sabato 31 gennaio 2015

Fottuti, felici e finalmente democristiani


Facile profezia, quella di Paolo Cirino Pomicino nell'intervista a Gian Antonio Stella sul CorSera di oggi: io lo dicevo già parecchio tempo fa, e l'ho scritto su questo blog, per esempio qui e qui. E il bello è che i gran geni della politica di scuola marxista-leninista, non solo quelli ormai minoranza nel PD ma anche quelli di SEL o dispersi altrove, maestri di strategie grandiose a tattiche astute quanto permeate di pragmatismo, con oggi sono definitivamente morti e sepolti. Contenti, e festeggiano pure le proprie esequie. Eppure è questa la gran bella notizia della giornata, oltre a quella che Sergio Mattarella non potrà che essere meglio di Giorgio Napolitano.

giovedì 29 gennaio 2015

Il nome del figlio

"ll nome del figlio" di Francesca Archibugi. Con Alessandro Gassmann, Valeria Golino, Micaela Ramazzotti, Luigi Lo Cascio, Rocco Papaleo. Roma, Italia, 2015 ½
Film esemplare della mancanza di idee del cinema italiano attuale e di come ciò che ne rimane funzioni, controllato com'è da una consorteria che non ha nulla da invidiare a "mafia-capitale" e che sempre e comunque è romanocentrica oltre che dominata dalla cricca intellettualoide, terrazzata e pseudoprogressista descritta con precisione chirurgica da Paolo Sorrentino ne "La grande bellezza" (e da cui il buon Nanni Moretti è fortunatamente distante anni luce: quando non ha niente di nuovo da dire, se ne sta defilato a Roma Nord). Consorteria a cui appartiene in tutto e per tutto Francesca Archibugi e che costituisce tutto il suo mondo e grazie alla quale riesce a girare i suoi film, tutti assolutamente autoreferenziali, innocui e patetici, degli album di famiglia di una precisa categoria appartenente alla generazione degli attuali cinquanta-sessantenni di cui pure faccio parte e che ben conosco, utili soltanto a illustrare la tipologia umana che fa più "tendenza" e che ha in mano la sorti (disastrate) del Paese: da questo punto di vista, "Il nome del figlio" è esemplare. Il film è il remake, in salsa capitolina, anzi: Appio-Tusconalana e con vista sul cazzo di "gazometro", di Cena tra amici, campione di incassi francese di qualche anno fa, che a sua volta era la trasposizione su grande schermo dell'omonima pièce teatrale di grande successo degli stessi autori e che ruotava attorno al nome "improponibile" (Adolfo in quel caso, Benito in questo) che un "padre in attesa" burlone faceva credere di voler dare al suo primogenito ai suoi amici e parenti più stretti riuniti a cena, e in particolare al suo cognato perbenista e de sinistra. A proposito della trama, rinvio a quanto scritto allora; qui l'Archibugi e il suo sceneggiatore, quel Francesco Piccolo che tanto desidera "essere come tutti", introduce la variante di alcuni flash back degli anni Settanta che vogliono spiegare gli attuali rapporti che intercorrono in questo gruppo di amici mai realmente cresciuti, alla luce della comune adolescenza in un contesto ugualmente romano, intellettual-sinistrorso e profondamente conformista e piccolo borghese, l'unico che la regista e il suo staff prendono in considerazione, eccezion fatta per la variabile impazzita, la borgatara semianalfabeta e proprio per questo diventata scrittrice di successo, futura madre del pargolo (una eccellente Micaela Ramazzotti, di cui viene proposto, come gran finale, anche il parto dal vero con tanto di taglio cesareo della primogenita, figlia anche di Paolo Virzì, tanto per restare "in famiglia"). Da questo punto di vista il film è istruttivo, perché mostra alla perfezione tic e modi di pensare di questa categoria di stronzi che in quanto tali restano sempre a galla, grazie anche a degli attori, tra i migliori attualmente in circolazione da noi, che li rendono perfettamente credibili: su tutti Luigi Lo Cascio nella parte del neo baroncino universitario, saccente, pedante, spocchioso, avaro e sanguisuga, che si appropria perfino dell'eredità intellettuale del suocero, un ex deputato ebreo e comunista, a scapito del figlio vero (e cognato) che da quell'opprimente figura paterna ha preso il largo per diventarne l'opposto. Insomma, una copia poco riuscita e in più pretenziosa che non ha la verve dialettica dell'originale (che voleva essere un puro divertissement) e abbonda dl luoghi comuni tutti nostrani, o meglio romaneschi: oltre alla già citata "vista con gazometro", ovviamente da una "terazza der Pigneto", l'immancabile scena italiota di ballo, stavolta con karaoke a base di "Ci sentiamo tra vent'anni" di Lucio Dalla. Ma il démi-monde della sinistra radical-chic è uguale dappertutto e questo film, più che prenderlo in giro, lo rappresenta.

