giovedì 27 febbraio 2014

Monuments Men

"Monuments Men" (The Monument's Men) di George Clooney. Con George Clooney, Matt Demon, Bill Murray, John Goodman, Jean Dujardin, Kate Blanchett, Bob Ballaban, Hugh Bonneville, Dimitri Leonidas e altri. USA, Germania 2014 ★★★
C'è qualcosa di sincopato nell'andatura di questo film: cambiamenti di ritmo, forse dovuti a qualche lacuna nella sceneggiatura, che hanno per risultato parti che scorrono via veloci, anche troppo, altre più lente; la sensazione talvolta di un salto da palo in frasca, oltre a quella di un déja vu, forse voluto, omaggio al meccanismo di alcuni classici film bellici, ma già la sola idea di assegnare la parte degli eroi a un manipolo di uomini di cultura che, inadatti al combattimento, accettano di rischiare la morte pur di salvare quante più possibili opere d'arte trafugate dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, di cui Hitler in persona aveva ordinato la distruzione in caso di sconfitta, è meritoria e parla anche dell'attualità (vedi il saccheggio del Museo Archeologico di Baghdad senza che gli occupanti USA muovessero un dito) oltre ad ispirarsi a una vicenda reale. Ad assemblare l'eterogeneo gruppo, lo storico dell'arte Frank Stokes (lo stesso Clooney), che convince il presidente Roosevelt in persona ad affidargli l'incarico nell'ultimo anno di guerra, dopo lo sbarco in Normandia del giugno 1944, i cui tic personali sono caratterizzati forse con un eccesso di compiacimento, che porterà a termine con successo il proprio compito, pur in mezzo a mille difficoltà e pericoli nonché l'aperta ostilità da parte dei comandi dei reparti combattenti, cui si somma la diffidenza di alcuni responsabili francesi, timorosi che l'amico americano abbia in realtà le stesse tentazioni predatorie del Führer e che animavano del resto anche Napoleone Bonaparte. Perché sottrarre, o distruggere le opere d'arte, ossia la massima espressione di un popolo, equivale a cancellarne la memoria storica, l'identità, e su questo Clooney è chiarissimo. Per il resto il film sembra un po' datato e riflette alcuni cliché hollywoodiani (di quelli migliori, s'intende); il cast è di prim'ordine (Bill Murray su tutti, e subito dietro John Goodman) e sembra perfino sottoutilizzato. Buon film, ma George Clooney sa fare decisamente di meglio.

martedì 25 febbraio 2014

A futura memoria...


... e a scanso di equivoci, questo è il video del discorso tenuto ieri da Matteo Renzi al Senato con cui il governo da lui presieduto ha ottenuto la fiducia, con numeri meno mirabolanti degli impegni e delle promesse di questo bamboccione petulante e logorroico, dallo stesso ramo del Parlamento che il trentottenne "ragazzo" intende abolire (i sedicenti rappresentanti del Popolo Sovrano non sono nuovi ad applaudire e strisciare ai piedi di chi li bastona o vuole zittire, come aveva confermato il discorso d'insediamento del Napolitano-bis lo scorso aprile). Non vale la pena aggiungere altro perché si commenta, e si commenterà da solo. Noto soltanto che il costo il costo complessivo di questa prima tranche urgente e ineludibile dell'Agenda Renzi ammonta ad almeno 100 miliardi di euro (e non lo dico io ma la Confartigianato, così come lo sostiene lo Huffington Post, che appartiene al gruppo Repubblica-L'Espresso che del neo presidente del Consiglio è il principale sponsor) sulla cui provenienza il Nostro non fa cenno, e che fa presagire un'ulteriore svendita di ciò che di appetibile rimane nel Paese (Soros si sta già muovendo in tal senso, così come è da tempo in azione Black Rock) e che gli unici attacchi politici (si fa per dire) sono stati rivolti a quelli che Renzi considera, questa volta a ragione, il solo vero avversario elettorale, il M5S di Grillo e Casaleggio, degni concorrenti sul suo stesso terreno, quello del populismo, dell'egolatria sfrenata e del chiagni e fotti, avendo egli letteralmente inglobato lo spirito che dominava l'uomo di cui ha a tutti gli effetti preso il posto, Silvio Berlusconi: una sorta di parassita alieno, il Goa-uld (cfr Stargate, 1994) che, secondo un accurato studio scientifico, si è trasferito dal "ganassa" brianzolo al suo clone fiorentino. Intanto ha messo le mani avanti e, se fallirà nei suoi intenti, la colpa sarà di chi "non lo fa lavorare" e al massimo tra un anno si tornerà alle urne (con la nuova legge elettorale da lui congegnata assieme al suo alter-ego, l'unica "riforma" che andrà sicuramente in porto) e per almeno altri vent'anni non ce ne sarà più per nessuno, perché questo non ce lo leveremo dai coglioni neanche a piangere. Allora, all'alba dei miei ottant'anni, si confermerà la mia profezia che moriremo tutti democristiani, in base all'unica certezza che ha contrassegnato la mia esistenza: il peggio deve ancora venire. E poi non dite che non ve l'avevo detto...

