martedì 30 dicembre 2014

Jimmy's Hall - Una storia d'amore e libertà

"Jimmy's Hall - Una storia d'amore e libertà" (Jimmy's Hall) di Ken Loach. Con Barry Ward, Simone Kirby, Jim Norton, Andrew Scott, Francis Magee e altri. Gran Bretagna, Irlanda, Francia 2014 ★★★½
Fedele alla linea, maestro nel raccontare storie di riscatto sociale, di dignità, di impegno, di lotta, sempre dalla parte dei lavoratori e dei diseredati, Ken Loach è una certezza e questo film non fa eccezione. Non riserva grandi sorprese a chi conosce e apprezza il regista inglese, la cui cifra sta nella chiarezza, nella profonda onestà, nell'empatia verso i suoi personaggi che trasmette invariabilmente al pubblico e nella bravura nello scovare sempre i volti giusti per i suoi interpreti. Con questo film Ken Loach torna in Irlanda dopo "Il vento che accarezza l'erba", che raccontava della scelta di un giovane e promettente studente di medicina di rimanere sull'isola e combattere contro il trattato con gli inglesi che nel 1921 chiuse la Guerra d'Indipendenza e partecipare alla sanguinosa Guerra Civile; dalla stessa parte stava Jimmy Gralton, militante socialista realmente esistito, che in quell'epoca aveva dato vita alla "Pearse-Connolly Hall", una specie di centro sociale ante litteram alloggiato in una baracca di lamiera nel bel mezzo della campagna della contea di Leitrim, al confine con l'Ulster, che fungeva da scuola popolare, sala da ballo e luogo di riunione fuori dal controllo ossessivo dell'invadente chiesa cattolica irlandese. Costretto a chiuderla e a emigrare negli USA, ritorna in patria una decina di anni dopo, in seguito allo scoppio della Grande Depressione, e viene convinto dai più giovani, tra cui il suo nome era rimasto una leggenda, a riaprirla. Oltre ai vecchi amici e all'amore di gioventù, ritroverà gli avversari di sempre: la chiesa cattolica, come sempre dalla parte della conservazione e del controllo sui possibili sovvertitori dell'ordine costituito, ma soprattutto con i veri vincitori della Guerra Civile, che ipocritamente se ne fanno scudo per difendere gli interessi dei proprietari terrieri e dei padroni e senza alcuna remora utilizzano leggi opportunamente redatte e difese con la forza di cui hanno il monopolio. Jimmy Gralton uscirà nuovamente sconfitto, ma con onore, a cominciare da quello "delle armi" (intellettuali) resogli dal suo più acerrimo nemico, il vecchio monsignore locale. Fu anche l'unico caso che si conosca di irlandese espulso dalla propria patria come immigrato clandestino (con la scusa che era anche in possesso del passaporto statunitense): morì poi a New York nel 1945. Onore a Jimmy Galton, a quelli come lui e a Ken Loach che ce ne racconta la storia, per non dimenticare.

sabato 27 dicembre 2014

Enjoy Gaza Cola!


Leggo con le lacrime agli occhi, causate da un irrefrenabile attacco di ridarella e non certo da commozione, la notizia dell'imminente apertura di una fabbrica della Coca Cola nella Striscia di Gaza: un investimento di 20 milioni di dollari per colmare l'imperdonabile gap con la concorrente Pepsi Cola, che fin dal 1962 possiede un impianto attivo nell'enclave palestinese, e che a pieno regime darà lavoro a un migliaio di persone. Cara Grazia, che generosità! La multinazionale di Atlanta, in linea col periodo dell'anno e nell'edificante spirito natalizio che la contraddistingue, comunica altresì che, oltre a "contribuire all'occupazione e all'economia locali - e, va da sé, al riequilibrio nella spartizione di un mercato particolarmente assetato da parte dei due oligopoli a stelle e strisce delle bevande gassate - la nuova fabbrica avvierà anche programmi sociali nella Striscia". Nella dovizia di cifre e dettagli che corredano il pezzo pubblicato lunedì scorso sull'edizione on line del Fatto Quotidiano, non viene chiarito da dove verrà attinta l'acqua necessaria a diluire lo sciroppo concentrato che viene fornito dalla casa madre: mi piace immaginare che, per completare il ciclo virtuoso e perfettamente integrato di questa mirabile operazione di moderna imprenditorialità globalizzata, a fornirla, opportunamente remunerate, saranno le stesse autorità israeliane che da decenni la sottraggono alla rete idrica dei "Territori" a vantaggio delle proprie colonie abusive. L'avranno indietro edulcorata, colorata e con tanto di valore aggiunto. Enjoy it!

