzata storica e convivente da lungo tempo, e in teoria di nuovo "libero", il subentrante rapporto con Federica (Cristina Capotondi) segue esattamente lo stesso copione, finale compreso, e così andrebbe anche con Sonia (la bravissima Camilla Diana, un argento vivo che da sola salva il film), ruspante cameriera spot in un agriturismo, di vent'anni più giovane, molto più sveglia di lui e delle altre due messe assieme, che in un attimo sgama il suo "pollo" e, non facendogli mai capire se e quando lo prende per il culo o fa sul serio, gli sbatte in faccia il suo infantilismo ed egocentrismo, ricordandogli che a 40 anni è tempo di aver capito chi si è e cosa si intende fare della propria esistenza, prima di coinvolgere il prossimo e trastullarsi coi sentimenti altrui: è solo a quel punto, quando Tommaso si rende conto di non poter più giocare di sponda con le sue "vittime" e che deve vedersela fino in fondo con le sue problematiche abbandoniche di bambino mai cresciuto. Non so fino a che punto il film di Kim Rossi Stuart, da lui sceneggiato assieme a Domenico Starnone, sia autobiografico e quanto lui intendesse trattare con leggerezza, in forma di commedia, un argomento piuttosto serio; in realtà il fim non è granché divertente e Tommaso un personaggio che più che simpatia suscita tutt'al più pietà mista a irritazione; in questo del tutto simile al maschio italico (e non solo) tipico rappresentante della generazione degli attuali quarantenni, messi per niente bene: nei loro confronti, le generazione successiva ha il turbo incorporato. I richiami a Nanni Moretti sono più di uno: si va dalla barba di Tommaso a Jasmine Trinca (La stanza del figlio), alle nevrosi da competizione, che nel caso di Moretti risultano cinematograficamente comiche, qui  pena; ma Kim Rossi Stuaurt non è Nanni Moretti: per fortuna (sua) e purtroppo (per noi spettatori). Insomma, il risultato non è quello sperato, anche se il film non è inguardabile e le interpreti femminili ampiamente all'altezza. 

martedì 13 settembre 2016

Se vuoi vivere contento, non pisciare controvento


Summo com gaudio ho accolto le parole con cui l'ambasciatore degli USA a Roma John Phillips si è dichiarato favorevole alla vittoria del sì nel referendum costituzionale da tenersi in autunno, in data finora ignota, secondo il quale la vittoria del NO sarebbe "un passo indietro per gli investimenti stranieri in Italia": se sono come quelli dell'americana Alcoa, o di altre multinazionali poco propense a pagare le tasse nei Paesi dove producono utili, sarebbe una manna dal cielo poterne fare a meno. Ascoltando la notizia, che dall'ora di pranzo imperversa in ogni TG, GR o sito di giornali on line, e che ha sollevato una marea di commenti tra l'indignato e il farsesco di gente che al solito sembra cascata dal pero improvvisamente quest'oggi, come se da settant'anni l'Italia non fosse una colonia della NATO e gli  USA ci facessero quel cazzo che gli pare impunemente, comunque mi sento di ringraziarlo per il gentile endorsement a favore di Renzi e del suo esecutivo di mal tra insema. Poiché l'ambasciatore esprime la posizione ufficiale dell'amministrazione Obama, è sufficiente ricordare cosa accadde meno di tre mesi fa in Gran Bretagna dopo che, durante un'apparizione a Londra, il presidente si era espresso contro la Brexit; o, ancora, il suo incondizionato appoggio a Hillary Clinton, che di questo passo manco si sa se arriverà all'Election Day di novembre come candidata democratica: ogni suo intervento è come l'ormai proverbiale bacio della morte di Eugenio Scalari, ossia un autentico talismano all'incontrario per chi ne è vittima, come se non bastassero Renzi e i suoi a farsi autogol a ripetizione, non contenti di portarsi sfiga da soli. In alto i calici, dunque, y hasta la victoria, siempre!

sabato 10 settembre 2016

Vis à vis con l'isola che non c'era...

Veduta di Vis, il capoluogo
...o, per meglio dire, era forzatamente sottratta ai radar del turismo internazionale perché interdetta agli stranieri fino al 1991, essendo di fatto una base militare della JNA, l'armata nazionale jugoslava. Poi la Federazione disgraziatamente si disgregò, si scatenò quella che di fatto fu una guerra civile in buona parte incoraggiata da improvvide intromissioni straniere (a cominciare da quelle di Germania e Vaticano, alla cui guida c'era ai tempi il beatificato Papa polacco) e gli abitanti dell'isola, in maggioranza militari e loro discendenti, si ridussero a poco più di 3500 perché i serbi, che costituivano buona parte dell'esercito, se ne andarono. 


