lunedì 29 febbraio 2016

Lo chiamavano Jeeg Robot

"Lo chiamavano Jeeg Robot" di Gabriele Mainetti. Con Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Ilenia Pastorelli, Stefano Ambrogi, Maurizio Tesei, Francesco Formichetti, Daniele Trombetti, Antonia Truppo, Salvo Esposito, Gianluca Di Gennaro. Italia 2015 ★★★★½
Una bella, graditissima sorpresa: primo film italiano esplicitamente ispirato ai supereroi (nella fattispecie la serie anime giapponese tratta dal fumetto Jeeg Robot d'acciaio della seconda metà degli anni Settanta, anche se cinematograficamente si rifà a quelli Marvel: proprio martedì scorso è stata trasmessa su SKY Cinema l'ultima delle 8 puntate della prima stagione della magnifica serie Agent Carter), riesce a sopperire a un budget infimo rispetto ai colossal d'oltreoceano grazie alla scrittura agile e ironica, una sceneggiatura accurata e a un'ambientazione ruspante e con riferimenti azzeccati alla realtà e alle specificità nostrane, nonché alla regia encomiabile di Gabriele Mainetti, attore e appassionato musicista qui alla sua prima prova, ampiamente superata, nel lungometraggio. Vi era stato il precedente de Il ragazzo invisibile di Gabriele Salatores, di indirizzo più eterogeneo e più autoriale, e che non aveva ottenuto il successo che avrebbe meritato, mentre qui siamo decisamente nell'ambito del film di genere e questa pellicola dimostra che è possibile un cinema di puro e valido intrattenimento che pur essendo puramente fantasy sia ancorato alla realtà italiana e che regga il confronto con la produzione USA senza scimmiottarla o essendone la caricatura. L'eroe de noantri è Enzo Ceccotti, un borgataro di Tor Bella Monaca che vive di furtarelli che un giorno, sfuggendo all'inseguimento della polizia nel centro di Roma dopo uno scippo, si tuffa nel Tevere e per nascondersi finisce in un bidone di scorie radioattive: ne riemergerà cosparso di una sostanza bituminosa accorgendosi soltanto dopo una notte infernale, una volta rientrato nella sua "tana", di avere assunto dei superpoteri. Enzo è un autentico coatto, emarginato, solitario, e dopo essere sopravvissuto, grazie ai nuovi poteri, a una sparatoria in cui rimane ucciso un suo socio nonché vicino di casa, pensa inizialmente di usarli per fare soldi e, dotato di una forza sovrumana, scardina un bancomat. La scena, ripresa dalle telecamere di sorveglianza, diventa un video virale e, suo malgrado, Enzo diventa un mito in una città che, sottoposta a continui attacchi dinamitardi da parte di ignoti terroristi (in realtà la camorra napoletana che vuole mettere le mani sull'URBE, e il riferimento alla "Trattativa Stato-Mafia", per chi vuol intendere, è evidente), ha bisogno di eroi e certezze di fronte alla cronica inefficienza e impotenza dello Stato di fronte all'attacco della criminalità. Diventa altresì un mito, anzi lo incarna, per la ragazza del piano superiore, Alessia, la figlia del compare e socio della cui uccisione non è ancora corrente, che si convince che sia Jeeg Robot, serie che la assorbe completamente da quando vive in una realtà tutta sua dopo la morte della madre, e sarà lei, inizialmente respinta da Enzo, misogino che non ha mai imparato a comportarsi con le donne, a innescare man mano la sua presa di coscienza, dopo che ai DVD porno di cui si è nutrito finora sostituirà quelli della serie TV della ragazza, finendo per usare i suoi poteri a fin di bene. La nemesi di Enzo è "Lo Zingaro", un piccolo delinquente senza scrupoli, violento e paranoico, ossessionato dalla fama (da adolescente aveva partecipato a "Buona Domenica"), un cattivissimo che assume il ruolo di una sorta di Joker alla vaccinara epperò credibile nonostante tutto, perché non poi così lontano da personaggi che fanno parte della nostra realtà quotidiana, e che a sua volte riesce ad acquisire i superpoteri: lo scontro finale tra i due avverrà tra lo Stadio Olimpico e il Ponte Duca d'Aosta. Non svelo altro, ma conto su un seguito che senz'altro ci sarà, anzi: che deve esserci, perché "Lo chiamavano Jeeg Robot" è concepito come un vero e proprio prequel. Buona parte della riuscita del film è dovuta senza dubbio alla bravura di tutti gli interpreti, a cominciare da quelli principali: il mai abbstanza riconosciuto Claudio Santamaria, il cattivissimo e stralunato Luca Marinelli, la sorprendente e dolcissima Ilenia Pastorelli. Ancora Gabriele Mainetti e a tutto il suo gruppo e a presto per la prossima puntata!