giovedì 25 dicembre 2014

L'amore bugiardo - Gone Girl

"L'amore bugiardo" (Gone Girl) di David Fincher. Con Benjamin Affleck, Rosamund Pike, Kim Dickens, Neil Patrick Harris, Tyler Perry e altri. USA 2014 ★★★★½
Pochi ma buoni, i film in uscita durante il periodo natalizio quest'anno: fra questi segnalo e consiglio vivamente quest'ultimo lavoro di David Fincher, maestro di inquietanti, complessi e mai scontati noir, sorretti da sceneggiature solide (in questo caso l'ha curata la stessa autrice del bel romanzo omonimo da cui è tratto, Gillian Flynn): una conferma dopo Seven, Fight Club, Zodiac, Panic Room, Millennium. Anzi: un passo avanti. Amy e Nick sono la coppia perfetta: belli, intelligenti (lei è una ex ragazza prodigio, laureata ad Harvard, la cui immagine viene ancora sfruttata dalla famiglia), estremamente complici, entrambi appassionati di scrittura e lavorano nel campo dell'editoria a New York, ma la crisi economica colpisce duro e finiscono per trasferirsi nel Missouri, da dove proviene Nick, anche per stare vicini alla madre di lui che sta soccombendo a un tumore e dove lui gestisce un bar assieme a Margot, la sorella gemella. Ma il giorno del loro quinto anniversario di nozze Amy scompare. Sebbene sia Nick a chiamare la polizia e a non volersi avvalere di un avvocato, i sospetti man mano cadono su di lui, che finisce per essere bersagliato anche da una campagna mediatica a caccia del potenziale serial killer, occasione ottima per riempire vieppiù di merda notiziari e talk show, che negli USA sono se possibile ancora più invasivi, infami e deleteri che da noi, e la situazione degenera quando Nick deve ammettere di avere una relazione con una sua allieva del corso di scrittura creativa che tiene al college locale e si scopre che Amy era incinta. Ma non tutto è come sembra e nella seconda parte del film, che dura in totale 2 ore e 20' ma di cui non c'è un solo minuto che "stroppi", si racconta la storia anche dal punti di vista di Amy. Siccome il film mi è piaciuto parecchio e altrettanto spero che piaccia a chi andrà a vederlo, non svelo altro, tranne che ci saranno alcuni notevoli colpi di scena. Oltre all'ottima sceneggiatura, alla fotografia cruda ed efficace, alla struttura del racconto articolata su diversi livelli temporali ma logica e perfettamente comprensibile, la riuscita del film è dovuta anche alla grande bravura degli interpreti, specialmente i due protagonisti, perfettamente adatti ad interpretare personaggi non molto gradevoli nonostante la bella presenza e a dare espressione alle mille sfumature di un intenso rapporto tra uomo e donna e del "patto matrimoniale" nello specifico, e quello tra Nick ed Amy è decisamente particolare. Altro merito del film è quello di denunciare il ruolo nefando di un'informazione abietta e le degenerazioni tipiche di una società profondamente malata come quella yankee, ma sono soprattutto la manipolazione sistematica a cui siamo ormai assuefatti nonché le innumerevoli sfaccettature di un rapporto d'amore (e odio) che emergono da questa vicenda così intricata ma esemplare che lasciano spunti non banali di riflessione. Bravi tutti. 