Veduta di Komiža 
Il che spiega la quantità di edifici abbandonati sia nel capoluogo,Vis, sia a Komiža, l'altro centro all'estremità orientale dell'isola, un tempo famosa per la pesca delle sardelle (o sarde o sardine che dir si voglia) fin dai tempi in cui i comisani si battevano tra loro in una sorta di regata, di cui si hanno testimonianze a partite dalla fine del 16° secolo,  per conquistare le migliori zone di pesca al largo di Pelagosa, secondo la regola aurea del "chi prima arriva, meglio alloggia": non c'era competizione con chi proveniva dalla sponda italica, distante solo 30 miglia rispetto alle 42 di Vis, perché i comisani operavano in favor di venti prevalenti e disponevano di imbarcazioni eccezionali: le agili falkuše, di cui è in mostra un esemplare all'interessante museo della pesca situato nella torre della cittadina. 

Vista dell'isola dalla Titova Špilja
Sono informazioni che traggo da Il Leone di Lissa - Viaggio in Dalmazia di Alessandro Marzio Magno (Edizioni del Saggiatore, 2003), mio indispensabile baedeker nelle mie ricorrenti incursioni in terra dalmata. Komiža, con le sue cinque fabbriche di inscatolamento di pesce, è stata anche la sede delle prima attività manifatturiere nella ex Jugoslavia dopo le Manifatture di tabacchi dell'italianissima, quella sì, Rovigno, in Istria: si può dire che qui abbia avuto le sue origini la classe operaia di quella che fu la SFRJ. Non solo: anche l'artefice di questa entità che, nel dopoguerra, raggiunse un indubbio prestigio fino alla sua dissoluzione, Josip Broz detto Tito, deve la sua sopravvivenza e quella del gruppo dirigente del Partito Comunista al suo provvidenziale trasferimento sull'isola, allora sotto il controllo degli inglesi, nell'estate del 1944, sfuggendo a una colossale caccia all'uomo scatenata dai nazifascisti sul Continente. 


 Lapide alla Titova Špilja
Ovviamente sono andato e rendere omaggio al Maresciallo e a visitare la grotta in cui si era rifugiato durante i cento giorni in cui soggiornò a Vis e a quella vicina dove si riuniva il Comitato Centrale del partito. Solo un'indicazione a Podšpilje (che in croato significa per l'appunto "sotto la grotta") con scritto "Titova Špilja" e poi nient'altro: si sale per alcuni chilometri fino alla cima dell'altura che domina l'isola dove è installata una postazione radar tutt'ora attiva che fa parte di una zona militare a cui è, ovviamente, interdetto l'accesso. Ridiscendendo, immersi negli inebrianti profumi della macchia mediterranea, bisogna indovinare la via d'accesso: una stradina a gradini in mezzo ai cespugli, rigorosamente senza un cartello, che porta alle due grotte. All'esterno, due lapidi incastonate nella pietra e due scritte di vecchi aficionados del Maresciallo. Rari, da queste parti, almeno negli ultimi 25 anni, benché la Dalmazia sia sempre stata la zona della Croazia più tiepida rispetto all'indipendentismo e in cui sono più numerosi i nostalgici della vecchia Federazione. 


L'ex campo di aviazione
Alessandro Marzo Magno sostiene che la sistematica cancellazione dei riferimenti alla SFRJ e alla Resistenza da lapidi e monumenti sia opera di anonimi quanto infaticabili scalpellini (in veneziano tajapiere) di fede nazionalista, altresì all'opera per rimuovere i Leoni di San Marco, piantati ovunque mettessero piede dai veneziani (questa l'etimologia del nome Pantalòn): infatti Lissa, unica isola della Dalmazia, e direi dell'intero Adriatico, ne è totalmente priva, pur essendo stata per secoli sotto il dominio della Serenissima, per quanto amministrativamente dipendente da Hvar (Lesina), il cui capoluogo in effetti ha tutt'ora l'aspetto un sestiere veneziano, ma rispetto a quest'ultima è ancora più importante strategicamente per la sua posizione in mezzo all'Adriatico, più al largo rispetto alle altre isole dalmate. Posizione che solleticò tutte le potenze attive nell'area e che, a turno, controllarono Vis (poco meno di 90 chilometri quadrati, poco più estesa di Lampedusa, con meno della metá di popolazione), cominciando dai greci che le diedero il nome di Issa e, in tempi più recenti, dopo i veneziani, francesi, austroungarici, italiani e inglesi i quali ultimi ne fecero una base operativa durante la Seconda Guerra Mondiale. 