martedì 27 gennaio 2015

lunedì 26 gennaio 2015

Velvet Terrorists

"Velvet Terrorists" (Zamatovi teroristi) di Péter Kerekes, Ivan Ostìrochovsky, Pavol Pekarcik. Con Stanislavo Kratochvíl, František Bednár, Vladimír Hučín, Amanda Nagyová, Marcela Bednárová, Iva Škrbelová. Slovacchia, Croazia, Repubblica Ceca 2013 ★★★½
Presentato al Trieste Film Festival che si è chiuso giovedì scorso, e in precedenza a quelli di Karlovy Vary e Berlino, questo dedicato ai "Terroristi di velluto" (parafrasando la Rivoluzione dell'89 che portò all'abbattimento del regime comunista nell'ex Cecoslovacchia) è un film inconsueto come i suoi "eroi", tre personaggi che rievocano un passato che hanno in comune: quello di essere finiti in galera, durante i primi anni Ottanta, accusati di atti di terrorismo. Nei tre episodi che compongono il mosaico, diretti in collaborazione fra i tre registi, i tre vengono filmati al giorno d'oggi mentre raccontano il loro passato e il loro presente, ripercorrendo azioni e luoghi della loro pratica terroristica: Stano, single, muratore con la passione della pesca, che sta cercando l'anima gemella attraverso inserzioni su siti internet, voleva fare saltare in aria il palco in cui si sarebbe celebrata la festa del 1° maggio nella propria città e racconta come si svolgeva la sua esistenza in una cella di due metri per quattro durante i cinque anni di prigionia; Fero, che possiede tuttora dei lampi di lucida follia negli occhi, sposato con due figli, tiene un corso accelerato ai due ragazzi su come guidare un'auto pronta per la fuga e di tiro al bersaglio alla moglie e va avanti tutt'oggi ad armeggiare con gli esplosivi: il suo progetto era di assassinare l'allora presidente Gustáv Husák ma i servizi segreti occidentali, che aveva tentato di contattare dalla Croazia dove era andato in vacanza assieme alla sua complice e fidanzata, non gli avevano dato corda, e ai tempi era stato arrestato perché aveva spedito un pacco-bomba, peraltro innocuo, alla locale sede del Partito Comunista; Vladimir, il più determinato dei tre, vive da solo per scelta perché convinto che non si debbano coinvolgere le persone vicine nelle proprie attività "coperte" e tiene corsi di sopravvivenza a una ragazza "dark" arrabbiata col mondo   quanto lo era lui in gioventù, finito in carcere per ben quattro volte dal 1971 perché faceva esplodere le bacheche infestate dall'onnipresente propaganda di regime. Tutto lascia pensare che i personaggi siano autentici e interpretino sé stessi, ma anche se fossero attori non avrebbe importanza perché tutto risulta altamente estremamente verosimile, con un risultato che va dal tragicomico al "reality", al documento storico con un tocco di surreale che non può mancare nella terra che fu di Hašek, Kafka e Hrabal, e dove prevale il piacere del racconto, ma non manca il tema dell'amore (sotterraneo e latente quanto potente nellpultimo episodio) e perfino del sesso, cui però non si fa nemmeno larvatamente accenno. Ma c'è, perché fa parte della vita. Un film curioso ed estremamente realistico, che riesca ad aprire una finestra sul passato e sul presente di Paesi molto vicini che sarebbe il caso di conoscere meglio.

