giovedì 30 gennaio 2014

Carità sboldrana


"Vedi un po' tu, a volte, le coincidenze. La Preside Boldrini, con quella vocetta adorabile da cyborg Super Vicky para-leninista, ieri fa il lavoro sporco per Renzi, Berlusconi e Napolitano, applicando - per la prima volta nella storia della Repubblica - la ghigliottina come regalo a banchieri e lobbisti (noti sodali di comunismo e sinistra, a cui la Preside Boldrini dice di appartenere). Il giorno dopo, magicamente, tra le novità dello Schifezzum spunta fuori la clausola salva-Vendola. Ma guarda un po' che COINCIDENZA.
Non bastavano la salva-Lega e il salva-Alfano (le orrende multicandidature). Ora c'è anche la salva-Vendola. Funziona così: il primo partito escluso dallo sbarramento, se in coalizione con una forza che supera la soglia, entra pure lui. Quindi a destra entra Fratelli d'Italia (che il 4 o 4.5% non lo prenderà mai) e nel centrocentrocentro entra Sel (che vanta personalità di spicco, e contro cui non ho assolutamente nulla, ma che a fatica raggiungerà il 2% se continua così). 

Come chiosa finale, si segnalano le parole stentoree di Nichi Zalone Vendola Comefosseantani, quello che si mostrava assai ilare al telefono con Archinà: "M5S assoluti irresponsabili, fanno violenza e risse". E qualcosa mi dice che nel governo Renzi del 2015 sia già pronto un ministero per la Preside Boldrini, magari il Dicastero delle Pari Opportunità con delega al Veterofemminismo Piangente.
Come son bravi, a 'sinistra', quando c'è da ossequiare Renzi (ma ovviamente son solo coincidenze, certo)".

Dalla pagina Facebook di Andrea Scanzi

martedì 28 gennaio 2014

Nebraska

"Nebraska" di Alexander Payne. Con Bruce Dern, Will Forte, June Squibb, Bob Eodenkirk, Stacy Keach, Marie Louise Wilson e altri. USA 2013 ★★★★
Film on the road, nella migliore tradizione americana, e di sentimenti: quelli che un figlio, David, sensibile nutre per un padre anziano e malato, Woodie, in preda a una incipiente demenza senile  (forse soltanto "selettiva", come alcuni tipi di sordità), capriccioso, cocciuto, ex alcolista, di poche e scarne parole, che impara a conoscere meglio durante il viaggio in cui lo accompagna dal Montana dove vivono a Lincoln, nel Nebraska, per incassare una vincita di un milione di dollari, che il vecchio è convinto di aver realizzato, mentre si tratta di una delle solite per lanciare gli abbonamenti a una rivista: tanto da incamminarvisi a piedi. Durante una sosta nel paesino dove i suoi genitori vissero da giovani, e dove risiedono tuttora alcuni loro parenti, David viene a sapere anche altri particolari sul passato sia del padre sia della madre, e dell'ambiente in cui sono cresciuti, oltre a fare esperienza delle mire sulla presunta vincita di vecchi sedicenti amici e congiunti alla lontana. Lì vengono raggiunti anche da Rosie, moglie alquanto invadente e pesante di Woodie, e dall'altro suo figlio, giornalista televisivo di una certa fama, che inizialmente vorrebbero vedere il vecchio sistemato e reso innocuo in una casa di riposo. Ciò che spinge Woodie a incassare la vincita non è l'avidità di denaro, né il suo bisogno, ma il semplice desiderio, da ex meccanico, di comprarsi un furgone e un compressore, e lasciare il resto ai figli, cui è conscio di aver creato dei problemi, perché serbino un buon ricordo di lui. E' questo che David, animato da sincera pietas, dapprima intuisce e poi comprende fino in fondo, al punto di realizzare il desiderio del padre, scambiando la sua auto per un furgone usato, e rendendolo orgoglioso di poter attraversare il paese natale alla sua guida, vittorioso nonostante tutto. Un lieto fine tutt'altro che melenso, ma meritato per entrambi, per la serie "potete togliermi tutto, ma non i miei sogni. E la mia anima".  Eccezionali i due protagonisti ma grandiosi anche i personaggi di contorno, a cominciare da Rosie, perfetta la fotografia, un bianco e nero magistrale, così come la sceneggiatura, che mostrano degli Stati Uniti che raramente si vedono sullo schermo. Una conferma per Alexander Payne, che si può definire un neorealista poetico, e dunque eccezionale nel panorama cinematografica del suo Paese, e proprio per questo un film da non perdere pur senza essere un capolavoro. 

