lunedì 11 luglio 2016

Palloni sgonfiati


Impagabile: più ancora del formidabile gol di Eder, che al 109', nel secondo tempo supplementare della finale degli Europei di calcio giocata ieri sera a Parigi, ha fulminato il portiere francese (si fa per dire) Lloris, lo spettacolo delle facce dei tifosi di casa, straconvinti di aver già vinto ancora prima di iniziare a giocare, a cominciare da quella del loro sempre attonito presidente (anche noi abbiamo un capo del governo che sfoggia costantemente un'espressione da idiota, ma almeno non l'abbiamo eletto...) e, di contro, la gioia di un Paese intero di gente per bene, seria, equilibrata, spesso maltrattato dai maggiorenti europei, oltre che dalla sorte, limitandomi al campo calcistico. Tutto il contrario degli organizzatori del torneo, proverbialmente boriosi e supponenti fino all'arroganza, assegnato alla Francia per volere dell'ex presidente dell'UEFA Michel Platini (ora sospeso dopo essere stato condannato a 4 anni di squalifica), a cui si deve anche la demenziale formula studiata apposta da un lato per allungare il brodo infarcendo il calendario di partite pletoriche e quindi fare cassa tramite i diritti televisivi, dall'altro creando una corsia preferenziale per i padroni di casa, che si sono trovati in finale un avversario contro cui avevano dei precedenti più che incoraggianti e da cui non venivano sconfitti dal 1975. Ma le tradizioni, specie nel calcio, sono fatte per essere infrante così come i pronostici per essere smentiti, soprattutto quelli dei nostrani qualunquisti del pallone, sempre pronti a salire sul carro del (presunto) vincitore, a cominciare dai commentatori televisivi e dai cosiddetti "esperti", che per un mese sono andati avanti a innalzare peana prima nei confronti della Croazia, poi della Spagna, quindi del Belgio, in seguito della Germania per finire con i bleues, andando in deliquio per le qualità dei suoi supposti campioni, specie di quelli che vestono o hanno vestito la maglia bianconera: come se non bastasse il fastidio fisico che mi provoca il solo ascoltare un idioma che costringe chi lo parla ad atteggiare la bocca a culo di gallina, ci mancava soltanto l'alto tasso di juventinità della nazionale transalpina per rendermela odiosa, e questo a prescindere dall'amore profondo che provo per il Portogallo e la sua gente. Anche ieri il piccolo Portogallo sembrava la vittima predestinata, specie dopo  il brutto fallo di Payet (forse involontario ma non visto né punito dall'arbitro, un cialtrone inglese) che al 9' ha tolto di mezzo la stella assoluta dei lusitani, Cristiano Ronaldo, che per un quarto d'ora ha continuato a rimanere in campo col ginocchio fasciato con il pubblico francese che lo fischiava ritenendo che facesse scena a poi costretto a uscire dal campo, ma che ha continuato a incitare e "dirigere" i compagni dalla panchina, come un vero capitano (e un futuro, secondo me, ottimo allenatore) fino alla vittoria finale, e stavolta senza bisogno di ricorrerre alla "Lotteria dei Rigori". Il tutto a dimostrare due cose, oltre al fatto che esiste una divinità del calcio (Gianni Berra la identificava in Eupalla) che provvede a fare giustizia dei luoghi comuni: che il football è una metafora della vita e che una partita di pallone racconta di più di un popolo e della sua mentalità che un trattato di sociologia. I francesi, maestri della palla ovale, spesso dimenticano di essere dei parvenu di quella rotonda, disciplina in cui hanno cominciato ad acquisire una certa dignità soltanto dopo che le loro squadre, sia di club sia quella nazionale, sono state man mano infarcite vieppiù di immigrati, che altrimenti, specie quelli di colore e i maghrebini (i tre quarti della squadra schierata da Deschamps ieri sera), vengono relegati nelle banlieues e lì lasciati a sé stessi; in più, la loro indole li porta a essere delle prime donne che malvolentieri si amalgamano fino a diventare una squadra, caratteristica  che invece è nelle corde dei portoghesi, che pure sfornano, in media uno ogni decennio, degli autentici fuoriclasse assoluti (da Esuebio a Rui Costa a Figo fino al mio preferito, CR7), i quali però giocano per gli altri, e il calcio è, per l'appunto, un gioco di squadra, in cui il più delle volte la coesione del gruppo ha la meglio sulla qualità e il talento dei solisti: anche il più grande di tutti, Diego Armando Maradona, non vinceva da solo, ma era il leader di un gruppo coeso, sia al Napoli, sia nella Selección argentina. Così Cristiano Ronaldo ieri sera, alla faccia della becera campagna di stampa che da sempre lo perseguita facendolo passare per indisponente, egocentrico, e ultimamente pure per poco macho, pur di spettegolare, forse perché è uno degli ormai rari giocatori non tatuati o barbuti in circolazione. Comunque, la gioia per un Paese e un popolo che amo ha la meglio perfino sulla schadenfreude nei confronti dei cugini franzosi. Portugal: deus lhe pague!

1 commento:

  1. Non so niente di calcio, ma indubbiamente questo post mi convince che, come scrivi, "...una partita di pallone racconta di più di un popolo e della sua mentalità che un trattato di sociologia..."

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