domenica 23 febbraio 2014

Il tocco del peccato

"Il tocco del peccato" (Tian Zhu Ding) di Jia Zhang-Ke. Con Zhao Tao, Jiang Wu, Wang Baoqiang, Lanshan Luo e altri. Cina, Giappone 2013 ★★★★
Con "Il tocco del peccato" Jia Zhang-Ke racconta e denuncia, con estrema efficacia, le contraddizioni del vertiginoso sviluppo in senso capitalistico della società cinese, il divario sempre più abissale tra ricchi e poveri, città e campagne, la destrutturazione della società e dei rapporti umani nonché della psiche dell'individuo. Lo aveva già fatto con un film intimista come Still Life, vincitore del Leone d'Oro nel 2006, e lo rifà qui, con crudo realismo, attraverso quattro storie di "ordinaria follia" che scandiscono, 30' l'uno, la pellicola, tratte da fatti realmente accaduti e in qualche modo collegati tra loro, tre casi di omicidio particolarmente efferati e uno, emblematico, di suicidio, esemplari del disagio che cova nel Paese a causa dello tsunami provocato da uno sviluppo e ritmi folli e a ogni costo, totalmente squilibrato prima ancora che insensato. Nel primo è all'opera una specie di "eroe proletario", intenzionato a denunciare al partito le ruberie perpetrate dai dirigenti della miniera del villaggio dove vive e lavora che, dapprima ignorato, poi "avvertito", picchiato e umiliato, imbraccia un fucile da caccia e si fa giustizia da solo accoppando responsabili e complici; nel secondo si tratta di un giovane capofamiglia che non riesce più a sostenere la dimensione rurale, sempre più minacciata dall'incombere della città-monstre, e all'insaputa del parentado, cui manda puntualmente le rimesse delle sue "attività", va in giro ammazzando gente con una pistola automatica un po' "per lavoro", rapinandola, e un po' per noia esistenziale; nel terzo protagonista è una receptionist di una sauna equivoca, interpretata dall'impeccabile Zhao Tao, moglie del regista e già apprezzata e premiata in Italia per la parte principale in Io sono Li di Andrea Segre che, frustrata nel tentativo di dare una svolta alla propria esistenza (si è innamorata di un uomo già sposato che non si decide a divorziare), è vittima di molestie sessuali da parte di due clienti che la scambiano per una prostituta, cui reagisce in maniera smisurata in preda a una furia letale: qui l'arma è un coltello; nell'ultimo episodio, infine, l'attenzione si sposta nella città industriale di Dongguan, nel Sud della Cina, dove un ragazzo, precarizzato come decine di milioni di suoi coetanei, cambia lavori in continuazione, penultimo dei quali come cameriere in un locale ambiguo dove di fatto si pratica la prostituzione e dove si innamora di una giovane escort; resosi conto dell'impossibilità della relazione con la ragazza, finisce in una fabbrica tipo Foxconn o Petagron, dove invece di usare l'arma di cui è dotato, un bastone acuminato, contro di sé, si butta da un terrazzo della casa-termitaio in cui gli tocca convivere con altri disgraziati come lui. Non stupisce che una pellicola simile, che racconta in maniera esemplare ma al contempo cinematograficamente spettacolare la realtà cinese contemporanea sia stata bloccata e boicottata in patria; vale la pena vederla quindi non soltanto per il suo valore "documentario" ma anche di intrattenimento: impeccabile la sceneggiatura, premiata a Cannes, convincenti gli interpreti, ottime regia e fotografia, non mancano effetti "tarantiniani", e non è casuale la presenza del grande Takeshi Kitano come produttore.

venerdì 21 febbraio 2014

Opzione Kiev

La violenza esiste ed è un'opzione sempre a rapida portata di mano. Di pronto utilizzo. Vogliamo parlarne?

