martedì 29 aprile 2014

Unicum


Mercato unico; pensiero unico; partito unico; moneta unica; stagione unica; classe unica; sesso unico; taglia unica; senso unico; amministratore unico; girone unico; occasione unica; evento unico; binario unico; modello unico; pezzo unico; sportello unico; testo unico; albo unico; gestione unica; atto unico; piatto unico; comitato unico; ciclo unico; contratto unico; numero unico; pezzo unico; coglione unico; figlio unico; biglietto unico; colore unico; spettacolo unico; colore unico; gestore unico; gusto unico; dimensione unica



Dito unico

venerdì 25 aprile 2014

Se 40 anni vi sembran pochi


Sempre nel mio cuore. Con il quale sono a Lisbona questa sera. Io non ne riconosco più altri, di 25 aprile. Non posso condividerne la ricorrenza con chi se ne è appropriato, con la pretesa di averne l'esclusiva, e manipolandone pervicacemente il senso. Non con le miserabili autorità che rappresentano da par loro questo Stato indecente e senza memoria e che non perdono l'occasione per tirare la volata elettorale, peraltro europea, a un governo buffonesco e di contrabbando. Ci vorrebbe Otelo. Un saluto, comandante!

giovedì 24 aprile 2014

Dio non esiste, il paradiso sì

Pivovar "Regent"
Třeboň (Wittingau), Boemia meridionale - Gioia per gli occhi, perché si trova nel centro storico perfettamente conservato di una deliziosa cittadina circondata da stagni e ruscelli, il birrificio Regent, uno dei più antichi al mondo, fondato nel 1379 e tuttora in piena e felice attività, e una gioia per il palato la sua produzione, che si può degustare direttamente in sede, negli spaziosi locali sotterranei ricavati in fianco alle cantine, oltre che nelle innumerevoli pivnice del circondario. Non solo birra: c'è anche un bellissimo castello, trasformato in residenza in stile rinascimentale fra il 1565 e il 1575 da Vilém Rozmberk, sede del suo archivio e delle sue notevoli collezioni, una splendida piazza anch'essa rinascimentale, un nucleo storico pressoché intatto, una fervente attività di pesca (carpe, lucci, anguille e trote in particolare) ed è anche un centro termale famoso per i trattamenti con la torba, di cui la zona abbonda. Ma tutto questo è secondario davanti all'emozione che si prova davanti a una fresca, spumeggiante "Regent", *bionda o scura che sia! 

*A questo proposito, da uno studio statistico condotto empiricamente in loco, ho avuto la conferma che se gli uomini preferiscono le bionde, le donne, inaspettatamente, hanno una netta predilezione per le brune!



mercoledì 23 aprile 2014

Radici


Qualche tempo fa un mio amico argentino, di origine italiana come una buona metà degli abitanti di quel Paese obiettava, alla mia osservazione sulla comune origine di fondo delle rispettive situazioni sociopolitiche, tra il tragico e il grottesco, che di italiano tra gli argentini è rimasto soltanto il cognome, e anche di ciò spesso i titolari non hanno coscienza: in sostanza, che ogni Paese è artefice delle proprie disgrazie, e di quelle di laggiù l'homo argentinus, come è venuto a determinarsi dalla sostanziale fusione tra italiani, spagnoli e criollos, pure essi di origine iberica, con altri innesti qua e là meno importanti. Ripensandoci, aveva in gran parte ragione: è un fenomeno, quello della perdita delle radici, comune a Paesi di nuova formazione, come USA, Canada, Australia, Brasile, Australia, laddove non sia sopravvissuta, come in Messico, nell'America Centrale o nei Paesi andini di quella meridionale, una civiltà preesistente e in molti campi più sviluppata di quella portata dai conquistadores europei e di seguito dalle ondate immigratorie provenienti dal Vecchio Continente. Da tenere presente anche un altro fattore che ha fatto loro dimenticare presto le proprie radici: lo scarso livello culturale dell'immigrato medio, che non era certo disposto alla riconoscenza alla patria d'origine che lo aveva il più delle volte costretto ad andarsene a cercare fortuna altrove, il tutto combinato con la necessità della nuova patria di integrarli in fretta e di creare uno spirito e una cultura "autonome", che nascevano dal nulla e In sostanza posticci, portando quasi sempre a uno spirito nazionalista esasperato (secondo il detto che la patria non è quella in cui si nasce ma quella che si sceglie: la stessa differenza che intercorre tra famigliari e amici). Quanto di più tipicamente "americano", e in questo Argentina, Brasile e Cile somigliano certo di più agli USA che non all'Europa. Io mi ritrovo in questi giorni a fare un percorso inverso, in viaggio dall'Austria alla Baviera meridionale e da lì in Boemia, nell'attuale Repubblica Ceca, con il pretesto di cercare la casa dove aveva vissuto per oltre trecento anni (documentati) la famiglia della mia bisnonna materna, quella che fu una vera figura di "matriarca", morta nel 1975 a 99 anni, tipici "tedeschi dei Sudeti", stabilitisi qui provenienti in buona parte dalla Sassonia all'inizio del '600. L'ho individuata subito, a Prachatitz/Prachatice, purtroppo restaurata e ammodernata in modo discutibile, ma tant'è. Quel che mi fa riflettere è come da queste parti, come nelle "krajine" dell'aria balcanica e tipicamente nell'ex Jugoslavia, etnie, religioni, origini e storie diverse si siano intrecciate instancabilmente e abbiano in sostanza convissuto per almeno un migliaio d'anni, spesso entrando in contrasto ma il più delle volte sovrapponendosi, fino  a fondersi. Un esempio plastico lo si vede nelle due foto che pubblico. Quella in alto della piazza centrale (del Mercato)  di Prachatice, quella sotto di quella spettacolare di Telč (già in Moravia), non a caso dichiarata Patrimonio dell'Umanità, con una sfilata di case rinascimentali fatte costruire da Zachariaš, il signore locale, sulle rovine di quelle gotiche bruciate in un devastante incendio nel 1530; questa e quella opera in gran parte di architetti e artigiani italiani. Si parla di 500 anni fa, e gli interscambi avvenivano anche all'inverso: basti pensare ai cristalli di Boemia, o al fatto che Kopernico era polacco, per rimanere in zona. E c'erano confini da attraversare, gabelle da pagare, pericoli, guerre. Oggi abbiamo l'UE , Schengen, ma l'Europa non c'è, perché sta scomparendo la sua anima, che è poi la sua cultura, variegata, conflittuale e per questo fruttuosa, ricca, rigogliosa e stimolante, sostituita dall'appiattimento a quella di importazione americana, in definitiva una non cultura, o monocoltura del consumo e misurata soltanto sul denaro, come ben sappiamo, salvo lamentarci delle conseguenze dei nostri stessi atti. Od omissioni. In pratica, abbiamo inventato una cervellotica e invadente struttura burocratico-finanziaria-politica per diventare uguali agli americani, in senso lato (comprendendo anche argentini, brasiliani, cileni e canadesi di cui sopra) e yankee in particolare come se non ci bastasse esserne servi. Qui, poco oltre l'ex Cortina di Ferro qualche traccia di vecchia Europa è rimasta viva anche nel modo di essere della gente, e per questo sono venuto qui sapendo di trovane e di sentirmi "a casa"; il vero cuore, come sostiene Paolo Rumiz nello splendido "Trans Europa Express", batte ancora più a Est.



