martedì 30 settembre 2014

Degeneration Gap: il trionfo dello Stronzie


Devo ammettere che è con una certa soddisfazione che assisto alla definitiva e da me auspicata disintegrazione del PD, ultima reincarnazione del PCI-PDS-DS, concentrato di ipocrisia, arroganza, cinismo, autoritarismo, ambiguità nonché inettitudine travestito, per gli ingenui che se la bevevano, da paladino, anzi: strumento politico necessario per la realizzazione dell'ideale che l'aveva (forse) ispirato nel lontano 1921. La definitiva democristianizzazione che sta portando alla sua giusta fine non è che l'ultima, logica conseguenza del togliattismo che l'ha afflitto pressoché dalla nascita, e che è stato l'essenza, nella forma italiota, del fu sedicente partito marxista e della classe operaia. Accolgo quindi con gioia l'esito del voto della Direzione del PD sulla mozione relativa al Jobs Act, non solo perché conferma, andando oltre le mie più rosee previsioni, che Renzi riuscirà a distruggere il PD, ma anche perché rappresenta un atto di giustizia. Perché questo è ciò che si meritano gli esponenti della cosiddetta "minoranza de sinistra", capaci perfino in quest'occasione di spaccarsi al loro interno, e in particolare i due suoi leader più "prestigiosi" (e per questo nocivi per la comunità intera): Perluigi Bersani e il suo vate Massimo D'Alema. 
E, con loro, chi si è ostinato per decenni a sostenere e votare il partito (e i suoi pendant) di cui sono espressione. Matteo Renzi, con tutto il suo corollario di ministre cheerleader e la miracolata corte di consiglieri e collaboratori, è figlio loro, risultato del fallimento su tutti i fronti di un'intera generazione. O almeno della parte vincente (e "dirigente"), dagli anni Ottanta in qua, della generazione, la mia, dei baby-boomers: perché questo vale non solo per la politica (destra o sinistra, se le definizioni hanno ancora un senso, non importa), ma per tutto il resto, dalla scuola, alla cultura in generale, allo sport, alla musica: a riprova, lo stato in cui si trovano. Cresciuta nel mito dell'antifascismo di facciata, retorico e parodistico, non è tuttora in grado di riconoscere la tara ereditaria dell'autoritarismo là dove si annida da sempre: non solo e non tanto nelle istituzioni quanto in sé stessi, perché è questa l'anima immutabile della Terra dei Cachi (di cui non a caso il fascismo fu l'unica invenzione politica originale). Anche per ciò è stato godurioso assistere alle esibizioni di Bersani e D'Alema ieri: la stantia querelle sull'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, in sé inutile, è soltanto uno specchietto per le allodole (più serio sarebbe occuparsi non solo del lavoro che manca ma anche, se non soprattutto, della sua qualità e contenuto, invece di dissertarne a vanvera) perché la materia del contendere, se così si può dire, è tutt'altro, ossia la gestione "autoritaria" del partito da parte del suo attuale  segretario; così come per il buon De Bortoli, la questione non è il contenuto delle "riforme" del Governo Renzi bensì il suo modo di agire e comportarsi di questo personaggio insopportabile, insomma la forma più che la sostanza. Sentire parlare di "metodo Boffo" e di gestione autocratica da parte di due teorici e praticanti del centralismo democratico è stata musica per le mie orecchie che hanno provato piaceri dimenticati, e per quest'oggi mi basta, in attesa della prossima puntata: le ultime notizie dal mondo pentastellato, peraltro silente in attesa dei fuochi d'artificio al Circo Massimo, danno una ripresa dell'attività profetica di Gianroberto Casaleggio che predice la sparizione dei giornali in Italia entro il 2027, ma visto l'andazzo potrebbe verificarsi prima quella dell'amico Segretario, che di recente aveva paventato la scomparsa del sindacato confederale, di cui è dirigente, prima di raggiungere, nel 2024, l'età pensionabile...