Gostionica Aerodrom
E' qui che operò lo scozzese Fitzroy MacLean, l'alto ufficiale britannico che dette vita alle mitiche SAS (Special Air Services) e ispirò alla penna di Ian Fleming la figura di James Bond, l'immortale Agente 007, scozzese come lui, di stanza a Vis insieme al figlio di Winston Churchill, Randolph, e allo scrittore Evelyn Vaugh durante l'ultima guerra. Il Quartier Generale britannico, presieduto dal comandante della Royal Navy Morgan Giles, si trovava proprio nel porto di Komiža mentre, nel centro dell'isola, lungo la strada più interna e lunga che collega Komiža a Vis, (18 chilometri anziché i 10 della rotta settentrionale), sono tutt'ora visibili le tracce dell'aeroporto alleato attivo all'epoca, immerso nella zona dei migliori vigneti di cui è ricca Vis: vugava, un vitigno bianco autoctono, e il classico nero plavac, tipico di tutta la Dalmazia. Obbligatoria la sosta alla suggestiva osteria, chiamata non a caso Gostionica Aerodrom. Frutta e verdura a parte, grazie a quanto producono i numerosi orti sparsi per Vis, l'altra coltivazione per cui va famosa l'isola, va da sé, è l'olivo, con risultati altrettanto egregi. Dicevo che Komiža deve la sua fama e ricchezza alla pesca delle sardelle ma già da tempo non è più questa la sua attività principale, con annessa produzione industriale: all'uscita del libro di Alessandro Marzo Magno, dei 5 stabilimenti di inscatolamento del pesce ne era rimasto attivo soltanto uno, il Neptun; tredici anni dopo mi risulta aver chiuso pure questo, che tra l'altro aveva spostato la sua produzione dalle sardelle alle acciughe, che incontravano di più il gusto (si fa per dire) moderno. E qui siamo alla nota dolente dell'isola, che per il resto è splendida, verdeggiante, con tante spiagge raggiungibili al più con qualche camminata non troppo impegnativa o in battello, un'acqua trasparente e un clima ideale: l'offerta gastronomica. 


Plavac e vugava
Proprio nell'isola delle sardelle, il pesce azzurro, pur presente in teoria in ogni menù, è pressoché introvabile salvo le acciughe, ma solo perché, assieme al pomodoro e alla cipolla soffritta, farciscono la tradizionale e tipicamente comisana pogača (l'assonanza con l'italiana focaccia è evidente, come una buona parte dei vocaboli del dialetto dalmata, declinati però secondo le regole della grammatica serbocroata). Onnipresenti invece insipidi branzini e orate monoporzione d'allevamento e, quando va di lusso, sampietri, scarpene e pagri oltre  a calamari e polipi. Di sarde e sgombri non c'è traccia tranne che da Bak, dove ho cenato con degli sgombri marinati memorabili, una rustica griglieria che propone anche la classica peka dalmata, sistema di cottura sotto una specie di campana di ferro (su ordinazione, almeno tre ore prima), defilata all'interno e in salita rispetto ai poco affidabili e troppo turistici locali disseminati lungo lo struscio della Riva, dove ha pure sede la bocciofila (bak significa per l'appunto boccino). Del resto è fast food quello che chiede e consuma avidamente il turista-standard, come mi confessa Vinko, il titolare del Bak, rientrato alla base da due anni dopo averne trascorsi 23 accumulando esperienza a Parigi. Proposte generalmente mediocri, dunque, in locali che tutt'al più se la tirano perché "impreziositi" da qualche tovaglia bianca, un paio di candeline in più e una location (ché fa figo) bordo-mare ma la sostanza rimane pur sempre mesta: tutta fuffa, di "chilometro zero" manco l'ombra e di attenzione al territorio, questo sì, zero assoluto. Ed è quanto offrono, nella stragrande maggioranza dei casi, i miei amici dalmati, a Vis in particolare. 