giovedì 20 febbraio 2014

Smetto quando voglio

"Smetto quando voglio / Meglio ricercati che ricercatori" di Sydney Sibilia. Con Edoardo Leo, Valeria Solarino, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Libero de Rienzo, Stefano Fresi, Lorenzo Lavia, Pietro Sermonti, Neri Marcorè. Italia, 2013 ★★★½
Molto incoraggiante l'esordio nel lungometraggio da parte di Sydney Sibilia, 33enne regista salernitano, che confezione una commedia all'italiana non banale, decisamente divertente, girata con ottimo ritmo e una fotografia efficace e accattivante, che si riallaccia alla tradizione migliore saltandone a pie' pari gli epigoni più sfiatati e poveri di idee. Lo spunto è tratto dalla realtà, ovvero dalla situazione disastrosa dell'università italiana, divelta dalla baronia post sessantottina che ha sostituito, in peggio, quella che l'ha preceduta e pronta a trasformarsi nella gerontocrazia che domina anche la vita politica, in cui le intelligenze migliori sono espulse o messe nelle condizioni di non lavorare, con le conseguenze che conosciamo nel campo della ricerca. Salvo scegliere la via dell'emigrazione, sono costrette a un umiliante precariato, a meno di non fare come il 37enne Pietro Zinni (Edoardo Leo), costretto a integrare con ripetizioni private un modesto assegno di ricerca per uno studio estremamente promettente, e quando questo non gli viene rinnovato insieme a un collega (un bravissimo Stefano Fresi, ottimo musicista e, a tempo perso, attore) ridotto a fare i lavapiatti in un ristorante cinese, riesce a trovare il modo di sintetizzare la molecola per un nuovo stupefacente che non rientra ancora tra quelli che catalogati come sostanze vietate dal ministero della Salute, e che non risulta pertanto illegale, mentre lo è lo lo spaccio, per il quale inventano sistemi curiosi e assemblano una banda di brillanti laureati ed ex ricercatori sul lastrico e costretti al precariato, e il profitto che ne deriva. Le conseguenze sulle loro vite e i loro rapporti personali sono esilaranti quanto la smart drug che smerciano, alla faccia delle intenzioni di non farsi notare, e naturalmente vengono smascherati sia dalla concorrenza (anch'essa, si scoprirà, in mano a un personaggio sorprendente) sia dalla polizia. Finisce con un rétour à la normale, ossia al precariato, salvo per Zinni, che patteggia la pena assumendosi tutte le responsabilità, e preferirà rimanere in carcere nonostante possa avanzare richiesta di libertà anticipata perché e ha trovato un lavoro e uno stipendio sicuro che possa tamponare le pretese di una fidanzata ottusamente perbenista: insegnare chimica ai detenuti a caccia di diploma. Buona parte del merito della riuscita del film va a un cast felicemente assortito e bene affiatato, dove soltanto la Solarino (la figa de legn di cui sopra) risulta, per l'appunto, piuttosto legnosa, ma forse la sceneggiatura la voleva proprio così e lei non ha fatto fatica ad adeguarsi. Le premesse sono buone, la speranza è che Sibilia continui su questa strada. 

mercoledì 19 febbraio 2014

I segreti di Osage County

"I segreti di Osage County" (August: Osage County) di John Wells. Con Meryl Streep, Julia Roberts, Chris Cooper, Ewan McGregor, Abigail Breslin, Benedict Cumberbatch, Juliette Lewis, Margo Martindale, Dermot Mulroney, Julianne Nicholson, Sam Shepard. USA 2013 ★★★★
Alla faccia dei tanto osannati fratelli Coen, beniamini della pseudocritica conformista, intellettualoide e luogocomunista, e prescindendo dal "fuori categoria" Scorsese, è questo "filmone" la vera sorpresa del recente cinema autoriale a stelle e strisce, e l'uscita pressoché in contemporanea nelle nostre sale ne consente un confronto che risulta impietoso, a tutti i livelli, con l'involuto, pretenzioso e pallosissimo "A proposito di Davis". Il cui cast per intero dovrebbe prendere lezione per qualche anno da quello, senza eccezione alcuna, assemblato da John Wells e capitanato da una Meryl Streep da urlo, così come per una sceneggiatura incalzante e precisa i due Coen potrebbero ispirarsi a quelle di Tracy Letts, che quando colpisce, lascia il segno: sua anche quella di Killer Joe, ed entrambe tratte da pluripremiate e sperimentate versioni teatrali. Siamo in una cittadina dalle parti di Tulsa (Tulsa Time di Eric Clapton la colonna sonora), nelle Grandi Pianure (in gran parte desertiche) dell'Oklahoma, già terra di frontiera strappata ai "nativi" da pionieri duri e senza scrupoli, e la vicenda si svolge nell'ambito famigliare di una coppia di discendenti di questi ultimi. Hanno acquisito un alto livello culturale e il benessere ma non perso certe asprezze di carattere: Beverly è un poeta nonché professore universitario, Violet una donna intelligente ancorché psicotica e un autentico monumento alla stronzaggine, e il matrimonio regge negli anni per un patto esplicito: lei lo lascia bere e lui le consente di impasticcarsi di psicofarmaci. Hanno tre figlie, che vengono convocate perché, per motivi imprecisati, il capofamiglia sparisce. Come già accaduto in precedenza, ma questa volta è diverso perché verrà ritrovato cadavere in un lago, probabilmente suicida. Quella che si svolge durante le ricerche e poi dopo le esequie di Beverly non è una semplice riunione di famiglia, ma un autentico, violento psicodramma, quasi un thriller, che si dipana man mano che attraverso un serrato confronto dialettico tra tutte le parti, compresi la sorella della "matriarca", i coniugi e i figli delle varie parti in causa, si svelano tutti i "cadaveri nell'armadio" dei "parenti serpenti" di monicelliana memoria. Tralascio di svelare ulteriormente la trama per non togliere il gusto dei colpi di scena che si susseguono in un film dove ogni parola, ogni silenzio, ogni immagine, ogni espressione dei magnifici interpreti, ribadisco senza alcuna eccezione, hanno un significato potente, anche se il duello tra Meryl Streep e Julia Roberts, un'attrice che non sempre mi convince ma qui dimostra di essere tra le grandi, fra madre e figlia, è da antologia del cinema. Un film che sarebbe piaciuto, dimostrandone le teorie, al maestro dell'antipsichiatria David Cooper e, dalle nostre parti, a Franco Basaglia. A me ha entusiasmato e non posso che raccomandarlo. Certo non è rasserenante, ma riguarda chiunque: tutti abbiamo una famiglia con cui fare i conti. La sua presenza, o assenza, e i legami che ne derivano non sono mai neutri: volenti o nolenti ne portiamo addosso le conseguenze. 