venerdì 23 gennaio 2015

Deathaly


No future! Se rimane valido il detto per cui in Italia tutto accade prima a Milano, questo Paese è morto. Ne ho avuto la conferma ieri sera quando, lasciatomi convincere da un mio stretto parente, ormai milanesizzato a sua insaputa, a superare i miei pregiudizi da retrogrado irrimediabilmente ancorato al passato e quindi poco smart, mi sono deciso a visitare l'ultimo nato, da quel che ho capito, dei negozi, pardon, Concept Store, "Eataly", la catena creata da Oscar Farinetti, una specie di botolo ringhioso pieno di sé non a caso amico e tra i massimi sponsor di Matteo Renzi, in Piazza XXV Aprile a Milano, inaugurato la scorsa primavera. Emblematica la location scelta: il luogo della massima concentrazione dei modaioli di merda autoctoni e di importazione, nel cuore del primo quartiere di Milano "sanificato" già dagli anni Settanta dalla presenza storica della componente popolare indigena, deportata in periferia o nell'hinterland, quello di Brera/Garibaldi/Porta Volta, adattando alla nuova funzione commerciale e quindi stravolgendo la struttura di quello che fu fino a pochi anni fa il glorioso Teatro Smeraldo. Un obbrobrio pretenzioso, plastificato e vetrificato, sberluccicante e posticcio fino all'ultimo dettaglio, dominato da un lucore biancastro e da trasparenze che mettono in risalto e rendono ancora più sgargianti e inverosimili i colori di frutta e verdura esposti sulle bancarelle di un finto mercato nella improbabile "piazza" al pian terreno, mentre ai piani superiori, alle varie "botteghe" dei diversi settori merceologici, si accede tramite scale mobili o un ascensore trasparente. Sembra di essere capitati in un film di Tim Burton ambientato al Duty Free dell'aeroporto di Dubai, reso però, se possibile, più asettico e impersonale. La fauna che vi si aggira, attirata da un percorso esperienziale in chiave enogastronomica nell'eccellenza della produzione italiana, oltre ai puzzoni che hanno preso il posto della popolazione originaria del quartiere, è per la maggior parte quella tipica delle primarie del PD, quota immigrati dal Terzo Mondo esclusa, fedele lettrice di Repubblica e dei suoi inserti e pubblico affezionato dei vari Crozza, Fazio, Floris, Santoro e compagnia cantante, mentre non mancano shopaholics di varia provenienza ma tutti, va da sé, trendy: insomma la stessa che ha reso ormai infrequentabili delle istituzioni per ghiottoni e buongustai "alla mano" come il mercato della "Boquería" di Barcellona, tanto per fare un esempio. Sgomento, non ho resistito in questo tempio della fuffa sotto vuoto spinto più di un quarto d'ora, con la tentazione di affrancarmi dall'esperienza e infilarmi nel primo "Döner Kebab" o rosticceria indiana che avessi incrociato per sentirmi nuovamente a mio agio e tra i miei simili, a distanza di sicurezza dai mutanti che circolano là dentro. Una sola parola a compendio dell'"esperienza": imbarazzante. Per la sguaiatezza e la mancanza di buon gusto nell'esposizione dell'offerta: non c'è il minimo di finezza, la possibilità di un vago senso di una scoperta. Tutto è esibito e strombazzato, a cominciare dalla supposta filosofia del "chilometro zero" che sarebbe ispiratrice all'intera operazione (di puro marketing), una truffa che si rivela già in partenza a meno che non la si intenda come "annullamento delle distanze" perché basta andare sul sito internet per verificare che, a Torino come a Roma, a Bari come a Genova, a Piacenza come a Milano o quelli all'estero, gli Eataly propongono ovunque non solo la medesima formula, il ché fin qui ha una sua logica, ma gli identici prodotti e financo gli stessi punti di ristoro. Il trionfo dell'ostentazione, dell'"autentico finto" a prezzi da gioielleria (già sento l'obiezione: "ma ho visto delle arance a un euro al chilo come al mercato, e la pizza la mangi seduto e costa meno che fuori, e i panini sono meglio di quelli al bar, e poi è aperto fino alle 11 e io ho riunioni fino a tardi", come se i prezzi-civetta li avesse inventati il Farinetti), una tale trovata, anzi una fabbrica di eventi studiata a tavolino in cui si incontrano il provincialismo del Piemonte profondo e la megalomania del milanese "arioso", quello originario principalmente della Brianza, che ha soppiantato definitivamente gli autoctoni già ai tempi del "boom" degli anni Sessanta, non può che incontrare il favore di una piazza come questa e non ho alcun dubbio che l'Eataly all'ombra della Madonnina sarà quello che avrà il maggiore successo: il milanes 2.0, perennemente connesso con le ultime novità, è famoso per la sicurezza disinvolta con cui esibisce la propria inadeguatezza e ignoranza in terreni  che gli sono del tutto estranei come se le avesse inventate lui e non gli fossero invece servite su un piatto d'argento per farlo abboccare. E pagare. D'altronde Milano si è brianzolizzata, le sue mode, i suoi trend, rispondono all'estetica del brianzolo (la genia dei Berlusconi ne è un esempio preclaro, mentre sulla sponda sedicente opposta veleggiano Civati e i suoi emuli: basta andare dall'altra parte dei Bastioni e li si trova tra gli habitué dell'Anteo, tra cui abbondano gli stronzi insopportabilmente spocchiosi), in più, è contagiosa, così come lo è l'idiozia, e la sindrome colpisce invariabilmente entro breve tempo anche chi proviene da più lontano. La mutazione degli inurbati comincia con l'uso di mettere l'articolo davanti ai nomi (e cognomi) di persona, per poi prendere il vizio di esprimersi a diminutivi a sega (è meneghino l'inventore di "attimino") e far proprio il vezzo di troncare le parole a metà o anche meno e così risparmiare il fiato per sparare più cazzate in una volta sola: per cui dopo aver passato la giornata in "office", vecchi e nuovi milanes si trovano per l'ape al "Mage" e per smaltirlo poi vanno in pale a fare spin, fanno un salto a Roma sul Freccia, il pieno di benza al self e nel fine settimana piombano a Santa o a Courma a meno di non essere in tribu al Sansi col Gióva e il Giánca, mentre la Féde e la Frànci fanno un giro in Monte o alla Rina per via dei saldi; dotati della Fidelity d'ordinanza, massima aspirazione quella "Oro", fanno la spesa rigorosamente all'Esselunga, unica parola che pronunciano per intero in omaggio al Caprotti, forse perché inizia per "esse" come spandimerda e sboroni. Contagioso anche Eataly: in zona sono spuntati come funghi locali e ristoranti dai nomi e dalle proposte più assurdi a prezzi inavvicinabili, oltre ai consueti sushi nippocinesi in versione limousine. Tra le new entry mi sono rimasti impressi Sciàtt à porter e Wiener Haus il quale, come "original wienerschnitzel", propone una braciola di maiale con osso impanata, che c'entra con quella autentica quanto il "parmeggiano" Made in China con quello nostrano o la pizza di "Spizzico" con quella di Sorbillo. Niente di strano in una Milano che dagli anni Ottanta in poi si è bevuta anche l'anima, oltre a un terzo degli abitanti, dove quelli rimasti se in una trattoria chiedi una busecca o un rustin negàa ti guardano come se fossi un alieno, in cui risulta pressoché impossibile trovare una cassoeula e se hai la fortuna di poter ordinare un ossobuco con risotto appena discreto spendi una fortuna. Ma và a dà via il cù, e l'Expo con le sue mille luci, le proposte spettacolari e i suoi effetti mirabolanti deve ancora cominciare!




