lunedì 23 giugno 2014

Feet on Fire e Stones Forever


ROMA - The Day After l'EVENTO, rompo una tradizione, rinunciando a pubblicare la scaletta del concerto dei Rolling Stones di ieri sera al Circo Massimo, e anche alla recensione, per la quale rinvio a quella puntuale di Massimo Del Papa, che scrive in modo professionale le stesse cose che avrei detto io, con la differenza che a me si obietterebbe di non essere... obiettivo; il "poeta della cronaca", come l'ha definito una mia cara amica, la mia fustigatrice preferita, al cui post di ieri rispondo con questa mail pubblica.
"Come ogni tossico sono già in crisi di astinenza; i ricordi sono dolci, venati di quel po’ (tanta, in verità) di malinconia legata inevitabilmente ai pensieri che è normale farsi: sono passati 52 anni di carriera per loro; 25  i concerti partecipati (è  Gianni “Gibson" che segue il conteggio dei 'miei': lui è a quota 20, perseguitato inconsciamente dal timore di non riuscire a raggiungere il mio scoreun altro nostro conoscente cubano-americano, Frank, a 54…); 44 anni dalla “prima volta” (prima perfino dell’altra “prima volta”); loro hanno passato i 70, salvo Ronnie, e io e i miei compari siamo ormai a un passo dai sessanta. Mi chiedeva Gibson, ieri sera, con aria sinceramente smarrita poco prima dell’inizio del concerto: 'Ma quando non ci saranno più, cosa faremo?' E io 'Andiamo a Monaco, ci chiudiamo in un Biergarten e beviamo fino a quando devono portarci via morti'. Poi è uscito Keith e ha incendiato la platea col riff di 'Jumpin’ Jack Flash', per l’appunto. On fire. E la cosa più impressionate è stata vedere la soddisfazione dei più giovani, all’inizio scettici o solo curiosi, letteralmente fulminati, inchiodati lì, calamitati, sotto ipnosi. Non è una questione (solo) di bravura tecnica, né di suggestione, né di magheggi o trasgressione (ammaestrata): soldi, business, tutto quello che volete, ma la gente percepisce energia, amalgama, e una cosa che gli altri non hanno: l’anima. Gli U2, Springsteen, non sanno nemmeno cosa sia. A suo modo, perché musicalmente il reggae non è del tutto il mio genere, ce l’aveva Bob Marley, che non a caso era molto legato agli Stones e ai Glimmer Twins in particolare; oppure John Lennon (stessa cosa) e non certo il suo amico/nemico/compare Paul McCartney. Ha scritto una mia conoscente: 'Li seguo dal 1966 e non mi hanno mai tradito una volta'. E’ la pura e semplice verità. Non hanno mai e poi mai tradito il loro pubblico, con cui, nonostante siano dipinti come altezzosi, distanti, menefreghisti sono sempre stati disponibili, generosi, sinceri, simpatici, complici, perfino affettuosi, di un'affettuosità un po' rude ma vera, perché possiedono un linguaggio con cui riescono a comunicare al di là della lingua e di tutte le possibili diversità. E’ un pubblico particolare e universale quello degli Stones, e il feeling con la band, anche se molto più potente (potere della musica, appunto), è simile a quello che lega in particolare gli interisti (che non sono soltanto milanesi, anzi: non per nulla la ragione sociale è F.C. Internazionale Milano) alla Beneamata molto più visceralmente che altri tifosi alla loro squadra. Forse solo a Liverpool c’è uno spirito simile d’appartenenza. Anche Mourinho è un professionista, una 'puttana', se vuoi, che sa vendersi molto bene, come Jagger del resto, che da bravo ex studente della LSE è quello che segue il lato-affari della band, ed è stato nostro allenatore per sole due stagioni, ma il rapporto che si è creato immediatamente con lui (e che lo lega, ne sono certo, al mondo nerazzurro) va molto oltre alla gratitudine eterna per la magica stagione del 'Triplete'. Fin dal suo: 'Non sono un pirla' pronunciato durante prima intervista appena arrivato a Milano. Sono cose che vanno oltre la comprensione razionale, se vogliamo, ma è così. E non è nemmeno una questione di identificazione: anche tu ti stupivi come uno tutto sommato 'regolare' come me potesse avere come punto di riferimento Keith Richards, eppure ciò che mi ha sempre legato a lui, perfino quando lo conoscevo soltanto in fotografia, è l’affetto che si prova per un fratello maggiore a cui si vuole bene. E non ha mai avuto a che fare con l’infatuazione, l’idolatria, il divismo (lui, introverso e umbratile com’è, è l’antidivo per eccellenza, e non per antipatia ma per timidezza congenita: è migliorato, e molto, imparando a conviverci, con l’età): non mi sono mai messo a urlare vedendolo suonare, per fare un esempio, o come certe fan del suo compare 'Brenda' Jagger, né lo fanno i suoi fan (termine che suona fuori luogo, in questo strano rapporto); quando ho avuto modo, in due occasioni, di trovarmelo davanti di persona e non sul palco, non gli ho nemmeno chiesto un'autografo: una volta, a Venezia, l'ho lasciato pranzare in pace con sua moglie Patti senza sognarmi di importunarlo; l'altra gli ho stretto la mano, ringraziandolo. Riconoscente. Analogamente proprio Gibson ieri mi ha raccontato di avere avuto modo di conoscere di persona Mick Taylor, offrirgli una birra e una sigaretta e di  essersi limitato a dirgli, nel camerino: 'Thank you to be real'. E non credo nemmeno che io in qualche modo abbia delegato a Keith le mie mancate trasgressioni o la realizzazione dei miei sogni. Ne ammiro la tenacia, la passione, il carattere, l’anima, lo spirito, che è qualcosa che hai o non hai. O meglio: sei o non sei capace di trasmettere. C’è l’affetto, la riconoscenza e c’è il rispetto per la persona. Questo è tutto: due ore di libera uscita da noi stessi, come ha icasticamente chiosato Massimo Del Papa proprio da te citato. It's Only Rock and Roll but I Like It, è stato detto e ripetuto fino allo sfinimento, l’eterno panem et circenses, tutto quello che volete, ma quando ci sono di mezzo loro è qualcosa di molto più complesso, un’altra forma di comunicazione, molto meno sofisticata e metafisica di quel che si pensi ma più viscerale, sanguigna, magnetica. Viva anche quando celebra, magari irridendola, la morte,  prossima e inevitabile. Perché, con loro, resterà una traccia anche di noi e di quello che siamo stati”. 