domenica 28 settembre 2014

Pasolini

"Pasolini" di Abel Ferrara. Con Willem Dafoe, Ninetto Davoli, Riccardo Scamarcio, Adriana Asti, Giada Colagrande, Valerio Mastandrea, Maria De Madeiros e altri. Belgio, Italia, Francia 2014 ★★★★
Film biografico su Pier Paolo Pasolini, di cui Abel Ferrara sceglie di raccontare l'ultima giornata di vita prima di essere assassinato sulla spiaggia di Ostia, ormai 39 anni fa, si basa strettamente sui fatti avvalendosi da un lato di una splendida fotografia che mette in risalto un'ambientazione, concentrata sugli interni, estremamente fedele, e dall'altro dell'ottima prestazione di un cast di attori ben assortito e verosimile anche nella somiglianza fisica ai personaggi che interpretano: non solo Dafoe nei panni dello scrittore friulano-bolognese, ma anche la Asti in quelli di Susanna Colussi, la sua adorata madre; la Colagrande in quelli della nipote e segretaria Graziella Chiarcossi; Mastandrea in quelli del cugino Nico Naldini e la De Madeiros in quelli dell'amica Laura Betti. Anche l'altro amico e attore feticcio di Pasolini, Ninetto Davoli, non interpreta sé stesso bensì Eduardo De Filippo in un film-fiaba, Porno-Teo-Kolossal, che lo scrittore aveva in progetto di girare, mentre è Scamarcio a interpretare il Davoli attore pasoliniano, in una delle scene più intense: quando il regista, prima di partire per il tour notturno che lo avrebbe portato alla morte, cena con Ninetto e la sua famiglia da "Pommidoro", nel quartiere di San Lorenzo, glie ne illustra, visivamente,  la trama aiutandosi con appunti e disegni. La pellicola inizia con Pasolini alle prese del montaggio finale di "Sodoma e le 120" dopo il furto di alcune bobine, e un'intervista per la televisione francese, e di rientro a Roma da Stoccolma dopo aver presenziato alla pubblicazione de "Le ceneri di Gramsci" in svedese e prosegue col risveglio, la mattina del 1° novembre del 1975, nella sua casa all'EUR con un bacio della madre al suo "Pieruti", una giornata "normale" nella vita dello scrittore, che dopo il caffè e la lettura del "suo" Corriere della Sera si dedica al romanzo che stava scrivendo (l'incompiuto "Petrolio") di cui Ferrara rende filmicamente alcune scene come ritiene le possa avere pensate l'autore: e qui abbiamo un altro film nel film oltre a quello precedente, a rendere in parte immaginifico e visionario il racconto di quell'ultimo giorno di vita peraltro basato su fatti assodati; segue un pranzo in famiglia, cui si aggiunge la visita dell'amica del cuore e concittadina Laura Betti; l'intervista rilasciata a Furio Colombo, che allora lavorava a "La Stampa", infine la cena con Davoli di cui sopra fino all'incontro con il "ragazzo di vita" Pino Pelosi e la puntata al Lido di Ostia dove Pasolini trovò la sordida e tragica fine che il film ricostruisce in base ai fatti accertati in giudizio e che tanti dubbi suscitarono all'epoca. Non è questa la sede per fare considerazioni sulla figura di Pasolini, di cui questo Paese, e non solo, è orfano e del cui sfacelo, come quello dell'uomo reso unidimensionale dal consumo e dall'onnipotente mercato, questo artista sensibile, colto, poliedrico e lungimirante fu inascoltato e acuto profeta, quanto sul film che gli dedica Abel Ferrara: a mio parere riuscito e di ottimo livello, fatto con amore, rispetto e conoscenza di chi e di ciò che si parla. Pur essendo statunitensi, sia il regista sia Dafoe, che ha interpretato Pasolini tanto intensamente, hanno letto e provato a capire quanto egli scrisse e disse, a differenza di tanti che questo film hanno criticato negativamente senza nemmeno avere letto una delle "lettere luterane" o degli "scritti corsari" pubblicati nei primi anni Settanta sul CorSera: difficile apprezzare un film su un personaggio complesso come Pasolini ignorandone l'opera. Grazie quindi ad Abel Ferrara per aver avuto il coraggio di cimentarvisi e di ricordare un personaggio così importante quanto controverso. 

venerdì 26 settembre 2014

La Merde dell'Italy a Detroit

Visita del premier allo stabilimento Fiat-Chrysler

Renzi da Marchionne a Detroit: "Più che poteri forti ci sono pensieri deboli"

Sulla riforma del lavoro il premier assicura: "Non vedo rischio spaccature nel Pd In Italia". L'amministratore delegato del Lingotto assicura il suo sostegno: "Continuiamo ad appoggiare le riforme di Renzi" e sottolinea "L'Italia è da ricostruire, l'agenda che ha davanti il premier è enorme"


Renzi a Detroit: "Distruggeremo i pregiudizi sull'Italia"

Il presidente del Consiglio incontra i lavoratori di Fiat Chrysler e si dice ottimista sull'Europa nel futuro. "La nostra - in riferimento all'azione di governo - è una battaglia contro i gufi", ossia contro quelli che dicono che le cose vanno male


(Fonti RAI-News / Istituto LUCE - Approvazione MinCulPop)