lunedì 17 febbraio 2014

A proposito di Davis

"A proposito di Davis" (Inside Llewyn Davis) di Joel ed Ethan Coen. Con Oscar Isaac, Carey Mullighan, Justin Timberlake, Ethan Phillips, Robert Bartlett e altri. USA, Francia 2013 ★★-
Sì, va beh, però che palle... Nessun dubbio che i fratelli Coen siano in grado di confezionare un buon prodotto, ci sappiano fare con la macchina da presa e con la sceneggiatura, abbiano un occhio particolarmente acuto e felice nello scegliere gli interpreti dei loro personaggi straniti, spesso tartassati dal destino, e il volenteroso Oscar Isaac è adeguato a mettersi nei panni di questo menestrello, uno sfigato di prima categoria che tenta la fortuna nei locali del Greenwich Village di New York dove si suona musica folk, frequentati da intellettuali rétro nei primi anni Sessanta, la cui carriera si incrocia - anche nella pellicola - con quella di Bon Dylan, che avrebbe rivoltato il genere come un calzino, dandogli nuova vita. E' un perdente nato, il Llewyn Davis di cui si tratta, ispirato a un folksinger davvero esistito, Dave Van Ronk, che però non fa nulla per non esserlo: ospitato su divani di amici e conoscenti quando soggiorna a New York, è una specie di Re Mida all'incontrario, che trasforma in merda tutto quel che tocca, come gli rinfaccia Jean, la parte femminile di una coppia di colleghi che lo ospita e che ha incautamente messo incinta; perde il gatto di un'altra coppia di amici (citazione abbastanza banale di "Colazione da Tiffany"; uscito nel 1961, lo stesso anno in cui è ambientata vicenda di LLewyn Davis) perché oltre a essere introverso e infelice è pure un menefreghista e un ingrato, spesso anche aggressivo e supponente, perde perfino i documenti che gli servono per tornare alla sua vecchia vita di marinaio quando capirà, dopo un provino a Chicago con un produttore di fama, che non ha un futuro artistico perché, come gli dice, è sì bravo, "ma con quella roba non fai soldi". Ha una sua coerenza, l'uomo; non vuole scendere a compromessi, senza rendersi conto che ciò che suona e canta appartiene a un altra epoca (Elvis Presley domina la scena orma da qualche anno, Dylan è all'orizzonte e lo seguirà sullo stesso palco del localino malfamato in cui si esibisce solo perché il proprietario, che ne sopporta le intemperanze suo malgrado, nutre affetto per lui) e non fa nulla per rendersi gradevole, e fin qui ci siamo. Come anche con la descrizione dei vari ambienti umani che vengono rappresentati: quello che sempre si ripete sono la sequela di losers, le solite facce assurde, la circolarità ossessiva, ormai un luogo comune, la ripetitività delle situazioni, col risultato che non ci si libera per un momento da quel senso di stantìo che invariabilmente emana dal cinema dei fratelli Coen e che dopo aver affascinato finisce per stancare, convincendo sempre più che può variare l'ordine dei fattori senza che cambi il prodotto. Che è quasi sempre più che dignitoso (inscì avèghen!), talvolta geniale, altre tendente al fiacco. Come in questa occasione.