venerdì 26 febbraio 2016

Il Consiglio d'Egitto (e di Libia, Iraq, Afghanistan) e di Guerra


1) Il capo dell Stato Sergio Mattarella (garante della Costituzione, e in particolare del suo articolo 11); il generale Rolando Mosca Moschini, già consigliere militare del presidente; 3) l'ilare ministro della Difesa Roberta Pinotti; 4) il capo di Stato maggiore Claudio Graziano; 5) il ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi (per conto di Confindustria); 6) il fantasmatico ministro degli Esteri Paolo Gentiloni (che si distingue per la sua invisibilità: Giulio Regeni sentitamente ringrazia dall'aldilà); 7) il fanfarone del Consiglio Matteo Renzi; 8) l'inqualificabile ministro degli Interni Angelino Alfano (anche la signora Alma Shalabayeva e la figlia Alua gli sono eternamente riconoscenti); 9) il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Claudio De Vincenti, già sottosegretario e viceministro allo Sviluppo Economico; 10) il ministro dell'Economia Giancarlo Padoan; 11) il segretario generale della presidenza della Repubblica Ugo Zampetti. 

Foto di gruppo alla riunione del Consiglio supremo di difesa riunitosi ieri a Roma per valutare la missione militare in Libia. Perché in Libia le operazioni previste sono sì di difesa, ma degli interessi economici e finanziari di cui sono incaricati questi impostori, a cominciare da quelli dell'Amico Americano
Si ringrazia l'Infografica del Corriere della Sera per aver dato un nome alle facce di merda riunite attorno al tavolo.

giovedì 25 febbraio 2016

Fuocoammare

"Fuocoammare" di Gianfranco Rosi. Con Samuele, Mattias Cucina, Samuele Carruana, Pietro Bartolo, Giuseppe Fragapane, Maria Signorello, Francesco Paterna, Francesco Mannino, Maria Costa. Italia, Francia 2016 ★★★½
Quanto mi aveva deluso e profondamente annoiato e a tratti irritato Sacro Gra, l'altro suo film che aveva vinto il Leone d'Oro a Venezia nel 2013, tanto mi ha convinto Fuocoammare, sia per l'argomento, sia per la sua semplicità, in netto contrasto con la sensazione di artificiosità che mi aveva lasciato l'osannato lavoro precedente, fermo restando che il suo modo di fare cinema non mi entusiasma. Anche "Fuocoammare" non è un film-inchiesta sensazionalistico, ma racconta, attraverso la vita quotidiana di alcuni abitanti di Lampedusa, questo lembo di terra africana di 20 chilometri quadrati appartenente all'Italia dove ormai da decenni si consuma, nella sostanziale indifferenza dell'UE e in buona parte del resto del nostro Paese, la mattanza dei fuggiaschi dal Sud del mondo in cerca di un futuro sul nostro Continente. E' quest'isola, abitata in prevalenza da pescatori, che fa da ponte, eroicamente, in questa gigantesca transumanza umana a bordo di barconi di fortuna coordinata in maniera scientifica da trafficanti di carne umana, moderni schiavisti. Rosi sfugge a qualsiasi sensazionalismo e ne descrive la vita da una doppia visuale: quella di Samuele, un adolescente che pur essendo nato e vivendo in un ambiente circondato dall'acqua, vive il mare come una sorta di fiaba avventurosa, attraverso i racconti di un parente pescatore, preferendo trascorrere il tempo libero dalla scuola in attività prettamente terrestri andando a caccia di uccelli con la sua amata fionda che si è costruito da sé, o immaginando di azionare un mitragliatore contraereo, e quella di chi si occupa a vario titolo dei fuggiaschi che approdano a Lampedusa, sia i poliziotti e i militari impegnati nel recupero dei disgraziati stipati su natanti marcescenti e abbandonati in mare, tra cui giganteggia, per la sua umanità, l'unico medico dell'isola, Pietro Bartolo, che pur avendo visto ogni tipo di orrore nel corso degli anni, soccorso migliaia di persone e sezionato centinaia di cadaveri ancora non è riuscito a farci l'abitudine ed è intriso di quell'antico sentimento di autentica pietas umana che del resto fa parte di tutta una comunità marinara di poche e meditate parole, che contrasta in modo eclatante con quella parolaia e sguaiata, oltre che bugiarda, dei petulanti, logorroici politicanti che ci governano, i quali si presentano sull'isola al solo scopo elargire promesse mai mantenute e farsi pubblicità elettorale. Può darsi che la coda di paglia da parte tedesca abbia contribuito alla conquista del Leone d'Oro all'ultimo Festival di Berlino, ma Fuocoammare merita di essere visto al di là di questo prestigioso riconoscimento.