La spiaggia di Milna, a Komiža, dove si tiene il "GoulashDisko"
L'ho notato anche sotto un altro aspetto, musicale, qualche giorno a Rukavac, nella parte sudorientale dell'isola. Dopo un pranzo discutibile, mi sono piazzato in una delle deliziose baiette attorno al paesino dove era attivo una sorta di chiringuito sovrastante una spiaggia di candidi ciottoli affacciata su un mare cristallino: in un posto simile e durante la controra, uno si aspetterebbe non dico una sonata di Mozart, ma almeno i Pink Floyd, Mike Oldfield, magari i Genesis prima maniera e invece no: la stramaledetta Bohemian Rapsody dei fottuti Queen e Another One Bite The Dust di George Michael sparate a tutto volume: mi sembrava di essere sbarcato a Culattonia, e questo proprio quando se c'è una cosa su cui vanno d'accordo le cinque ex repubbliche della SFRJ è nel considerare peder come il peggior insulto che si possa fare a qualcuno. Ora: lungi dal fare un inno al machismo, ma un minimo di rispetto per sé stessi e per il prossimo sarebbe gradito, invece dell'adeguamento a ciò che tira dalle nostre parti, correttezza politica sopra ogni cosa. Avrei preferito perfino ascoltare Severina, la gloria locale, o Ceca Ražnatovic, vedova Arkan, la sua controparte serba: più dignitose. In altri termini: nulla in contrario se a una festa o a un raduno LGBT hanno voglia di sfondarsi le orecchie con la robaccia dei loro idoli, ma perché devono per forza rompere i timpani anche al prossimo? Inevitabilmente ho dovuto abbandonare la postazione dopo pochi minuti, e come me altri, e non per forza vecchi rincoglioniti come me. Ripeto: è soltanto una questione di rispetto, e rispettosi lo sono, ad esempio, le centinaia di ragazzi provenienti da ogni dove tra i 20 e 30 anni che stanno dando vita all'annuale Goulashdisko, un raduno rave che si tiene in questi giorni in una spiaggia appena fuori Komiža: per quanto possano essere acconciati in modo perlomeno stravagante, sono tranquillissimi, educati, durante il giorno girano per il paese senza schiamazzare, lordare e infastidire nessuno, e nel tardo pomeriggio si avviano verso la loro spiaggia a ballare fino allo sfinimento e fino all'alba per i fatti loro a un volume accettabile anche per chi vuole riposare (perché l'acustica si può anche studiarla e regolare l'amplificazione di conseguenza e con intelligenza), e lo dico pur non essendo certo un estimatore della techno. Sempre meglio dei gruppi di nordamericani invadenti e starnazzanti che mi hanno afflitto con la loro inarrestabile logorrea nei primi giorni sull'isola, arrivati a bordo di yacht presi a noleggio per spandere merda e spadroneggiare in casa degli altri. 


GulashDisko
E infine, già che siamo in tema marinaro, ricorre quest'anno il 150° anniversario della Disfatta di Lissa (da noi eufemisticamente chiamata "battaglia"), quella in cui la preponderante Marina Regia Italiana fu ridicolizzata e messa in fuga da quella Imperialregia al comando di Von Teghetoff: il quale aveva studiato al collegio di Marina di Venezia. Quello che pochi sanno, è che la Marina da Guerra Austriaca era diretta erede di quella veneziana, tant'è vero che fino al 1848 la sua denominazione ufficiale fu Österreich-Venezianische Kriegsmarine, il veneziano la lingua franca di bordo e italiana buona parte dell'equipaggio, tra cui alcuni alti ufficiali. Una figura di merda memorabile della neonata Terra dei Cachi fattasi nazione, tant'è vero che pochi la conoscono, a cominciare da quella dell'ammiraglio Carlo Pellione di Persano, una specie Schettino dell'epoca che, quando vide comparire gli austriaci, con il disprezzo e la supponenza degne di un D'Alema esclamò: "Ecco i pescatori", pensando di farne un boccone. Risultato: colpite a affondate l'ammiraglia Re d'Italia, col fellone che, come da tradizione italica, aveva lasciato la nave trasferendosi sulla più sicura Affondatore senza avvertire nessuno e la corazzata Palestro, 611 i marinai morti contro soli 38 e nessuna nave perduta da parte austriaca. Ma questo nelle scuole italiane non lo raccontano mica.


