domenica 31 luglio 2016

Il potere del "niet"


A proposito delle supposte intrusioni nella voto presidenziale USA da parte di Vladimir Putin, leggo e volentieri diffondo:

Il potere del "niet" 

di Dmitry Orlov - 24 luglio 2016

Su questo pianeta è previsto che le cose vadano così: negli Stati Uniti gli apparati del potere (pubblico e privato) decidono quello che vogliono far fare al resto del mondo. Comunicano i loro voleri attraverso canali ufficiali e non, attendendosi una cooperazione automatica. Se questa cooperazione non arriva immediatamente, allora incominciano a fare pressioni, politiche, finanziarie ed economiche. Se anche queste, tuttavia, non producono l’effetto desiderato, allora provano con un cambio di regime, ottenuto con una rivoluzione colorata o un colpo di stato militare, oppure organizzano e finanziano una rivolta che porta, nella nazione recalcitrante, ad attacchi terroristici ed alla guerra civile. Se tutto questo ancora non ottiene l’effetto sperato, allora bombardano la (suddetta) nazione fino a farla ritornare all’età dalla pietra. Questo è il modo in cui sono andate le cose negli anni ’90 e nel 2000, ma, ultimamente, è emersa una nuova dinamica. 
All’inizio era tutta incentrata sulla Russia, ma, da allora, il fenomeno si è allargato in tutto il mondo e sta per inglobare gli stessi Stati Uniti. Funziona così: gli Stati Uniti decidono che cosa vogliono far fare alla Russia e comunicano i loro desideri, aspettandosi una cooperazione automatica. La Russia dice “Niet”. Gli Stati Uniti passano attraverso tutte le fasi sopracitate, esclusa la campagna di bombardamento, sconsigliata dalla deterrenza nucleare russa. La risposta rimane “Niet”. Si potrebbe pensare che qualche persona intelligente, all’interno della struttura di potere statunitense, si faccia sentire e dica: “Basandoci sulle prove che abbiamo, dare ordini alla Russia non funziona, cerchiamo di negoziare con la Russia in buona fede, da pari a pari”. E allora tutti quanti si darebbero una manata in fronte e direbbero, “Caspita! E’ fantastico! Perché non ci abbiamo pensato?”. Invece, quella persona verrebbe licenziata il giorno stesso perché, vedete, l’egemonia mondiale americana non è negoziabile. Quello che invece succede è che gli Americani agiscono in modo confuso, si riorganizzano e provano di nuovo, creando uno spettacolo veramente comico. 
L’intero pasticcio riguardante Edward Snowden è stato particolarmente divertente da osservare. Gli Stati Uniti hanno richiesto la sua estradizione. I Russi hanno detto: “Niet, la nostra costituzione lo proibisce”. Allora, in modo esilarante, come tutta risposta alcune voci in Occidente hanno chiesto che la Russia cambiasse la sua costituzione! La risposta, che non richiede traduzione è stata :“Ah,ah,ah,ah,ah!” Meno divertente è l’impasse sulla Siria: gli Americani hanno continuato a chiedere che la Russia si allineasse al loro progetto di rovesciare Bashar Assad. La immutevole risposta dei Russi è stata: “Niet, sono i Siriani che devono scegliere la loro leadership, non la Russia e non gli Stati Uniti”. Ogni volta che lo sentono, gli Americani si grattano la testa e… ci riprovano. John Kerry è stato di recente a Mosca per una “maratona negoziale” con Putin e Lavrov. In alto c’è una foto di di Kerry che parla con Putin e Lavrov a Mosca, più o meno una settimana fa, e le loro espressioni facciali non sono difficili da leggere. C’è Kerry che dà le spalle alla macchina fotografica, e che blatera come al solito. La faccia di Lavrov dice: “Non ci posso credere, devo star seduto qui ad ascoltare di nuovo tutte queste stupidaggini”. Quella di Putin dice: “Oh, il povero scemo, non riesce a capire che gli diremo ‘niet’ un’altra volta”. Kerry è ritornato a casa con giusto un altro “Niet”. 
Ciò che è peggio, è che ora stanno unendosi al gioco anche altre nazioni.Gli Americani hanno detto agli inglesi esattamente come votare e gli Inglesi hanno detto “Niet” ed hanno optato per il Brexit. Gli Americani hanno detto agli Europei di accettare quell’orrenda presa di potere delle corporations costituita dal Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti (TTIP), e i Francesi hanno detto “Niet, non passerà”. Gli Stati Uniti hanno poi organizzato un altro colpo di stato in Turchia per rimpiazzare Erdogan con qualcuno che non cercasse di giocare pulito con la Russia e i Turchi hanno detto “Niet” anche a quello. Ed ora, orrore degli orrori, c’è Trump che dice “Niet” a tutta una serie di cose: alla NATO, alla delocalizzazione dei posti di lavoro americani, al flusso incontrollato dei migranti, alla globalizzazione, alle armi per i nazisti ucraini, al libero commercio… 
Non si può sottovalutare l’effetto psicologico corrosivo del “Niet” sulla psiche egemonica americana. Se è previsto che tu pensi ed agisca come un egemone, ma poi a funzionare sono solo le intenzioni, allora il risultato è una dissonanza cognitiva. Se il tuo lavoro è quello di tiranneggiare le nazioni e le nazioni non possono più essere tiranneggiate, allora il tuo lavoro diventa una barzelletta e tu ti trasformi in un paziente psichiatrico. La pazzia che ne risulta si è rivelata di recente con un interessante sintomo: alcuni dipendenti del Dipartimento di Stato americano hanno firmato una lettera, diventata immediatamente di dominio pubblico, in cui si chiedeva una campagna di bombardamenti nei confronti della Siria allo scopo di rovesciare Bashar Assad. Questi sono dei diplomatici. La diplomazia è l’arte di evitare le guerre attraverso la discussione. Dei diplomatici che invocano una guerra non sono esattamente… diplomatici. Potreste dire che sono dei diplomatici incompetenti, ma questo non è sufficiente (la maggior parte dei diplomatici competenti ha lasciato il servizio durante la seconda amministrazione Bush, molti di loro per il disgusto di dover mentire sul razionale della guerra in Iraq). La verità è che sono dei malati, squilibrati e non diplomatici guerrafondai. Il potere di una semplice parola russa è tale che hanno praticamente perso il lume della ragione. 
Ma non sarebbe corretto parlare solo del Dipartimento di Stato. E’ l’intero corpo politico americano ad essere stato infettato da un putrido miasma, che penetra in ogni cosa e rende la vita miserabile. Nonostante tutti i problemi, la maggior parte delle cose, negli Stati Uniti è ancora gestibile, ma questa faccenda qui, il venir meno della capacità di tiranneggiare il mondo intero, rovina tutto. Siamo in piena estate, la nazione è sulla spiaggia. La stuoia è sfilacciata e mangiata dalle tarme, l’ombrellone è pieno di buchi, le bibite nella ghiacciaia sono piene di schifezze chimiche e le letture estive sono annoianti… e poi, lì vicino, c’è una balena morta in decomposizione che si chiama “Niet”. Basta questo a rovinare tutta l’atmosfera! 
Le teste parlanti dei media e dei politici che appartengono alle istituzioni, a questo punto, si rendono dolorosamente conto del problema e la loro prevedibile reazione è incolpare della cosa quella che per loro sta all’origine di tutto: la Russia, convenientemente personificata in Putin. “Se non voti per Clinton stai votando per Putin” è una delle ultime metafore politiche uscite. Un’altra è che Trump è un agente di Putin. Ogni figura pubblica che rifiuti di assumere una posizione filogovernativa è automaticamente etichettata come “utile idiota di Putin”. Per quel che valgono, queste affermazioni sono ridicole. Ma per esse c’è una spiegazione più approfondita: ciò che le lega tutte insieme è il potere del “Niet”. Un voto per Sanders è un voto “Niet”: l’apparato democratico ha partorito una candidata e ha detto alla gente di votare per lei e la maggior parte dei giovani ha detto “Niet”. La stessa cosa con Trump: la macchina repubblicana ha tirato fuori i suoi Sette Nani e ha detto alla gente di votare per uno qualsiasi di loro e, invece, la maggior parte della classe operaia bianca e diseredata ha detto “Niet” e ha votato per Biancaneve, l’outsider. 
E’ un segno di speranza che la gente, in tutto il mondo dominato da Washington, stia scoprendo il potere del “Niet”. Le istituzioni, viste dall’esterno, possono anche sembrare tutte scintillanti, ma sotto la mano fresca di vernice a smalto si nasconde uno scafo marcio, con l’acqua che entra da tutte le falle aperte. Un “Niet” detto a voce abbastanza alta sarebbe probabilmente sufficiente per farlo affondare, lasciando spazio a qualche cambiamento veramente necessario. Quando questo accadrà, ricordatevi di ringraziare la Russia… o, se preferite, Putin. 