sabato 15 febbraio 2014

La coscienza di Zeno


"La coscienza di Zeno" di Tullio Kezich, adattamento dal romanzo di Italo Svevo. Con Giuseppe Pambieri, Silvia Altrui, Nino Bignamini, Giancarlo Condé, Guenda Goria, Margherita Mannino, Marta Ossoli, Antonia Renzella, Raffaele Sincovich, Anna Paola Vellaccio, Francesco Wolf. Regia di Mauriuzio Scaparro, scene di Lorenzo Cutúli, costumi di Carla Ricotti e musiche di Giancarlo Chiaramello. Produzione Teatro Carcano di Milano. Al Politeama Rossetti di Trieste fino al 16 febbraio.
Nato, cresciuto e vissuto per 45 anni a due passi dal Teatro Carcano di Milano che l'ha prodotto, era destino che assistessi a questa versione de "La coscienza di Zeno" nella città, Trieste, che diede i natali a Italo Svevo, autore del romanzo da cui è tratto il felice e godibile adattamento che ne fece nel 1964 Tullio Kezich, altro triestino scomparso qualche anno fa e in cui è ambientata questa acuta, ironica e al contempo malinconica pièce. Al bravissimo e versatile Giuseppe Pambieri, in scena dall'inizio alla fine, calzano a pennello i panni di Zeno Corsini, figlio di un uomo di affari di successo, apprendista commerciante senza grande entusiasmo e aspirazioni che, convinto di essere malato, si rivolge a uno psicanalista che gli prescrive di raccontare, in forma diaristica, i fatti salienti della propria esistenza. Che è ciò che fa, con leggerezza e non prendendo mai troppo sul serio né sé stesso né la vita, che subisce, più che determinarla, scandendone le tappe significative con l'eterna, ricorrente, "Ultima Sigaretta" che, in quanto tale, è la più saporita e gustosa di tutte. Studente universitario poco convinto, che si barcamena tra giurisprudenza e una facoltà scientifica e vittima di un rapporto conflittuale col padre; apprendista commerciante alla Borsa, sotto la guida di un affarista che diventerà suo suocero: ne sposerà quella tra le quattro figlie che gli piace di meno, Augusta; socio d'affari  del cognato, l'imprudente Guido che va a picco giocando in borsa e si suiciderà; amante di Carla, aspirante cantante che mantiene fino a che non si invaghisce del suo maestro nonché "artista vero", Zeno ripercorre in tarda età, nel pieno della guerra (siamo nel 1916), la sua vita trascorsa in una città cosmopolita in un'epoca di grandi cambiamenti, dove la sua asincronia e incongruità rispetto ai tempi, questi sì malati e forieri di guai peggiori (che Zeno/Svevo intravvedeva già nel 1923 quando scrisse il romanzo), sono in realtà la sua salvezza perché gli consentono di veleggiare e adeguarsi ad essi più di quanto possano farlo i "sani", i "normali", ingessati nei loro ruoli che non hanno più senso, perché è la realtà stessa ad essere insana. Parlando della psicanalisi, "scienza" che proprio in quel periodo stava prendendo piede, Svevo aveva certamente presente la definizione che ne dette Karl Kraus, ossia che fosse "quella malattia  di cui pretende di essere la cura" e non stupisce certo che fu a Trieste che avrebbero avuto successo, negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, gli esperimenti antipsichiatrici di Franco Basaglia. Accoglienza calda e affettuosa in un teatro come il Rossetti "amico" di Scaparro e Pambieri, e convincenti tutti i suoi compagni sulla scena: uno spettacolo cui vale la pena assistere. 

giovedì 13 febbraio 2014

Avete voluto Ren Zen? Io ve lo avevo detto...

"Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico...". Antico proverbio cinese (zen).