domenica 26 gennaio 2014

Morte di un commesso viaggiatore

"Morte di un commesso viaggiatore - Inside His Head" di Arthur Miller. Traduzione di Massimo d'Amico, regia di Elio De Capitani. Con Elio De Capitani, Cristina Crippa, Angelo Di Genio, Marco Bonadei, Massimo Brizi, Andrea Germani,  Gabriele Calindri, Alice Redini, Vincenzo Zampa, Marta PIzzigallo. Scene e costumi di Carlo Sala, luci di Michele Ceglia, suono di Giuseppe Marzoli. Produzione Teatro dell'Elfo con il contributo di Fondazione Cariplo. Al Teatro Elfo/Puccini di Milano fino al 31 gennaio. 
Prosegue anche in questa stagione la ricerca degli "Elfi" sul più significativo teatro americano: dopo il Tennessee Williams de "La discesa di Orfeo" rappresentato nella scorsa stagione e "Frost/Nixon" di Peter Morgan all'inizio di questa, tocca ora a Arthur Miller con il suo testo più conosciuto, cui il regista e magnifico protagonista Elio De Capitani ha aggiunto nel titolo "Inside his Head", perché è nel delirio che prende piede nella mente del protagonista, Willy Loman, nella quale in passato si confonde col presente, la realtà alla finzione, la chiave di questo dramma, in cui Arthur Miller prende di mira sia i rapporti famigliari, in particolare le ambizioni frustrati che genitori falliti proiettano sui figli, sia il nascente "Sogno Americano" che nei primi anni del Dopoguerra, agli esordi della Guerra Fredda (fu scritto nel 1949) si voleva contrapporre al Comunismo, e di cui Miller già ai tempi vide la contagiosa pericolosità che avrebbe portato alla falsificazione sistematica di tutto e alla verificazione del senso dell'esistenza. Non a caso De Capitani dice di "scavare da anni nella psiche di bugiardi cronici": tale è anche Willy Loman, abituato alla menzogna, professionalmente così come con sé stesso, e questo mentre prende per buone, con autoimposto ottimismo tutto yankee, le promesse del suddetto american dream, al contempo meditando il suicidio che alla fine compirà, fuori scena, andando a sbattere volontariamente con la macchina che è stata per più di trent'anni suo strumento di lavoro in giro per gli USA a vendere, anche lui, sogni di benessere plastificato: il tutto per assicurare alla famiglia l'incasso di una polizza vita che le consenta di finire di pagare le ultime rate di debito che hanno l'hanno contrassegnata nell'arco di  trentacinque anni. Perché questo è stato il risultato della grande, luminosa carriera di Willie Loman che si ritrova, alle soglie della pensione, nella triste condizione degli attuali "esodati", licenziato dal suo capo proprio mentre, sfinito dal continuo viaggiare, gli chiede di passare a un lavoro d'ufficio accontentandosi di un salario inferiore. Quest'uomo stanco, distrutto, disilluso, che però non vuole ammettere il proprio fallimento, continua però a vessare il figlio maggiore Biff (un bravissimo, sofferto Angelo Di Genio), rinfacciandogli di non aver mantenuto le mirabolanti "promesse" che lui stesso gli aveva imposto, non accettandolo per quello che realmente è, perché ciò significherebbe fare i conti con la propria coscienza. Alla fine, pur rinnovando la fiducia in un domani di successo, finisce per suicidarsi. Bravissimi e perfetti tutti quanti gli altri interpreti, le tre ore di questo intenso, corposo spettacolo volano, nonostante sia tutt'altro che leggero e richieda la massima attenzione, che non manca grazie anche all'efficacia e al ritmo della messa in scena e al magnetismo degli attori. Un classico moderno che va visto. 

mercoledì 22 gennaio 2014

C'era una volta a New York

"C'era una volta a New York" (The Immigrant) di James Gray. Con Marion Cotillard, Joaquin Phoenix, Jeremy Renner, Tamara Dominczyc, Angela Sarafyan e altri. USA 2013 
Polpettone indecoroso, melenso e sciatto, ho fatto l'errore di andare a vederlo non certo attirato dagli occhioni bovini, alquanto strabici ed eternamente lacrimanti di Marion Coccodrillard, un'attrice senza alcun talento la cui presenza sul grande schermo per motivi imperscrutabili è frequente quanto quella del prezzemolo in cucina, esattamente come accade per Sandra Bullock, ma in ricordo dell'esordio col botto alla regia di James Gray con "Little Odessa" giusto vent'anni fa: ma tutte le sue promettenti qualità sembrano essersi dissolte nel nulla da allora a oggi. Questo meló immigratorio racconta una storia scontata di amore e redenzione, incentrata su un'immigrata polacca, Ewa, che all'arrivo negli USA viene separata dalla sorella, malata di tubercolosi, la quale viene isolata e ricoverata in un ospedale di quella specie di ghetto che era Ellis Island, l'equivalente di allora dei CIE, mentre la bella Ewa viene adocchiata e "salvata" da un trafficone ebreo, impersonato dal lombrosiano più che ombroso Joaquin Phoenix, una specie di imbonitore che organizza spettacoli di infimo livello a base di poveracce che poi fa prostituire. Ewa diventa la star di questa specie di circo al femminile ma per lei il pappone nutre un sentimento "speciale",  combattuto ma forse autentico, contrastato dalla regolare apparizione, misirizzi in carne e ossa, sul più bello, del cugino Orlando, un illusionista,  interpretato da un buffonesco ed irritante Jeremy Renner, la cui funzione nell'esistenza sembra essere quella di rompere le uova nel paniere al parente. L'unico chiodo fisso di Ewa è ottenere di ricongiungersi alla sorella e guadagnare denaro abbastanza per comprarle la libertà e sparire in California per rifarsi una vita: per questo si prostituisce ma con tanto di pentimento al confessionale. Il feuilleton non ci fa mancare nulla: il polacco cattolico, l'ebreo errante e meschino (incredibile che non sia ancora insorta la Anti Defamation League), la puttana redenta, il proibizionismo, l'American Dream, le infide strade di Broccolino (stranamente non appare un paisà in tutto il film, come se New York nel 1921 non pullulasse di immigrati italiani, esattamente come non appaiono neri nella Manhattan di Woody Allen), la corruzione, il pentimento e il riscatto, il tutto su sfondi di cartapesta e un'ambientazione trascurata e posticcia. In tre parole: una cagata pazzesca. E come se non bastasse, la traduzione, come al solito a cazzo, del titolo in italiano, è una parafrasi insultante del capolavoro di Sergio Leone e pertanto un'indecente tentativo di persuasione occulta in cui sono colpevolmente cascato. 