Tradotto in italiano da Mario per Sakeritalia.it e ClubOrlov 

sabato 30 luglio 2016

Julieta

"Julieta" (Silencio) di Pedro Almodóvar. Con Emma Suárez, Adriana Ugarte,  Dario Grandinelli, Daniel Grao, Imma Cuesta, Rossy De Palma, Michelle Jenner, Pilar Castro, Agustín Almodóvar, Nathalie Poza, Priscilla Delgado, Susi Sánchez, Mariam Bachir, Blanzca Perez, Joaquín Notário. Spagna 2016 ★★★★½
Per un pelo, prima che uscisse di programmazione, sono riuscito a intercettare l'ultimo film di Pedro Almodóvar: regista che amo in modo particolare, e i cui film preferisco vedere sul grande schermo e non in televisione. E anche stavolta non mi ha deluso. A molti Julieta non ha entusiasmato, forse perché troppo lineare, essenziale, privo di orpelli e di esplosioni melodrammatiche rispetto agli abituali standard del regista manchego; io l'ho trovato sul livello dei suoi lavori migliori e particolarmente profondo e introspettivo. Come sempre incentrato su un personaggio femminile, di cui come pochi è capace di raccontare le mille sfaccettature dell'anima e della psiche, questa volta si è ispirato liberamente liberamente a tre racconti della scrittrice canadese Alice Munro, e racconta del rapporto, ormai inesistente, tra una professoressa di letteratura classica cinquantenne, Julieta, e sua figlia, Antia, che si è dileguata senza dare più sue notizie al compimento della maggiore età, reputando la madre in qualche modo responsabile della prematura morte del padre, Xoan, un pescatore gallego di cui Julieta si era innamorata durante un viaggio in treno trent'anni prima. Troviamo Julieta che sta per lasciare Madrid alla volta del Portogallo, per accompagnarvi l'uomo con cui ha attualmente una relazione e vivere con lui, mentre sta svuotando l'appartamento in cui ha continuato ad abitare da quando è stata abbandonata da Antia, quando l'incontro casuale con Beatrix, l'amica d'infanzia della figlia, la riporta a un passato che aveva cercato di rimuovere dopo essere caduta in una forte depressione, così cambia idea all'improvviso, lascia l'uomo con cui stava per andare a vivere, e si trasferisce in un altro appartamento dove si mette a scrivere una lunga lettera alla figlia (della quale ignora l'indirizzo) in cui le racconta la sua versione: in sostanza le parole non dette tra loro. In realtà, è una storia di silenzi (e Silencio non a caso è il titolo originale del film in castigliano): non solo quelli tra Julieta e Antia, ma anche tra Julieta e suo padre, pure lui un insegnante, che ha preferito il prepensionamento per ritirarsi in campagna a coltivare la terra, dove convive con una giovane immigrata maghrebina che accudiva la moglie inferma e che ha sposato dopo la sua morte, cosa che Julieta a sua volta non aveva accettato; e insieme ai silenzi, a dominare questa pellicola che ha più a che vedere con la tragedia (quella stessa, quella greca, che Julieta insegna e ama) che col melodramma brillante, è il senso di colpa che pervade la vita della donna, non solo nei confronti la figlia ma anche negli altri rapporti. Eccezionali Emma Suárez e Adriana Ugarte, rispettivamente Julieta adulta e da giovane, e all'altezza tutti gli altri, con una menzione particolare per Dario Grandinelli, l'intelligente e delicato nuovo compagno di Julieta, in compagnia del quale forse la donna riuscirà a ritrovare un rapporto con Antia, con cui scopre di condividere un comune destino che non svelo. Per quanto mi riguarda Don Perdo ha colpito ancora e mi ha pienamente convinto, forse anche più del solito e quasi commosso.