martedì 23 febbraio 2016

Il caso Spoltlight

"Il caso Spoltlight" (Spotlight) di Tom McCarthy. Con Michael Keaton, Rachel McAdams, Mark Ruffalo, Liev Schreiber, John Slattery, Stanley Tucci, Brian d'Arcy James, Billy Crudup, Jamey Sheridan, Neal Huff, Paul Guilfoyle e altri. USA 2015 ★★★★★
Quando si incontrano il mondo del cinema ai suoi massimi livelli (sceneggiatori all'altezza, un cast scelto con estrema aderenza ai ruoli e degli interpreti pienamente credibili e in stato di grazia, una regia attenta e cronometrica, dei produttori coraggiosi) e una storia vera di giornalismo militante, ecco che il risultato di altissima qualità e intensità è garantito, l'impegno civile per una volta è assolto e il film diventa di quelli destinati a durare nel tempo perché sempre attuali e allora ben vengano gli Oscar a premiarne autori e collaboratori a tutti i livelli. Con l'avvento di internet il "Boston Globe" è in calo di vendite, e nel 2001 il nuovo direttore, Marty Baron, di origini ebraiche e giunto da Miami, quindi estraneo ai "giri" della città, decide di tonificarlo assegnando al gruppo di Spotlight, la "squadra investigativa" che lavora pressoché in segreto e appartata rispetto al corpo redazionale, composta da tre segugi agli ordini dell'esperto Walter Robinson (un immenso Michael Keaton, che dopo Birdman conferma di essere uno dei migliori attori in circolazione), il compito di indagare sugli abusi sessuali sui minori compiuti da sacerdoti dell'Arcidiocesi di Boston, una delle città statunutensi a maggiore percentuale di cattolici, sistematicamente coperti dalle massime autorità ecclesiastiche che hanno fatto di tutto per insabbiare i casi, da una parte spostando i responsabili da una parrocchia all'altra o mettendoli temporaneamente in malattia, dall'altra ingaggiando avvocati senza scrupoli per concludere accordi extragiudiziali con risarcimenti del danno ridicoli per assicurarsi il silenzio delle vittime. Nel corso delle indagini, i reporter di Spotlight, con l'aiuto di uno stravagante e burbero avvocato di origine armena, interpretato in modo superbo da Stanley Tucci, scoprono che i sacerdoti coinvolti non sono soltanto sei come sembravano all'inizio, ma novanta nella sola arcidiocesi di Boston di cui ne identificheranno con nome e cognome una settantina nonostante si scontrino con un muro di gomma eretto a vari livelli, un vero e proprio "sistema", non ultimo quello all'interno del giornale stesso, dove c' è chi ha contribuito scientemente a far stendere un velo pietoso sulla pederastia di parte del clero, e chi ha sottovalutato, per colpevole superficialità, la gravità dei fatti e il coinvolgimento consapevole e attivo della massima autorità ecclesiastica, il cardinale e arcivescovo Bernard Francis Law: lo ammetterà amaramente lo stesso responsabile di "Spotlight", caporedattore della cronaca locale ai tempi delle prima denunce sui casi di abusi, a metà degli anni Ottanta. La pellicola è centrata, a mio parere opportunanente, su quanto avviene all'interno del giornale, svelando in maniera precisa le dinamiche interne di un ambiente in cui vigono logiche particolari, e che sono sono simili in ogni parte del mondo, compresa l'Italia, dove però rimane pressoché estranea, da troppi anni a questa parte, la dimensione dell'autentico giornalismo d'inchiesta, salvo le debite e meritorie eccezioni. Il risultato è un film da vedere e che riconcilia col cinema USA. P.S.: il cardinale Bernard F. Law, dopo essere stato costretto alle dimissioni in seguito allo scandalo, nel 2004 venne "promosso" dal Giovanni Paolo II, nel frattempo beatificato da Santa Romana Chiesa, ad arciprete di Santa Maria Maggiore a Roma, incarico che esercitò fino al 2011. 