mercoledì 24 settembre 2014

Anime nere

"Anime nere" di Francesco Munzi. Con Fabrizio Ferracane, Marco Leonardi, Peppino Mazzotta, Giuseppe Fumo, Aurora Quattrocchi, Anna Ferruzzo. Pasquale Romeo, Vito Facciolla e, immancabilmente, Barbora "Prezzemolo" Bobulova. Italia, Francia 2014 ★★★★½
Gran bel film sotto tutti i punti di vista: la storia che racconta, una faida famigliare di n'drangheta (che io ricordi una delle mafie più neglette in campo cinematografico); una fotografia cupa che sottolinea il lato tragico della storia; una sceneggiatura solida; un ritmo perfetto; un lavoro di cesello sui personaggi; una serie di interpretazioni misurate ed estremamente efficaci (tranne in un caso, su cui tornerò); una fotografia memorabile. Ad Africo (paese dell'Aspromonte che diede il titolo a un bellissimo libro di Corrado Stajano più di trenta anni fa che ne raccontava vicende che vi erano accadute) l'adolescente Leo reagisce a una provocazione del clan rivale mandando in frantumi, con una fucilata a pallettoni, la vetrina di un bar, e poi raggiunge a Milano lo zio Luigi , il più giovane e intraprendente di tre fratelli, che viaggia per l'Europa trafficando in cocaina. Lì si è sistemato anche Rocco, un altro zio, che opera in campo edilizio e finanziario (il film non lo dice ma il rimando a Expo 2015 è nei fatti), perfettamente integrato in quella che fu la "città da bere" e oggi da depredare, mentre ad Africo è rimasto il padre di Leo, Luciano,  disprezzato dal figlio per la sua remissività, che si occupa degli animali, del podere e delle memorie ci famiglia. L'impresa di Leo viene riportata ai due zii, e Luigi lo riaccompagna ad Africo, dove il suo ritorno scatena una faida senza esclusione di colpi e che non lascia scampo a nessuno, riservando però un finale a sorpresa (ma credibile nell'ambito del racconto) che, in questo caso, non è opportuno rivelare. Oltre a una regia sicura sono da sottolineare le prove di Marco Leonardi (Luigi), che ricorda un Claudio Amendola giovane e assai meno caricaturale; l'ottimo Peppino Mazzotta (Rocco, già ispettore Fazio nella serie "Montalbano"), il bravissimo Fabrizio Ferracane (Luciano) e il giovane Giuseppe Fumo (Leo); straordinaria l'interpretazione della madre e nonna Aurora Quattrocchi mentre rimane inspiegabile, per me, l'ennesimo ingaggio di Barbora Bobulova, con decine di attrici italiane, anche di origine settentrionale, che avrebbero potuto interpretare in modo più credibile il ruolo della moglie borghese di Rocco, sposatasi all'uomo danaroso di turno e che mai nella sua vita coniugale si è posta una domanda sulle origini del benessere in cui sguazza, salvo "chiamarsi fuori" quando si trova coinvolta in qualcosa che riguarda la vera identità del suo compagno di vita: l'avevamo lasciata, con la sua consueta espressione di quella capitata lì per caso, solo due settimane fa ne I nostri ragazzi sentirsi chiedere dal personaggio lì interpretato Giovanna Mezzogiorno "che cosa cazzo c'entra in questa storia"?, mentre qui è lei che se lo chiede, aggiungendo "Io sono diversa, con voi non c'entro niente". Ecco: sarebbe ora che lo capisse anche chi si ostina ad affidarle ruoli improbabili.

domenica 21 settembre 2014

Vinodentro

"Vinodentro" di Ferdinando Vicentini Orgnani. Con Vincenzo Amato, Giovanna Mezzogiorno, Pietro Sermonti, Lambert Wilson, Daniela Virglio, Erika Blanc, Gioele Dix. Italia, Germania 2014 ★★★★
Un divertimento cinematografico colto e surreale con un tocco mefistofelico, ricco di ghiotte citazioni letterarie e musicali, gradevole e fresco quanto il bicchiere di marzemino che, d'un tratto, cambia la vita del mite bancario Giovanni Cuttin (Vincenzo Amato), fin lì completamente astemio, marito fedele e funzionario meticoloso, trasformandolo dall'oggi al domani nel  direttore della filiale di Trento del suo istituto di credito nonché nel più noto sommelier d'Italia, assatanato collezionista di vini d'annata nonché implacabile Don Giovanni. La metamorfosi avviene dopo l'incontro con l'ambiguo e indecifrabile Professore (Lambert Wilson), accompagnato dai suoi inquietanti discepoli/assistenti Luca, Matteo e Marco, che lo irretisce con l'offerta del suo primo calice e che successivamente, a ogni ulteriore incontro, gli predice esattamente il suo futuro, salvo che per un fatto: venire accusato dell'omicidio della moglie Adele, la sempre brava e bella Giovanna Mezzogiorno, che in un primo tempo asseconda la nuova passione del suo sposo, tranne stancarsi delle sue nuove manie nonché conquiste femminili, e chiederne la separazione, tenendo in ostaggio la sua collezione di bottiglie rarissime. Che sia questo il movente dell'assassinio? E' quanto cerca di appurare il commissario Sanfilippo (Pietro Sermonti), anche lui appassionato di vini, aspetto che lo porta a comprendere profondamente il punto di vista dell'inquisito, in un lungo interrogatorio in cui cerca di ricostruire cosa sia accaduto durante gli ultimi tre anni nella vita di Giovanni Cuttin. Benché l'indagine venga condotta in modo razionale, la realtà si confonde col sogno o forse col delirio (alcolico?). Che Giovanni, al pari degli altri adepti con cui forma un evangelico poker, abbia davvero sottoscritto un patto col diavolo/professore e che l'essere invischiato in un'indagine sia il prezzo da pagare per la sua metamorfosi? Chi è davvero Margherita (la fascinosa Daniela Virgilio), la donna misteriosa con cui ha trascorso la serata prima del suo arresto, e che potrebbe fornirgli l'alibi, che sembra uscita dal cappello del Woland di Bulgakov? Rari sono i film che si occupano di vino, e ancora meno quelli scritti e girati da qualcuno che la materia la conosca bene come Ferdinando Vicentini Orgnani, fra l'altro fratello di Alessandro (protagonista di un cammeo), mio caro amico nonché ormai da anni fornitore di vino di fiducia, che con la sorella si occupa dei vigneti di famiglia a Valeriano, in Friuli. Film liberamente tratto dall'omonimo romanzo di Fabio Marcotto, sceneggiato dallo stesso regista assieme a Heidrun Schleef, la sua luminosa fotografia è affidata a un maestro come Dante Spinotti (anche lui friulano, ma di Carnia: mozzafiato le inquadrature delle Dolomiti trentine) mentre il commento musicale nientemeno che a Paolo Fresu; infine l'intero cast ha tutta l'aria di essersela goduta un mondo durante le riprese e tutto questo vale come ulteriore garanzia. Ein prosit!