giovedì 28 luglio 2016

Tipi cretinopolitani

Bicocca Village, Milano, 28 luglio 2016, con 30 °C all'ombra, in coda per il pollo fritto all'americana. Qui la photo gallery dell'EVENTO

mercoledì 27 luglio 2016

Trump: il male minore


Già nel 2008, quando Obama conquistò la presidenza degli USA, scrissi che avrei preferito la vittoria del candidato repubblicano John McCain: non per motivi ideologici (sono distante da entrambi anni luce) ma perché l'attuale presidente mi sembrava un parolaio inconcludente, ricattabile e pure ipocrita: nel corso di due mandati, non mi ha mai smentito; quanto a pronostici, non ne avevo fatti. Questa volta invece mi sbilancio e, insieme a Michael Moore, che qui ne spiega i motivi, dico Donald Trump. Le ragioni addotte dal buon Michael sono assolutamente valide: quanto alle sue sconfortate valutazioni, lui ragiona da cittadino statunitense liberal, io da europeo e da anarchico, e tendo a far mie quelle di Sergio Di Cori Modigliani: uno a cui ogni tanto "parte l'embolo", come si suol dire, e finisce per perdersi in deliri solipsistici, ma non in questo caso, dove oltre a dar mostra di un'inconsueta concisione risulta particolarmente convincente perché, avendo vissuto e lavorato nel concreto per anni negli Stati Uniti, sa di cosa sta parlando a differenza dei vari corrispondenti nostrani, frequentatori al più delle varie sale e uffici stampa delle varie istituzioni e di politici e Corporation e che poco o niente sanno di politica estera e men che meno di storia. A prescindere dal fatto che trovo comunque esagerato lo spazio e il tempo dedicati alle presidenziali d'oltreoceano, per quanto pagliaccesco, volgare, ignorante, razzista possa essere Donald Trump, lo trovo mille volte meno pericoloso, per l'umanità, di Hillary Rodham Clinton, di cui basta ricordare l'azione come segretario di Stato e l'espressione che aveva nella Situation Room il 2 maggio del 2011, nel corso dell'esecuzione (con relativo occultamento di cadavere) di Osama Bin Laden, accompagnata dalle sue grida di giubilo: semplicemente disgustoso. Da europeo, poi, l'elezione di Donald Trump sarebbe una benedizione: farebbe saltare il TTIP, tenderebbe a disimpegnarsi dalla NATO, come Ronald Reagan troverebbe un accordo con i russi (fu Bill Clinton a tradire gli accordi presi con Gorbaciov ai tempi della caduta del Muro di Berlino e poi del tracollo dell'URSS spingendogli la NATO alle porte di casa) e da bravo repubblicano cercherebbe di chiudere le guerre graziosamente iniziate dai "democratici" (solo di nome); un ritorno a un po' di sano isolazionismo USA potrebbe forse contribuire a dare la sveglia qui in Europa facendo prendere coscienza che i nostri interessi vanno in direzione opposta a quelli a stelle e strisce, a meno che non vogliamo appiattirci ancora di più sul loro modello e i loro "valori". Che personalmente mi risultano non solo estranei, ma repulsivi. Se poi si imbottiscono sempe più di psicofarmaci e di droghe per affrontare un'esistenza da alienati, se cadono in un'altra grande depressione come quella del 1929 o anche peggio, se vanno avanti a scannarsi tra di loro perché amano girare armati, se i neri e magari anche i latinos si ribellano e scoppia un'altra guerra civile, finché se ne stanno dall'altra parte dello "stagno" e se la vedono tra di loro, detto molto sinceramente non me ne può fregare di meno; e se poi una crisi del commercio mondiale facesse abbassare un po' la cresta anche ai tedeschi, tanto meglio. E comunque rimango convinto che, per quanto velleitario, solo Sanders avrebbe potuto battere Trump oppure, ultima ratio, Michelle Obama, che ha introdotto la Convention demorcatica l'altro giorno, dando così il via all'ennesima dinastia presidenziale americana. Del resto è o non è il Paese delle soap opera? Ma Hillary Clinton, please not.

giovedì 21 luglio 2016

Chi non ha golpe scagli la prima pietra


Un golpettino di qua, un golpettino di là, lo "Stato di diritto", come lo chiamano, se ne va...
In Italia è successo giusto quindici anni orsono: in queste ore le cosiddette forze dell'ordine assaltavano la Scuola Diaz a Genova: i fatti sono noti  a coloro che sono dotati di un minimo di memoria. Ora gli stessi che non sono stati in grado di punire i responsabili, e nemmeno di introdurre nella legislazione il reato di tortura, alzano il ditino e hanno da eccepire su quanto sta facendo Edogan, il loro partner commerciale, alleato militare e possibile socio nell'UE (di cui la Turchia diverrebbe, in caso di adesione, il membro più popoloso, contando anche gli oltre tre milioni di turchi residenti in Germania e gli altri sparsi nell'Unione). Avanti così!

mercoledì 20 luglio 2016

Se quindici anni vi sembran pochi...


Genova, venerdì 20 luglio 2001. Nel giro di tre giorni, demolito il movimento No Global. Neanche due mesi dopo le Torri Gemelle e l'inizio del terrorismo in franchising; la democrazia in formato export in punta di armi; l'Iraq; ancora e sempre l'Afghanistan; l'inarrestabile espansione della NATO; le "primavere" arabe; la Siria; l'Ucraina; Fukushima e i suoi inganni; l'ISIS; adesso l'autogolpe in Turchia. Nel silenzio generale, il pensiero è livellato, la confusione sistematica ma, anche se sconfitto, chi ha buona memoria non si adegua.

martedì 19 luglio 2016

Ci fa e ci è





Barack Obama ha parlato con il presidente turco Erdogan invitandolo al rispetto dei valori democratici: lo rende noto la Casa Bianca.
Il presidente Usa ha offerto qualsiasi aiuto al governo di Ankara nelle indagini sul tentato colpo di Stato.
Intanto la Casa Bianca rende noto che il governo turco ha depositato dei documenti sull'imam Fetullah Gulen. Nel colloquio tra Obama ed Erdogan è stato discusso lo status di Gulen.
Gulen vive da anni negli Usa e Ankara ne vuole l'estradizione per il suo presunto coinvolgimento nel tentato golpe. "Se e quando gli Usa riceveranno una richiesta di estradizione dalla Turchia per l'imam Gulen essa sarà esaminata in base al trattato di estradizione", ha spiegato il portavoce della Casa Bianca, John Earnest.