martedì 23 dicembre 2014

Reaparecido

Sedegliano (UD), lungo la SP 39
Gratta gratta, sotto l'intonaco riaffiora l'anima nera. E magari prima o poi ritorna. Perché, in fondo, quelli come Lui non se ne sono mai davvero andati: ce li abbiamo dentro. Nel DNA. La rimozione e il resistenzialismo obbligatorio, retorico e da parata, non sono mai stati un antidoto efficace, né potranno esserlo in futuro.

lunedì 22 dicembre 2014

Hey Joe: The Last Goodbye




Se ne è andato un grandissimo, il "Leone di Shefflield". Ci ha dato tutto, ci mancherà tantissimo. Lo ricorderemo sempre così.

sabato 20 dicembre 2014

Storie pazzesche

"Storie pazzesche" (Relatos selvajes) di Damián Szifron. Con Ricardo Darín, Walter Donado, Leonardo Sbaraglia, Erica Rivas, Rita Cortese, Julieta Zylberberg, Dário Grandinati, Nancy Dupláa, María Onetto, Osmar Núñez. Argentina, Spagna 2014 ★★★★

Corrosivo, scorretto, grondante di umore nero più che di sangue, il film più visto nella prima settimana di proiezione nella pur ricca storia cinematografica dell'Argentina (mezzo milione di spettatori, campione di incassi e candidato come miglior film straniero ai prossimi Oscar), è l'antidoto perfetto allo zuccheroso buonismo natalizio, vivamente consigliato a chi ha una visione disincantata della demenzialità della nostra epoca e delle sue  quotidiane assurdità. I sei episodi sono completamente autonomi ma legati fra loro dal filo conduttore non tanto della follia (la traduzione corretta del titolo è "Racconti selvaggi") ma dall'esplosione di un'incontenibile energia liberatoria davanti alle incongruenze di un meccanismo massificante, oppressivo, ingiusto, idiota, esso sì impazzito e incapace di funzionare: si assiste insomma alla ribellione, in forme imprevedibili ma definitive, di una serie di persone comuni che il nostro monarca repubblicano chiamerebbe eversive, arrivate al punto di rottura, magari per un evento marginale, con una realtà fatta passare come inevitabile, per la serie "la vendetta del mite sarà implacabile". Tutti gustosi, con quello iniziale, il più breve, fulminante, geniale, a fare da detonatore: Gabriel Pasternak, musicista incompreso, è riuscito a radunare su un aereo, a loro insaputa, tutti coloro che ritiene responsabili di avergli rovinato l'esistenza. In cabina di pilotaggio, ai comandi, c'è lui in persona... Da lì le risate irrefrenabili diventeranno man mano più amarognole, fino al gran finale di una festa di matrimonio ambientata tra il "generone" del Barrio Norte di Buenos Aires, così simile a quello romano e così caro al gossip che i media propinano a piene mani alle masse rincitrullite, in cui la sposa scopre tra gli invitati la collega con cui il novello consorte ha avuto una tresca: un inno all'amore, alla coppia, al luogo comune! La regia sa il fatto suo e la pellicola è sostenuta da un cast affiatato e di valore assoluto; il fatto che Almodóvar si sia impegnato a produrla è una garanzia e deve avere trovato in un Paese disastrato ma colto, scettico il giusto e col gusto del macabro e dell'assurdo come l'Argentina terreno fertile per il suo progetto. E degli interpreti all'altezza. 

giovedì 18 dicembre 2014

Auguri al Grande Vecchio


Un "nero" celtico di stirpe gallese; anima blues e cuore che batte forte come un big bass drum; l'essenza dei Rolling Stones e lo spirito del rock. Ladies and Gentlemen: Mister Keith Richards! Happy Birthday, grazie per esserci e un ricordo per Bobby Keys, il suo gemello americano (18.12.1943-2.12.2014) che non duetterà più con lui.