martedì 20 gennaio 2015

The Imitation Game

"The Imitation Game" di Morten Tyldum. Con Benedict Cumberbatch, Keira Knightley, Matthew Goode, Mark Strong, Charles Dance, Rory Kinnear, Matthew Beard, Allen Leech e altri. GB, USA 2014 ★★★★
E' curioso che questo film di impianto estremamente inglese di britannico abbia soltanto gli attori, in testa a tutti lo strabiliante Benedict Cumberbatch, mentre sono norvegese il regista, variamente continentali sceneggiatori e altri collaboratori fondamentali e statunitense il produttore: si potrebbe pensare a una certa coda di paglia nell'aver perseguitato per la sua omosessualità, quando, agli inizi degli anni Cinquanta era ancora un reato, uno scienziato fuori dal comune che ebbe un ruolo fondamentale nella sconfitta del nazismo: fu Alan Turing, matematico londinese, crittografo, precursore della moderna informatica, a inventare la macchina che permise di decifrare il codice Enigma, con il quale i tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale si scambiavano segretamente informazioni di cruciale importanza militare. Il film parte dall'interrogatorio che Turing, "pescato" nei bagni di un pub, subisce a opera di un funzionario di polizia di Manchester che negli archivi sul suo conto trova che sono sparite delle carte relative al periodo bellico, e opera con una serie di flash back che ricostruiscono gli anni in cui lo scienziato, geniale quanto caratterialmente problematico e ai limiti dell'autismo, lavorò per i servizi segreti inglesi, sotto la diretta copertura del MI6 e di Churchill in persona, capeggiando una squadra di crittografi e linguisti per carpire il segreto del nemico. Ne risulta una storia avvincente, dettata da una corsa contro il tempo, ma che è incentrata sulla questione che dà il titolo al film, quel "gioco di imitazione", o di specchi, fatto di doppiezze, inganni, travisamenti che non riguardano solo "Enigma" ma anche tutto il gruppo che lavora, sotto copertura, sul suo codice, e in particolare Turing, che a sua volta è costretto a celare la sua autentica natura. E' anche, se non soprattutto, un film sulla comunicazione, il campo in cui opera Turing e in cui, paradossalmente o forse nemmeno tanto, a livello personale è più debole, incapace com'è di trovare a sua volta i codici per interagire col prossimo, che assume vette drammatiche quando, scoperto come funziona Enigma, occorrerà ancora una volta fare delle scelte per forza anche tragiche, come selezionare quali informazioni utilizzare e quali volutamente no, mandando la massacro magari migliaia di soldati o vittime innocenti, pur di non insospettire l'altra parte di averne scoperto la chiave. Altro tema connesso è quello delle diversità e della parte che essa svolge nel determinare una particolare sensibilità che rende alcune persone, come Turing, eccezionali e capaci di fare o capire quel che è impossibile agli altri. Semplicemente prodigiosa la prestazione di Benedict Cumberbatch, che vale da sola il biglietto. Bel film.

domenica 18 gennaio 2015

Povero cocco

Non gioca più, se ne va. Offeso, ritiene inaccettabile il silenzio del partito, il PD, di cui è stato uno dei 45 fondatori, dopo il pastrocchio delle "primarie" liguri per nominare il candidato alla successione dell'attuale governatore Claudio Burlando, altro personaggio che, come il "cinese", ha percorso tutta la filiera che ha portato il "glorioso partito" che fu di gramscitogliattilongoeberlinguer a trasformarsi da PCI-PDS-DS nell'attuale socio di maggioranza di quel Patto del Nazareno che costituisce l'effettivo governo della repubblica. Se ne va, Cofferati, ma non del tutto: non lascia il seggio all'Europarlamento, a cui era stato eletto per il secondo mandato nelle elezioni del maggio scorso che,  con il 41% al PD (sul 57% dei votanti), avrebbero dato una pseudolegittimazione postuma come capo di governo a Renzi, che ne è il segretario. E' un tipo così, Cofferati. Che fa le cose a metà e non si prende mai tutte le responsabilità. Nel 2002, in seguito ai fasti della trionfale calata su Roma della Grande CGIL in difesa dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (definitivamente messo in soffitta dal PD), una buona parte degli allora DS contava su di lui, in vista della scadenza del suo incarico sindacale, per ridare vigore all'Ulivo, duramente punito alle politiche del 2001, ma il nostro eroe li deluse amaramente: invece di fare sentire la sua voce all'interno del partito e provare magari a scalarne la segreteria, si defilò salvo farsi cooptare e paracadutare a Bologna, per riconquistarne il Comune ripagando l'onta subita nel 1999 con l'elezione a sindaco del berlusconiano  Guazzaloca. Per la serie: "Ti piace vincere facile..." Lì fu vissuto come un corpo estraneo e si conquistò il soprannome di sceriffo, collezionando una serie di figure di merda memorabili, rafforzando al contempo la sua fama di persona arrogante, opportunista ma al contempo meschina: si guardò bene, per esempio, dal candidarsi contro
Formigoni nella Lombardia dov'è nato o contro Letizia Moratti nella sua città d'adozione, Milano. Si guardò altrettanto bene anche dal ricandidarsi a Bologna, il nostro Cuor di Leone, trasferitosi nel frattempo a Genova al seguito del suo nuovo amore, preferendo il confortevole scranno al Parlamento Europeo, assicuratogli dall'essere stato catapultato come capolista per il suo partito, il PD per l'appunto, nella circoscrizione NordOvest, 
dopodiché se ne sono perse le tracce, troppo occupato com'era con i pannolini da cambiare al nuovo erede, avuto a 61 anni, altro edificante caso di paternità senile. Adesso è caduto dal pero e si è fatto la bua. Poaréto, che pena che mi fa. 