(da swissinfo.ch del 19.07.2016)
Costui, già Nobel per la Pace alle intenzioni, non è solo un farabutto in malafede, è anche scemo.

sabato 16 luglio 2016

L'autogolpe / Cui prodest


Calma e gesso, piedi in terra, ragionare a mente fredda senza farsi prendere dagli orgasmi e scambiare i desideri con la realtà. E magari sapere di cosa si parla, conoscere un minimo la storia di un Paese e i suoi precedenti. Vale per il cosiddetto Colpo di Stato di stanotte in Turchia, fallito se lo si considera il tentativo da parte di gruppi kemalisti dell'esercito di abbattere il presidente Erdogan; un successo e il via libera verso le definitiva e totale presa del potere da parte di quest'ultimo, anzi: il suo capolavoro. Ma vale anche per gli attentati "terroristici" a ripetizione, ultimo in ordine di tempo quello di venerdì a Nizza, domandarsi, anche, chi se ne giova. Lascio la parola ad Antonio Ferrari, intervistato (o autointervistato?) dal "Corriere della Sera" on line



Che cosa è avvenuto realmente in Turchia? Un golpe?
«Beh, golpe è una parola grossa. Al massimo potremmo definirlo un minigolpe improprio, a scoppio anticipato».
Perché non credi al golpe?
«Primo: perché nella mia vita professionale ho visto tutto e il contrario di tutto, ma un golpe di sole quattro ore non avrei mai potuto immaginarlo, neppure nello stato libero di Bananas. Secondo, ci sono retroscena quasi inquietanti, quantomeno improbabili».
Puoi raccontarli e spiegarli?
«Parto dalle notizie accertate. Ho conosciuto la Turchia trentasei anni fa, e vi sono tornato regolarmente. Ho intervistato tutti i leader politici, compreso il carismatico Recep Tayyip Erdogan, con il quale una volta ho litigato.Tanta frequentazione mi ha consentito di tessere importanti rapporti personali. Insomma, ho fonti credibili e preziosissime. Anche venerdì sera, per telefono, mi hanno messo in guardia».
In che senso?
«Mi hanno fatto capire: attenzione, può essere una sceneggiata. Domani Erdogan sarà più forte di oggi».
Ma ci sono stati circa 200 morti...
«Sì, ma — scusate il cinismo — il bilancio delle vittime è simile a quello dei morti di Ankara durante la manifestazione pacifista. Credete che importi a Erdogan?».
Insomma, cos’è accaduto?
«Noi giornalisti, spesso per vanità o per attrazione fatale della prima Repubblica, tendiamo a preferire l’articolessa e i banali ghirigori old style, sottostimando i fatti. Ma sono i fatti, la sana cronaca, occhi attenti, umiltà e una mente attrezzata a ragionare a fare la differenza. Non mi sono sfuggite e non ne ho ridotto la portata, notizie e informazioni degli ultimi mesi dalla Turchia. La nomina di un nuovo capo del governo, Binali Yildirim, fedelissimo di Erdogan. Personalità grigia ma capace. Improvvisamente il presidente ha aumentato la pressione militare sui curdi in armi del Pkk, intensificando la repressione più violenta. E Yildirim ha annunciato, a tappe ravvicinate: primo, la pace con Israele dopo la rottura seguita all’assalto contro il convoglio navale pacifista turco, al largo di Gaza, costato 9 morti; secondo, una lettera di scuse di Erdogan a Putin, e la pace fatta con la Russia dopo l’abbattimento del cacciabombardiere di Mosca nei cieli della Siria; terzo, la mano tesa al regime siriano, cioè mano tesa a Bashar al Assad, che fino al giorno prima il presidente turco avrebbe fatto ammazzare: al punto che il sultano faceva affari con i tagliagole dell’Isis (petrolio di contrabbando),e portava armi agli estremisti islamici siriani, a partire dal sedicente stato islamico; quarto, rilancio del ruolo della Turchia nella Nato e amicizia perenne con gli Usa».
D’accordo, ma il golpe o minigolpe che c’entra?
«A questo punto abbandoniamo il binario dei fatti comprovati ed entriamo in quello delle ipotesi, supportate però da forti indizi. Le Forze armate turche erano in agitazione, in opposizione a Erdogan, accusato di molte nefandezze: repressione della libertà di stampa, bugie sui profughi, rifiuto di partecipare attivamente alla coalizione internazionale contro il terrorismo. Ma la bassa forza, molti colonnelli e graduati minori non avevano realizzato che gli alti comandi si erano avvicinati al sultano».
Questa bassa forza era pronta ad agire in proprio?
«No, ma era influenzata da Fetullah Gulen, il predicatore sunnita che vive in esilio negli Usa. Un islamico visionario e moderato, amico anzi quasi fratello di Erdogan — o almeno del primo Erdogan. Fu Gulen a spalancare al futuro sultano le porte delle fondazioni più influenti. Gulen è miliardario, controlla scuole, università, ha radici nella magistratura, nei servizi segreti, nella polizia, ed è molto popolare tra i soldati. Forse, i tempi del minigolpe sono stati quelli di una prova di forza».
Innescata da chi?
«Non mi stupirei che la miccia sia stata accesa dallo stesso Erdogan o dai suoi fedelissimi».
Vuoi dire che potrebbe essere un «golpe fasullo»?
«Esattamente. Le mie fonti turche hanno sostenuto questa possibilità».
E il viaggio aereo di Erdogan nei cieli d’Europa?
«Temo che qualcuno, compreso qualche collega, abbia confuso Erdogan con Ocalan. Il leader del Pkk Abdullah Ocalan, che ho intervistato nella valle della Bekaa, fu cacciato dalla Siria e vagò nei cieli in cerca di asilo politico, prima d’essere catturato dai turchi e condannato all’ergastolo.Pensate possibile che Erdogan lanci un appello al popolo invitandolo a scendere nelle strade e di proteggere il Paese, mentre vola su Francoforte, pronto a scendere a Berlino per inginocchiarsi davanti a Merkel supplicando asilo politico? E magari, dopo il no di Merkel, pronto a virare su Londra per comprendere le intenzioni della neopremier May? Ma per favore, solo a pensarci mi vien da ridere. Amici e colleghi, questo è il risultato di non conoscere ciò di cui si parla, magari sbraitando scemenze in un salotto televisivo».
Quindi, secondo te, dov’era il presidente?
«In vacanza, a Marmara. È salito sull’aereo diretto ad Ankara, poi ha preferito dirigersi a Istanbul, avendo saputo che c’erano migliaia di persone ad attenderlo, assonnate ma festanti. Fine del golpe, quattro ore dopo. Ma per cortesia, siamo seri finalmente»
Per te, insomma, è quasi una farsa?
«Se non ci fossero i morti, direi di sì».
Ma a chi ha giovato questo minigolpe, come lo hai chiamato?
«A Erdogan. È molto più forte. Magari spera di avere i voti per cambiare la Costituzione, e trasformare la Turchia in una Repubblica presidenziale».
La tua opinione?
«Spero di no, soprattutto per i miei amici turchi. E per i miei colleghi che in quel Paese rischiano ogni giorno la prigione. Se non peggio».