domenica 20 aprile 2014

...ma il varano ci darà una mano!

Sorpresa!

La chiesa ti uccide con l'onda...


Carlo Torrighelli (Laveno 1909 - Milano 1983): un uomo, un triciclo, tre cagnetti, un mito. Conosciuto da chiunque abbia vissuto gli anni Settanta a Milano. A meno di non essere già stato annichilito dall'ondaIn occasione delle festività pasquali, me ne ha mandato un'immagine, reperita in rete, un carissimo amico nonché fedele lettore, a guisa di bigliettino augurale elettronico e lo ringrazio pubblicamente perché non ne possedevo una, benché sia vivo nel mio ricordo, così come il quasi coetaneo Giuseppe Di Palo, il benefattore della Cà Granda/Ospedale Maggiore, conosciuto dagli studenti della Statale e da chi gravitava attorno a Piazza Santo Stefano come "El limonero". Personaggi indimenticabili. Carlo Torrighelli era stato profetico: ascoltate le verità che si celano dietro ai paradossi in questa intervista rilasciata nel 1973. Precorrendo i tempi, per esempio, aveva già dato la spiegazione della scomparsa dell'aereo della Malaysia Airlines l'8 marzo di quest'anno. E di molto altro. La sua missione era "farne atto, positivamente". E noi lo si ringrazia per questo; Vittorio Merlo anche con questa canzone.