venerdì 16 gennaio 2015

American Sniper

"American Sniper" di Clint Eastwood. Con Bradley Cooper, Sienna Miller, Jake McDorman, Luke Grimes, Kyle Gallner, Navid Negahban e altri. USA 2014 ★★★¾
La grandissima stima che nutro per Clint Eastwood, soprattutto nei panni di regista, mi porta ad avere un pregiudizio positivo nei confronti dei suoi film e delle aspettative, di conseguenza, molto alte: nel caso di "American Sniper" è con disappunto che devo riconoscere che siano andate in parte deluse. Intendiamoci: è un gran bel film, girato in maniera come sempre impeccabile, pulita, con lo stile scarno che lo contraddistingue e che lascia parlare i fatti, l'essenza delle cose. In questo caso si tratta di una storia vera, tratta dall'autobiografia di Chris Kyle, "The Legend", il cecchino più implacabile che l'esercito USA abbia mai avuto, con 160 bersagli centrati, quattro turni per un totale di oltre 1000 giorni in Irak, diventato a sua volta bersaglio numero uno di un nemico che, come ogni americano-tipo, è incapace di capire nelle sue motivazioni, imbevuto com'è di retorica nazionalista e animato da un patriottismo che rende ciechi. Il buon vecchio Clint è in tutto e per tutto un americano, conservatore e coerente, ma ha il pregio di non essere obnubilato e di non giudicare: lo ha dimostrato in altri film di guerra, come Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima, e anche qui è bravissimo a farne trapelare gli effetti devastanti in coloro che la combattono, intrappolati in un corto circuito da cui non sono capaci di uscire del tutto una volta rientrati nella vita normale. E' quel che succede a Kyle, che fino all'arruolamento a trent'anni nei Navy Seals, le forze speciali che proteggono i combattenti in prima linea, faceva il cow boy nel natìo e becero Texas, convinto per via della sua formazione famigliare del dovere di svolgere la sua missione di "cane pastore", date le sue prodigiose capacità di mira, in un mondo che si divide in pecore e lupi. Lo farà in maniera impeccabile, pur facendosi venire più di un dubbio, fino al rientro in patria e in famiglia, quando decide che è tempo di dedicarsi alla moglie e ai figli, cui nel frattempo è diventato quasi un estraneo, e agli altri reduci che però a differenza sua hanno subito traumi fisici irreparabili: ironia della sorte, finirà ucciso da uno di loro in un poligono di tiro, a 39 anni. La parziale delusione deriva da un effetto di dejà vu: le scene di combattimento (impeccabili) e le dinamiche personali sono estremamente simili a quelle di "Black Hawk Down" e soprattutto "The Hurt Locker" di Kathryn Bigelow, oltre al fatto che per me è impossibile provare vera empatia per un personaggio come The Legend. A colpire di più sono quelle che esprimono il disagio, lo straniamento del personaggio principale ogni qual volta rientra a casa dal suo turno di combattimento: la guerra gli si è scatenata dentro e non lo abbandona, ormai è l'unica dimensione che riesce a vivere e questo lo rende estraneo all'ambiente che lo circonda, e forse anche a sé stesso. Questa stolidità smarrita è espressa perfettamente dal protagonista, Bradley Cooper (molto somigliante peraltro al vero Kyle), e qualcuno ha detto che la grandezza di Clint Eastwood è dimostrata dal fatto di essere stato capace di farlo recitare; io preferisco pensare che il suo merito è di averlo scelto: recitare è un'altra cosa, e in tal caso è più efficace Sienna Miller nei panni della moglie. Insomma, un ottimo film, ma a mio parere non dei migliori del pur grande Clint. 

mercoledì 14 gennaio 2015

Big Eyes

"Big Eyes" di Tim Burton. Con Amy Adams, Christoph Walt, Danny Huston, Krysten Ritter, Jason Schwartzman, Terence Stamp e altri. USA 2014 ★★★
Il cinema immaginifico, a tratti surreale, fortemente espressionista di Tim Burton non è esattamente quello che prediligo, ma all'originale e spesso trasognato regista californiano va riconosciuto un talento innegabile dietro la macchina da presa e una capacità fuori dal comune di raccontare storie in forma di favole che toccano però sempre le corde più intime e in cui ci si riesce sempre in qualche modo a riconoscere. Lo fa in maniera delicata, a suo modo, ricostruendo meticolosamente quasi in forma di cartone animato un'America a cavallo dell'epoca felice a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta che già per sé stessa, in chi ne conserva alcune tracce nella memoria, assume delle connotazioni fumettistiche. Curiosamente, questa volta a essere trasposta nel mondo fantastico di Tim Burton è una storia vera, quella della pittrice Margaret Ulbrich, amica intima dello stesso regista, che dopo essersi separata dal primo marito, sola e con la figlia, raggiunse san Francisco e continuò, tra un lavoretto e l'altro, a dedicarsi alla pittura, che aveva per soggetto costantemente degli bambini, spesso trovatelli o poveri, dall'aria triste e inevitabilmente dotati di grandi, sproporzionati occhi che conferivano loro un'aria inquietante, oltre a essere di un cattivo gusto pressoché inarrivabile. In quanto tali, incontrarono inevitabilmente il favore di un popolo di bifolchi che notoriamente è del tutto privo di senso estetico, e godette di un immenso successo commerciale quando a prendere in mano di versante marketing della questione fu il secondo marito di Margaret, un mediatore immobiliare che millantava inesistenti trascorsi parigini nonché studi e capacità figurative mai possedute, il quale se ne assunse la paternità in quanto l'arte al femminile nel giro delle gallerie non veniva pressoché presa in considerazione. Le orride croste, prodotte in quantità industriali da Margaret, che viveva quasi segregata nel suo studio reso inaccessibile per non svelare il segreto, erano vendute col marchio Keane, il cognome del marito, che si occupava del loro lancio e delle pubbliche relazioni, e che fu un precursore di Warhol in quanto provvedete alla loro riproduzione in serie come poster: fu un successo travolgente. Ci vollero anni perché Margaret, di una dabbenaggine che rasentava l'idiozia, scoprisse che oltre ad appropriarsi, per i bene della ditta, della sua opera, il marito non possedesse nemmeno un briciolo di infarinatura in materia e perché, di fronte all'arroganza e alle richieste sempre più esose di Keane, che arrivò a minacciarla, si ribellasse, finché levò le tende una seconda volta e si trasferì alle Hawaii con la figlia. Lì prosegui la sua attività su scala più modesta, incontrò dei testimoni di Geova che la convinsero a dire la verità smascherando così il marito durante un processo che lui stesso aveva promosso nei suoi confronti per calunnia. Su tutti gli interpreti, complici di Burton e bravi nei loro ruoli, spiccano una Amy Adams che rende credibile l'ingenua e timida Margaret e Christoph Waltz, cui la parte del marito impostore, ipocrita, ambiguo e untuoso dà il destro di gigioneggiare a volontà per rendere il personaggio particolarmente sgradevole. Film luminoso, da colori fortemente contrastati, e dove dominano tinte sgargianti, risulta gradevole, divertente e con un fondo di vaga tristezza. Comunque godibile. 