 Bottega di falegname Komiža 

lunedì 5 settembre 2016

Un padre, una figlia

"Un padre, una figlia" (Bacalaureat) di Christian Mungiu. Con Adrian Titieni, Maria Victoria Dragus, Lia Bugnar, Malina Manovici, Vlad Ivanov, Rares Andrici, Petre Ciubotaru.  Romania, Francia, Belgio 2016 ★★★★+
Altro successo per il regista rumeno, premiato per questo suo più recente lavoro con la Palma d'Oro all'ultimo Festival di Cannes, e ancora una volta, oltre a raccontare attraverso piccole storie emblematiche la realtà del suo Paese, al centro del suo film sono le conseguenze di una scelta, e anche delle non-scelte: una scelta, a ben vedere, anche questa. Si tratta di quelle di Romeo, un medico di mezza età in una cittadina della Transilvania che, rientrato in patria assieme alla moglie Magda dopo la caduta del regime comunista con la convinzione di poter cambiare il Paese, si è adeguato man mano alla situazione e a una vita il più possibile onesta in un contesto corrotto come e più di prima, cercando di trasmettere i propri principi all'amata figlia Eliza, e riversando su di essa le proprie speranze deluse. La ragazza ha appena compiuto i 18 ed è una studentessa modello che ha già vinto una borsa di studio per un'università inglese: manca solo la formalità dell'esame di maturità, da superare con la media del 9. Non un problema, per Eliza, salvo che il giorno prima dell'esame viene aggredita vicino a scuola e le viene ingessato un braccio, il che potrebbe costituire un impedimento per la prova scritta. Il padre fa di tutto per evitarle intoppi e consentirle di superare comunque la prova, cedendo per una volta anche a dei compromessi, ma dovrà fare i conti con sé stesso oltre che con dei giudici che stanno svolgendo delle indagini proprio sul personaggio che aveva in qualche modo agevolato in cambio di un "occhio di riguardo": nel giro di pochi giorni, in un'atmosfera di tensione crescente tipica di un thriller, la vita di Romeo cambia senso e la situazione si evolve in modo tale da costringerlo ad affrontare anche una serie di altre ambiguità di cui è fatta la sua esistenza, al di là delle buone intenzioni, a cominciare dal rapporto con la moglie Magda, inesistente al di là di una finzione di famiglia per amore della figlia, e da quello con Sandra, l'amante che è anche un'insegnante al liceo frequentato da Elisa, ma centrale è proprio quello con la figlia, indagato da Mongiu con grande delicatezza e credibilità: fino a che punto può un padre influenzare, fosse anche per le migliori ragioni, le scelte di una figlia maggiorenne? Il regista, al solito, non giudica le persone, le cui ragioni sono complesse e dettate da una miriade di varianti, ma parla chiaro rispetto alla Romania e alla "falsa rivoluzione" del 1989, in realtà un autogolpe da parte dei componenti della cricca al potere dal Dopoguerra che, eliminando fisicamente Ceausescu e la moglie, fatti passare come unici responsabili delle nefandezze del regime, si sono di fatto riciclati perpetuando il loro potere di fatto: questa la triste realtà che il bene intenzionato medico voleva evitare alla figlia, salvo farsi coinvolgere anche lui proprio nelle camarille che aveva sempre evitato. Un bel film, scritto come si deve, ben girato e interpretato da tutto il cast con menzione speciale per Adrian Titieni, meno pesante di quel che si possa temere anche se non certo allegro e piacevole, e Mongiu ormai una certezza.