sabato 19 aprile 2014

Father and Son

"Father and Son" (Soshite Chichi ni Naru) di Hirokazu Kore'eda. Con Masaharu Fukuyama, Yôko Maki, Rirî Furankî, Jun Kunimura, Machiko Ono, Kirin Kiki, Isao Natsuyagi, Lily Franky, Jun Fabuki, Megumi Morisaki. Giappone 2013 ★★★★+
E' uscito finalmente sui nostri schermi il film che ha ampiamente meritato il "Gran Premio della Giuria" del Festival di Cannes dello scorso anno, un'edizione particolarmente felice che vide la vittoria de "La vita di Adele" e pure la presenza de "La grande bellezza", che avrebbe poi trionfato agli Oscar: sperando che quella del 2014 che avrà inizio tra meno di un mese si mantenga all'altezza. Parla di uno scambio di neonati avvenuto nella culla e comunicato a due coppie di genitori dopo 6 anni da un evento che, si verrà a scoprire, non è stato fortuito come credevano gli stessi responsabili dell'ospedale dov'era avvenuto, ma opera volontaria di una infermiera, per una sorta di sfida, innescata dai difficili rapporti che a quei tempi aveva avuto come matrigna dei figli del suo compagno: tema non nuovo nella cinematografia, ma qui mi è venuto in mente "I figli della mezzanotte" di Salman Rushdie, e mi riferisco al romanzo più che alla sua trasposizione in immagini, per quanto il tema della genitorialità, dell'aspetto culturale e di quello biologico ma soprattutto del tempo, e di quanto esso possa incidere, sia trattato in maniera particolare e con una visione che, pur essendo universale, ci racconta anche molto del Giappone di oggi. Le due coppie alle prese con questo dramma sono diversissime per estrazione sociale: Ryota è un architetto di successo, che ha poco tempo per stare con il piccolo Keita e lo fa educandolo alla disciplina, a porsi e a raggiungere i propri obiettivi e primeggiare, quanto di più tipicamente nipponico ci si possa immaginare. Al contrario il loro figlio biologico è cresciuto in un ambiente popolare, composta oltre che da un fratello e una sorellina, dal titolare di un piccolo negozio di materiale elettrico infantile, divertente e arruffone, dall'addetta di una mensa mentre Midori, moglie di Ryota, ha rinunciato al lavoro per dedicarsi al figlio. Già questo offre uno spaccato diverso dal Paese atomizzato e disumanizzato degli stereotipi, come è sorprendente l'influenza che sembrano avere raggiunto le donne in una società così tradizionalista e maschilista come quella giapponese. Anche se tutti i personaggi vengono descritti con estrema cura e attenzione non solo formale nelle loro interazioni, nel periodo di sei mesi di frequentazione reciproca che le due famiglie si sono date prima di prendere una decisione che si rivelerà non definitiva, la figura centrale resta Ryota, che dapprima prenderà, pur con tutti i dubbi del caso, la strada "biologica", ma avrà occasione di rivedere non solo il modello educativo applicato finora ma anche le modalità e la qualità dell'interazione col figlio ma soprattutto il concetto di tempo: glielo suggerirà dapprima il suo capo nell'azione in cui lavora (sfatando un'altra immagine ritrita) e poi glielo farà comprendere un suo ex collega convertitosi al giardinaggio, parlandogli dei quindici anni che gli sono occorsi per raggiungere un certo risultato in una specie di riserva ecologica, e di cui non si pente. Soprattutto, vedendo attraverso delle fotografie che Keita gli ha scattato di nascosto com'è visto lui stesso da colui che ha allevato, rifà i conti con le vicende dei suoi stessi rapporti coi propri genitori. Un film perfettamente calibrato, misurato nei toni, profondo, che fa riflettere anche chi non è genitore a sua volta; una modo di affrontare temi universali con una sensibilità diversa da quella a cui siamo abituati e che dopo più di un viaggio in Oriente, letture, film comincio a sentire familiare. Cade dunque a proposito la 16ª edizione del Far East Film Festival che prenderà il via a Udine il 25 aprile e l'atmosfera che vi si respirerà.

giovedì 17 aprile 2014

The Special Need

"The Special Need" di Carlo Zoratti. Con Enea Gabino, Carlo Zoratti, Alex Necci, Bruna Savorgnian, Carla Meneghin, Pia Covre, Carla Corso, Ute Prankl e altri. Friuli (Italia), Austria, Germania 2013 ★★★½
Il "bisogno speciale" di cui parla il titolo è il desiderio di un rapporto con l'altro sesso, non solo nella sua dimensione erotica, da parte di Enea che, a causa di una forma di autismo da cui è affetto dalla nascita (ma che non gli impedisce di svolgere una vita normale, lavorando in fabbrica, facendo teatro, uscendo con gli amici), a 29 anni non ha mai avuto una ragazza. Prendendo il via da un colloquio avuto davvero tra Carlo Zoratti, il regista, ed Enea Gambino, il dolce e spesso arguto protagonista, il progetto ha preso corpo ed è diventato un film ben fatto, sincero, spiazzante, che in forma documentaristica racconta i tentativi di soluzione del "problema" di Enea da parte di Carlo e Alex, un altro amico. Enea, dapprima invaghitosi della sua "fidanzata cartacea", una modella di cui porta sempre con sé la fotografia e che chiama Caterina, va ricercandone una sostituta in carne e ossa tra le ragazze che frequentano una piscina e un luna park dove è in "libera uscita" con i suoi due amici, venendo regolarmente "rimbalzato" e risultando importuno. Carlo e Alex cercano di venirgli concretamente in aiuto dapprima contattando le prostitute nei viali periferici di Udine, dove risiedono, poi rivolgendosi a due "istituzioni" locali, le pordenonesi Pia Covre e Carla Corso, paladine dei diritti delle prostitute, che consigliano loro di portare Enea in un bordello legale della vicina Austria. E lì il terzetto va in missione, su un vecchio furgone Volkswagen, ma nonostante le apparenze non è di un semplice sfogo sessuale che ha bisogno Enea. Dopo una consultazione con un'amica psicologa, vengono indirizzati in un centro in Germania, a Trebel, dove i disabili possono imparare a conoscere e praticare la sessualità, e lì avrà luogo la seconda tappa del viaggio e l'iniziazione, almeno parziale, di Enea. Al rientro in Italia Enea avrà preso coscienza di cosa si tratta e di cosa ha bisogno, ossia di un rapporto stabile e non occasionale o soltanto erotico, e cercherà di trovarlo nel suo ambiente, a costo di un primo fallimento di cui però riesce a farsi una ragione, dopo aver capito cosa davvero sta cercando. Ma chi ha imparato di più dalla vicenda, e dalle domande che Enea si pone e dalle risposte che trova, sono Carlo e Alex. E noi spettatori. Grande pregio della pellicola è di affrontare di petto, senza moralismi ma con sensibilità, affetto e un sano cameratismo tutto maschile un tema che si tende a scansare e che non ha nulla di scabroso e riguarda tutti gli umani. Un film che fa bene alla salute mentale. Soprattutto dei "normali" o presunti tali.