lunedì 12 gennaio 2015

Vous êtes Charlatans

In due milioni in piazza dietro a costoro e nessuno che abbia contestato una classe di governanti impresentabile che andrebbe cacciata a furor di popolo e invece si trova legittimata grazie al lavaggio del cervello e alla manipolazione delle emozioni: è terrorizzante quanto l'estremismo islamico e il neonazismo arrembante.

domenica 11 gennaio 2015

Né dio, né stato



Condivido integralmente e quindi pubblico

Il vile attacco contro la redazione di  che ha lasciato a terra 12 vittime apre un nuovo capitolo della famigerata “guerra al terrore”.
Uno scontro dove, al di là della retorica dei neocon americani e dei loro tristi epigoni europei dalla, fallace Fallaci a Magdi Allam, la maggioranza delle vittime sono stati gli abitanti dei “paesi musulmani” e le  civili conquistate in secoli di lotta in occidente.
Non c’è dubbio che l’attacco commesso da islamisti, pista al momento più accreditata e probabile, alla sede del giornale satirico francese vada a favore di chi nella logica dello scontro di civiltà ci sguazza. E in questa logica ci sguazzano sia gli apparati industriali-militari occidentali, con il loro corollario di neo-burocrati della sorveglianza, che le componenti più reazionarie del mondo islamico, facciano esse parte del blocco di potere sunnita delle petromonarchie del golfo o parte di quella galassie di schegge impazzite e di soggetti più o meno autonomi, ivi compreso lo Stato Islamico o parte del blocco di potere Siro-Iraniano sciita o dei vanagloriosi sogni neottomani di Erdogan.
Questo dispositivo guerrafondaio potrà essere decostruito e ridotto all’impotenza, perchè è questo il compito storico che ci dobbiamo prefiggere, solo dalla costante mobilitazione in senso rivoluzionario degli sfruttati tutti, atta a superare nel più breve tempo possibile sia il dominio burocratico-militare degli stati occidentali che quello delle teocrazie musulmane. Solo l’internazionalismo di classe può opporsi in modo efficace alla marea montante delle guerre e dei presunti scontri di civiltà, che altro non sono che dispositivi atti a disciplinare il proletariato catturandolo in una spirale di guerra tra poveri a discapito dell’attacco alla rendita e alle classi dominanti.
I bastardi che hanno attaccato Charlie Hebdo, ammazzando anche dei compagni storicamente vicini al movimento anarchico, hanno attaccato direttamente una delle più importanti conquiste dei movimenti sociali dai tempi della presa della Bastiglia: la libertà di espressione, la libertà di camminare sulla testa dei re e degli dei.
E quindi tacciano gli osceni Le Pen, gli orridi Salvini, i deliranti Gasparri, gli ipocriti Renzi: voi con la libertà non avete nulla a che fare. Voi siete nemici della libertà al pari delle milizie daesh.
Il clericofascistume, francese o italiano che sia, avrebbe volentieri sparato su Charlie Hebdo, giornale svariate volte censurato dalle bigotte procure francesi e cresciuto nel clima libertario della fine degli anni sessanta. Quindi tacciano, gli ipocriti autoritari ed esercitino l’unica libertà che gli compete: quella di scomparire.
Taccia Hollande con la sua retorica sull’unità nazionale: voi che santificate il dio denaro delle borse, e tenete i “clandestini” fuori dalla fortezza Europa, dopo aver depredato i loro paesi d’origine non avete il diritto di parlare di libertà.
I molto materiali conflitti che si svolgono da oramai quindici anni nel medioriente si alimentano della macchina di propaganda dello scontro di civiltà. La classe dirigente europea e dei paesi del golfo, così come i capobastone delle bande islamiste, ha sulle spalle il peso di centinaia di migliaia di cadaveri. Quelli delle popolazioni strette tra il martello delle politiche imperiali atlantiste e l’incudine dell’islamismo radicale o delle politiche imperiali sino-russe e iraniane o siriane. I morti di Parigi sono come i centinaia di migliaia di morti di Damasco, Falluja, Cairo, Kabul, Grozny, Gaza, Kobane.
Il  dei bombardamenti NATO o Israeliani e il  delle piogge di missili scatenate da Hezbollah o dei GRAD tirati dall’IS su Kobane o delle autobombe di Al Quaeda sono speculari. Rientrano nella stessa logica di politica di potenza sulla pelle degli sfruttati.
E tacciano che gli imbecilli afflitti da demenza gauchiste senile che davanti a 12 morti, tra cui, lo ripetiamo, dei compagni, riescono solo a balbettare che Charlie Hebdo sarebbe un giornale antislamico. E quindi, coglioni? Siete forse ancora convinti che la religione sia la lacrima sulla faccia del mondo? Vi siete persi un secolo e mezzo di storia: la religione non è l’oppio dei popoli, è l’amfetamina delle masse. La dialettica di cui vi riempite la bocca non sapete manco dove stia di casa, persi come siete nei vostri giochini tatticisti ed egemonici da gruppettari.
Siete per caso convinti che il nemico del nostro nemico sia nostro amico? Siete davvero convinti che nell’Europa e negli States la discriminante sia essere musulmani o cristiani e non la collocazione di classe? Vi siete per caso persi le riflessioni sul ruolo dell’associazionismo religioso tra la popolazione immigrata nel tenere buone il proletariato delle suburbie parigine? Siete semplicemente stupidi o siete in malafede convinti di potervi accreditare presso le ipotetiche masse islamiche?
Ecco il risultato di decenni di terzomondismo riciclato che parla di popoli oppressi e non di classi sociali. Imbastarditevi pure con la borghesia sunnita o sciita. Fate finta di non ricordare il massacro della sinistra laica persiana messo in atto dai controrivoluzionari islamici. Scrivetela pure la vostra neostoria. Ma non pretendete che tutti caschino nelle vostre menzogne.
In questo momento i rivoluzionari anarchici turchi e curdi insieme alle comunità e alle milizie del KCK ci stanno mostrando quale è l’unico modo per dialogare con gli islamisti militanti: combattere senza tregua alcuna.
In questo momento non possiamo che stringerci a coloro che sono morti in questo vile attentato oscurantista e non possiamo che rilanciare il nostro impegno.
Il nostro impegno a sostenere tutti coloro che combattono contro le guerre del capitale.
Il nostro impegno a sostenere tutti coloro che combattono contro i reazionari islamici o cristiani che siano.
Il nostro impegno a sostenere tutti coloro che combattono contro gli sfruttatori, bianchi, rossi, neri o a pallini.
Il nostro impegno nel costruite un società libera, anarchica, laica e secolarista.
Perchè solo gli sfruttati potranno emancipare loro stessi, non le ipotetiche avanguardie.
Il capitale, le religioni, lo stato, i re saranno sepelliti, e sarà la nostra gioia, saranno le nostre risate a farlo.