mercoledì 12 febbraio 2014

Hannah Arendt

"Hannah Arendt" di Margarethe von Trotta. Con Barbara Sukowa, Axel Milberg, Janet McTeer, Julia Jentsch, Ulrich Noetten, Michael Degen. Germania, Lussemburgo, Francia 2012 ★★★★★
Un film necessario, prima ancora che bellissimo e rigoroso, su una donna eccezionale, Hannah Arendt, faro di un pensiero attualissimo, profondo, acuminato, libero e umanista a tutto tondo, coniugato a un'azione coerente e determinata. A volerlo e girarlo Margarethe von Trotta, un'autentica garanzia, la quale ha affidato il personaggio principale a Barbara Sukowa, che per la regista (e già attrice) berlinese aveva anche interpretato in maniera sontuosa un altro gigante dell'intellettualità tedesca: Rosa Luxemburg nel film Rosa L. del 1986, e quelli dell'entourage della filosofa, scrittrice, storica (naturalizzata americana solo nel 1958 dopo 18 anni come apolide) a un cast altrettanto valido e all'altezza. Von Trotta ha scelto di prendere in esame un periodo cruciale per la Arendt, quello tra il 1961 e il 1964, che ha visto la gestazione del suo libro più famoso, "La banalità del male", tratto da cinque articoli scritti sul "New Yorker", che coraggiosamente aveva accettato la sua proposta di inviarla a Gerusalemme come osservatrice al processo contro Eichmann, il gerarca nazista rapito dal Mossad a Buenos Aires nel 1961 e poi condotto davanti a una corte in Israele. Coerente come sempre al suo pensiero spiazzò tutti: i suoi amici di New York, ebrei e no (ma non la sua sodale Mary McCarty e il marito Heinrich Bühler, interpretato in maniera magistrale da Axel Milberg, che aveva intuito a cosa l'amata moglie stesse andando incontro); quelli israeliani come il sionista della prima ora Kurt Blumenfeld; i colleghi dell'Università; per non parlare della comunità ebraica nel suo complesso, che la accusarono di arroganza intellettuale e insensibilità per aver considerato Eichmann nulla più che un burocrate insignificante, nella sua logica incosciente, rotellina di un ingranaggio disumanizzante, questo sì responsabile del male, e di aver indicato come condiscendenti col il nazismo i leader delle comunità ebraiche europee. Per Arendt è il sistema nel suo complesso, e quello totalitario in particolare, a togliere all'uomo ciò che lo distingue e lo rende tale: il pensiero. Senza di esso, rendendolo ininfluente e comunque sostituibile all'interno di un meccanismo micidiale e spersonalizzante, non c'è nemmeno responsabilità individuale. E' questo, un aspetto del pensiero di Hannah Arendt, che trova le sue basi in altre sue due opere fondamentali, ma "opportunamente" meno citate dal giornalismo luogocomunista, "Le origini del totalitarismo" e "Vita Activa. La condizione umana", su cui si preferisce glissare. Accusata di antisionismo, risponderà, lei ebrea e a suo tempo perseguitata e internata, di non amare gli ebrei in quanto tali, ma i suoi amici (alcuni dei quali la rinnegheranno), così come considerò la Shoah un crimine contro l'umanità, e non "contro gli ebrei". Il film racconta come Arendt elaborò queste sue convinzioni, che non nascevano soltanto dall'acuta osservazione del comportamento di Eichmann durante il processo, ma anche dalla sua stessa formazione, a cominciare dal suo rapporto, sia intellettuale sia sentimentale col suo maestro e mentore, Martin Heidegger, di cui fu allieva; e poi dalle discussioni col marito, ex spartachista, poeta e filosofo e pure sionista, per quanto non ebreo; con la McCarty, scrittrice spregiudicata e attivista di sinistra, con la fedele assistente Lotte Köhler, con il coetaneo e collega di studi e poi di insegnamento Hans Jonas, che finì per rompere i rapporti con lei. Andò controcorrente, sfidando il pensiero comune, senza tirarsi mai indietro: quando quasi tutto l'establishment le dava addosso, la capirono i suoi giovani studenti, quelli che qualche anno dopo sarebbero scesi in piazza contro la guerra in Vietnam e contro le discriminazioni razziali. La ricostruzione dell'ambiente è perfetta, preziosi gli inserti d'epoca del processo ad Eichmann, i dialoghi calzanti, e indovinata la scelta di Von Trotta di non far doppiare il film, che viene proposto nelle lingue originali, il tedesco (perfetto) e l'inglese colto (spesso con la dura pronuncia germanica, che lo rende però più comprensibile di quello americano), ovviamente sottotitolato. Non è un film facile, soprattutto se non si sa di cosa si sta parlando (e per come è messa la scuola italiana è raro avere una qualche dimestichezza con Heidegger, Jaspers e Arendt se non si ha studiato filosofia all'università): in compenso una figura carismatica come la Arendt emerge con tale potenza che invoglia ad approfondirne le tematiche, mentre per chi ha una discreta infarinatura in materia di storia della filosofia è imperdibile, oltre che appassionante.

domenica 9 febbraio 2014

Il senso di Emma per la legge


Riconoscete la signora dotata di occhiali da sole che sfila dietro lo striscione a fianco del Gandhi de noantri? E' la cofondatrice e tuttora membro del partito nonviolento, vadasé gandhiano, transnazionale, democratico, ambientalista, libertario, antiautoritario, antimilitarista che, attualmente in carica come ministro degli Esteri del governo Letta, si dichiara "furiosa e indignata" per come l'India (la più grande democrazia al mondo, come non mancano di ricordarci le anime belle) sta giocando la sua mano nella partita giurisdizionale-affaristica che la vede contrapposta (si fa per dire) all'Italia e in cui i due fucilieri della San Marco sotto processo per l'uccisione di due pescatori costituiscono i suoi assi nella manica. E precisa, la neoindignata: «I nostri marò non sono terroristi, né è terrorista lo Stato italiano. Questo per noi è inaccettabile: politicizzare i casi è una tentazione che hanno in molti, certamente è vero che l’India è in campagna elettorale e queste sono ricostruzioni anche plausibili. Ma il punto è un altro, il punto è lo Stato di diritto e la legge. Comunque siano le cose, le elezioni da noi o da loro, ciò non deve essere fatto pagare sulle spalle dei marò». In ogni caso, secondo il ministro, l’Italia ha «parecchi assi nella manica, che saranno valutati con calma, gradualità e determinazione: reagiremo con tutte le opzioni necessarie. Tutte le carte sono sul tavolo, a partire dalla forte alleanza internazionale e non solo europea che abbiamo costruito con grandissimo lavoro e che non era affatto scontata». E conclude: «Utilizzeremo appieno questo sforzo». Invece per lo Stato di dritto italiano e la sua legge, nonché per la ipergarantista, democratica, ambientalista, libertaria, antiautoritaria e antimilitarista Emma Bonino, che lo rappresenta all'Estero, risultano, secondo le accuse mosse loro dai PM torinesi in base all'articolo 280 bis del codice penale, dei terroristi i quattro #NoTav Claudio Alberto, Niccolò Blasi, Mattia Zanotti e Chiara Zenobi, detenuti in sezioni di massima sicurezza dal 9 dicembre scorso per il cosiddetto "assalto" con pietre, petardi, molotov e tenaglie al cantiere Tav di Chiomonte in Val di Susa. Possiamo capire che il fascino del potere renda funzionalmente strabici, ma questo è un caso di dissociazione e come tale va segnalato. Chiamate Gianuuu...