9 commenti:

  1. ...quando ci sono di mezzo loro è qualcosa di molto più complesso, un’altra forma ci comunicazione...

    Qui siamo su un livello dove forse potremmo aprire una forse necessaria riflessione: quanto ci rappresenta, come generazione, il rock and roll?
    E' molto più complesso analizzare e comprendere fino in fondo questo aspetto, che il limitarsi a osservare razionalmente un fatto e come si è inserito in una serata romana di fine giugno.
    Lì, da me, guardavo all'aspetto economico e respingente. Come qualcuno commentava oggi, l'organizzazione dell'evento ricordava troppo da vicino quella di un G8, per passarla sotto silenzio.
    Su ciò che invece è successo alle persone che all'evento partecipavano, nel senso pieno del termine, cioè fisicamente ed emotivamente, conta ciò che hai da dire tu, che c'eri.
    E proprio il fatto che ci fossi non per una volta random ma fin dall'inizio di questa storia di rock, fa di te non solo un testimone ramingo di tutta la storia dei Rollin' Stones, ma insieme un testimone del tempo che hanno segnato: quello di un'intera generazione, che il rock ce l'ha fisso nel Dna per ragioni imperscrutabili che più volte ho tentato di indagare e capire.
    Nessun'altra generazione può dire di aver vissuto un'intera vita frutto e semenza di simboli libertari così potenti e vivi.
    Perché questo è l'aspetto che ancora oggi colpisce i ragazzini che ieri sera assistevano a uno spettacolo per la prima volta: non il rock, non i vecchietti che dimenavano il culo secco sul palco, non la folla, la musica, i riff di Keith o le boccacce ormai stranote di "Brenda": sono simbolo e rappresentazione di qualcosa che non è stato. O che se è stato, continua uguale a ogni concerto lì, sul palco esagerato grazie a questi che oggettivamente sembrano dei matti in libertà e sai che invece no.
    Matti autentici, rubando una frase a Colazione da Tiffany.
    Quel qualcosa che ti colpisce dritto cervello e cuore insieme e non sapresti dire cos'è.
    A meno che, appunto, tu non sia altrettanta parte di quella storia che i Rollin' Stone ancora mimano e suonano.
    Finché resisteranno, quella storia è viva e in noi.
    Dire cosa sia stata è la sfida oggi da affrontare, volendo lasciar detto qualcosa di autentico a quei ragazzini fulminati senza sapere davvero perché.
    Forse It's Only Rock and Roll, ma quello che (We Like It) non è ancora stato detto cosa sia...