venerdì 2 settembre 2016

Il clan

"Il clan" (El clan) di Pablo Trapero. Con Guillermo Francella, Peter Lanzani, Lil Popovich, Gastón Cocchiarale, Giselle Motta, Franco Masini, Antonia Bengoechea e altri. Argentina, Spagna 2015 ★★★★★
Sarà che sono vittima di un pregiudizio positivo nei confronti del cinema argentino di qualità (c'è anche tanta fuffa, come dappertutto, ma le produzioni d'eccellenza sono percentualmente più numerose che da noi e quasi sempre ignorate in Italia, forse proprio perché ci parlano e non c'è peggior sordo di quello che non vuol sentire), ma stavolta sono in totale disaccordo con la livorosa stroncatura che Goffredo Fofi fa su Internazionale del film di Pablo Trapero, viziata, lo ammette lui stesso, dalla "particolare antipatia" che nutre per il regista. Preso dai suoi furori, sembra avere visto un film completamente diverso da quello che ho visto io, che lo giudico uno dei migliori usciti quest'anno, premiato per la regìa col Leone d'Argento a Venezia lo scorso anno e vincitore del Premio Goya come miglior film latinoamericano, mica bruscoli: all'altezza de "Il segreto dei suoi occhi", vincitore dell'Oscar come miglior film straniero nel 2010. La pellicola narra con grande fedeltà la vicenda della famiglia Puccio, "Il clan" per l'appunto che, a cavallo tra il 1982 e il 1985, effettuò quattro sequestri di facoltosi imprenditori a scopo di estorsione, finiti con la loro brutale eliminazione una volta incassato il riscatto, tranne l'ultimo, quello dell'imprenditrice Nélida Bollini de Prado, per la quale non fu versata alcuna somma e che fu liberata dalla polizia, che cominciava a nutrire sospetti, nella cantina della villetta della famiglia Puccio, tutta coinvolta, assieme a un gruppetto di amici di totale fiducia: di fatto, un clan mafioso. Una vicenda che ha fatto epoca, in Argentina, anche perché quella dei Puccio non era una famiglia qualsiasi: Arquímedes, il capoclan, contabile e funzionario di Stato, ai tempi il più giovane diplomatico del Paese e in seguito agente della SIDE (il servizio segreto) e membro della "Triple A", Aleanza Anticomunista Argentina, e appartenente al Batallón de Intelligencia 601, particolarmente attivo nella Guerra Sucia e nella famigerata Operación Cóndor orchestrata in America Latina dagli USA negli anni Settanta; suo figlio maggiore, Alejandro, era un tre quarti ala più volte campione d'Argentina di rugby con il Club Atlético San Isidro nonché titolare della selezione nazionale, i mitici Pumas; la moglie, Epifania, era una rispettata insegnante, e uno solo degli altri quattro figli, Guillermo, si rifiutò di farsi coinvolgere e non tornò da una trasferta sportiva in Svezia, ma non denunciò gli altri. Con l'utilizzo di efficaci flash-back e forward, Trapero non solo ricostruisce minuziosamente la vicenda, ma la inquadra molto efficacemente nell'epoca in cui si svolgeva: gli ultimi mesi della dittatura, il ritorno di una fragile democrazia col governo Alfonsín (il migliore che il Paese abbia avuto negli ultimi quarant'anni), sempre sotto minaccia di golpe e il riciclarsi, nel corpaccione di uno Stato corrotto, dei funzionari civili e apparati militari e polizieschi compromessi con la dicta-dura senza la cui protezione Puccio non avrebbe mai potuto né ideare né compiere le sue azioni criminali, che peraltro ricalcavano fedelmente le modalità dei sequestri dei desaparecidos, circa trentamila durante la "guerra sporca", a cui spesso venivano sequestrati i beni o estorti danari ai parenti, per non parlare dei figli nati in "detenzione" e dati in adozione alle famiglie dei militari. Scrive Fofi che "l’indignazione e la denuncia diventano concione, diventano spettacolo", ma trattasi appunto di un film, non di un saggio storico-sociologico, e del film Il clan ha le modalità, senza tanti americanismi e pure col pregio di attingere a generi diversi amalgamandoli con notevole equilibrio, e che "non sempre tutto il marcio è esterno a noi, come è sempre gratificante pensare": è esattamente quel che Trapero non fa: descrivendo proprio la "normalità" quotidiana di questa famiglia contigua a quella di chi sapeva e la copriva, perché dedito ai medesimi o altri orrori, non ha bisogno di fare proclami ed esibire indignazioni proprio perché l'orrore è lì davanti, nella sua normalità o "banalità": lascia parlare i volti degli interpreti, tutti bravissimi e spesso inquietanti, sopra a tutti Guillermo Francella, autore di una prestazione impressionante, chiamando semmai a fare i conti con sé stessa tutta la società argentina, così pronta, nella sua maggior parte, come quella italiana, del resto, cui è strettamente apparentata, a plaudire l'uomo forte di turno, adeguarsi e far finta di non vedere il presente, figurarsi il passato. A Fofi non sta bene nemmeno la colonna sonora, "musicastra tutta ed esclusivamente e rabbiosamente yanki" (che peraltro si scrive yanqui alla castigliana oppure yankee all'inglese), dimenticando che era quella che trasmetteva allora la radio argentina, e che quasi sempre, col volume al massimo, serviva a soffocare le grida dei sequestrati nei vari centri di detenzione clandestini, come hanno testimoniato coloro che ne sono scampati, ed era un altro dei metodi che Puccio aveva mutuato dalla sua esperienza di sequestratore per conto dello Stato, ma questo all'astioso critico eugubino è sfuggito, come il fatto che se Trapero avesse voluto fare un'americanata non avrebbe girato questo film e realizzandolo così. Che poi l'Argentina non sia, a suo modo, America (gli USA ne sono solo una piccola parte) rimane un'opinione di Fofi, non suffragata dai fatti né dalla geografia.