mercoledì 13 luglio 2016

Tokyo Love Hotel

"Tokyo Love Hotel" (Sayonara Kabuchichô) di Hiroki Ryuichi. Con Sometani Shôta, Maeda Atsuko, Lee Eun-woo, Son Il-kwon, Minami Kaho, Matsushige Yutaka, Omori Nao, Murakami Jun, Taguchi Tomorowo, Oshinari Shûgo, Wagatsuma Miwako, Kaway Aoba, Miyazaki Tomu, Hinoi Asuka. Giappone 2014 ★★★★
Presentato con successo all'edizione 2015 del Far East Festival di Udine e distribuito da un paio di settimane dalla mai abbastanza lodata Tucker Film che ha la sua base operativa nel capoluogo friulano, il film di Hiroki Ryuichi, famoso in patria per film di genere girati con tocco d'autore, è una pellicola gradevole e al contempo preziosa perché permette di scorgere, come sbirciando non visti da un pertugio, le vicende di cinque coppie che, per un motivo o per l'altro, si intrecciano nell'arco di 24 ore in un albergo a ore di Kabuchichô, il quartiere a luci rosse (e non solo) di Tokyo e, attraverso esse, alcuni tratti peculiari della realtà e della mentalità giapponese, e altri che sono comuni, in quanto quella giapponese è una delle società più integrate nel sistema globalizzato e anzi all'avanguardia (si fa per dire) nel condizionamento, controllo e annichilimento dell'individuo, che non deve per forza avvenire in maniera coercitiva ma più spesso subdolamente, autoindotta. Le vicende ruotano attorno al giovane Toru, trasferitosi nella capitale dalla regione di Fukushima, colpita dallo tsunami e dal disastro nucleare di cinque anni fa, aspirante manager di un albergo di lusso diventato direttore dello squallido Atlas dopo essere stato licenziato da un prestigioso "cinque stelle": ognuno dei protagonisti non è quello che sembra o dichiara di essere e i destini delle varie coppie si decideranno lì, tra sesso a pagamento, film porno che vi vengono girati e che costituiscono alla fine un modo ragionevole per sbarcare dignitosamente il lunario, tradimenti, rivelazioni, compresa la sua relazione con la fidanzata, un'aspirante cantautrice che, tra puttane in via di redenzione, attrici porno e aspiranti tali, papponi in gestazione ma dal cuore tenero, cuochi assassini loro malgrado e gigolò romantici, prostituendosi intellettualmente ancor prima che fisicamente, è quella che pagherà di più per la sua scelta e quella che uscirà dalla storia come perdente nonché l'unica che non abbandonerà Kabuchichô e la sua realtà artefatta e menzognera: e sayonara, come da titolo originale, in giapponese significa per l'appunto addio. Ben girato, spesso con camera alla mano, il film passa dalla commedia, al noir al dramma spesso mischiando gli ingredienti e il cocktail che ne esce è gradevole e frizzante nonostante la relativa lunghezza del film e lo stile tipicamente nipponico. Se lo si apprezza, è una pellicola che mi sento di consigliare. 

lunedì 11 luglio 2016

Palloni sgonfiati


Impagabile: più ancora del formidabile gol di Eder, che al 109', nel secondo tempo supplementare della finale degli Europei di calcio giocata ieri sera a Parigi, ha fulminato il portiere francese (si fa per dire) Lloris, lo spettacolo delle facce dei tifosi di casa, straconvinti di aver già vinto ancora prima di iniziare a giocare, a cominciare da quella del loro sempre attonito presidente (anche noi abbiamo un capo del governo che sfoggia costantemente un'espressione da idiota, ma almeno non l'abbiamo eletto...) e, di contro, la gioia di un Paese intero di gente per bene, seria, equilibrata, spesso maltrattato dai maggiorenti europei, oltre che dalla sorte, limitandomi al campo calcistico. Tutto il contrario degli organizzatori del torneo, proverbialmente boriosi e supponenti fino all'arroganza, assegnato alla Francia per volere dell'ex presidente dell'UEFA Michel Platini (ora sospeso dopo essere stato condannato a 4 anni di squalifica), a cui si deve anche la demenziale formula studiata apposta da un lato per allungare il brodo infarcendo il calendario di partite pletoriche e quindi fare cassa tramite i diritti televisivi, dall'altro creando una corsia preferenziale per i padroni di casa, che si sono trovati in finale un avversario contro cui avevano dei precedenti più che incoraggianti e da cui non venivano sconfitti dal 1975. Ma le tradizioni, specie nel calcio, sono fatte per essere infrante così come i pronostici per essere smentiti, soprattutto quelli dei nostrani qualunquisti del pallone, sempre pronti a salire sul carro del (presunto) vincitore, a cominciare dai commentatori televisivi e dai cosiddetti "esperti", che per un mese sono andati avanti a innalzare peana prima nei confronti della Croazia, poi della Spagna, quindi del Belgio, in seguito della Germania per finire con i bleues, andando in deliquio per le qualità dei suoi supposti campioni, specie di quelli che vestono o hanno vestito la maglia bianconera: come se non bastasse il fastidio fisico che mi provoca il solo ascoltare un idioma che costringe chi lo parla ad atteggiare la bocca a culo di gallina, ci mancava soltanto l'alto tasso di juventinità della nazionale transalpina per rendermela odiosa, e questo a prescindere dall'amore profondo che provo per il Portogallo e la sua gente. Anche ieri il piccolo Portogallo sembrava la vittima predestinata, specie dopo  il brutto fallo di Payet (forse involontario ma non visto né punito dall'arbitro, un cialtrone inglese) che al 9' ha tolto di mezzo la stella assoluta dei lusitani, Cristiano Ronaldo, che per un quarto d'ora ha continuato a rimanere in campo col ginocchio fasciato con il pubblico francese che lo fischiava ritenendo che facesse scena a poi costretto a uscire dal campo, ma che ha continuato a incitare e "dirigere" i compagni dalla panchina, come un vero capitano (e un futuro, secondo me, ottimo allenatore) fino alla vittoria finale, e stavolta senza bisogno di ricorrerre alla "Lotteria dei Rigori". Il tutto a dimostrare due cose, oltre al fatto che esiste una divinità del calcio (Gianni Berra la identificava in Eupalla) che provvede a fare giustizia dei luoghi comuni: che il football è una metafora della vita e che una partita di pallone racconta di più di un popolo e della sua mentalità che un trattato di sociologia. I francesi, maestri della palla ovale, spesso dimenticano di essere dei parvenu di quella rotonda, disciplina in cui hanno cominciato ad acquisire una certa dignità soltanto dopo che le loro squadre, sia di club sia quella nazionale, sono state man mano infarcite vieppiù di immigrati, che altrimenti, specie quelli di colore e i maghrebini (i tre quarti della squadra schierata da Deschamps ieri sera), vengono relegati nelle banlieues e lì lasciati a sé stessi; in più, la loro indole li porta a essere delle prime donne che malvolentieri si amalgamano fino a diventare una squadra, caratteristica  che invece è nelle corde dei portoghesi, che pure sfornano, in media uno ogni decennio, degli autentici fuoriclasse assoluti (da Esuebio a Rui Costa a Figo fino al mio preferito, CR7), i quali però giocano per gli altri, e il calcio è, per l'appunto, un gioco di squadra, in cui il più delle volte la coesione del gruppo ha la meglio sulla qualità e il talento dei solisti: anche il più grande di tutti, Diego Armando Maradona, non vinceva da solo, ma era il leader di un gruppo coeso, sia al Napoli, sia nella Selección argentina. Così Cristiano Ronaldo ieri sera, alla faccia della becera campagna di stampa che da sempre lo perseguita facendolo passare per indisponente, egocentrico, e ultimamente pure per poco macho, pur di spettegolare, forse perché è uno degli ormai rari giocatori non tatuati o barbuti in circolazione. Comunque, la gioia per un Paese e un popolo che amo ha la meglio perfino sulla schadenfreude nei confronti dei cugini franzosi. Portugal: deus lhe pague!