mercoledì 16 aprile 2014

Le ceneri di Gramsci

Pier Paolo Pasolini sulla tomba di Antonio Gramsci

Hotel Gramsci
L’hotel di lusso a cinque piani sorgerà nel centro di Torino, in Piazza Carlo Emanuele: si chiamerà Hotel Gramsci. Sorgerà sulle ceneri della casa in cui Antonio Gramsci abitò dal 1919 al 1921, fondando “L’Ordine Nuovo” e gettando le basi del futuro Pci. Non conosco, personalmente, miglior modo di descrivere la storia della sinistra italiana: il passaggio dalla nobile figura di Antonio Gramsci all’hotel di lusso a lui dedicato, con il pieno sostegno della sinistra cittadina. 
È l’emblema dell’involuzione indecente della sinistra, la tragicomica vicenda del “serpentone metamorfico Pci-Pds-Ds-Pd” (la definizione è di Costanzo Preve): in essa è possibile leggere, in filigrana, una dialettica di progressivo abbandono dell’anticapitalismo e di graduale integrazione, oggi divenuta totale, alle logiche illogiche del mercato divinizzato da parte delle forze di sinistra. L’Hotel Gramsci presenta una sinistra (!) analogia con il Grand Hotel Abisso di cui diceva Lukács nella Distruzione della ragione.
Il paradosso sta nel fatto che la sinistra oggi, per un verso, ha ereditato il giacimento di consensi inerziali di legittimazione proprio della valenza oppositiva del’ormai defunto Partito Comunista e, per un altro verso, li impiega puntualmente in vista del traghettamento della generazione comunista degli anni Sessanta e Settanta verso una graduale “acculturazione” (laicista, relativista, individualista e sempre pronta a difendere la teologia interventistica dei diritti umani) funzionale alla sovranità irresponsabile dell’economia. I molteplici rinnegati, pentiti e ultimi uomini che popolano le fila della sinistra si trovano improvvisamente privi di ogni sorta di legittimazione storica e politica, ma ancora dotati di un seguito identitario inerziale da sfruttare come risorsa di mobilitazione conservatrice. 
Per questo, la sinistra continua inflessibilmente a coltivare forme liturgiche ereditate dalla fede ideologica precedente nell’atto stesso con cui abdica completamente rispetto al proprio originario spirito di scissione, aderendo alle logiche del capitale in forme sempre più volgari. Si tratta del tradizionale zelo dei neofiti, a cui peraltro – accanto ai riti di espiazione – si aggiunge il fatto che, sulla testa dei pentiti, pende sempre la spada di Damocle del loro passato comunista, che, ancorché rinnegato, può sempre essere riesumato all’occasione. 
Lungo il piano inclinato che dalla nobile figura di Antonio Gramsci porta a Massimo D’Alema, si è venuto consumando il tragicomico transito dalla passione trasformatrice di matrice marxiana al disincanto weberiano fondato sulla consapevolezza della morte di Dio, con annessa riconciliazione con l’ordo capitalistico. Con i versi di Shakespeare, lilies that fester smell far worse than weeds: “orribile più di quello delle erbacce è l’odore dei gigli sfioriti”.
Scritto da Diego Fusaro e pubblicato su "Lo Spiffero" lunedì 14 aprile 2014

Non sono mai stato comunista né marxista nel senso che Gramsci dava del termine, ma ho sempre portato grande rispetto per l'uomo e il pensatore sardo, morto privato della libertà nel 1937 a 46 anni, fondatore del Partito Comunista d'Italia, il più grande errore della sua vita, da cui venne costantemente tradito, a cominciare dal "Migliore", Palmiro Togliatti, fino ai suoi miserabili epigoni odierni, tra cui Piero Fassino, già segretario dei DS, una delle mutazioni del PCI, attuale sindaco di Torino; Sergio Chiamparino, già sindaco della stessa città e candidato del PD alle prossime Regionali piemontesi; Massimo D'Alema, già segretario del PDS, presidente dei DS, presidente del Consiglio (e bombardatore di Belgrado) nonché ministro degli Esteri; l'attuale segretario del PD e presidente del Consiglio Matteo Renzi e, naturalmente, il traditore sommo, Giorgio Napolitano I, incoronato presidente della Repubblica abusivo. Gente che di Gramsci ha fatto un santino benché rivisto in chiave farinettiana, come e più di Berlinguer, senza averlo probabilmente nemmeno letto, e che tra una decina di giorni avrà la faccia tosta di andare nelle piazze a portarne in giro un altro, quello della Resistenza.

martedì 15 aprile 2014

Qual è lo scandalo?