lunedì 20 gennaio 2014

The Counselor - Il procuratore

"The Counselor - Il procuratore" di Ridley Scott. Con Michael Fassbender, Cameron Díaz, Javier Bardem, Brad Pitt e altri USA, GB 2013 ★★★
Sfarzoso, colorato, esagerato, ipercinetico e confusionario come spesso sono i film di Ridley Scott, in cui la trama è un mero pretesto per scatenare le doti e il gran mestiere del regista inglese, il risultato è spettacolo puro e divertimento assicurato. Siamo sul confine tra Texas e Messico, a cavallo tra El Paso e Ciudad Juarez, la città probabilmente più violenta del mondo, e la vicenda ruota attorno a un carico di droga del valore di 20 milioni di dollari da trasportare da una parte all'altra della frontiera e che viene trafugato da ignoti facendo scattare la vendetta degli uomini del "Cartello" messicano nei confronti dei referenti USA: due noti trafficanti, Brad Pitt nelle vesti di una specie di cow boy e Javier Bardem in quelle di un gestore di discoteca che sembra la controfigura di Tom Jones, e infine un avvocato (e non procuratore, come traduce il titolo in italiano), che si fa coinvolgere nell'affare per poter regalare alla sua fidanzata (Penélope Cruz) un diamante a cui lei nemmeno darà alla fine importanza. Sarà proprio lui, sprovveduto, l'unico "normale", assieme alla futura sposa, della "allegra compagnia", a mettere involontariamente il "Cartello" sulle tracce proprie e degli altri perché per puro caso fu il difensore d'ufficio, anni prima, del vero responsabile del furto del carico, ma la vendetta dei fornitori colombiano-messicani non perdona né sente ragioni e raggiunge inesorabilmente tutti quanti e non salva chi è loro vicino, mentre la merce finisce nelle mani di chi ha tirato le fila di tutta la clamorosa "stangata", Malinka, una diabolica e quanto mai plastificata Cameron Díaz, fidanzata ufficiale del discotecaro. Se vogliamo è un film sull'ineluttabilità del destino, dove l'avidità umana viene giustamente punita insieme alla stupidità; ma mentre i trafficanti e i delinquenti abituali conoscono e accettano le regole del gioco, che prevedono la morte come una conseguenza assolutamente normale delle proprie azioni od omissioni, l'idiota, perfettamente interpretato da Michael Fassbender, che non ha bisogno di recitare per calarsi nella parte con l'unica espressione, sempre attonita, di cui è dotato, il quale per brama di danaro e, paradossalmente, desiderio di "normalità" (l'amore puro e perfino coniugale) ha accettato il rischio, non si fa una ragione che la vendetta toccherà inesorabilmente anche lui e la sua sposa. E vive nel (giusto) terrore le sue ultime ore. La sceneggiatura, affidata al Corman Mc Carthy di Non è un Paese per vecchi, è affastellata, confusa, e la sua verbosità finisce per risultare involontariamente esilarante così come alcune battute sentenziose messe in bocca ai protagonisti; ad impastarla e lasciarla nel sottofondo ci pensano le mani di Ridley Scott che confeziona un thriller morale con tinte horror e satiriche che virano alla commedia nera che rendono alla fine il film digeribile e perfino gradevole, a modo suo. Io ne ho fruito come si un film sostanzialmente comico e mi sono divertito, e questo mi basta per dargli una larga sufficienza. 