La Redazione Collegiale di Umanità Nova

sabato 10 gennaio 2015

Parbleu!

François Hollande

Alla faccia dell'intelligence! In confronto, l'Ispettore Clouseau era un genio. Sono sempre più convinto che sia giunta l'ora di rivalutare il pensiero di Cesare Lombroso.

giovedì 8 gennaio 2015

Charlie It's Me!

Charlie Watts, another Old Rolling Rock

Siamo alle tragicomiche. Mentre il cretinismo "social" impazza, traducendosi in una logorrea collettiva e globalizzata oltre che nella desertificazione della ragione, pochi si pongono alcune elementari domande. Com'è possibile che nel pieno centro della capitale di un Paese ad alto rischio abbia totale libertà di azione un commando (di due persone) che agisce con tutta calma (come si è potuto apprezzare dai filmati ritrasmessi migliaia di volte nella giornata di ieri) colpendo un obiettivo ultrasensibile come la sede di "Charlie Hebdo", già oggetto di un assalto quattro anni fa, "difeso", si è visto con quale efficacia, da due poveri cristi in divisa che ci hanno lasciato la ghirba? Dopo aver eseguito una vera e propria fucilazione collettiva all'interno della redazione (va ricordato: una delle più scomode in assoluto al mondo, oltre che irriverenti e critiche col sistema e con ogni ideologia), i due individui, inneggianti Allah, in tuta da combattimento e armati fino ai denti con tutto comodo hanno ingaggiato una seconda sparatoria per strada, mentre l'automobile con cui sono fuggiti attendeva in mezzo alla carreggiata con le portiere aperte: uno degli assassini ha perfino avuto il tempo di raccogliere una scarpa che aveva perso. Il tutto sotto gli occhi di centinaia di videocamere che ormai monitorano costantemente ogni metro delle nostre città. Mezz'ora dopo il fatto arriva sul luogo, tutto impettito, il miserabile cretino che i francesi hanno eletto presidente della Repubblica ad affermare piccato che nei giorni precedenti erano stati sventati altri attentati e nessuno dei solerti cronisti, che pure dovrebbero sentire qualche moto di solidarietà nei confronti dei loro colleghi massacrati, che chieda a questo pagliaccio imbellettato di fornire le prove di quel che sta blaterando e come mai la sede del giornale fosse così scarsamente protetta. Mi limito a questo. Qualche "social-cretino" nei suoi deliri è arrivato ad affermare che è colpa del Mossad, altri a gridare al complotto. Non sono tra questi ultimi però, memore di quanto accaduto col cosiddetto terrorismo rosso e nero in Italia, sono incline a pensare a delle connivenze se non complicità o, in altri termini, all'uso strumentale dell'utile idiota di turno. Fa troppo comodo a tutti, ai fan dell'Isis come ai paladini del nostro occidentale "way of life": seminare la paura, distrarre l'attenzione e indurre a posizioni manichee è funzionale a creare un clima di guerra, di eterna emergenza e farla diventare un'abitudine, giustificando così misure estreme, di sicurezza ed anche di altro genere, economico ad esempio, o relative alla libertà d'espressione (ricordo anche di recente l'uso a sproposito del termine "eversivo" riguardo ogni manifestazione di dissenso, perfino riferito a un voto parlamentare). Con questi chiari di luna, non mi stupirei che passasse inosservata la firma, a titolo di esempio, del famigerato trattato TTIP, di cui nessuno parla. Sono un malpensante? Può darsi, ma ditemi un motivo per cui dovrei bermi tutte le stronzate che ci vengono propinate quotidianamente a dosi da cavallo. I redattori di Charlie Hebdo che oggi vengono ipocritamente pianti come eroi non ci sarebbero cascati e non si sarebbero uniti al coro. Di questo sono certo.