domenica 10 luglio 2016

giovedì 7 luglio 2016

In cerca di giorni migliori in... Incognito


A due anni di distanza, a rallegrare l'estate friulana, in realtà abbastanza ricca di appuntamenti musicali e no, sono tornati a trovarci gli Incognito, una vera e propria Internazionale multietnica del funky-soul-blues, in una parole del groove, iniziatori del genere che è stato definito acid jazz fin dal loro primo album, Jazz Funk, apparso nel 1981, due anni dopo che il gruppo venisse fondato da Jean-Paul "Bluey" Maunick e Paul Williams. Ora siamo al 17° lavoro in studio, pubblicato appena una dozzina di giorni fa, il 24 di giugno, a due anni di distanza da Amplified Soul, che avevano presentato in una fresca serata agostana a Tarvisio, appunto, nel 2014. Identica la formazione di 11 elementi che ha accompagnato Bluey nel terzo concerto del Festival "Blues in villa" in svolgimento nella suggestiva Villa Varda presso Brugnera, quasi in riva al Livenza, tra Pordenone e Oderzo, tenutosi due sere fa. Un gruppo di musicisti e vocalisti  di altissimo livello, affiatati e coesi, che condividono il piacere di proporre un sound coinvolgente e pulsante, energetico ancor più quando proposto dal vivo, offrendo degli spettacoli che lasciano il segno e rendono protagonista anche il pubblico, e questo senza atteggiamenti da superstar o ammiccamenti furbeschi. Come quando Bluey racconta la sua storia di immigrato a Londra da Mauritius, della sua ammirazione per Stevie Wonder, che finì con il collaborare al suo progetto, come tanti altri, da Paul Weller a Chaka Khan a George Benson, per citare solo alcuni delle decine e decine di artisti che hanno partecipato nel corso degli anni a quell' autentico work in progress chiamato Incognito e che ha visto nel piccolo e corpulento immigrato da Mauritius il fulcro, l'unico immutabile nella band ma sempre pronto a fondersi con gli altri, accogliendone idee e proposte e incoraggiandone per primo le iniziative solistiche, come quella di Katie Leone con  il suo album Prism of Light. Cosa che ha fatto anche l'altra sera  durante lo spettacolo prima, e scendendo a firmare autografi e a chiacchierare con il pubblico dopo il concerto poi, perché Bluey è generoso e ricettivo coi suoi colleghi musicisti così come col pubblico. E i suoi partner, seguendone filosofia e modo di fare, non sono da meno, e dopo essersi prodotti in un concerto di due ore intense, corroboranti, trascinanti (anche il pubblico ha fatto la sua parte: a sentire buona musica ci va della bella gente, poche storie!), sono scesi con grande naturalezza dal palco confondendosi con la gente sul prato, chi chiedendo lumi per andare al ristorante della Villa, chi bevendosi una birra con qualcuno che lo ha riconosciuto come il sassofonista o il percussionista, o chi, come me, incocciando proprio in Katie Leone, zainetto in spalla e alla ricerca del punto di ristoro, le ha indicato la via, ribadendole  a voce quanto scritto due anni fa:  conratulandomi per avere ascoltato la più bella e grintosa voce femminile britannica degli ultimi vent'anni, sorretta da una presenza scenica di prim'ordine. E' finita che mi ha ringraziato lei per essere venuto al concerto. Mi è venuto in mente che in questi giorni si sono tenuti i mega raduni allo stadio per Bruce Springsteen, il Luciano Ligabue del New Jersey, uno di cui mi viene il dubbio se sia tra i più cretini tra gli americani o uno dei più americani tra i cretini oltre che sul senso del rapporto di questo populista del rock (se vogliamo chiamare tale la roba che suona) con "a' ggente". Dopo l'esplicito omaggio a Stevie Wonder, il concerto di Incognito (nomen omen) si chiudeva sfumando le proprie note in quelle di Bob Marley. Altra categoria, come volevasi dimostrare. Alla prossima!

martedì 5 luglio 2016

Avevano una banca...





...e l''hanno gestita così. Parlo del Monte dei Paschi di Siena, fondato nel 1472, vent'anni prima che fosse scoperta l'America, la banca più antica e, finora, più longeva al mondo. Finché non sono arrivati loro, i suoi becchini: dal Dopoguerra è sempre rimasto sotto il controllo della Ditta, come la chiama il suo ex segretario, quello che pettina le bambole, ossia della filiera PCI-PDS-DS-PD, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti: insomma Cosa loro. E poi pretendono di governare un Paese che non si è mai risollevato dalla crisi iniziata nel 2007 (e di cui erano evidenti i prodromi a chi avesse voluto vederli ben prima che il demenziale e criminale sistema finanzocentrico, ultraliberista e globalizzato si inceppasse definitivamente) senza nemmeno avere da solo i voti per farlo e dovendo ricorrere alla stampella degli alfanidi e dei verdiniani. Ora: qualcuno degli entusiasti sostenitori del fanfarone fiorentino ed elettori pidioti che dovessero passare da queste parti, dovrebbe avere la compiacenza di spiegarmi perché l'inequivocabile giudizio del Mercato, altrimenti eretto a parametro assoluto per stabilire la verità e quindi ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, e dunque argomento ultimo per sostenere le loro strampalate teorie economiche mai supportate da risultati probanti, vedi per ultimo il caso Brexit, non debba valere in questo caso, e quindi non si abbandonasse finalmente al loro destino MPS, le altre banche "sofferenti" e i loro strapagati amministratori e dirigenti a tutti i livelli, e che siano loro a rispondere a chi si è fatto turlupinare comprandone azioni e obbligazioni. Ricordo che sono stati i governi centrosinistrati o comunque sostenuti dai pidioti a fare entrare l'Italia nell'Euro, a inserire l'obbligo del pareggio di bilancio in Costituzione modificandone l'articolo 81, e a introdurre le normativa europea che impedisce allo Stato di finanziare il salvataggio prevedendo il prelievo forzoso: il cosiddetto bail-in entrato in vigore col 1° gennaio 2016, e non certo a insaputa dello Statista di Rignano sull'Arno che ora sta tentando furbescamente di eluderlo. Come la mettiamo?