lunedì 15 dicembre 2014

Magic in the Moonlight

"Magic in the Moonlight" di Woody Allen. Con Colin Firth, Emma Stone, Eileen Atkins, Simon McBurney, Marcia Gay Harden, Hamish Linklater e altri. Francia, USA 2014 ★★★
Questo film aggraziato, leggero ma tutt'altro che futile, da cui traspaiono tutta la sottile intelligenza e l'umorismo amarognolo di Woody Allen, appartiene senz'altro alla gamma più alta delle sue più recenti produzioni "europee", e pur se ambientato alla fine degli anni Venti in Costa Azzurra non sembra animato da intenzioni pubblicitarie. Sotto le sembianze dell'illusionista cinese Wei Ling Soo, il più famoso mago dell'epoca, si cela in realtà Stanley Crawford, interpretato in maniera eccellente da Colin Firth, un gentiluomo inglese supponente, di pessimo carattere, razionale fino all'eccesso, in realtà pessimista e infelice, nemico giurato di veggenti e finti medium, che viene convinto da un suo vecchio amico e collega a smascherare Sophie Baker, una giovane americana di origine proletaria che, in compagnia di sua madre che le fa da manager, sta intortando l'intera famiglia Catledge (ricchi industriali yankee in vacanza sulla costiera provenzale) convincendo la matriarca di essere in grado di metterla in contatto con il marito scomparso, riferendole in sostanza quel che la povera vedova vuole sentirsi dire. Giunto alla residenza dei Catledge fingendosi un uomo d'affari, Stanley entra subito in rotta di collisione con Sophie ma in realtà ne è colpito, sia perché lei sembra conoscere particolari della sua vita che non avrebbe dovuto sapere, ma in realtà perché il suo solo sguardo, il modo di comportarsi, di muoversi hanno smosso il ghiaccio che c'era in lui e tutte le sue certezze. Cederà completamente all'amore, pur sapendo quanto sia completamente irrazionale, proprio quando avrà la certezza che Sophie è protagonista di un'impostura, perché si renderà conto che lei è stata in grado di dargli quelle emozioni e quell'imprevedibilità che non erano mai stati nel suo orizzonte mentale e che però gli hanno dato momenti di autentica felicità e vitalità. Più volte Allen, nei suoi film, è ricorso alla magia, pur essendo senz'altro animato da scetticismo, razionalità e pessimismo, perché sa bene che senza qualcosa di imponderabile, di magico, di apertura alle emozioni, sostanzialmente senza speranza non si può vivere, specie in periodi bui. E non a caso la storia prende le mosse da un affollato teatro berlinese per trasferirsi nel Sud della Francia, con le tenebre delle dittature in arrivo sull'Europa ad oscurare gli ultimo bagliori della Belle époque. Da sogno la colonna sonora, una serie di classici del jazz dell'epoca d'oro, che da sola vale il film. Ma c'è molto altro, a cominciare dalla prestazione del cast tutto intero. Divertimento raffinato ma non pretenzioso, disincanto ammorbidito da un tocco di fantasia e di disponibilità verso il prossimo e l'ignoto: non un capolavoro, ma cosa volere di più di questi tempi?