sabato 20 febbraio 2016

Perfetti sconosciuti

"Perfetti sconosciuti" di Paolo Genovese. Con Giuseppe Battiston, Anna Foglietta, Marco Giallini, Edoardo Leo, Valerio Mastandrea, Alba Rohrwacher, Kasia Smutniak. Italia 2016 ★★★
La cena tra amici di vecchia data che, fra un fraintendimento e l'altro, innestati da un gioco o da uno scherzo, si trasforma in un gioco al massacro è un tema già sfruttato dal nostro cinema che l'ha ripreso in primo luogo da quello francese e poi da quello USA, ma nessuno l'aveva declinato mettendo al centro il morbo che ha inesorabilmente colpito tutti o quasi i possessori di smartphone, che da un lato consentono di essere perennemente raggiungibili nonché collegati con i social network con cui si è creato ormai un rapporto di dipendenza tossico, dall'altro sono depositari di segreti spesso inconfessabili, delle scatole nere che possono finire per rivelarsi delle vere e proprie bombe a orologeria nel momento in cui cadessero in mani altrui. Ed è ciò che accade in una serata conviviale, con tanto di eclisse di luna, che vede riunite, in un attico con terrazza ai Parioli di Roma, tre coppie, due rodate e con problemi dovuti l'una a una figlia adolescente e ribelle, l'altra alla presenza della madre di lui; l'ultima di novelli sposi che hanno appena deciso di provare ad avere un figlio e infine lo "spaiato", reduce da un divorzio, e che non riesce a trovare né una relazione né un lavoro stabili: all'inizio della cena, la padrona di casa, un'analista alquanto nevrotica, propone a ognuno di mettere sul tavolo il proprio apparecchio e rendere pubblica qualsiasi comunicazione, si tratti di conversazioni, immagini  oppure messaggi. Inevitabile che il gioco finisca per svelare velocemente i segreti di tutti, cosa che mi guardo bene dal fare io per non togliere buona parte del divertimento, creando situazioni imbarazzanti quando non tragiche. Anche se condito in salsa italiana, ma mai eccessivamente romanesca e farsesca, il soggetto funziona a meraviglia, senza sbavature, e oltre a Genovese e altri quattro sceneggiatori vi hanno contribuito gli attori stessi, portando sé stessi e tutti perfettamente nella parte, con una nota di merito per Marco Giallini, il cui valore è finalmente stato riconosciuto, Valerio Mastandrea, mai sopra le righe e di rara sensibilità, Alba Rohrwacher e il grande Giuseppe Battiston, che in un film di tipo teatrale si trova ancora di più a suo agio. Cinema in un interno, due ore di dialoghi che non stancano mai, spassoso con punte esilaranti e però mai banale, con una sorpresa e una morale finale: siamo tutti frangibili, e l'amicizia sta proprio nel proteggere sé stessi e l'altro, di cui siamo proiezioni, dall'indicibile, che ci rivelerebbe, per l'appunto, dei perfetti sconosciuti. Complimenti.

mercoledì 17 febbraio 2016

In memoriam


“Verrà un giorno che l’uomo si sveglierà dall’oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo”. Filippo Giordano Bruno, Nola 1548, Roma 17 febbraio 1600