lunedì 4 luglio 2016

Il piano di Maggie - A cosa servono gli uomini

"Il piano di Maggie - A cosa servono gli uomini" (Maggie's Plan) di Rebecca Miller. Con Greta Gerwig, Julianne Moore, Ethan Hawke, Bill Hader, Maya Rudolph, Travis Fimmel, Wallace Shawn, Alex Morf. USA 2015 ★★★
Avevo assegnato 4 delle mie stelline a Frances Ha, primo film in cui avevo visto all'opera Greta Gerwig, un sicuro talento di cui però comincia sorgermi il dubbio che sia in grado di interpretare (magnificamente, questo sì) un unico tipo di personaggio, quello della ragazza per bene, intelligente e un po' goffa (e vestita da cani), ingenua e furbetta al contempo, tipica provinciale di buoni studi alle prese con l'autoreferenziale ambiente intellettuale newyorkese. Per questa pellicola le stelline scendono a tre, perché la commedia della Miller è comunque gradevole e il cast molto ben assortito e affiatato, e vedendola mi sono sì divertito, ma con un sottofondo di crescente irritazione e potrei ripetere le stesse considerazioni fatte per Frances Ha a suo tempo: identica l'ambientazione, urbana e umana, di un film che potrebbe essere di Woody Allen, con ancora più marcata la tendenza alla psicanalizzazione di ogni aspetto dell'esistenza: l'unico vero pregio, al di là delle singole prestazioni attoriali, è di aver messo al centro l'attitudine manipolatoria di Maggie (Gerwig), una giovane insegnante di "arte e management" (qualsiasi cosa questo significhi) che, sentendo attivarsi l'orologio biologico all'alba dei trent'anni, decide di avere un figlio ma ricorrendo all'inseminazione artificiale, conscia di non essere in grado di non reggere un rapporto per oltre sei mesi: il donatore è un ex compagno di liceo conosciuto alla lontana, che ora si dedica alla produzione di cetrioli sott'aceto artigianali, ma proprio mentre sta per procedere, fa la conoscenza casuale di un antropologo, collega di facoltà con ambizioni di scrittore, un gigionesco Ethan Hawke, alle prese con un romanzo in eterna elaborazione padre di due figli e sposato con un'altra antropologa, femminista e pure in carriera, una donna volitiva, cioè quella "che in famiglia porta i pantaloni": una autoironica e strepitosa, lei sì, Julianne. Moore. Scocca la scintille e Maggie ha un figlio da lui alla maniera naturale, che divorzia dalla moglie e va a vivere con lei. Senonché passano tre anni e Maggie si accorge di non essere più innamorata del partner: abituata com'è, per superare le proprie insicurezze (in più è di origine quacchera e si abbiglia in maniera improbabile), a pianificare nei dettagli la vita propria e altrui, ha finito per diventare lei il punto fermo della famigliola, quella che risolve i problemi ed è sempre disponibile, ma vede uno spiraglio per risolvere la situazione senza assumersi le responsabilità di una scelta, ed elabora un piano, come da titolo, per riportare il marito tra le braccia dell'ex moglie. Non aggiungo altro, perché è la parte divertente del film, salvo avvertire che, trattandosi di una pellicola di stampo talmente Indie (tendenza Sundance Festival, per intenderci), buonista e politicamente corretta che lo Happy End in salsa newyorchese, o meglio ancora broccoliniana, ché è il nuovo quartiere alla moda della intellighentsja locale, è assicurato e tutti vissero felici e contenti. Accattivante la colonna sonora un po' rétro, di rigore in una commedia di questo genere, in una New York magicamente liberata dalla presenza non solo di afroamericani, ma in questo caso perfino di asiatici a latinos come si confà a un film di Woody Allen, pardon: Rebecca Miller, che prevede solo WASP, ebrei e forse qualche cattolico di contorno. Spero per lei che Greta Gerwig si fermi a questo due senza fare il tre e di allontanarsi al pèiù presto dalla "Grande Mela"perché rischia di diventare stucchevole e non solo una simpatica macchietta, per quanto brava.

domenica 3 luglio 2016

Al di là del piagnisteo

Rana Plaza, l'edificio collassato a Dhaka, Bangladesh, il 24 aprile 2014. 1129 morti