sabato 13 dicembre 2014

Mommy

"Mommy" di Xavier Dolan. Con Anne Dorval, Suzanne Clément, Antoine-Olivier Pilon. Francia, Canada 2014 
Ho aspettato qualche tempo dopo la visione a commentare questo film di cui si dicevano mirabilie, decandando le doti dell'enfant prodige del cinema canadese ('sti cazzi, direbbero a Roma), più precisamente quebecois e dunque francofono, non a caso Premio della Giuria  ex aequo all'ultima edizione del Festival di Cannes con "Addio al linguaggio" di quell'altro supposto genio, il paranoico solipsista Jean-Luc Godard, l'onanista più ossessivo di tutta la cinematografia transalpina: meglio lasciare decantare le prime impressioni, che erano improntate a un'irritata perplessità. Otto giorni di frollatura hanno però accentuato le venature negative, per cui mi sono fatto la convinzione che si tratti di un'orrenda cagata, velleitaria, furbetta, che gioca su una forma ammodernata, perfino provincial-punkettara, di mammismo morboso; sotto vesti apparentemente spregiudicate, pur sempre di buoni sentimenti e luoghi comuni si tratta. Il film racconta il rapporto esagerato e scarsamente credibile tra una cinquantenne squinternata, arrogante, stronza, incapace di badare a sé stessa, e il figlio adolescente che ne è il clone al maschile, ciclotimico, inaffidabile e violento, che viene scaraventato fuori da un istituto di recupero perché ne aveva incendiato la mensa, finendo per ferire gravemente un suo compagno, e riaffidato alla genitrice. Parte a un ritmo scoppiettante, e il susseguirsi di battute sboccate e situazioni paradossali quanto improbabili, con l'inserimento nella quotidianità fortemente alterata di questa coppia di dementi ipercinetici di un'altra disadattata, Kyla, la dirimpettaia, un'insegnante in aspettativa divenuta balbuziente dopo un trauma di natura sconosciuta, sfocia e degenera in un crescendo sempre più parossistico per un totale di 140 minuti, quando 75 sarebbero stati più che sufficienti. E' la lunghezza a rendere ancora più insopportabile questa pellicola in stile MTV che a rendere indigesta contribuiscono i due personaggi principali, entrambi odiosi: Steve, un ragazzino cui un paio di sberloni bene assestati nella prima gioventù non avrebbero potuto fare maggior danno di due genitori deficienti, ma soprattutto Diane, un'irresponsabile brava a fare la splendida e la bella vita coi soldi del marito genialoide quando le cose andavano bene, e ad autogiustificare sé stessa nonché il suo pargolo quando il coniuge muore, va da sé povero e senza un quattrino perché "fregato" dai soliti yankee che pensano solo agli affari, mentre loro stanno a godersene i quattrini, senza mai prendersi un minimo di responsabilità. Il regista fa anche l'originale proponendo un formato di 4:3 a schermo più che ristretto e in verticale, che costringe a una visione faticosa e concentrata su un solo personaggio per volta e per di più in primo piano, accentuando il senso di fastidio; unica scelta impeccabile, quella degli interpreti, le cui fattezze, movenze, tic e modo di esprimersi  li rendono tanto perfetti nel ruolo quanto sommamente sgradevoli. Ancora una volta, la giuria di Cannes non si è smentita. 

venerdì 12 dicembre 2014

La prima bomba non si scorda mai

Banca Nazionale dell'Agricoltura, Milano, Piazza Fontana, venerdì 12 dicembre 1969

In quel buco nero ci siamo precipitati dentro esattamente 45 anni fa cadendo sempre più giù. Altro che luce in fondo al tunnel...

mercoledì 10 dicembre 2014

Ma come si permette?


Il Paese è in disfacimento, lo Stato è presente, con i suoi sgherri nei vari rami di competenza, unicamente per proteggere chi lo ha ridotto in queste condizioni; governato da un esecutivo presieduto da uno che manco è stato eletto e che sta in piedi per una fiducia espressa da un Parlamento votato con una legge dichiarata incostituzionale; scoppia l'ennesimo bubbone putrido che svela una volta di più l'intreccio di corruttela e affari loschi di tutto il milieu politico-delinquenziale della capitale, di stampo ormai mafioso, e che vede coinvolto anche il partito di maggioranza relativa al governo nella città come a livello nazionale, e il presidente di questa repubblica di banane marce, rieletto in maniera abusiva pure lui e che da quel partito proviene, ha il coraggio di affermare che "la critica della politica e dei partiti è degenerata in anti-politica, cioè in una patologia eversiva". Cioè, gli eversivi sarebbero, per dire, quel 63% di emiliani che si è rifiutato di andare ai seggi alle ultime regionali? Quella maggioranza di italiani che si sono astenuti oppure hanno votato per chi, a suo dire, da un biennio avrebbe avviato "in Parlamento metodi e atti concreti di intimidazione fisica, di minaccia, di rifiuto di ogni regola e autorità, di tentativi sistematici e continui di stravolgimento e impedimento dell'attività legislativa delle Camere"? E' palese il riferimento al M5S, il cui unico merito da 22 mesi a questa parte è stato proprio quello di aver dato un senso al termine di opposizione parlamentare. Se persino questa è considerata eversiva da colui che dovrebbe essere il custode primo della legalità in questa nazione (e invece è il primo a tradire, nelle norme come nello spirito, la Costituzione a cui ha giurato fedeltà, tanto che è arrivato a sollecitare più volte i legislatori stessi a cambiarla) non c'è da stupirsi che la magistratura, di cui pure è capo, continui, solo per fare un esempio, ad accusare di terrorismo gli esponenti del movimento No-TAV, e di questo passo chiunque non ci stia e non si identifichi in quello scempio del concetto stesso di politica incarnato da questa genia di parassiti di cui Giorgio Napolitano è l'esemplificazione perfetta - non per niente l'hanno eletto per ben due volte al "colle più alto". Qui le affermazioni di Sua Maestà il Presidente. Attenzione: non si tratta dei  deliri di un vecchio rincoglionito ma di minacciose dichiarazioni di intenti. Questa gentaglia si sente circondata e si incarognisce sempre di più, quindi ora più che mai è tempo di stare all'erta perché diventa pericolosa, oltre che nociva.