martedì 16 febbraio 2016

L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo

"L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo" (Trumbo) di Jay Roach. Con Bryan Cranston, Diane Lane, Helen Mirren, Louis C. K. Fanning, John Goodman, Michael Stuhlbarg, Aman Tudyk, Adewale Akinnuoye-Abgaye, Dean O'Gorman, Roger Bart, Davis James Elliott, Dan Bakkedahl, Laura Flannery. USA 2015 ★★★¾
Il genere biografico è sempre esistito al cinema, e con discreto successo, ma è negli ultimi anni che il biopic ha preso a impazzare, forse per mancanza di fantasia, al punto da inflazionarsi, ma ben venga quando raccontandone la storia poco nota rende onore a un uomo che ha combattuto e pagato per le sue idee, nel silenzio di tanti del suo mondo, che poi è quello dell'epoca d'oro di Hollywood. Dalton Trumbo, negli anni Quaranta, era uno degli sceneggiatori più contesi e pagati dalle mayor, ma con l'inizio della Guerra Fredda e della conseguente paranoia anticomunista nel 1947 venne inserito, assieme ad altri 9 attori e sceneggiatori, nella "Lista nera" per essersi rifiutato di rispondere alle domande persecutorie del Comitato per le attività antiamericane del Congresso e, condannato in appello, nel 1950 scontò 11 mesi di reclusione in un penitenziario del Connecticut. Perse tutto: il lavoro, la casa, gli amici, la vita sociale. Rinnegato dal suo ambiente, si adattò a scrivere sceneggiature sotto falso nome o arrangiarle clandestinamente: in questo consistette la sua vendetta, perché da un lato riuscì a sopravvivere, lavorando assiduamente e a ritmi forsennati (con abbondante supporto di whiskey e benzedrina),  dall'altro aiutò i suo colleghi in disgrazia organizzando un vero e proprio gruppo di lavoro in incognito, ma soprattutto non smise neppure per un momento di lottare per la cancellazione della famigerata lista e la libertà di pensiero e d'espressione, fondendo in un tutt'uno attività lavorativa e attività politica, nonché la pratica della solidarietà sociale, e la rivalsa fu vincere due Oscar sotto falso nome per le sceneggiature di Vacanze romane e La più grande corrida (che gli vennero riconosciuti molti anni più tardi). Fu riammesso nell'American Guild of Writers una volta riabilitato grazie a Kirk Douglas e a Otto Preminger che accreditarono i suoi soggetti rispettivamente di Spartacus e Exodus a suo nome, e in cui Trumbo si espresse nella sua specialità di trarre sceneggiature geniali da romanzi mediocri che contenevano però un nocciolo di storia degna di essere raccontata, entrambi film di gradissimo successo nonostante una campagna di boicottaggio capeggiata dalla giornalista  utrarepubblicana Hedda Hopper (una bravissima Helen Mirren) e appoggiata da attori reazionari come John Wayne e Ronald Reagan. Insieme all'ambientazione, è questa Hollywood dietro le quinte la parte forse più originale della pellicola, che svela molto della vera consistenza dei personaggi che si muovono negli studios e dintorni, senza dimenticare l'uomo con le sue manie e i suoi difetti, che ha potuto vincere la sua battaglia grazie soprattutto alla capacità di sopportazione eroica di una famiglia esemplare e solidale, la moglie Cleo e i tre figli: nonostante dopo la carcerazione si fosse chiuso in sé stesso riuscendo a comunicare sempre meno con essi, sommerso com'era da lavoro a ritmi folli, preoccupazioni e desiderio di riscatto, riuscì anche a rendersene conto e correggersi, per quanto possibile, e essere loro riconoscente. Buon film, fatto bene e convincente, da sola l'interpretazione di Bryan Cranston vale il biglietto e, con buona probabilità, a lui l'Oscar. 

martedì 9 febbraio 2016

Joy

"Joy" di David. O. Russell. Con Jennifer Lawrence, Robert De Niro, Bradley Cooper, Edgar Ramirez, Diane Ladd, Virginia Madsen, Isabella Rossellini e altri. USA 2015 ½
Come Quentin Tarantino, anche David O. Russell è giunto al suo ottavo film, ma la delusione è cocente pensando a precedenti come Three Kings, Il lato positivo e, soprattutto American Hustle. Con ogni probabilità il suo tocco surreale e lo sguardo sornione e disincantato non erano adatti a un film biografico sulla imprenditrice italoamericana Joe Mangano, l'inventrice del "Miracle Mop", una sorta di "mocio" che si strizza da solo e, in seguito a questo suo primo clamoroso, ma sudatissimo successo, di altri oggetti che hanno facilitato la vita domestica. Quel che ne viene fuori è una fiaba che, vista con occhi europei, risulta essere scritta e raccontata per bambini deficienti, per quanto alcuni spunti possano essere istruttivi da un punto di vista antropologico perché mostrano i meccanismi interni di una famiglia americana che, per quanto disfunzionale nella fattispecie, mostra parecchi tratti tipici, ma soprattutto ci ricorda ancora una volta su cosa si fonda il tanto decantato sogno americano, quello per cui ognuno, senza distinzione di razza (mah!), religione, condizione sociale ha la sua chance (in realtà una su diecimila, o giù di lì) di farcela a entrare nel Grande Business, insomma ad avere successo, e quindi fare soldi, ossia l'unica motivazione che anima questo Paese di alienati, fottendo allegramente il prossimo, perché in questo gioco tutto è più o meno lecito, e un sistema giuridico demenziale e fatto apposta per proteggere corporations e arricchire avvocati è lì a garantire la legge della giungla, o del Far West, che poi è lo stesso. Joy Mangano, giovane madre di due figli piccoli su cui pesano un marito da cui pure ha divorziato che alloggia nel sotterraneo che condivide col suocero (il quale lo detesta) e che non può vivere senza un rapporto sentimentale, una sorellastra che la odia, una madre rimbecillita davanti alle soap opera e una nonna che è l'unica che ne intuisce la creatività e intelligenza, ha rinunciato al college e ai suoi sogni per tenere in piedi questa sua grottesca famiglia allargata, fin quando non riscopre il talento che mostrava già da bambina nel costruire oggetti: inventa il "Miracle Mop", lo produce indebitandosi, riesce ad avere successo convincendo il proprietario di una grossa stazione di televendite a presentare lei stessa la sua creazione, viene invischiata in una storia truffaldina di brevetti e royalties e l'idiozia del padre e della sorellastra Peggy fanno il resto per metterla nei guai, ma alla fine ne viene fuori, in una scena finale quasi western, andando di persona a Dallas a discutere col tipo che ha tentato di fregarle l'idea e di frodarla convincendolo, in maniera del tutto improbabile e ridicola, a calare le braghe e a rifonderla lautamente. Insomma: non si può fare un film su un personaggio reale e facendo perdere completamente credibilità alla vicenda. Inoltre, nonostante una partenza scattante, il film si ammoscia quasi subito e dopo nemmeno 60 minuti (su 124) ero già lì a compulsare l'orologio (in quasi tre ore di The Hateful Eight non mi è capitato nemmeno durante l'intervallo). L'unico motivo per vedere questo film oltremodo palloso è Jennifer Lawrence, che lo regge da sola e si conferma ampiamente, mentre De Niro ormai è alla caricatura della caricatura di sé stesso, ossia del Jack Byrnes della serie Ti presento (i miei, i tuoi, i nostri...): per fortuna ci è stato risparmiato quell'idiota di Ben Stiller. Brad Cooper, con l'occhio perennemente sbarrato e l'aria leggermente stordita non fa più di tanti danni, mentre Isabella Rossellini è penosa e dobbiamo ringraziarla di non aver mai preso più di tanto sul serio la sua carriera di attrice. Insomma un'autentica patacca, per di più irritante, e tanto più grossa perché David O. Russell le sue qualità le aveva già mostrate in precedenza. Peccato.