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  2. Rispondendo alla prima domanda: non lo so. Probabilmente tutto, almeno per ciò che mi riguarda. E' la mia lingua, e ha sempre avuto il sopravvento su quella grammaticalmente corretta, quella ideologica (cfr l'uso che la "politica" ha tentato di fare del rock), politichese, sindacalese, giornalistese, avvocatese, medichese e così via... Non lo so e, proprio per i motivi che ho detto (visceralità, sentirlo pulsare come il sangue, che dà la carica come il ritmico battere dei tamburi africani o brasiliani), non mi interessa nemmeno saperlo e tantomeno disquisirne. Mi sono fatto indurre, preso anche dalla mia "nostalgia preventiva" che inevitabilmente ha operato in questa situazione, a lasciarmi andare, per una volta, a considerazioni personali anziché a una mera cronaca o "recensione" di un concerto e mi sta bene, ma mi fermo qui. La loro storia, la mia storia è questa. E' quello che siamo, volenti o nolenti. Come dire: io mi fermo qui. Non mi arrendo: ma rimango quello che sono, anche con le mie contraddizioni. Hai evocato il G8 di Genova del 2001: anche in quel caso c'ero, avevo a che fare con ragazzi anche inesperti, sono contento di avere dato una mano, grazie alla mia esperienza di cortei e comportamenti polizieschi, a tirarli fuori dalla mattanza e fare in modo che gli occupanti di un paio di pullman tornassero tutti a casa illesi. Non c'era granché da dire e teorizzare: era più importante agire, non avere la prosopopea di ergersi a Grandi Maestri a cui chissà perché sarebbe dovuta riconoscenza e obbedienza, a implacabili onanisti della parola e manipolatori di coscienze, perché se no, giustamente, ti mandano affanculo, ed essere alla fine credibili. Tutto qui. E alla fine, i vecchi ruderi, i "culi secchi" che si dimenano sul palco a settant'anni, sono risultati agli occhi di tanti ragazzi che hanno l'età dei loro nipoti (mi risulta che "Brenda" Jagger sia perfino già bisnonno) più credibili e veri facendo i pagliacci che non i veri e quindi tragici pagliacci che si occupano delle cose "Alte" come la Bella Politica. Quello era il mio mondo, per una sera è tornato ad esserlo, è quello che mi appartiene ed è quello che posso tramandare perché è la mia esperienza. Siamo stati una generazione sui generis: la nostra eredità politica è pessima, lasceremo il mondo sicuramente in una situazione peggiore di come l'abbiamo trovato, e abbiamo avuto due fortune, almeno dalle nostre bande: non abbiamo subito guerre a cui fossimo costretti a partecipare in prima persona (negli USA anni Sessanta e primi Settanta in realtà sì, e anche nell'ex URSS) e abbiamo avuto una colonna sonora all'altezza dei nostri sogni più visionari. Ci hanno abbattuto, ma abbiamo tentato di volare. Inevitabilmente anche gli Stones se ne andranno, e noi con loro. Ma rimarranno pietre miliari, che resisteranno nel tempo, come quelle del Circo Massimo dove si sono esibiti ieri, non a caso, perché ci tenevano ed era una loro idea da decenni quella di portare il rock tra le rovine ("rubatagli", nel '67, dai grandi Pink Floyd del visto di Pompei). E rimarranno anche i nostri sogni, quelli di una nuova era e di rapporti diversi, non codificati da quanto ci imporrebbe l'Autorità, sotto qualsiasi forma si manifesti. Io ho la sensazione di avere già "dato": per una sera, che non speravo, solo due anni fa, nemmeno di avere il modo di rivivere, ho voluto e potuto rimanere lì, nel mio mondo, a far parlare quel che sento attraverso suoni e immagini, create e realizzate da degli interpreti che sanno comunicarmeli. Perché non sono poi così diversi da me, se sono stati la mia colonna sonora per una vita, e dunque i miei interlocutori privilegiati. Per il resto, ora tocca a qualcun altro. Se avrò contribuito a seminare bene, i frutti prima o poi si vedranno, ed è quello che auguro a chi sta già incalzando, giustamente, alle nostre spalle. E' il loro turno.

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  3. Quando parlo dei PInk Floyd, si tratta, ovviamente del video "Pink Floyd at Pompei" e non del " visto". Che è del 1972 e non del 1967. Pardon.