martedì 9 dicembre 2014

Un minuto de silencio

"Un minuto de silencio" di Ferdinando Vicentini Orgnani. Italia 2014 ★★★★
Un minuto di silenzio è quello chiesto da Evo Morales in ricordo dei caduti durante i cinquecento anni di lotta di resistenza a partire dalla conquista spagnola il giorno del suo insediamento come primo presidente indigeno nella storia della Bolivia il 22 gennaio del 2006, al suo primo mandato (ora è in corso il terzo), ma è proprio la sua voce, in mezzo a quella di esponenti di governo, oppositori, collaboratori, opinionisti, gente comune quella che manca in questa interessante e coinvolgente indagine che Vicentini Orgnani fa sulla situazione nel Paese sudamericano a maggior presenza india e non a caso tra i più poveri del "Continente Desaparecido". Tanto più meritoria considerato quanto poco si sa della Bolivia, e quando se ne parla, lo si fa per lo più a vanvera o per partito preso. Primo a raccontare la sua versione dei fatti sugli ultimi vent'anni di storia boliviana l'ex presidente Gonzalo Sanchez de Losada detto "Goni", dal suo esilio a Washington, uno che i suoi spin doctor nordamericani hanno provato a far passare come progressista e amico degli indigeni e che dovette abbandonare il Paese in seguito alle sollevazioni di El Alto del 2003 che isolarono per un certo periodo la capitale La Paz. Autore di numerose privatizzazioni, specie in campo energetico, perse definitivamente il sostegno popolare quando progettò di esportare la maggior parte del gas prodotto proprio negli USA e attraverso i porti del Cile, Paese con cui esiste un contenzioso fin dal 1883, al termine della Guerra del Salnitro che tolse alla Bolivia lo sbocco al mare; gustoso l'inciso dell'intervento "a piedi uniti" in suo favore dell'allora ambasciatore USA a La Paz Manuel Rocha a pochi giorni dalle presidenziali del 2002, che ebbero l'effetto di lanciare sulla scena un allora semisconosciuto sindacalista dei cocaleros, Evo Morales, che arrivò secondo a soli 40 mila voti da Goni. Avrebbe vinto nel 2006, con l'appoggio determinante di Felipe Quispe, "El Maliku" (condor, in aymara), il vero leader indigesta, ex guerrilgliero che non esclude a priori un ritorno alla lotta armata, appartenete alla sua stessa etnia (l'altra, leggermente meno diffusa, è quella quechua) che oggi si dichiara "colpevole" delle fortune di Evo, denunciandone la sostanziale congruità al liberismo imperante e il legame con i coltivatori e trafficanti di coca di cui sarebbe un pupazzo (esempio ne è la decisione di costruire a tutti i costi una strada "della droga" attraverso il TIPNIS, un parco naturale delle "Terre Basse", nonostante l'opposizione delle popolazioni locali, che hanno il "torto" di non appartenere alle due etnie principali). Frutto di cinque anni di riprese e di un interesse che si sente sincero da parte del regista, "Un minuto de silencio" ha procurato non poche noie al regista, a cui è stato di recente anche negato il visto di ingresso in Bolivia dalle autorità locali. Un lavoro meritorio, che vale la pena di vedere se ve ne capita l'occasione. 