venerdì 17 gennaio 2014

Il capitale umano

"Il capitale umano" di Paolo Virzì. Con Fabrizio Bentivoglio, Valeria Bruni Tedeschi, Fabrizio Gifuni, Valeria Golino, Matilde Gioli, Guglielmo Pinelli, Giovanni Anzaldo, Luigi Lo Cascio, Bebo Storti, Gigio Alberti e altri. Italia, Francia 2014 ★★★★+
Posso immaginare che per Paolo Virzì non sia il massimo dei complimenti, ma se ne avessi ignorato l'autore, mai avrei detto che "Il capitale umano" l'avesse  diretto lui: piuttosto mi sarebbe venuto in mente un Gabriele Salvatores in grande forma, anche per la presenza di Bentivoglio e Storti, due tra i suoi attori "feticcio". Invece non solo ne ha curato la regìa ma ne ha pure scritto la sceneggiatura assieme a Francesco Piccolo e a Francesco Bruni, traendola dal thriller dell'americano Stephen Amidon, ambientato nel Connecticut e trasponendolo nell'immaginaria Ornate, paese di una ben più reale Brianza. Reale, non verosimile: e lo dico con cognizione di causa, da milanese nativo, perché nonostante parecchi indigeni, leghisti e berlusconidi, che lì abbondano, si siano indignati e abbiano elevato alti lai, il regista livornese l'ha proprio ritratta, e senza nemmeno calcare la mano, per quello che è. Le proteste, anzi, dimostrano quanto abbia centrato il bersaglio. Così come reale è la Milano abbrutita che si intravede sullo fondo, immanente. Tutto parte dall'incidente accaduto a un cameriere di un'impresa di catering, padre di famiglia che, rientrando a casa in bicicletta in una gelida serata invernale, viene travolto da un SUV e non soccorso, e rimane agonizzante sul ciglio della strada. Da qui si dipana tutta la vicenda, che coinvolge due tipiche famiglie della borghesia brianzola: quella "alta", che vive abbarbicata in una villa in cima alla collina, e quella piccola, dei "gru-bru", meschini e invidiosi, che la guardano adoranti dal basso, e pur di entrarvi in contatto e raccoglierne le briciole sono disposti a qualsiasi bassezza, compresa quella di vendere i propri figli, se non fisicamente quantomeno i loro sentimenti e le loro speranze. Virzì racconta la storia dal punto di vista di quattro personaggi: Dino Ossola (un Bentivoglio coi fiocchi) piccolo immobiliarista che si indebita per cifre che non possiede pur di entrare nel fondo finanziario gestito da Giovanni Bernaschi (Gifuni, superlativo); Carla, la moglie di quest'ultimo, ex attrice frustrata, una Valeria Bruni Tedeschi perfetta per il ruolo; la figlia di Giovanni, Serena, una brava ed espressiva Matilde Gioli, attrice non professionista, che si finge ancora fidanzata di Maxi Bernaschi, il maggiore indiziato per l'incidente perché così ubriaco da non ricordarsi come sia rientrato a casa quella notte; infine il "capitale umano", espressione anodina che i periti assicurativi utilizzano per indicare il "valore" della vittima su cui basare il rimborso ai famigliari superstiti, ossia il povero cameriere che alla fine decede. A pagare sarà, con la galera, la più vittima di tutti, Luca (Giovanni Anzaldo) un giovane e sensibile ragazzo, lo "sbandato" del paese, maltrattato dal destino, perseguitato da una serie di disgrazie, ultima delle quali essere, per pura casualità, il vero responsabile dell'incidente, e già in trattamento presso Roberta, una psicologa di una struttura pubblica (una ottima Golino), moglie di Dino e matrigna di Serena, che col ragazzo ha dato vita a un legame che si capisce forte e duraturo. Un thriller incalzante, ben girato, e ben scelto per farne una parabola azzeccatissima. Consiglierei a Virzì, di cui in precedenza avevo pienamente apprezzato soltanto "La prima cosa bella", di varcare definitivamente la "Linea Gotica", lasciare Roma ma anche la natìa Toscana, e trasferirsi a Nord del Po perché qui le sue indubbie capacità, che ha dimostrato una volta per tutte, si esprimono al massimo, forse proprio perché è uscito dai suoi cliché abituali, e soprattutto perché un occhio esterno vede meglio e con più obiettività come stanno le cose. Da vedere.