Berlusconi ai servizi sociali: “Volontariato con anziani, potrà andare a Roma”

Il Tribunale di sorveglianza di Milano garantisce la "agibilità politica" al leader di Fi in vista delle europee. L'esecuzione della pena per frode fiscale prevede il volontariato presso la Sacra famiglia di Cesano Boscone (Milano), ma da martedì a giovedì è già concessa l'autorizzazione a trasferirsi nella capitale

Silvio Berlusconi

domenica 13 aprile 2014

Grand Hotel Budapest

"Grand Hotel Budapest" (The Grand Hotel Budapest) di Wes Anderson. Con Ralph Fiennes, Tony Revolori, F. Murray Abraham, Mathieu Amalric, Adrien Brody, William Dafoe, Jeff Goldblum, Harvey Keitel, Jude Law, Edward Norton, Saorise Ronan, Jason Schwartzman, Lea Seydoux, Tilda Swinton, Tom Wilkinson, Owen Wilson. USA 2014 ★★★★½
Mantiene ampiamente le aspettative Wes Anderson con questo divertente film presentato in apertura all'ultima Berlinale dove ha vinto il gran premio della giuria e ispirato, secondo quanto ha più volte ripetuto l'originale e poco convenzionale regista statunitense, al raffinato, e anche lui originale e poco convenzionale scrittore austriaco Stefan Zweig, che raggiunse l'apice della notorietà nell'epoca tra le due guerre dello scorso secolo, erede della migliore tradizione mitteleuropea, pacifista convinto e testimone del tramonto di un'epoca e di un Impero (vero, e non plastificato come quello attuale: il che aumenta la dose di rimpianto nostalgico che avvolge chi si immerge in questa giocosa fiaba per immagini, peraltro estremamente curate così come la ricostruzione d'epoca). Lo fa rendendogli omaggio con un'opera di fantasia, con chiari riferimenti cinematografici a Lubitsch e Wilder, ambientata in un mondo favolistico e affollato di personaggi stralunati, ma non poi così improbabili, pieno di situazioni e di riferimenti alla realtà, sia dell'epoca - siamo negli anni Trenta in una fantasiosa Repubblica di Zubrowka nel cuore del Vecchio Continente - sia alla stessa natura umana. La storia prende avvio in un qualche Paese dell'Europa dell'Est del secondo dopoguerra, con l'omaggio di una ragazza alla statua di Zweig e il racconto fatto da uno scrittore di un suo incontro con Zero Mustafa, un'ex immigrato arabo divenuto proprietario di un vecchio, fatiscente ma ancora fascinoso albergo termale collocato in una qualche zona presumibilmente dei Monti Tatra che gli narra le vicissitudini attraverso le quali ne è venuto in possesso, da quando in gioventù era stato "garzoncello", allievo e successore di Monsieur Gustave H, il vero perno della vicenda, un perfetto concièrge interpretato da un Ralph Fiennes altrettanto perfetto, che di fatto dirigeva il Grand Hotel Budapest e aveva una predilezione per le più anziane ospiti. Da una di queste riceve in eredità un preziosissimo quadro d'epoca, suscitando l'ira del figlio. Quando si scopre che la donna era stata vittima di un omicidio, quest'ultimo, che ne è il responsabile, cerca di far cadere la colpa su Monsieur Gustave, e da qui prende via una serie di situazioni paradossali, colpi di scena, fughe, inseguimenti a rotta di collo, che vedono come protagonisti i due personaggi principali, attorniati da un coro di comprimari altrettanti originali interpretati, anche solo per brevi camei, da un cast di interpreti di assoluto livello che ha l'aria di divertirsi un mondo. Come fa il pubblico in sala, che gradisce quasi invariabilmente e ne esce con un generalizzato sorriso sulle labbra e di buon umore. 