giovedì 18 settembre 2014

Le due vie del destino - The Railway Man

"Le due vie del destino" (The Railway Man) di Jonathan Teplitzky. Con Colin Firth, Nicole Kidman, Jeremy Irvine, Stellan Skarsgad, Sam Reid, Tanroh Ishida, Hiroyuki Sanada e altri. Australia, GB 2013 ★★+
Buone le intenzioni, per un film pacifista tratto dal romanzo autobiografico di Eric Lomax, ufficiale del genio britannico prigioniero di guerra dei giapponesi dopo la caduta di Singapore nel 1942, ma mediocre il risultato nonostante la generosa prova di un tris di ottimi interpreti come Colin Firth, Stellan Skarsgad e Hiroyuki Sanada, mentre è meglio stendere un velo pietoso sulla sempre più plastificata Nicole Kidman. La parte buona è il messaggio, quello della inutilità di ogni guerra, del lato peggiore che inevitabilmente scatena nell'uomo, opportunamente manipolato e reso convinto della giustezza della sua parte, e si basa sull'esperienza compiuta sulla propria pelle da Eric Lomax, che una volta rientrato in patria non riesce, per trent'anni, a superare lo shock dell'esperienza vissuta in Thailandia quando, costretto ai lavori forzati per partecipare alla costruzione della "Ferrovia della morte" (cfr "Il ponte sul fiume Kwai") insieme a decine di migliaia di prigionieri di guerra e civili da parte degli occupanti giapponesi, fu torturato e seviziato da un giovane e fanatico ufficiale membro del Kempeitai, la polizia militare. Lo ritrova più di trent'anni dopo quando, dopo essere tornato in patria e aver cercato di rimuovere il passato dedicandosi anima e corpo alla propria passione per le ferrovie (da qui il titolo originale), dopo essersi sposato con la dolce Patti ricade nel gorgo dell'angoscia e delle crisi di panico da cui uscirà soltanto quando tornerà sul luogo dell'orrore, dopo che la moglie e un ex commilitone decidono di comunicargli che il suo carceriere e torturatore è ancora vivo e fa l'interprete e la guida turistica proprio al museo dedicato alla "Ferrovia della morte". Ci ritorna per una resa dei conti, scoprendo però che anche il nemico è stato vittima degli stessi incubi e ha dovuto convivere con essi oltre che coi propri rimorsi di coscienza: nel film come nella vita si riconciliarono e divennero amici frequentandosi fino alla morte. Costruito con successivi flash back sulle tracce di innumerevoli altri grandi film di guerra (e reducismo), usufruisce di una bella fotografia per quanto riguarda la parte scozzese, penosa invece per il lato asiatico: col budget in dotazione, la produzione poteva tranquillamente risparmiarsi scenari palesemente di cartapesta che saltano agli occhi perfino di un miope sprovvisto di occhiali. Come se non bastasse, l'andamento è mortalmente lento, e la pellicola sembra durare ben più dei 116' minuti effettivi. Sullo stesso argomento Furyo era un'altra cosa. Peccato.