A ogni strage, peraltro largamente annunciata, come quella di Dhaka avvenuta due sere fa, parte immancabilmente la solfa del terrorismo islamico, dell'Isis, dell'invito all'Islam moderato a difendere i valori della libertà e dei diritti (occidentali), della commozione per le povere vittime, che naturalmente sarebbero, secondo il più trito luogocomunismo buonista, innocenti. Come sostiene il capo supremo dell'altra ditta che agisce in nome dell'Unico Dio, che condanna "gli atti di barbarie come offese contro dio e l'umanità". Innocenti? Vittime inconsapevoli? Trattandosi in buona parte di imprenditori e amministratori delegati, graziosamente chiamati managing director così come Quattrocchi e soci di irachena memoria venivano definiti contractor anziché mercenari, che vivevano nel lussuoso quartiere di Gulshan, un'enclave per expats (ossia stranieri del "primo mondo" residenti in Bangladesh) nonché sede di ambasciate, mi permetto di dubitarne. Semmai conniventi di un sistema che incoraggia sistematicamente la delocalizzazione della produzione nei Paesi in cui più basso è il costo della manodopera e minori, quando non del tutto assenti, le tutele per chi lavora, per non parlare dello sfruttamento minorile e di condizioni di vita a livelli di schiavitù. Nella deprecazione generale per il massacro di 20 "innocenti" in nome del Corano, ci si è già dimenticati che questo è avvenuto nella stessa città in cui due anni fa ci furono 1129 vittime per il crollo del Rana Plaza, palazzina di otto piani sede di un formicaio di laboratori tessili al servizio di committenti occidentali (tra cui i nostri Benetton,  illuminati e creativi imprenditori green e naturalmente gay friendly, paladini del Made in Italy, portati in palmo di mano dal progressismo nostrano), costretti a produrre talmente al ribasso da considerare insostenibili i costi per la manutenzione e la stabilità strutturale dello stabile e quindi irrilevante la sicurezza dei propri dipendenti, ammassati a lavorare in condizioni subumane. E in un Paese come il Bangladesh, da sempre governato in maniera indecente e dove da anni, in un crescendo inarrestabile negli ultimi mesi, hanno mano libera gruppi di fanatici religiosi che nessuno può o vuole fermare. Segnalo qui il pezzo di Virginia Della Sala sul Fatto Quotidiano di oggi a proposito della Strategia islamista: colpire gli "schiavisti" e di come vengano visti i benefattori occidentali dai lavoratori bangladesi: altro che "portare lavoro" e, all'occorrenza, "aiuto umanitario" ai derelitti e magari la Parola del Signore e la Fede Vera oltre che i sacri valori del "Mondo Libero". Che, a mio modo di vedere, non sono cambiati rispetto ai tempi dei Conquistadores spagnoli e della Compagnia delle Indie e sono quelli del dio danaro e della libertà di accumularne sempre più in progressione geometrica da parte del più forte, ricco e meglio armato a scapito dei più e possibilmente altri. Insomma, il libero mercato dei soliti noti su scala globale. L'ISIS, o chi per esso, trattandosi di un'attività internazionale in franchising, non è nient'altro che il risultato di tutto questo, e inevitabilmente cresce sul terreno seminato anche da certi innocenti imprenditori o loro bracci operativi, e non rendersene conto è il risultato del solito guardare al dito invece che alla luna che esso indica, ed è quanto fanno quotidianamente i mezzi di informazione, e non solo quelli, patetici, italiani. Altro risultato di questa distorsione di prospettiva nel valutare la realtà e il collegamento tra cause ed effetti, ossia fra le azioni e le loro conseguenze, è la sempre più generale incapacità, a tutti i livelli, di prendersi la responsabilità delle proprie azioni, del resto inevitabile con un'umanità che si pretende ridotta all'unica dimensione di consumatore e al contempo di oggetto di consumo: per quanto mi riguarda, trovo più etico il narcotrafficante che rischia la galera di chi delocalizza in Bangladesh o fa affari con chi sfrutta dei poveracci non rischiando nulla, salvo incocciare in qualcuno che comincia a essere incazzato sul serio o sfrutta una situazione di disagio palese quando va a fare baldoria in un ristorante a tre stelle. Con tutto il rispetto per i morti, non vedo perché dovrei esibire il lutto come ha invece fatto la nazionale di calcio ieri sera a Bordeaux: forse è il caso di chiedersi cosa ci si va a fare in Bangladesh. O in Afghanistan, in Irak, in Nigeria, in Libia, in Turchia. Come Stato italiano, come imprese e anche come singoli: come si usa dire, mica l'ha ordinato il medico. E mentre il danaro circola liberamente ed è ovunque il benvenuto perché pecunia non olet, non è così per le persone. E noi occidentali non lo siamo in buona parte del mondo, e in quella di impronta musulmana in particolare: è ora di farcene una ragione e chiederci il perché, invece di cadere dal pero e magari accendere i lumini.

venerdì 1 luglio 2016

La pazza gioia

"La pazza gioia" di Paolo Virzì. Con Micaela Ramazzotti, Valeria Bruni Tedeschi, Valentina Cantarutti, Tommaso Ragno, Bob Messini, Sergio Abelli, Anna Galiena, Marisa Borini, Marco Messeri, Bobo Rondelli. Italia 2016 ★★★★+
Non sono un grande estimatore della commedia come genere cinematografico (l'apprezzo di più a teatro), e di quella italiana in particolare, forse perché un po' mi vergogno di come ci rappresentiamo, ma devo dare atto a Paolo Virzì di migliorare film dopo film, dopo le perplessità iniziali: le pellicole d'esordio, come Ovosodo o Baci e abbracci, le avevo trovate gradevoli ma non mi avevano entusiasmato più di tanto, e l'avevo considerato come un buon mestierante, al livello di Carlo Verdone, per intenderci. Con La prima cosa bella ho cominciato a ricredermi e dopo Il capitale umano ho avuto la conferma che abbiamo a che fare con un artigiano del racconto di valore assoluto e sono felice di dovermi smentire. Con "La pazza gioia" il regista torna in Toscana, non nella natìa ma tra Montecatini e Viareggio, dove in cima a una collina si trova Villa Biondi, una struttura di recupero privata per persone con problemi mentali, tra cui due donne che più diverse non potrebbero essere, speditevi su disposizione del tribunale: una, Beatrice, una contessa mitomane dalla loquela irrefrenabile, quasi renziana ma fortunatamente con accento nordico e senza aspirate, condannata per plurime bancarotte fraudolente, una Valeria Bruni Tedeschi sempre più convincente (in un gustoso cameo, nella parte della madre, la sua madre vera, Marisa Borini); l'altra Donatella, fragile, ragazza-madre tatuata, ex "cubista" in una discoteca, sedotta e abbandonata con un figlio avuto dal fetentissimo datore di lavoro, figlia a sua volta dell'ex pianista di Gino Paoli, un padre totalmente assente, e con una madre-megera che fa la governante a un vecchio generale nell'illusione di ereditarne le sostanze (Anna Galiena, che non guasta mai) e condannata per sequestro e tentativo di omicidio, secondo l'accusa, del figlio dato in adozione, nonché reduce da molteplici tentativi di suicidio, una Micaela Ramazzotti commovente per bravura, che conferma la prestazione de La prima cosa bella, di cui questo film segue in qualche modo le orme. Le due donne, che finiscono per fare amicizia completandosi a vicenda, approfittando di una lacuna nella sorveglianza, invecedi attendere il pullmino che dovrebbe riportarle alla "residenza" prendono al volo un autobus e da lì, non riuscendo a tornare alla base con altri mezzi, si concedono una piccola vacanza dandosi "alla pazza gioia", in una sorta di Thelma & Luoise" in chiave soft, dove vengono svelati i loro trascorsi e i retroscena dei loro cosiddetti disturbi, che altro non sono che la risposta adattativa a realtà troppo dure e volgari per due animi profondamente sensibili come quelli di Beatrice e Donatella, il cui unico vero problema e di essere "nate tristi" in un'Italia radiosamente stupida ed eternamente berlusconiana, come giustamente rileva Goffredo Fofi nella sua recensione. Che condivido in in due punti: l'invito a Virzì di sfrondare e di avere una punta di cattiveria in più magari rinunciando, aggiungo io, alla collaborazione con la cosceneggtaitrice Francesca Archibugi, il cui tocco si vede in alcune derive buoniste che si scorgono qua e là nei dettagli e in alcune scene fortunatamente secondarie, le quali si potrebbero, per l'appunto, tranquillamente tagliare. E ispirandosi a un altro grande toscano, Mario Monicelli. Comunque complimenti per la capacità di Paolo Virzì di unire dramma, farsa, osservazione attenta delle tipologie umane e di come queste si muovono nella realtà, e nella scelta degli interpreti, di cui una ce l'ha in casa ed è sua moglie, Micaela Ramazzotti. Finché si ispira a lei, non sbaglia.