venerdì 11 aprile 2014

Piccola patria

"Piccola patria" di Alessandro Rossetto. Con Maria Roveran, Roberta De Soller, Vladimir Doda, Lucia Masino, Diego Ribon, Mirko Artuso, Nicoletta Maragno, Stefano Scandaletti, Giulio Brogi, Mateo Çili, Valerio Mazzuccato. Italia, 2013 ★★★★½
Felice esordio alla regìa nel cinema di finzione, come lo definisce lui stesso, di Alessandro Rossetto, finora apprezzato documentarista, che ha presentato mercoledì sera al "Visionario" di Udine questo film notevole, cui è impossibile rimanere indifferenti, seconda tappa del tour promozionale che regista, attori e il complesso degli Stag hanno intrapreso per accompagnarne l'uscita nelle sale: a precedere la proiezione, un concerto che vede come cantante la sorprendente, bravissima Maria Roveran, una ragazza dolcissima e sensibile, tanto minuta e delicata quanto piena d'energia e talento, autrice e interprete, peraltro, dei due pezzi di colonna sonora in veneto (cori degli alpini a parte). Una storia di ordinaria disgregazione sociale e culturale che, dice il Rossetto, potrebbe essere ambientata in qualsiasi periferia del mondo (preciserei dell'Impero Globalizzato), ma che trova nel Veneto sfregiato e divelto dal malinteso e caotico sviluppo degli ultimi trent'anni, che ha nel mito del "lavoro" come nell'ingordigia degli schei il suo carburante, un luogo privilegiato ed emblematico, cui la recitazione in buona parte in dialetto conferisce un significato e un'efficacia particolari. Girata nell'estate del 2012 con location sparse in tutto il Triveneto, da Bolzano a Trieste, ché tanto nella devastazione è diventato pressoché uguale dappertutto, ma epicentro a Villafranca di Verona, in un non-luogo che potrebbe essere ovunque, lungo il Brenta come sulla Pontebbana, la pellicola narra della vicenda di due amiche, Luisa e Renata, cameriere sottopagate di un orrendo albergo che sembra un'escrescenza tumorale in un paesaggio già butterato da sconcezze inqualificabili, che escogitano un sistema per ricattare un maniaco sessuale e ottenere così del denaro per scappare dal paese in cui vivono. Luisa, solare, disinibita, estroversa è fidanzata con Bilal, un immigrato albanese, all'insaputa del padre indipendentista e razzista, e si fa guardare, tenendo all'oscuro il ragazzo, mentre fanno sesso dall'uomo con cui Renata ha una relazione a pagamento ed è quest'ultima che lo fotografa nella sua attività di guardone per ricattarlo, vendicando al contempo una violenza subita. Il tutto nel quadro di una realtà squallida, resa magistralmente dalla mano del documentarista di razza (magistrali le ripetute riprese dall'elicottero, sui luoghi della scena), con famiglie slabbrate ed esauste, comizi e feste paesane di razzisti e secessionisti ben radicati nel territorio, essendo la rabbia verso lo straniero la valvola di sfogo perfetta per l'insoddisfazione, il vuoto e la mai placata fame di quattrini. La narrazione avviene in modo ellittico, come ha confermato Rossetto, e la sensazione, voluta e riuscita, è quella di un costante lieve sfasamento che ha come effetto quello di accumulare una tensione sotterranea nello spettatore, di inquietudine strisciante che viene paradossalmente stemperata da un finale aperto a ogni soluzione ma non per questo liberatorio né consolatorio. Il film, che merita un plauso e una attenzione particolare, descrive perfettamente una terra che ha perso la sua identità che, alla disperata ricerca di un suo sostituto, si rifugia in un indipendentismo velleitario senza radici culturali né giustificazioni che non siano la brama di quattrini: nemmeno la chiesa, altro non-luogo, l'ennesimo inquietante obbrobrio architettonico, è in grado di dare risposte, meno che mai un certo tipico bigottismo e un padre afasico, reso con grande efficacia da Mirko Artuso, a una ragazza come Luisa (una perfetta e potente Maria Roveran, molto più che una promessa), che è alla ricerca di uno sbocco, di un futuro, quale che sia, anche se fosse soltanto per motivi ormonali. E' lei l'unica a crescere ed evolversi nel corso della vicenda sempre più tesa, non l'amica, introversa e incattivita, attraverso il rapporto con Bilal, di cui pure ha tradito la fiducia, e quello che alla fine riesce a instaurare con la madre, altra ottima interpretazione da parte di Luisa Mascino. Alla fine della proiezione di questo film, che per essere duro non necessita di scene di violenza, perché questa è già nelle cose e negli animi, ll regista, il produttore e i due interpreti principali, la Roveran e Vladimir Doda, attore albanese che parla un italiano esemplare, tutti estremamente disponibili, si sono intrattenuti a lungo col pubblico, in realtà piuttosto scarso nell'occasione: il mio augurio è che accorra numeroso a vedere come è ridotta miseramente la "Piccola patria", anche se è una di quelle cose che fanno male. 

giovedì 10 aprile 2014

OtHello, la H è muta...


"Oblivion - OtHello, la H è muta..." Con Graziana Borciani, Davide Calabrese, Francesca Folloni, Lorenzo Scuda e Fabio Vagnarelli. Al piano Denis Biancucci. Regia di Gioele Dix, testi di Davide Calabrese e Lorenzo Scuda, musiche di Lorenzo Scuda, consulenza registica di Giorgio Gallione. Produzione "Il Rossetti"- Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Bags Live e Malguion srl. Al Teatro Verdi di Maniago l'8 aprile, ultima rappresentazione stagionale. 
Si sono concluse martedì in Friuli, con sala gremita, applausi a scena aperta, pubblico soddisfatto al "Verdi"di Maniago, le repliche, almeno per questa stagione, dell'ultimo spettacolo concepito e messo in scena dall'affiatatissimo e frizzante gruppo bolognese, che si conferma assai valido nella proposta di un divertimento intelligente, compendio di musical, tormentoni, citazioni dotte, gag irresistibili, riferimenti all'attualità, dove non manca un intento didascalico. Qui, per la celebrazione del bicentenario della nascita di Verdi e Wagner, si mettono a confronto in modo scherzoso e arguto due versioni della storia del celebre Moro veneziano, quella di Arrigo Boito, musicata dal maestro parmense, e quella di Shakespeare, attualizzandole senza stravolgerne il senso e mettendone in bocca le parole a personaggi e "interpreti" contemporanei, da Vasco Rossi a Ligabue a Little Tony a Gianna Nannini e perfino il Dario Fo desacralizzato e sbeffeggiato per l'occasione, solo per fare degli esempi, e il tutto procede con un ritmo incalzante e senza tempi morti, come in un ingranaggio perfetto. Il senso del tempo e quello del ritmo, oltre a un'ironia apparentemente bonaria ma di precisione chirurgica, all'occorrenza, il marchio di fabbrica degli Oblivion oltre alle non indifferenti doti musicali e canore. Di queste, un saggio esilarante nel bis, una "Ave Maria" di Schubert in versione remix, anni Settanta, di cui qui avete un esempio tratto da una loro visita a Radio Deejay. Ad accompagnare il quintetto il pianista Denis Biancucci, che si integra alla perfezione con il resto del gruppo, e si conferma professionale e divertita al contempo la regia di Gioele Dix. Successo meritato e un arrivederci a presto.