mercoledì 17 settembre 2014

Senza nessuna pietà

"Senza nessuna pietà" di Michele Alhaique. Con Pierfancesco Favino, Greta Scarano, Claudio Gioè, Renato Marchetti, Iris Peynado, Adriano Giannini, Ninetto Davoli. Italia 2014 ★★½
Noir all'italiana, anzi: alla romanesca (qualche volta sarebbe il caso di introdurre i sottotitoli, perché tra frasi smozzicate, parole a metà, ammiccamenti si arriva a fine film prima di capire le relazioni famigliari tra i personaggi: curiosamente, o forse non tanto, l'italiano più comprensibile lo parlano le immigrate cubane), opera prima dell'attore-regista Michele Alhaique, che nonostante l'ottima prova degli interpreti, su tutti la coppia Savino-Scarano, e le buone intenzioni non convince del tutto. Mimmo, orfano di padre, è un omone taciturno, capocantiere nell'impresa dello zio che l'ha cresciuto, il palazzinaro Santili (Davoli), che oltre a fare il lavoro che ama (abilissimo con le mani, è capace di riparare tutto) è costretto a fare l'esattore di crediti per conto del parente, che integra l'attività principale con prestiti a strozzo a gente dell'ambiente immobiliare. Ne farebbe volentieri a meno, come di relazionarsi col cugino Manuel, arrogante, viziato, volgare, ma subisce la vita che gli tocca con rassegnazione, devoto com'è alla famiglia che lo ha allevato per una gratitudine che non merita. Qualcosa cambia quando nella sua vita entra Tania, una giovane spericolata che sfrutta la sua bellezza facendo chat erotiche e integra le entrate come excort a feste varie: una di queste si terrà a casa del'odiato cugino Manuel, ma prima, per un disguido, avrà trascorso una notte assolutamente platonica con Mimmo, in cui avranno avuto modo di conoscersi e, in qualche modo, intendersi. Quando Manuel le metterà le mani addosso sarà lui ad assaggiare la pesantezza di quelle di Mimmo, che va a recuperare la ragazza. Da qui in poi la sceneggiatura si intorcola e e la vicenda si avvita perdendo qualsiasi credibilità, e si cade nella più tipica fiction televisiva (ben lontana però da "Romanzo Criminal" o "Gomorra" di Sollima, purtroppo) e l'inevitabile finale triste già visto e rivisto, con l'eroe sulla via della redenzione che muore a pochi passi, letteralmente, dalla possibile salvezza, con tanto di ralenti d'ordinanza per la scena finale. Peccato: perché il film ha un'ottima fotografia, ambientato com'è in una Roma inusuale e come svuotata, scarnificata, dove sopravvivono reminiscenze pasoliniane (da Ninetto Davoli in persona alle baracche di Ostia tuttora abitate da immigrati); l'accompagnamento musicale è originale e adeguata, così come il cast, ma alla fine il risultato non è all'altezza delle aspettative. 

martedì 16 settembre 2014

Everyday Rebellion - La stronzata quotidiana

"Everyday Rebellion" di Arman T. Riahi, Arash T. Riahi. Svizzera, Germania, Austria 2013 
Mentre è superfluo parlare della qualità cinematografica, del tutto irrilevante, di questo documentario dei due fratelli Riahi, iraniani residenti in Austria, anche perché d'impronta prettamente televisiva, vale la pena spendere qualche parola sul contenuto, su come lo dice e su ciò che tace. Il lungometraggio tratta di sette differenti movimenti scoppiati attorno al mondo quasi contemporaneamente (alcuni sono stati trascurati perché i  finanziatori del progetto, tra cui il Programma Media dell'UE, e già qui viene da storcere il naso, hanno dato uno stop ai fondi: i primi a venire in mente sono quelli in Tunisia, Cile, Venezuela e Thailandia), dagli Indignados spagnoli a Occupy Wall Street, dagli epigoni dei Verdi iraniani alle Femen ucraine, dagli oppositori egiziani a Mubarak a quelli siriani di Bashar al Assad e a quelli serbi (Otpor) di Milosević, diversissimi tra loro in quanto a rivendicazioni ma che avrebbero in comune l'elemento delle pratiche ispirate alla non-violenza. Il condizionale è d'obbligo, e non tanto perché aneli a una purezza gandhiana quanto perché l'altro tratto comune, oltre al loro sostanziale fallimento, sta nell'aspirazione alla visibilità mediatica e, ottenuta questa, a un riconoscimento come interlocutori da parte delle stesse istituzioni oggetto della protesta. Il che è già un controsenso, ancora più evidente quando tutte le tattiche e forme di lotta messe in atto, da quelle più puerili e buoniste a quelle più provocatorie come quelle delle Femen, sono utilizzate per richiamare l'attenzione di quei media che, prima ancora del cosiddetto "potere politico" e della sua longa manus militar-poliziesca, sono lo strumento del Sistema, ossia il potere finanziario che ormai da decenni opera a un livello globalizzato e non più nazionale e nemmeno regionale, e quindi il primo e più tangibile nemico da combattere: altro che lo strumento da concupire, mentre è esso pronto e perfettamente attrezzato a manipolare ogni istanza come ogni notizia, stravolgendo sistematicamente il senso delle cose, costruendo una realtà fittizia e realizzando un pensiero unico. Detto questo, il documentario fa parte di un "progetto crossmediale che passa per il sito", come spiega il regista Arash T. Riahi. Premessa, a suo dire, che queste pratiche non-violente risultino efficaci e attecchiscano è "riuscire a resistere" almeno per due anni e mezzo. Dalle varie "primavere" del 2011 a oggi ci siamo. Femen a parte, assurte a Star e agli onori del gossip, di quali di questi epocali movimenti si sente più parlare? Controdomanda: chi cazzo aveva mai sentito parlare dell'ISIS, il famigerato Stato Islamico dell'Iraq e del Levante, fino all'inizio di quest'estate, salvo chi andava a cercare, a fatica, notizie sulla guerra civile in atto in Siria? E che nel giro di alcuni mesi è riuscito a controllare un'area cruciale e delle dimensioni di una nazione media in un'area cruciale ed estremamente militarizzata e monitorata, con i suoi 30 mila (stimati) combattenti materializzatisi quasi all'improvviso, senza che satelliti, droni, controlli di frontiera e aeroportuali si accorgessero di niente? Andrebbe fatto un documentario serio su questo: chissà se il Programma Media dell'UE lo finanzierebbe...