mercoledì 15 gennaio 2014

Il pennivendolismo, malattia congenita del giornalismo

Vado convincendomi sempre di più che se si vuole uscire dall'incubo del pensiero unico che pare dominare incontrastato le coscienze sbrindellate di una società ormai distopica occorra uscire da ogni possibile equivoco, fare chiarezza in sé stessi e col prossimo, usare le parole per quello che significano, indicare e chiamare per nome il nemico ovunque esso si trovi e smascherare e sbugiardare i suoi innumerevoli complici, soprattutto quelli più insidiosi e camaleontici che, sotto mentite spoglie, operano attivamente a favore di un mondo unidimensionale in cui la realtà sia dominata da un eterno, immutabile presente fine a sé stesso. Tra questi complici, e dunque nemici, spicca il mondo dell'informazione nel suo complesso, con rarissime eccezioni, messe comunque in condizione di non nuocere perché relegate a quelle sacche di "resistenza umana" che sopravvivono ai margini del mainstream e tollerate in quanto stravaganti e in fin dei conti innocue in una società in cui prevale una confortevole, levigata confortevole non libertà, segno di progresso tecnico, parafrasando il potente incipit de "L'uomo a una dimensione" di Herbert Marcuse, il grande filosofo della "tolleranza repressiva", pubblicato esattamente 50 anni fa e quanto mai attuale. Sistema informativo che, in Italia, è ancora più corrivo e vergognosamente prono ad ogni potere che altrove. Cito tre esempi delle ultime ore: 1) la vicenda figaiola del presidente francese Hollande: sai che scalpore dopo aver assistito per un ventennio alle peripezie del nostro insuperabile misirizzi brianzolo! E invece giù con sbrodolate di analisi, ipotesi, retroscena pruriginosi, ma anche dotte disquisizioni sulla libertà di stampa, la sua compatibilità con la privacy, la sicurezza di un uomo di Stato a proposito delle tre ore di conferenza stampa che il capo di Stato francese ha tenuto ieri all'Eliseo, che peraltro era incentrata sulle sue strategie economiche: su questo argomento non un cenno o quasi sulle due corazzate a sostegno degli attuali "equilibri di governo" nostrani, CorServa e Ripubblica ma nemmeno sull'altrimenti benemerito Fatto Quotidiano; qualche timido accenno sul confindustriale Sole-24 Ore, che è pur sempre un giornale economico-finanziario; sulla Stampa, probabilmente per affinità geografico-culturali con i cugini transalpini; così per avere qualche informazione si è costretti a ricorrere a siti on line come Giornalettismo oppure direttamente a giornali d'Oltralpe un po' più seri dei nostri come Libération. Questo mentre il sedicente socialista Monsieur le Président, come a suo tempo il socialdemocratico Gerhard Schröder e il neolaburista Toni Bleah, non solo si rimangiava definitivamente il programma, che comunque era sostanzialmente liberomercatista con accompagnamento di vaselina, con cui era stato eletto meno di due anni fa, tradendo il mandato, ma sposava in pieno la teoria per cui sarebbe l'offerta a creare la domanda, una delirante idiozia economica smentita dai fatti in corso come dalla storia (vedi la Grande Depressione degli anni Trenta); 2) la rubrica "Qui Cécile Kyenge" pubblicata su La Padania, il fogliaccio ufficiale della Lega Nord (peraltro finanziato da tutti noi), ossia l'agenda degli impegni del ministro all'Integrazione, al chiaro fine di dare l'opportunità ai "militanti" di contestarla ogni qual volta capiti loro a tiro in una situazione ufficiale. Fiumi di parole sulla "gravissima intimidazione", sulle "minacce inaccettabili", il "razzismo ignobile" e avanti col consueto frasario luogocomunista, come se questi pericolosi cialtroni non fossero stati finora i corteggiatissimi alleati di ogni forza che abbia governato questo Paese negli ultimi vent'anni. Ora, dando per scontato che buona parte dei leghisti siano dei razzisti alquanto disgustosi (ma non sono gli unici a esserlo in questo Paese di "brava gente" nonché sepolcri imbiancati e almeno hanno il coraggio di dichiararsi tali), cosa c'è di illecito nell'esprimere il proprio dissenso? O nell'affermare, pura verità, che nell'arco dei nove mesi che è in carica la signora Kyenge non ha concluso un accidente di niente, salvo alzare il ditino e lanciare il consueto monito affinché "la politica condanni il razzismo"? Una reazione pavloviana come quelle a cui ci ha abituato la sua collega Boldrini, che a ogni critica si inalbera bollandola di sessismo: poi si meravigliano perché aumentano coloro che le trovano insopportabili. Ma non sono proprio le persone come Kyenge a incarnare come nessun altro "la politica"? Non sarà mica lì per caso: se poi sta in un partito, il PD, che è lo stesso che ha prodotto la legge Turco-Napolitano del 1998 che ha istituito i CIE e fu prodromica alla "Bossi-Fini", ed ha accettato di fare il ministro di un dicastero inutile, prestandosi a fare da specchietto per le allodole del buonismo ipocrita proprio perché di colore, è una scelta sua, di cui è giusto che si assuma per intero la responsabilità; 3) lo show, ovviamente definito populista, dei deputati del M5S che oggi, all'ora di pranzo, si sono iscritti in massa a parlare "a titolo personale" durante una sessione parlamentare a Montecitorio trasmessa in diretta dal canale della Camera dei Deputati (il 124 satellitare) nonché dal loro sito in cui, nel breve tempo loro concesso, un minuto per intervento, hanno letto nomi e cognomi dei "colleghi" che a suo tempo avevano votato a favore dell'istituzione del "Meccanismo Europeo di Stabilità" (il cosiddetto Fiscal Compact) e dell'introduzione dell'obbligo di pareggio di bilancio nella Costituzione. Iniziativa di cui non si trova pressoché traccia salvo che, in termini di deprecazione, ancora su Giornalettismo. Tre casi di pennivendolismo, il primo "formato esportazione" e gli altri due ad uso interno, di disinformazione sistematica, attraverso la rimozione delle notizie o la loro manipolazione attraverso l'uso surrettizio delle parole o una narrazione alternativa dei fatti. Ne aggiungo un quarto, di cui sono testimone, il silenzio totale su un convegno a cui ho partecipato personalmente, "Oltre l'euro - La crisi. La sinistra. L'alternativa", tenutosi a Chianciano sabato e domenica scorsi, che ha avuto un tale successo di pubblico da costringere gli organizzatori a farne slittare l'inizio di mezza giornata allo scopo di reperire una sala capiente a sufficienza per contenere tutti i partecipanti. Già: si parlava del nostro gramo presente e delle possibili vie di uscita da una truffa colossale come l'euro, strumento per l'imposizione di quella società unidimensionale di stampo americano di cui l'UE, com'è stata concepita, è la versione sul Vecchio Continente, e non delle squinzie di Monsieur le Président... E poi i signori giornalisti si indignano perché Beppe Grillo gli dà degli asserviti e degli avvoltoi, fornendogli quotidianamente validissimi argomenti: per quanto mi riguarda, nessuna comprensione e nessuna solidarietà.  