martedì 8 aprile 2014

Descamisado fanfarrón

Sono trascorsi meno di due mesi da quando Renzie salì al Colle per ricevere da Sua Maestà Giorgio Napolitano I° l'incarico di formare il governo e in quell'occasione, presentando la sua piattaforma, illustrò la road map per cambiare radicalmente l'Italia: una riforma al mese, ricordate? "Entro il mese di febbraio un lavoro urgente sulle riforme costituzionali ed elettorali.da portare all'attenzione del Parlamento e da subito dopo, nei mesi successivi, immediatamente nel mese di marzo la questione del lavoro, nel mese di aprile la riforma della Pubblica amministrazione e nel mese di maggio quella del fisco". Lo stato dell'arte lo riassume il fondo di Marco Travaglio sul FQ in edicola stamattina, con la rievocazione di un editoriale di Montanelli che dipingeva alla perfezione l'eterna propensione degli italiani ad affidarsi all'Uomo della provvidenza in grado di salvare la baracca e risolvere tutti i problemi del Paese se solo lo si lasciasse lavorare però libero da lacci e lacciuoli: i riferimenti al mussoliniano "non disturbate il manovratore" ed ai suoi emuli nonché discendenti in linea diretta Craxi e Berlusconi non sono assolutamente casuali. A vedere questo Fregoli della politica affetto da logorrea inarrestabile, nonché da una voce fastidiosamente chioccia e petulante, spuntare inopinatamente a qualsiasi ora della giornata dai teleschermi, dalle pagine dei giornali e dei social media, sbracciandosi instancabilmente, posseduto da un ipercinetismo immotivato che più che Marinetti richiama alla memoria Cretinetti, a me torna alla mente sempre con angoscia la triste sorte del Paese che considero la mia seconda patria, quantomeno elettiva, l'Argentina. Paese spaventosamente simile al nostro e sistematicamente ignorato dalla nostra informazione monodimensionale, a meno che non si tratti di Maradona, di puttane d'importazione trasformate in starlette televisive e regine del gossip e di tango posticcio diventato effimeramente di moda perfino nei circuiti pseudo-alternativi, benché una buona metà dei suoi abitanti sia d'origine italiana: o forse proprio in ragione di ciò. L'Argentina è seriamente a rischio di tracollo una seconda volta dopo il collasso di inizio millennio, e da dieci anni è nuovamente vittima di una forma di cancro da cui non riesce a liberarsi: il peronismo, (da noi è il fascio-cattocomunismo) questa volta nella versione K(irchner), e ancora una volta per via dinastica o, meglio di vedovanza: Cristina Fernández succeduta a Nestor Kirchner così come 40 anni fa Isabel Martínez a Juán Domingo Perón. Uguali, di qua e di là dell'Atlantico, l'inettitudine, corruzione e arrogante stupidità del ceto politico e dirigente in generale, identici le schiere di intellettuali organicamente complici, uguali i corifei dell'informazione di regime, benché nel complesso di là meno conformista nonostante la perniciosa ley de medios che la pone sotto controllo del governo con il pretesto di renderla accessibile a tutti e quindi democratizzandola a suo uso e consumo: ma l'Italia, come diceva già ai suoi tempi il mai abbastanza rimpianto Sergio Saviane, non c'è alcun bisogno di un Minculpop perché il giornalista nostrano si autucensura, salvo rare eccezioni, volontariamente. Così come non c'è bisogno di repressione e minacce per tenere calma la stragrande maggioranza della popolazione: basta la promessa dell'ennesimo miracolo, o anche solo quella di un'elemosina di 80 € in busta paga. Però dopo le elezioni europee, va da sé. Forse. O forse che no.

sabato 5 aprile 2014

Yves Saint Laurent

"Yves Saint Laurent" di Jalil Lespert. Con Pierre Niney, Guillaume Gallienne, Charlotte Lebonne, Laura Smet, Marie de Villepin, Nikolai Kinski, Anne Alvaro e altri. Francia 2014 ★★★½
Buon film biografico che racconta efficacemente e senza giudicarla la tormentata vita, tra luci e ombre, di una personalità complessa e introversa come quella di Yves Saint Laurent, artista a tutto tondo che ha rivoluzionato, agli inizi degli anni Sessanta, un mondo paludato e ingessato come quello dell'alta moda. Voce narrante è Pierre Bergé, ottimamente interpretato da Giullaume Gallienne, mentore, manager e compagno di vita di Yves Saint Laurent, cui dà vita, con tutti i suoi tic e le sue ritrosie, Pierre Niney, anche lui attore della prestigiosa Comédie Française e, come Gallienne, straordinariamente somigliante all'originale. Chiamato a dirigere la Maison Dior alla morte del fondatore nel 1957, a soli 21 anni, il giovane disegnatore franco-algerino, originario di Orano, si mette in luce alla presentazione della prima collezione personale che ha subito un grande successo, ma venne licenziato tre anni dopo quando fu ricoverato per una crisi maniaco depressiva in occasione del richiamo alle armi durante la guerra d'Algeria. Fu in quell'occasione che iniziò il sodalizio anche lavorativo con Bergé, che prendendolo sotto la sua ala protettrice per il resto della sua esistenza si occupava di tutti gli aspetto pratici e comunque lontani dalla personalità artistica di Yves, consentendogli di riversare tutte le sue energie nella creatività e nell'invenzione delle sue realizzazioni sempre più innovative e spesso anticipatrici. Fu una vita di eccessi, quella di Yves, parallela a quelle delle rock star più "maledette", in sintonia con un decennio di cambiamenti epocali e agitata da fermenti di ogni genere come quello degli anni Sessanta e quello successivo, quando si consolida la griffe YSL che si lancia, tra le prime, anche nel prêt-à-porter inaugurando negozi con il proprio marchio, e la pellicola ci mostra non solo l'evoluzione artistica e lavorativa del personaggio e della casa che fu tutt'uno con lui, ma anche quella personale, del suo rapporto di totale complementarietà con Bergé, fatto anche di tradimenti reciproci ma che resistette fino all'ultimo; quello di affetto profondo ma anche litigioso con l'amica, confidente  e modella preferita, Victoria; quelli conflittuali, nonostante l'apparenza, con la famiglia d'origine e la madre in particolare; quelli di amicizia, più o meno interessata; quindi con l'ambiente sia modaiolo sia intellettuale e dello spettacolo, nonché i problemi con alcol, droghe, psicofarmaci; il suo profondo legame con la terra nativa, il  Maghreb, sempre fonte di ispirazione per i suoi colori e le sue forme, e non potevano mancare le riprese nella incantevole Villa Majorelle che YSL fece costruire a Marrakech, tutt'ora visitabile. Una pellicola valida, ben girata, che fa conoscere gli aspetti oscuri di un mondo apparentemente fulgido e spensierato, mai agiografica. YSL non è mai mostrato negli ultimi anni, quelli del totale decadimento fisico, in cui appariva devastato dagli stravizi e dalle malattie, forse per una forma di rispetto, mentre Bergé sì. Ecco: rispetto, affetto però mai ruffianeria: questo l'atteggiamento del regista, anche lui di origine algerina, nei confronti del suo celebre conterraneo. Ritratto di artista, di uomo ma anche di una società e specchio di un'epoca vitale. 