Il territorio attualmente stimato sotto controllo dell'ISIS

domenica 14 settembre 2014

Dalla Neretva al Passirio passando dall'Inn. Al tempo delle mele.

La Val Passiria (BZ) vista dai primi tornanti del Passo di Giovo
Dal börek agli schlutzkrapferl, dai ćevapi alla bratwurst, dalla pita allo schüttelbrot, dalla baklava allo strudel, dalla Sarajevska alla Forst, dalla rakija allo schnaps (passando per i capuns, il plain in pigna e la nusstorte engadinesi, e dalla Calanda al kirsch). 


La Neretva dallo Stari Most di Mostar

Questo il panorama gastronomico, col suo côté liquido, che ha accompagnato quello paesaggistico e socio-culturale-artistico delle mie uniche evasioni dalla dimensione quotidiana durante quest'estate monsonica e assai poco amichevole giunta ormai agli sgoccioli, entrambe di pochi giorni però fortunatamente non funestate dal maltempo: la prima in Bosnia e Dalmazia, la seconda nei Grigioni e nel Tirolo Meridionale. 


Panorama dell'Engadina nei pressi di Davos

Entrambe servite a scrollarsi di dosso l'opprimente cappa di beceraggine, stupidità, cinismo imperanti che, divulgati a profusione dai manipolatori massmediatici, servono per coprire i giochini di guerra dei soliti noti che osserviamo impotenti senza avere, almeno all'apparenza, alcun mezzo con cui cercare di evitare il peggio. 


Il Passirio a Merano (BZ)

Non si balla sul Titanic, questo lo lasciamo fare a Lorsignori Che Tutto Possono, ma si cerca di non farsi prendere dalla disperazione cercando di godersela giorno per giorno finché si è vivi. Né più né meno dell'estate di un secolo fa e di quella di 75 anni fa. 


Il tempo delle mele a Lagundo (BZ)

mercoledì 10 settembre 2014

I nostri ragazzi

"I nostri ragazzi" di Ivano De Matteo. Con Alessandro Gassman, Luigi Lo Cascio, Giovanna Mezzogiorno, Barbora Bobulova, Rosabell Laurenti Sellers, Jacopo Olmo Antinori e altri. Italia 2014 ★★★-
Interno con doppia coppia borghese del giorno d'oggi alle prese con le proprie contraddizioni e con il risultato dell'educazione dei due viziatissimi eredi: questo il succo di un film che affronta le reazioni imprevedibili scatenate dal turbamento di un ordine che sembrava a suo modo funzionare da parte di un'azione insensata e irresponsabile posta in essere dai rispettivi figli. Benedetta e Michele sono due cugini adolescenti con un rapporto piuttosto morboso, e soprattutto di dipendenza del secondo dalla prima, figli di due fratelli dal carattere opposto: l'avvocato cinico e di successo, padre della ragazza, alto, bello e piuttosto stronzo, presumibilmente destrorso, impersonato da un più che credibile Alessandro Gassman, vedovo precoce e risposato con una donna che sembra più una mantenuta che una compagna, l'ineffabile Barbora Bobulova, e un chirurgo pediatrico compassionevole, politicamente correttissimo, idealista e progressista, sposato con un'intellettuale de sinistra pure lei (Lo Cascio e la Mezzogiorno, perfetti nei rispettivi ruoli), timido tanto da risultare sfuggente dietro a un muro di battute fintamente innocenti, in realtà rancoroso e complessato nei confronti del fratello, con cui si vede una volta al mese insieme alle mogli, che si detestano a vicenda, per "dovere" e non per piacere e mai per affrontare argomenti davvero coinvolgenti. Di fatto è il medico a sfuggire come un'anguilla al fratello, finché insieme dovranno affrontare l'imprevisto, ossia che una telecamera di sorveglianza ha filmato l'aggressione senza testimoni di una mendicante da parte di due giovani di sesso diverso, che la riducono in in un coma da cui non si riprenderà, dopo una festa da amici ad elevato tasso alcolico. I due giovani criminali "a loro insaputa" vengono riconosciuti, in un filmato trasmesso da "Chi l'ha visto?", proprio dalla madre di Michele e poi dal padre di Benedetta, tutto sommato quelli più attenti a quanto succede nella testa dei loro figli, mentre il medico così attento alle disgrazie altrui non si rende conto di chi sia suo figlio e quando viene messo, buon ultimo, al corrente della situazione, sbrocca completamente. Le reazioni saranno l'opposto di quelle che ci si aspetta: l'avvocato, che pure ha coperto altre volte le "imprese" della figlia, è propenso a che i due ragazzi si costituiscano, nonostante la moglie si dichiari disposta a testimoniare il falso all'occorrenza; mentre la coppia "buonista" e ligia al dovere e alle regole, al contrario insiste perché faccia di tutto pur di lasciare i due ragazzi fuori dalla storia, salvo avere la pretesa di criticarlo previamente per i suoi metodi "scorretti": il finale sarà ancora più sorprendente. Il film è abbastanza scorrevole nonostante il regista metta un po' troppa carne al fuoco: dai rancori repressi che covavano tra fratelli e cognate, alla totale inadeguatezza di tutti quanti al loro ruolo: di genitori, di istituzioni (scolastiche e di polizia), dei figli stessi che hanno pure le loro responsabilità per come sono: tutti sintomi di una società malata. Bravi gli attori, adeguati ai loro ruoli, compresa la Bobulova: presenza quasi sempre inspiegabile nei cast italiani, è perfettamente adeguata nei ruoli in cui interpreta personaggi di cui ci si chiede "che cosa cazzo c'entra in questa storia", come le dice più di una volta la cognata nel film. Bella donna, per carità, ma un enigma: "ci è o ci fa"? Insomma, i registi che la vogliono a tutti i costi, costruiscono il personaggio addosso a lei o viceversa?