domenica 7 febbraio 2016

The Hateful Eight

"The Hateful Eight" di Quentin Tarantino. Con Samuel L. Jackson, Kurt Russell Jennifer Jason Leigh, Walton Goggins, Demián Bichir, Tim Roth, Michael Madsen, Bruce Dern, Channing Tatum, James Parks, Dana Gourrier, Zoe Bell, Gene Jones, Keith Jefferson, Lee Horsley, Craig Stark, Belinda Owino, Bruce Del Castillo. USA 2015 ★★★★★
Ammetto di essere portatore di un pregiudizio positivo nei confronti di Tarantino: vado a vedere ogni suo nuovo film con il medesimo stato d'animo, emozionato ed entusiasta, con cui assisto da più di 45 anni alle performance dal vivo della Greatest Rock'n Roll Band in The World ("Ladies and Gentlemen: The Rolling Stones"), sempre con un sottofondo di timore che possa, alla fine, deludermi e non rispondere a delle aspettative che sono altissime, considerati i precedenti ma, come i Glimmer Twins e i loro compagni di strada, alla fine il buon Quentin non mi tradisce mai, tanto meno questa volta con "The Hateful Eight". E' una questione di sintonia: le sue storie sono raccontate con un linguaggio, fatto di parole, musica (niente meno che Ennio Morricone in questo caso), immagini, ritmo, contenuti, che sento mio: come se stessi interagendo con un parente stretto o con un amico di vecchia data con cui ho una vita e un modo di vedere le cose in comune. Più giovane di me di dieci anni, mentre gli Stones ne hanno una decina abbondante di più, anche Quentin Tarantino invecchia, e pure bene, insieme al sottoscritto e per me è rimane una certezza, di divertimento intelligente e, anche se sembra un paradosso, di sensibilità. E' stato osservato, giustamente, che il suo cinema diventa via via più esplicitamente politico: se in Inglorious Basterds aveva raccontato il nazismo utilizzando gli schemi del film bellico al contrario del politicamente corretto Soldato Ryan di Spielberg, nel suo primo western, Django Unchained, aveva preso di petto come nessuno mai il razzismo congenito della società statunitense, tema presente anche in questo film, insieme a quello del rapporto di una società palesemente alienata con la propria storia e la propria identità, quanto mai incerta, la sua avidità e miseria morale e le sue dogmatiche illusioni, e lo fa utillizzando il genere che più di ogni altro ha a che vedere col "mito fondativo" della nazione: ancora il western, riveduto in una versione giallo da camera chiusa. Rispetto a Django Unchained, siamo qualche anno dopo la fine della Guerra Civile, e la prima parte del film si concentra su una diligenza che percorre le lande innevate del Wyoming in direzione Red Rock, su cui John Ruth, un cacciatore di taglie che usa consegnare le proprie prede vive al boia, sta portando la sua preda, la spregevole Daisy Domergue. Lungo il percorso si ferma a dare un passaggio a un collega, il nero Marquis Warren, un ex maggiore nordista, che le sue prede preferisce convertirle in taglie da cadaveri, e poi anche all'effeminato Chris Mannix, un confederato rinnegato che dice di essere il nuovo sceriffo di Red Rock. Una tempesta di neve incombente li costringe a fermarsi all'emporio di Minnie, che però risulta assente e sostituita da un messicano, e dove si trovano altri tre personaggi che sembrano ospiti casuali e invece si scopre che stanno aspettando l'arrivo proprio di quella diligenza. A questo punto scatta inesorabile un meccanismo che può ricordare quello de Le iene, dove nessuno degli "odiosi otto" è davvero quel che dice di essere, in un gioco di inganni reciproci e successivi disvelamenti, in una prima fase essenzialmente verbali, in una seconda, dopo l'intervallo di 8' voluto espressamente voluto da Tarantino, e in seguito al virtuale riavvolgimento della pellicola che permette di mostrare e raccontare quanto avvenuto prima dell'arrivo della diligenza, con la resa dei conti a suon di pallottole e l'inevitabile e liberatoria "botta" finale". No spoiler, ovviamente, ma garantisco che il film fila via a tambur battente, grazie a una sceneggiatura che funzione come un cronografo ad alta precisione, inesorabile. Purtroppo ho visto la versione digitale, della durata di 167', mentre quella integrale, più lunga di 20', è stata girata da Tarantino in pellicola da 70 millimetri Panavision ed è vedibile in Italia nelle seguenti sale: L'Arcadia di Melzo (Milano), Il Cinema Lumiere di Bologna, Cinecittà Studios Teatro 5 di Roma. Una volta di più, grazie maestro!