lunedì 13 gennaio 2014

Addio Italo, cuore Toro!

Italo Furlan, Pordenone, 9 agosto 1933 - Padova, 9 gennaio 2014
Non è un granché, non è nemmeno una foto ma un fermo-immagine da un video, però è così che poche ore fa ho visto per l'ultima volta, come se fosse ancora vivo, mio cugino Italo, nella sala del commiato del cimitero di Padova, dove si è svolta la breve, intima e intensa cerimonia di addio alla presenza di una strettissima cerchia di famigliari e amici. E sentito pronunciare le poche, essenziali parole che ebbe a rispondere, qualche anno fa, a una domanda sul significato dell'esistenza. "Perché vivo? Per amare l'Arte, la Vita, i Giovani. Tutto qui." Che ne rendono perfettamente il senso.
Primogenito della sorella forse più legata a mio padre, per me è stato una via di mezzo tra un fratello maggiore e un padre, soprattutto durante gli anni della mia infanzia e adolescenza, quando convivemmo per lunghi periodi nella stessa casa a Milano. E' grazie a lui, da sempre tifosissimo del Torino, autentico cuore granata, che sono diventato nerazzurro ma soprattutto ho imparato ad amare il calcio e a viverlo con ironia; ma anche l'arte, la letteratura, la musica, il cibo e il vino, gli animali: con essi instaurava un rapporto magnetico; gli scacchi, le automobili, i viaggi, gli angoli nascosti... A prendere le cose sul serio ma anche a saperci scherzare sopra. Autorevole e compagnone, severo ma generoso, brusco ma gentile, rigoroso e al contempo leggero, burbero ma sensibile, era una persona eclettica, curiosa di tutto, perennemente in movimento e però mai superficiale; aveva delle antenne particolari per percepire cosa si muoveva nell'animo delle persone con cui interagiva: tra di noi si erano verificati, nel corso degli anni, autentici episodi di telepatia, non frequenti ma sempre significativi: sempre necessari. Anche il mio "ritorno alla base", in Friuli, per partecipare a un'altra delle sue innumerevoli iniziative, la Fondazione Ado Furlan, lo devo a lui. 
Potrei aggiungere un intero libro di ricordi e aneddoti, come ne avrebbero montagne da raccontare tutte le persone che lo hanno conosciuto e saputo apprezzare e a cui, tutte, ha lasciato un ottimo ricordo. 
Lasci un grande vuoto, Italo, ma anche un grande pieno, perché a tutti hai dato tanto, senza risparmiarti. 
Grazie di tutto, soprattutto di esserci stato. E di essere stato vivo, come volevi tu.
Con questa poesia di Vinicius de Morães ha voluto ricordarlo la sua compagna, Helga:

Poema di Natale


Per questo fummo creati:
Per ricordare ed essere ricordati
Per piangere e fare piangere
Per seppellire i nostri morti -
Per questo abbiamo braccia lunghe per gli addii
Mani per cogliere quel che ci è stato dato
Dita per scavare la terra.
Così sarà la nostra vita:
Una sera sempre ad aspettare
Una stella che si spenga nelle tenebre
Un cammino fra due tumuli
Per questo dobbiamo vegliare
Parlare a bassa voce, camminare piano, osservare
La notte che dorme in silenzio.
Non c’è molto da dire:
Una canzone su una culla
Un verso, a volte, d’amore
Una preghiera per chi se ne va -
Ma quell’ora non dimentica
E ad essa i nostri cuori
Si abbandonano, gravi e semplici
Perché per questo fummo creati:
Per la speranza in un miracolo
Per la partecipazione della poesia
Per guardare in faccia la morte -
Di colpo non più aspetteremo…
Oggi la notte è giovane; dalla morte, appena
Siamo nati, immensamente.
(traduzione: Federico Guerrini)
Poema de Natal
Para isso fomos feitos:
Para lembrar e ser lembrados
Para chorar e fazer chorar
Para enterrar os nossos mortos -
Por isso temos braços longos para os adeuses
Mãos para colher o que foi dado
Dedos para cavar a terra.
Assim será a nossa vida:
Uma tarde sempre a esquecer
Uma estrela a se apagar na treva
Um caminho entre dois túmulos -
Por isso precisamos velar
Falar baixo, pisar leve, ver
A noite dormir em silêncio.
Não há muito que dizer:
Uma canção sobre um berço
Um verso, talvez, de amor
Uma prece por quem se vai -
Mas que essa hora não esqueça
E por ela os nossos corações
Se deixem, graves e simples.