lunedì 8 settembre 2014

Los camisados

Da destra a sinistra Vals (FRA), Renzie (ITA), Sanchez (SPA) Samson (OLA) POST (GER) e Madame PESC, F. Moscerini.

Pareva di assistere a un acto del Partido Justicialista aka peronista, invece che al discorso di chiusura dell'annuale Festa del partito comunistiano, dedicata a "L'Unità" (sì: il quotidiano decotto e fallito, chiuso ormai da oltre un mese per mancanza di lettori), a giudicare dalle immagini provenienti da Bologna e che oggi campeggiano sulle prime pagine della stampa italiota. Ecco, ci mancava soltanto Cristina Fernández de Kirchner, conosciuta a Buenos Aires come K, ossia la Kretina, accompagnata dal bolivariano Nicolás Maduro, il successore di Hugo Chavez, e magari perfino da Barack Obama, altro aficionado della camicia immacolata, per completare il gotha del "progressismo" globalizzato, parolaio, farlocco, velleitario quanto incompetente e soprattutto dannoso, ma il DeFirenzie ha dovuto accontentarsi dei rappresentanti continentali dei partiti "fratelli", tutti rigorosamente perdenti alle elezioni più recenti dei rispettivi Paesi, per potersi pavoneggiare ancora una volta e di più del 41% lucrato alle europee di maggio (sul 57% di elettori votanti) e rilanciare i suoi proclami roboanti quanto vuoti. Esito epocale del raduno è il Patto del tortellino. Alla panna. Montata. Visto che Matteo porta notoriamente sfiga, rimane la speranza che si compia al più presto il suo auspicio: "Senza Napolitano non si possono fare le riforme" e la grande mietitrice svolga con solerzia il suo compito prima che sia troppo tardi e scada il mandato dell'inquilino abusivo del Quirinale.

venerdì 5 settembre 2014

Belluscone - Una storia siciliana

"Belluscone - Una storia siciliana" di Franco Maresco. Com Tatti Sanguineti, Ciccio Mirra e altri. Italia 2014 ★★★★★
Direttamente dalla 71ª Mostra del Cinema di Venezia una pellicola che naturalmente non è in concorso e che sfugge a ogni categoria salvo una, a mio parere: si tratta di un capolavoro, un film di culto, fin da subito. Perché un film lo è, tecnicamente parlando, ma anche molto di più: certamente NON è l'ennesima inchiesta, satira, documentario su Berlusconi e la berlusconite che ha colpito inesorabilmente e inevitabilmente un Paese che si direbbe geneticamente predisposto a esserne vittima oltre che meritarselo; semmai è un'analisi etnologica che si sviluppa in un trattato antropologico che andrebbe adottato nelle migliori università che coltivano la materia. Dal particolare, insomma, la Sicilia e più precisamente il mondo dei quartieri periferici di Palermo come Brancaccio in cui la mafia è l'acqua in cui nuotano tutti, e nello specifico quello che ruota attorno alle feste rionali in cui le star sono i cantanti neomelodici napoletano-siculi, all'universale (almeno per quanto riguarda l'Italia). Partendo con l'intento di indagare e spiegare i motivi dell'innamoramento da parte dei siciliani, specie quelli "marginali", di Berlusconi, Maresco segue le tracce e le vicende di Ciccio Mira, il repellente manager dei neomelodici, autentici tamarri che fanno di tutto per accreditare le tesi dell'ingiustamente negletto professor Lombroso, e organizzatore delle feste di cui sopra, in cui i saluti e le dediche ai temporanei "ospiti dello Stato", ossia i galeotti del 41/bis, sono il piatto forte del programma (altro che "inchini"), perfetto esempio dell'italiano che tira a campare, imbevuto di "cultura"mafiosa, da lì in poi si perde in mille rivoli, tra avvocati, giornalisti, cantanti, musicisti, perfino dell'Utri, che riesce a intervistare ma proprio sul più bello il microfono ha problemi e la registrazione va all'aria. In preda allo scoraggiamento e alla depressione, Maresco si eclissa, e tocca al critico e storico cinematografico Tatti Sanguineti, sceso da Milano a Palermo, mettersi sulle tracce dell'amico ed è questo il film: il materiale raccolto da Sanguineti, tessere di un puzzle che nemmeno lui riesce a mettere insieme, montando tuttavia un'opera incompiuta in onore dell'amico scomparso (si spera temporaneamente): "dopo 20 anni in cui attraverso il cinema sei riuscito a esprimere concetti geniali e far capire come vedi il mondo, non sei riuscito a dare il colpo di grazia" è grosso modo il messaggio di Sanguineti all'amico Franco prima di salire sull'aereo che lo riporta al Nord. E invece proprio nella sua incompiutezza questo film geniale, divertente e tragico nello stesso tempo, caustico, dolente è definitivo chiudendo ogni ulteriore masturbazione mentale sulle cause del berlusconismo (e ora renzismo, che ne è la versione aggiornata 2.0) e sui motivi perché l'Italia è quello che è e tocca prendere atto che è irriformabile. Più che individualista e anarchico, un Paese profondamente cialtrone, violento e codardo, in cui non stupisce che uno Stato che si presenta con una maschera autoritaria che copre il nulla sia disprezzato a meno che non si manifesti con la faccia dell'Antistato, il "Belluscone" di turno, appunto, di cui è piena la nostra storia fin dai tempi di Roma. Un abbraccio solidale a Franco Maresco. E un grazie infinito.