mercoledì 7 gennaio 2015

Il ragazzo invisibile

"Il ragazzo invisibile" (The Invisible Boy") di Gabriele Salvatores. Con Ludovico Girardello, Valeria Golino, Fabrizio Bentivoglio, Noa Zatta, Christo Jivkov, Xenia Rappaport e altri. Italia, Francia 2014 ★★★★
Ho sempre ammirato molto la capacità di Gabriele Salvatores, fin dai suoi esordi teatrali (fu lui, assieme a Ferdinando Bruni, a fondare nei primi anni Settanta il mai abbastanza lodato Teatro dell'Elfo di Milano), di raccontare una storia in maniera lineare, in modo comprensibile a chiunque, senza abbandonarsi a masturbazioni mentali e diventare indigesto, metterla in scena con grande semplicità, affrontando senza timore generi diversi, possibilmente mischiandoli: ha vinto la scommessa anche questa volta, confezionando un film che si ispira ai supereroi dei Comics USA adattandoli a misura di adolescenti nostrani. Non solo del giorno d'oggi, ma si potrebbe dire di ogni tempo, perché ciascuno di noi può ritrovarsi in qualche modo nei panni dei vari personaggi e nelle situazioni in cui si vengono a trovare. Il protagonista è Michele, un ragazzino di una dozzina d'anni, figlio di una poliziotta rimasta vedova, la sempre brava Valeria Golino, in piena crisi di crescita: non particolarmente bravo a scuola né versato negli sport, in più segretamente innamorato della compagna di classe Stella, che non sembra accorgersi di lui; per questi motivi è vessato dai bulli della scuola, in particolare due, Brando e Ivan, su cui si abbatterà la sua sottile vendetta quando, dopo una festa di Halloween conclusa con la sua fuga, scoprirà di essere in possesso del super-potere di diventare invisibile. La prima volta se ne accorge per caso, man mano poi si impadronisce della tecnica per diventarlo a comando, anche dopo aver incontrato alcune persone che gli faranno capire i motivi di questo prodigio: l'appartenere a una categoria di uomini speciali, discendenti da persone sopravvissute a radiazioni che hanno origine negli esperimenti condotti durante la Guerra Fredda a Est della Cortina di Ferro e che hanno sviluppato delle mutazioni. La vicenda si svolge sull'inconsueto sfondo, per il nostro cinema, di una bellissima e luminosa Trieste autunnale e si sviluppa, di fatto, come una storia di formazione, in cui vengono affrontati tutti i dubbi tipici della adolescenza, fase di trasformazione come nessun'altra: sulla propria identità (e quindi visibilità agli occhi degli altri) e dimensione, su ciò che vero pure falso, giusto  o no. Non occorrono mirabolanti effetti speciali all'americana per suscitare la sorpresa, né un'accelerata spasmodica sulla velocità dell'azione per renderla comunque tesa, e il tutto contribuisce a rendere verosimile anche una sorta di fiaba moderna come questa. Sempre gradito vedere Bentivoglio che si divide in due, nei panni di uno stralunato psicologo della polizia che fa al contempo il doppio gioco, ed efficaci anche gli altri giovani interpreti, ma la riuscita del film si deve a mio parere proprio allo sguardo di Salvatores che ha sempre conservato qualcosa di infantile, giocoso, candido anche a sessanta e passa anni, e che riesce sempre a comunicare queste caratteristiche proiettandole sugli spettatori. Una certezza. 

lunedì 5 gennaio 2015

Pride

"Pride" di Matthew Warchus. Con Bill Nighy, Imelda Staunton, Dominic West, Paddy Considine, George MacKay, Joseph Gilgun, Faye Marsay, Andrew Scott, Ben Schnetzer, Chris Overton, Freddie Fox, Jessica Gunning. GB 2014 ★★★
A trent'anni di distanza, un film che rievoca in maniera briosa, scanzonata, ironica, un pizzico di moralismo e con una buona dose di luoghi comuni tipici della commedia popolare inglese, il tutto politically correct, uno dei rari aspetti positivi della lunga lotta dei minatori inglesi contro il governo di Margaret Thatcher e sfociata nella loro sconfitta: la solidarietà attiva portata alla loro causa dal movimento gay, che li vedeva alleati contro un nemico comune, ossia un sistema che era in guerra contro di loro. Sappiamo come è finita: l'inizio della fine dell'epoca de diritti dei lavoratori, non solo in Gran Bretagna ma su scala continentale, con la loro sostituzione, a mo' di specchietto delle allodole, e più formalmente che sostanzialmente, con il miraggio di quelli civili e individuali. La, sceneggiatura, agile, professionale ed efficace, prende spunto dall'iniziativa del gruppo LGSM, (Lesbians and Gays Support The Miners), nato in una libreria alternativa di Londra, di raccogliere fondi per sostenere la comunità di un villaggio della zona mineraria dei Brecon Beacons, nel Galles meridionale, che inizialmente crea imbarazzo e perplessità tra sindacalisti e lavoratori e le loro famiglie ma si risolve poi, complici balli sfrenati (una comune passione) e la conoscenza personale che abbatte i pregiudizi, dopo una serie di visite nelle rispettive realtà, in una sorta di adozione reciproca, tanto che saranno i minatori gallesi ad aprire, nel giugno del 1985, il Gay Pride di Londra, tre mesi dopo un referendum che decretò, per una manciata di voti, la fine della loro lotta (e del movimento operaio inglese). Il film è grazioso, gli interpreti azzeccati per rendere simpatici i diversi personaggi, realmente esistiti e adeguatamente romanzati, che animano la vicenda: in qualche modo consolatoria, ma d'altra parte è oggi inutile piangersi addosso. Inevitabile, per chi quei tempi li ha vissuti e se li ricorda bene, un attacco di nostalgia (e su questo terreno chi ha prodotto la pellicola vince facile); più utile, per i più giovani, rammentare che una lotta di lunga durata (51 settimane) c'è stata e la solidarietà umana un valore fondamentale, anche e soprattutto nella sconfitta, e che per arrivare alla comprensione dell'altro, che è tutt'altra cosa dell'accettazione o, peggio la tanto declamata tolleranza, occorre mettersi nei suoi panni. 

giovedì 1 gennaio 2015