Pois para isso fomos feitos:
Para a esperança no milagre
Para a participação da poesia
Para ver a face da morte -
De repente nunca mais esperaremos…
Hoje a noite é jovem; da morte, apenas
Nascemos, imensamente.
Ciao, Italo

venerdì 10 gennaio 2014

American Hustle

"American Hustle" di David O. Russell. Con Christian Bale, Amy Adams, Bradley Cooper, Jeremy Renner, Jennifer Lawrence e altri. USA 2013 ★★★★
Film più che godibile, probabilmente il migliore di un regista mai banale e non classificabile che, con una vena surreale, ama raccontare storie apparentemente normali e spesso ispirate a fatti reali, che prendono svolte inaspettate diventando straordinarie, e talvolta abnormi ed esemplari, attraverso le stranezze, le piccole psicopatie, l'imprevedibilità, in definitiva la profonda umanità dei loro protagonisti. Strategica è quindi la scelta degli attori, e in questo campo David O. Russell non sbaglia un colpo nemmeno questa volta. Pressoché irriconoscibile Christian Bale, trasformista come non mai, con parrucchino più riporto e girovita abbondante, è nel film Irving Rosenfeld, un piccolo truffatore del Bronx, che si specializza assieme alla sua socia, una affascinante e intensa Amy Adams (una conferma) nei panni di Sidney Prosser, una ragazza di provincia in cerca di un'identità e di un futuro nella grande New York, di cui intravede le potenzialità attraverso il comune apprezzamento di Duke Ellington. Siamo sul finire degli anni Settanta, l'ambientazione d'epoca, a tratti perfino caricaturale, è perfetta, e i due, che diventano una coppia affiatata anche nel privato, si specializzano nel promettere grandi somme, in forma di finanziamento, dietro piccoli compensi, ma vengono incastrati dal FBI che, in cambio dell'impunità, li costringe a ideare una truffa per incastrare a loro volta dei politici corrotti e collusi con la mafia che domina in gioco d'azzardo. L'operazione riesce, nonostante l'imbecillità dell'agente che dirige l'operazione, Richie DiMaso, un Bradley Cooper perfetto nel ruolo di megalomane privo di cervello, grazie alla genialità della coppia di truffatori, e nonostante l'ostinata propensione al disastro della moglie di Irving, Rosalyn (Jennifer Lawrence: altra conferma, dopo "Il lato positivo", in un ruolo piccolo ma essenziale) che non tanto inconsapevolmente come sembrerebbe, manipola a sua volta il marito tendendolo legato a sé finché non scorge un'alternativa migliore. Realtà e finzione, verità e apparenza, sincerità e inganno, temi che da sempre dominano teatro e cinema, si alternano nella vicenda come all'interno dei personaggi stessi: Irving, truffatore di professione, è a sua volta truffato nella sfera privata e solidale nell'amicizia che prova nei confronti dell'italoamericano sindaco di Camden, il bravo Jeremy Renner, portatore sano di una parrucca in stile fratelli Coen, da lui coinvolto suo malgrado nella truffa orchestrata per conto del FBI; Sidney, abile nell'inganno e nel fingersi qualcun altro, un'attrice perfetta, è alla ricerca di un'identità e di un legame vero, che alla fine troverà nuovamente nel fragile, anonimo ma alla fine sensibile Irving piuttosto che nell'ipercinetico, belloccio ma stupido agente DiMaso. Alla fine tutto finisce bene, grazie alla genialità di Irving e Sidney capaci di ideare l'ultima truffa che sistema tutto quanto e consente loro di ritirarsi dall'attività e ricominciare una nuova vita insieme. Gli attori sono tutti bravissimi, le due protagoniste soprattutto, la colonna sonora perfetta, non scontata: gli ultimi bagliori di un'epoca musicalmente ispirata. Divertimento intelligente e di ottima fattura.