martedì 4 febbraio 2014

Fatemi capire...


Dunque: una conduttrice televisiva miracolata, Daria Bignardi, che intervistando il deputato M5S Giovanni Di Battista insiste sul fatto che suo padre sia un fascista dichiarato, e di seguito ospita nella sua trasmissione Corrado Augias che si lancia in accuse di squadrismo, senza contraddittorio alcuno, allo stesso M5S, la lista più votata a livello nazionale alle elezioni politiche del febbraio scorso, riceve insieme al marito Luca Sofri la solidarietà del presidente del Consiglio (nel frattempo in trasferta negli Emirati Arabi nei panni del piazzista di qualche altra partecipazione nei "gioielli di famiglia") e della presidente della Camera perché qualcuno ha ricordato che nell'album di famiglia c'è un condannato per l'omicidio del commissario Calabresi (il suocero della Bignardi). Che mi risulti, nessuno, e meno che mai le Bignarde e  i Fabifazi di regime, ha mai chiesto a Formigoni come si sentisse lui ad avere un padre repubblichino e responsabile di eccidi. Un altro mantra dell'informazione a una dimensione è la supposta inesistenza di un programma, il pressappochismo puerile e la mancanza di realismo delle soluzioni, impraticabili per definizione, dei pentastellati: come se non bastasse la gestione dell'IMU nell'ultimo anno a dimostrare l'inettitudine, il dilettantismo, la confusionarietà e l'idiozia dell'attuale compagine governativa nel suo complesso e della componente economica in particolare. Infine l'immancabile Corriere della Serva, che passa per essere un giornale prestigioso con un occhio di riguardo, per l'appunto, all'economia, sulla cui pagina on line campeggia un'inchiesta di Alan Friedman dal titolo "L'Italia ce la può fare: ecco come, secondo 5 ex premier". Che sarebbero Amato, Prodi, D'Alema, Monti e nientemeno che Berlusconi. Ora: questi sarebbero quelli competenti, e serio chi li prende in considerazione e li interpella oppure siamo su "Scherzi a parte"?

lunedì 3 febbraio 2014

Dallas Buyers Club

"Dallas Buyers Club" di Jean-Marc Vallée. Con Matthew McConaughey, Jared Leto, Jennifer Garner, Dennis O'Hare, Griffin Dunne, Steve Zahn, Dallas Roberts, Kevin Rankin. USA 2013 ★★★★
Avevo appena visto in azione Matthew McConaughey nell'ultimo film di Scorsese, in una parte piccola ma fondamentale, quella del broker cocainomane e onanista che introduce il "Wolf" Leo DiCaprio alle "delizie" di Wall Street, e me lo ritrovo con oltre venti chili di meno, emaciato, in preda all'AIDS conclamato, nei panni di Ron Woodrow, un elettricista-cow boy sessuomane, alcolista, drogato e omofobo a cui nel 1985, agli albori della diffusione dell'HIV, vennero dati dai medici dell'ospedale di Dalllas, in Texas, 30 giorni di vita per "sistemare le sue cose". Anche in questo caso la storia e i personaggi sono veri, a conferma che spesso la realtà è in grado di superare la fantasia, e la totale e convinta adesione dell'attore al progetto fa sì che la pellicola, affidata al canadese Jean-Marc Vallée, e basata su una scenografia respinta per ben 137 volte dai produttori, come ha rivelato lo stesso McConaughey durante la recente presentazione del film a Roma, risulti credibile, per niente melensa, anti-moralista, in cui i "devianti" e i reprobi divengono, a modo loro, degli eroi. Davanti alla rivelazione della malattia Ron dapprima reagisce con incredulità,  accettando di essere sottoposto a sperimentazione a base di AZT, l'unico farmaco allora ritenuto in grado di bloccare il virus e approvato dalla FDA, Food and Drugs Administration, così potente però da essere più dannoso del virus stesso. Quando Ron ne fa le spese, comincia a informarsi seriamente su cure alternative ed entra in contatto con Voss, un medico radiato dall'albo che si è rifugiato in Messico, e vi si reca per procurarsi medicine non in vendita negli USA perché non approvate dalla FDA. Durante le sue permanenze in ospedale, fa la conoscenza di Rayon, l'ottimo e intenso Jared Leto, un transessuale tossicodipendente, per cui inizialmente, da omofobo, prova ribrezzo ma con cui si associa per dare vita a un vero e proprio "gruppo d'acquisto" per procurarsi le medicine alternative all'AZT e va a comprarle personalmente ovunque siano prodotte e in vendita, in Messico come in Giappone o in Olanda. Nel frattempo anche i rapporti con Rod cambiano, e instaura con lui un legame di amicizia e affetto proprio quando tutti i suoi ex amici e colleghi di lavoro "machos" lo hanno abbandonato. Ron diventa protagonista di una vera e propria lotta senza quartiere contro la FDA e i medici complici di Big Pharma e la prosegue fino a una Corte federale di San Francisco anche quando le sue forze cominceranno a venire meno: non la vincerà, ma costituirà un precedente valido ancora oggi per il diritto del paziente di curarsi come crede, e terrà duro fino al 12 settembre del 1992, regalandosi con la sua ostinata voglia di vivere dignitosamente altri sette anni oltre la "data di scadenza" prospettatagli dai medici. Ottimo film, ottimo cast, un attore, McConaughey, che non ha ceduto alle facili lusinghe e si è completamente reinventato negli ultimi anni, una persona seria e sensibile, come ho avuto modo di constatare ascoltandolo durante un'intervista trasmessa su Red Carpet, programma sul cinema di Radio Capital. Merita.