mercoledì 3 settembre 2014

La ragazza del dipinto

"La ragazza del dipinto" (Belle) di Amma Asante. Con Gugu Mbatha Raw, Tom Wilkinson, Sam Reid, Sarah Gadon, Miranda Richardson, Penelope Wilton, Tom Felton, James Norton e altri. GB 2013 ★★★★
Solitamente diffido dei film in costume, specie se ambientati nel '7/800, spesso occasione per prodursi in stucchevoli feuilleton su grande schermo infarciti di svenevolezze, affettazione e ruffianerie e senza alcun rispetto per la realtà storica e cura per l'ambientazione, ma non è il caso di questo bel film biografico di Emma Asante, regista inglese di origine ghanese, che racconta la vicenda vera, svoltasi sul finire del XVIII secolo, di Dido Elizabeth Belle, figlia illegittima del capitano della marina inglese Sir John Lindsay e di una donna di colore che, alla morte della madre, viene affidata dal padre allo zio Lord Mansfield, il più altro magistrato britannico, presidente della Corte Suprema. Cresce dunque nella tenuta di Hampstead come un'autentica aristocratica, insieme alla cugina Elizabeth, figlia ripudiata di un altro nipote del giudice. Tutto bene salvo il colore della pelle che, per le convenzioni dell'epoca, non le consente di occupare in società la stessa posizione della cugina che però, a differenza sua, si ritrova sfornita di dote e dunque pressoché impossibilitata a trovare un marito all'altezza del suo rango. Inoltre, le vicende amorose delle due cugine si intrecciano con un famoso caso giudiziario, decisivo per la fine della schiavitù, nelle mani di Lord Mansfield: quello della nave Zong, in cui un intero carico di schiavi africani venne affogato con la scusa della scarsità d'acqua, "Incidente" per cui venne richiesto il risarcimento alle assicurazioni per "perdita del carico", mentre venne invece dimostrato che si trattò di frode perché furono soppressi in quanto malati, e quindi "merce avariata" che aveva perso buona parte del suo valore commerciale: fu in tal senso la sentenza del giudice supremo, che avviò un radicale cambiamento delle basi giuridiche della schiavitù. Ma non si tratta di un film soltanto sulla schiavitù di stampo razzista, ma anche su quella che colpiva le donne, in balia di matrimoni per lo più non desiderati e quindi dei maschi, esemplificata dal caso delle due cugine: la mulatta con dote che però non può partecipare in quanto nera alle cene sociali della sua stessa famiglia, e la cugina bianca ma spiantata, rifiutata per questo dal suo aristocratico spasimante, a sua volta a caccia di dote in quanto cadetto. Ma anche Dido rifiuterà il nobile pretendente (fratello maggiore dell'altro) per sposare, per amore, il giovane Davinier, figlio del vicario di Hampstead, studente di legge progressista che già ebbe uno screzio con Lord Manfield che per un periodo fu suo insegnante ma con cui si riconcilia dopo la coraggiosa decisione giudiziaria. Oltre alla bravura degli interpreti, su tutti Miranda Richardson, Tom Wilkinson e la dolce Gugu Mbatha Raw nei panni di Dido, apprezzabili la cura del contesto, la sceneggiatura puntuale e l'equilibrio generale, che rende il prodotto finale ben più gradito e digeribile del temibile polpettone che che sarebbe stato in mani diverse, magari hollywoodiane.