mercoledì 2 aprile 2014

Goli Otok - Isola della libertà

"Goli Otok - Isola della libertà" di Renato Sarti. Regia e interpretazione di Elio De Capitani e Renato Sarti. Musiche di Carlo Boccadoro, luci di Nando Frigerio. Produzione Teatro dell'Elfo in collaborazione con Teatro della Cooperativa. Al Teatro Elfo/Puccini di Milano fino al 13 aprile. 
Ha preso corpo la versione definitiva ed è stata rappresentata ieri sera quella che il suo autore, Renato Sarti, ha voluto chiamare "lettura scenica", nata da una sua idea dopo aver letto qualche anno fa il libro "Goli Otok - Ritorno all'isola Calva" in cui il giornalista napoletano-fiumano Giacomo Scotti svelò l'esistenza del "Gulag di Tito", riservato a comunisti dissidenti che nel 1948 non condivisero la scelta del maresciallo di rompere col Cominform, tra cui centinaia di Italiani, tra cui molti operai dei cantieri di Monfalcone che, dopo la guerra, emigrarono in Jugoslavia con l'intenzione di "costruire il socialismo". In quel libro si trovava anche la testimonianza di Aldo Juretich, studente di medicina e militante comunista fiumano, il quale vi fu rinchiuso per due anni e che in seguito si trasferì in Italia, a Monza. Dai colloqui tra Sarti e Juretich nacque un testo che venne rappresentato per la prima volta al Mittelfest di Cividale nel 2011 insieme a De Capitani e ripreso all'Elfo nell'autunno due due anni fa in una versione ancora in fieri. La rappresentazione vede in scena Sarti nelle vesti di un medico, anche lui d'origine croata, o meglio "meticcia", come precisa l'interlocutore, che va a trovare Aldo, scomparso da pochi anni, cui da voce Elio De Capitani, e ha una lunga e intensa conversazione con lui. Una voce forte, chiara, espressione di una coscienza e intelligenza lucida e sempre profondamente umana, che non ha mai abbandonato gli ideali di solidarietà, fratellanza e giustizia sociale che lo mossero da giovane nonostante lo abbiano condotto al suo calvario e che pur condannando le atrocità di chi mise in atto la persecuzione contro gli ex "compagni", trova sempre un motivo di comprensione. Una testimonianza agghiacciante su un sistema che, attraverso l'annientamento della personalità, la disumanizzazione, pretendeva di "rieducare", sostanzialmente per mezzo della delazione e della denuncia di amici, famigliari, compagni. Aldo sopravvisse all'inferno di Goli Otok, ma si ritrovò isolato ancora una volta anche in seguito, prigioniero questa volta dell'isolamento in cui si trovava a vivere: visto come un appestato da chi sapeva della sua vicenda, come un fantasma da chi si rifiutava di vedere e sapere, infine di sé stesso, volutamente autoisolato per non compromettere persone care: un incubo che sarebbe durato tutta la vita, benché Aldo racconti la sua storia anche con una certa leggerezza, ironia, abbondando in citazioni letterarie e filosofiche. Uo spettacolo potente, toccante, intensissimo quanto scarno ed essenziale, esempio perfetto di teatro civile prima ancora che "politico". Decisamente teatro necessario. Sala gremita, applausi scroscianti, presente anche la moglie di Aldo, Ada Juretich, e attraverso l'intensissima interpretazione di Elio De Capitani, anche lui in persona, sicuramente più vivo, in questi tempi di anestetizzazione collettiva, di tanti grotteschi epigoni delle vicende della sinistra nostrana, che pure si agitano smaniosi sul palcoscenico della politica-spettacolo.