sabato 1 febbraio 2014

The Wolf of Wall Street

The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese. Con Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Margot Robbie, Matthew McConaughey, Kyle Chandler, Rob Reiner, Jean Dujardin, Jon Favreau e altri. Usa 2013 ★★★★★
Difficile superare sé stesso, però Martin Scorsese c'è riuscito, confezionando una commedia dark che rasenta il capolavoro e dando la stura a una performance superba da parte di Leonardo DiCaprio, un mattatore perennemente sulla scena dal primo all'ultimo di 180 incalzanti, scoppiettanti e a tratti indemoniati minuti di pellicola, durante i quali è impossibile annoiarsi, e con momenti di rara comicità, che non trae origine da gag studiate a tavolino ma da una sceneggiatura basata su una vicenda reale che ha come protagonista un personaggio in carne e ossa, Jordan Belfort, ex broker di borsa newyorkese dalla carriera fulminea (in cui ha guadagnato oltre 60 milioni di dollari truffando migliaia di babbioni giocando sulla loro avidità finanziaria) e dal crollo altrettanto fragoroso, conclusasi con la collaborazione con il FBI che lo aveva alla fine pizzicato e con 22 mesi di carcere. Riuscì comunque a trarne profitto, scrivendo l'autobiografia da qui è tratta la sceneggiatura del film e ora vive in California e tiene conferenza e stages in cui insegna le sue "tecniche di vendita" ad altri babbioni paganti. Per la serie: la madre dei cretini (e degli avidi) è sempre incinta. Il film di Scorsese dice di più non solo sulla finanza pervertita ma sul "Mito Americano" di tutta una lunga serie di pellicole, anche ottime, su Wall Street proprio perché descrive, come meglio non potrebbe, ciò che ne è la forza motrice: la belluina, irrefrenabile fame di denaro a qualsiasi costo, col suo corollario di sesso, lusso, potere, vizio, perversione, impersonata da Belfort/DiCaprio e dal suo socio Donnie/Hill. Una fame da lupi, wolves per l'appunto, un vitalismo animale ed esagerato di cui è simbolo anche il leone della Stratton Oakmont, l'agenzia di brokeraggio fondata da Belfort dopo il "lunedì nero" del 19 ottobre 1987 (giorno del suo primo ingresso a Wall Street come agente di borsa - non a caso simboleggiata da toro e orso - da cui fu subito espulso in seguito al crollo) che segnò il suo riscatto e l'ascesa nell'Olimpo della grande finanza. Che Scorsese, da buon newyorkese, conosce da vicino, e a cuì non fa nessuno sconto: ma non è tanto questa l'anima del film, quanto l'individualismo sfrenato, la mancanza di senso del limite, l'arroganza infinita, la cialtroneria, la volgarità, e la grettezza, in fin dei conti l'infantilismo inguaribile alla base dell'American Dream e dell'edonismo reaganiano che ne fu, negli anni Ottanta, una delle massime espressioni e di cui ancora scontiamo, a livello globale, le nefaste influenze e conseguenze. Tutto è perfetto nella cavalcata che Scorsese fa per raccontare la vita ossessiva del suo personaggio: il ritmo, una sceneggiatura che non perde un colpo, l'ambientazione, la colonna sonora, la scelta degli interpreti, tutti senza esclusione alcuna, la fotografia. Tre ore sono niente e potrebbero essere anche sei: non ci si stanca. E si esce dalla sala appagati. O almeno è ciò che è capitato a me. Grazie, Maestro!