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    1. D'accordo, capisco e in buona parte condivido: non è forse Eterna ogni cosa immobile nel Tempo? Ecco spiegata la ragione per cui fra Rollin' Stones e Circo Massimo non c'è quasi differenza (simbolicamente parlando): come le pietre intorno, anche quelle che apparentemente si muovono sul palco sono in realtà ferme al repertorio di Hyde Park Live del '69. Quel paio di pezzi che allora non c'erano sono l'equivalente dell'erba che al Circo ricresce nuova ogni anno pur rimanendo sempre la stessa.
      Visto però che mi citi i Pink Floyd e Pompei, più che di "furto" delle idee tendo a pensare a una diversa "visione" del senso della musica per cui, pare che questi, invece che liquidare il tutto con un lapidario "It's Only Rocke and Roll (but I Like It)", oltre a Pompei di sono andati a "rubare" pure Venezia (15 luglio '89), Berlino (after) The Wall (Live in Berlin - 21 luglio 1990) e, che ci posso fare? A me il fatto che Roger Waters ogni tanto sbrocchi prendendo posizioni apertamente politiche nel senso più alto e bello del termine, mi fa dire che se i Rolling Stones sono eterni (in quanto pietre), i Pink Floyd somigliano terribilemente a quell'oscura manifestazione umana vaghissima che per comodità usiamo definire anima. Spirito, sogno...P.U.L.S.E.?
      E' una bella lotta fra titani, su questo non c'è dubbio, ma il mio cuore batte oggi più con i Pink Floyd di Comfortably Numb che con i Rolling Stones che chiudono con una Satisfaction che somiglia a uno sgarbato "shut up!"

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    2. "...più credibili e veri facendo i pagliacci che non i veri e quindi tragici pagliacci che si occupano delle cose "Alte" come la Bella Politica."

      Ma assodato che i "pagliacci" sono sempre, alla fine, degli aspiranti ragionieri (nel senso di amministratori), rimane quel fatto, seccante da rispolverare ma necessario, e cioè che il personale è sempre politico. Nel senso che ogni cosa fatta o non fatta da ognuno è un atto politico.
      E quindi se è altamente politico il tuo pragmatico "...tirarli fuori dalla mattanza e fare in modo che gli occupanti di un paio di pullman tornassero tutti a casa illesi, cioè l'agire quando è tempo di agire, altrettanto agire è il prendere posizione sapendo che proprio la notorietà di cui una rock star gode ha un peso anche sul piano economico, e perciò il metterla all'incasso o meno è, una scelta profondamente politica.
      Mi chiedevo (inutilmente, così, per provocazione...) cosa succederebbe se anziché sparare pronostici calcistici Mick Jagger sparasse, per puro inutile divertimento, un paio di battute sul Muos, o sulle Grandi Navi, per stare su temi noti.
      Cerco di immaginarmi la scena di Keith Richards che prende il microfono fra un It's Only Rock and Roll e un Satisfaction e spara lì che a Venezia farà un happening in Riva Schiavoni insieme ai comitati NoGrandiNavi.
      E pure gratis.
      Secondo me a quelli del Comune solo al pensiero gli piglia un infarto e pur di evitarlo bloccano quel giorno le navi al Nicoletto.
      Per dire eh?
      Anzi, per sognare...(That I Know, It's Only Rock and Roll...)

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  4. D'accordo, però è sempre stata una loro scelta non farsi strumentalizzare politicamente, forse portata all'eccesso. Che poi Jagger sia un anarchico non è un mistero, come non lo è la provenienza di Richards da una storica famiglia laburista. Se penso al cosiddetto impegno politico di uno come Bono, che mentre massacravano la gente al G8 di Genova mentre era sul palco a Torino non faceva un plissé salvo intonare le sue geremiadi spiritual-ecologiste-terzomondiste o dalle nostre parti il rapper con la zeppola, preferisco loro che non mischiano le cose. Quanto ai Pink Floyd voli alto, come del resto loro: che però guarda caso provengono dalla upper class e hanno cultura universitaria, mentre gli Stones, a parte Miss (You) Brenda, sono prodotti della solida e ruvida working class britannica.

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  5. 1. Bono non entra nemmeno in classifica, se parliamo di quella cosa che possiamo definire "senso". Rock postumo ma già inquinato, per quanto apprezzi più di qualche pezzo degli U2
    2. non ho mai misurato l'eccellenza in termini di Working o Upper Class: se uno ha qualità umane al di sopra della media le ha sia che lavori al tornio 10 ore al giorno sia che suoni la chitarra.
    Cioè che intendo è che fosse vero che ogni appartenente alla workin class è di per sé un essere umano di qualità mentre tutta la upper class è indegna di esistere, non saremmo qui a cercare di capire perché gli Stones e i Pink Floyd sì e invece Bono Vox no, giusto?
    Quello con la zeppola nemmeno lo nomino. Non perché magari non abbia qualità umane forse superiori a quelle di cui dispongo io, ma perché proprio non lo considero un musicista nemmeno di striscio...

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  6. 1 a 0 per me...
    Però la partita si ripete, prima o poi...

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