venerdì 5 febbraio 2016

Dimmi con chi vai...

Matteo Renzi con l'amico e presidente egiziano Abd al-Fattah Al-Sisi a Sharm el Sheikh, marzo 2015
Da un'intervista rilasciata da Matteo Renzi all'emittente qatariota Al Jazeera nel luglio del 2015. Qui il video integrale nel suo immaginifico inglese
Leggo oggi sul sito on line de La Stampa (e viene strombazzato da tutti i GR e TG nazionali da ieri sera) che a proposito del ritrovamento del cadavere seviziato del giovane ricercatore e giornalista Giulio Reggeni il presidente del Consiglio Matteo Renzi "alza la voce" col presidente egiziano Al Sisi; insomma batte, come si usa dire, energicamente "i pugni sul tavolo" e in una concitata telefonata che avrebbe avuto luogo ieri pomeriggio chiarisce che "l'Italia rinnova la richiesta alle autorità egiziane di avviare immediatamente un'indagine congiunta con la partecipazione di esperti italiani" (una garanzia, visti precedenti come i casi Cucchi, Aldovrandi e Uva) aggiungendo la domanda che il corpo del ragazzo "sia al più presto rimpatriato in italia". Bene. Mi auguro soltanto che abbia la decenza di non presentarsi in Friuli alle esequie, dato che è lo stesso personaggio che in occasione del Forum economico di Sharm el Sheikh del marzo scorso ebbe modo di fare le seguenti dichiarazioni, riportate ai tempi da Repubblica, che certo non è un giornale che gli sia ostile. Magari qualcuno, oltre a me, potrebbe ricordarsene... La leadership di al-Sisi. Il premier ha aggiunto di apprezzare "la leadership di Abdel Fattah Al-Sisi. Questo vale anche per la crisi libica e siriana". Su al-Sisi ha proseguito: "Sosteniamo la sua visione, la sua lotta alla corruzione e il suo lavoro per la stabilità. L'Egitto può andare avanti in un processo di consolidamento istituzionale. L'Egitto affronta le crescenti minacce del terrorismo, rimanendo attaccati al rispetto della libertà. La stabilità dell'Egitto è la nostra stabilità, non soltanto per questa area del mondo. Apprezziamo la leadership e la sagezza di al-Sisi, soprattutto per quanto riguarda la Libia. Rinnovo l'impegno dell'Italia a lavorare con lei per portare avanti una soluzione alla crisi siriana e alla crisi libica". "La nostra amicizia è diventata la nostra partnership anche per l'economia - ha proseguito il premier italiano - l'Italia svolge un ruolo importante per l'Egitto nell'energia, nei trasporti, nel petrolchimico, nel sistema bancario. Ora è giunto il momento che la nostra presenza aumenti sia in termini quantitativi sia in termini qualitativi. Per questo dobbiamo combattere insieme contro i rischi dell'instabilità".  Renzi ha invitato al-Sisi in Italia per l'Expo 2015 e per la "discussione cruciale" sul futuro di quest'area. La minaccia terrorista. Il premier ha voluto "rinnovare l'impegno" a lavorare con le autorità del Cairo a tutti i livelli, in particolare nell'affrontare la comune minaccia del terrorismo. Quello in corso, secondo Renzi, "non è uno scontro di civiltà, ma la lotta del mondo civilizzato contro pochi estremisti che nulla hanno a che fare con la religione". In questo senso, il presidente del Consiglio ha ribadito che la necessità di trovare "insieme" una soluzione alle crisi in Siria e in Libia.: "Non c'è uno scontro di civiltà", per Renzi gli estremisti non rappresentano il mondo musulmano. "Il messaggio è che siamo forti, siamo più forti di loro, risoluti nel varare un luogo di pace, di libertà e prosperità per tutti. Questo è il messaggio di Sharm el-Sheikh", ha concluso.