martedì 7 gennaio 2014

Philomena

"Philomena" di Stephen Frears. Con Judy Dench, Steve Coogan, Sophie Kennedy Clark, Anna Maxwell Martin, Ruth McCabe e altri. GB, USA, Francia 2013 ★★★★
Non tradisce nemmeno in quest'occasione Stephen Frears, una certezza nel panorama cinematografico europeo, che confezione ancora una volta un film di ottima qualità basato su una storia vera (i cui protagonisti sono tuttora in vita), quella di Philomena, ragazza madre irlandese, che nel 1952, ripudiata dalla famiglia, viene rinchiusa in un convento di suore col suo figliolo Anthony, che tre anni dopo le venne sottratto per essere dato in adozione (dietro pagamento alle suore) negli USA e che nel suo cuore non ha mai rinunciato a ritrovare. Il "segreto" emerge in occasione del 50esimo compleanno di Anthony, quando Philomena parla finalmente della questione con sua figlia. Per mezzo di quest'ultima, entra in contatto con Martin Sixsmith, ex corrispondente della BBC poi portavoce del governo silurato dall'entourage di Toni Blair, al momento disoccupato e depresso, che finisce per prendersi a cuore questa storia, benché i "casi di vita vissuta" non rientrino nel suo campo d'interesse abituale. Decide di aiutare Philomena, ma ogni visita e richiesta alle suore del convento che l'avevano "ospitata" (e sfruttata) cinquant'anni prima è come cozzare contro un muro di gomma, finché una pista raccolta nel pub di Roscrea, dove si trova il convento, non porta i due negli USA, a Washington, dove Anthony fu attivo come consigliere legale delle amministrazioni Reagan e Bush padre. Scoprono anche che era gay e che è morto di AIDS qualche anno prima, e proprio mentre Philomena è sul punto di rinunciare a ulteriori approfondimenti perché immagina che il figlio a suo tempo abbia rinunciato a cercare le sue origini, riescono a parlare con l'ex convivente di Anthony che rivela loro di averlo fatto seppellire in Irlanda, proprio nel cimitero del convento dov'è nato, su sua espressa richiesta: in tal modo il cerchio si chiude, ma quando Philomena e Martin tornano a Roscroe, in Irlanda, lei non cerca vendetta né spiegazioni, come farebbe il giornalista, un ateo convinto, ma arriva al punto di perdonare la vecchia suora sadica che l'aveva martirizzata da giovane e che le aveva nascosto l'identità del figlio in nome di una "immacolatezza" e dedizione alla causa che risulta tanto più agghiacciante proprio perché è lo scudo dietro cui si parano tanti paranoici difensori di fedi, religiose o no. Il film è particolarmente riuscito anche grazie alle splendide interpretazioni dei due protagonisti, la grande Judy Dench (nota  da noi per il ruolo di "M" negli ultimi "007" con protagonista Daniel Craig, un James Bond finalmente all'altezza) e Steve Coogan, eclettico attore in ruoli spesso comici e produttore, qui pure nelle vesti di sceneggiatore, che riescono a esprimere due persone dalla formazione e dal carattere tanto diversi da diventare un'affiatatissima coppia perfettamente complementare, basata sul rispetto e la fiducia reciproca, in cui uno impara e trae forza dall'altro. Soprattutto Martin da Philomena, una donna che ha avuto la forza di non perdere la fede nonostante tutto ciò che ha subito dai suoi sedicenti interpreti nonché rappresentanti di dio in Terra. Da vedere, senza alcun dubbio.

sabato 4 gennaio 2014

Schwyz: il piccolo grande cuore della vera Europa

E' da oltre quarant'anni che, quando l'aria nella Terra dei Cachi diventa mefitica al punto di essere ammorbante, per disintossicarmi oltrepasso l'unico confine terrestre che ci è rimasto e intraprendo un pellegrinaggio elvetico che oltre a uno scopo terapeutico ha spesso assunto un significato rituale. Quindi non per caso ho scelto di iniziare con un breve viaggio in Svizzera questo anno in cui molto, e a sproposito, si parlerà di Europa, ossia di quella larva senza spessore, senza quasi segni di vita che ne è la cosiddetta Unione. Che avrebbe solo da prendere esempio dalla piccola, eroica, Confederazione che da oltre sette secoli è tutto ciò che questa Unione non è e non potrà mai essere, con le attuali premesse. E' un'unione libera, volontaria e tra uguali. Lo è dal 1291, a partire dai Cantoni di Uri (Ur in tedesco significa origine) e Schwyz (Svitto) da cui prende il nome, nonché Obvaldo e Nidvaldo: il nucleo a cui si unirono gli altri ventidue. E' multilingue, multietnica, multireligiosa (ma dà cittadinanza anche ad atei e agnostici). E' sempre stata rifugio di spiriti libri, ribelli, rivoluzionari e perseguitati nelle loro nazioni. Anche di capitali trafugati, mi si obietterà: sì, ma senza ipocrisia e molta professionalità, e precorrendo questi tempi di globalizzazione in cui la loro libertà di movimento è stata teorizzata e messa in atto soltanto per quanto riguarda quelli di origine speculativa e finanziaria (quella degli uomini, pur essendone un cardine, non viene applicata integralmente nemmeno all'interno dell'UE). La sua democrazia è la più sperimentata, verificata e praticata che esista sulla faccia della Terra. Lo Stato vi rispetta il patto che ha sottoscritto col cittadino e a sua volta ne viene rispettato. E' un Paese neutrale, per natura non violento, ma possiede un esercito di cittadini, efficientissimo, sostanzialmente una milizia, basato su quelle cantonali, di cui è espressione, per la salvaguardia e la sicurezza: una difesa comune che l'UE si sogna. E' un Paese che è il vero cuore dell'Europa, o almeno di quella che dovrebbe essere, e che ben si guarda dal far parte di un'Unione senza anima e senza passione. Un piccolo grande Paese di cui Schwyz è il cuore.