martedì 2 febbraio 2016

La grande scommessa

"La grande scommessa" (The Big Short) di Adam McKay. Con Christian Bale, Steve Carrell, Ryan Gosling, Brad Pitt, Melissa Leo, Tracy Letts, Hamish Linklater, John Magaro, Byron Mann, Rafe Spall, Jeremy Strong, Finn Wittrock, Max Greenfield, Karen Gillan,Selena Gomez, Billy Magnussen, Al Sapienza. USA 2015 ★★★★
Geniale. Una pellicola, che non è propriamente un film e nemmeno un documentario e che riesce a tenere inchiodati davanti allo schermo per oltre due ore parlando (in maniera competente) di subprime, CDO, rating, e altri termini e acronimi cari al criptico linguaggio iniziatico della finanza, e spiegare meglio di mille articoli e convegni la vera sostanza purulenta di un sistema che si spacciava per indistruttibile e distributore di crescente e inarrestabile benessere, ha vinto la sua scommessa. Così come a suo tempo l'avevano vinta i diversi ed eccentrici personaggi che, sparsi da Wall Street alla California e passando per il MidWest, prima del crollo del 2008, avevano capito, chi attraverso complessi calcoli matematici, chi per mezzo di analisi sul campo, chi per "conoscenza dei suoi polli", chi per puro intuito ma tutti usando un sano buon senso, che la bolla speculativa sarebbe esplosa e che il conto, complice chi al governo sapeva perfettamente cosa bolliva in pentola, lo avrebbe come sempre pagato il cittadino comune, e quindi avevano puntato, in tempi non sospetti, le loro fiches sul crollo dei "derivati". La bravura di Adam McKay, che finora si era dedicato essenzialmente al cinema demenziale assieme al suo complice Will Ferrell, e degli sceneggiatori, consiste nel rendere digeribile una materia ostica, basandosi su un libro del 2010 dell'economista e scrittore Michael Lewis, facendola spiegare in maniera didascalica, nei suoi passaggi più difficili, da personaggi reali come lo chef Anthony Bourdain nella cucina del suo ristorante, Margot Robbie immersa in un bagno schiuma o Selena Gomez a un tavolo da gioco, e per l resto affidandosi all'interpretazione estremamente credibile di un cast omogeneo e che gioca di squadra: Christian Bale nei panni di un broker stralunato e ai limiti dell'autismo e Steve Carrell in quelli ci un banchiere illuminato e anti-sistema, che alla fine si "rassegna" alla speculazione pur rendendosi conto dei costi sociali del crollo del sistema finanziario, sopra tutti; onore al merito anche a Brad Pitt,nella parte di broker ritiratosi dalla scena per scrupoli morali  per dedicarsi alle coltivazioni e alle sementi naturali, qui anche nelle vesti di produttore. Altri film, a cominciare dall'ottimo Margin Call, avevano affrontato l'argomento, ma pur sempre in termini romanzati di vicende avvenute all'interno delle grandi banche d'affari, non di personaggi reali e con dati alla mano a sottolineare che quello dei subprime non è un incidente di percorso ma solo l'ultima delle manifestazioni nefaste di un sistema fraudolento che si autoalimenta e che per definizione non ammette controllo di chicchessia, meno che mai delle "autorità" che sarebbero preposte a farlo per difendere i diritti di chi ne è vittima. Riuscire a farlo attraverso un film adrenalinico come un rap (anche la colonna sonora è assolutamente adeguata), con un sorriso beffardo sulle labbra eppure con cognizione di causa e compiendo una meritoria operazione sia didattica sia etica, è un colpo da maestro. Un film di cui comprare il DVD non appena sia disponibile, da vedere e rivedere quando venisse qualche dubbio su come funziona il mostruoso sistema che ci sovrasta a livello globale.