domenica 7 dicembre 2014

La gabbia dei sogni

Non si possono rinchiudere i sogni. La gabbia si torce e si apre alla poetica della creatività, si dilata e si modifica al sogno di libertà. L'acciaio potente del fabbro non può nulla al trasporto della poesia, che muta la sostanza del suo intimo deformando le sbarre in rami e la gabbia in albero, puntando verso l'alto, verso il cielo, la luce e la libertà, per uscire dalle anguste mura e mostrarsi all'esterno, fuori, quasi come un ciliegio vissuto nel ricordo. 
Guerrino Dirindin




Con l’opera La gabbia dei sogni, progettata per la corte delle antiche carceri austriache, Guerrino Dirindin si è aggiudicato l’edizione 2013 del premio In Sesto, organizzato dal Comune di San Vito al Tagliamento nell’ambito di Palinsesti.
Da una gabbia metallica, simbolo di prigionia, si sviluppa un albero i cui rami, allusivi alla libertà, oltrepassano le mura di recinzione e salgono verso il cielo.
Oltre che sull’antinomia reclusione/libertà, le opere esposte insistono sul tema della terra e del solco, offrendo una significativa panoramica della produzione più recente dell’artista pordenonese.

7 dicembre 2014-18 gennaio 2015, Pordenone, Casa Furlan, Via Mazzini 53


venerdì 5 dicembre 2014

Viviane

"Viviane" (Gett: Le procès de Viviane Amsalem) di Ronit e Shlomi Elkabetz. Con Ronit Elkabetz, Menashe Noy, Simon Abkarian, Sasson Gabai, Eli Gornstein, Rami Danon, Robert Polak. Israele, Francia, Germania 2014 ★★★½
Film che si svolge per intero all'interno dell'aula di un tribunale rabbinico in cui si discute del divorzio chiesto da una donna, Viviane Ashalem, madre di quattro figli, che da tre anni ha abbandonato il tetto coniugale per incompatibilità col marito rifugiandosi dalla sorella, è molto interessante e istruttivo sotto due aspetti: racconta molto della realtà israeliana e di alcuni meccanismi universali delle relazioni di coppia e ricorda, sotto entrambi gli aspetti, il bellissimo "Una separazione", dell'iraniano Asghar Farhadi. Confermando che Israele e Iran hanno molti più aspetti in comune di quello che si possa pensare, e il fatto che si rispecchino l'uno nei difetti dell'altro è probabilmente il motivo per cui si detestano così radicalmente: lo Stato ebraico, tanto decantatato per la sua supposta laicità, il rispetto dei diritti umani e l'uguaglianza tra i sessi (in realtà soltanto nell'esercito) e per il fatto di essere l'unica nazione democratica del Medio Oriente, come se le elezioni, che dalla rivoluzione khomeinista del 1979 anche in Iran si tengono regolarmente, bastassero a qualificarlo come tale, è in sostanza una teocrazia né più e né meno del suo acerrimo nemico, con in più dei connotati razzisti sconosciuti agli sciiti persiani. Come svela il film, in Israele non esiste matrimonio se non religioso e dunque il divorzio può concederlo esclusivamente un tribunale rabbinico, ed è sufficiente che il marito di Viviane non si presenti reiteratamente alle udienze, insista nel non cedere, invocando l'unità e la salvaguardia della famiglia nonché principi superiori, o si affidi alle testimonianze stravaganti di partenti e amici e ai cavilli cervellotici del suo difensore (il fratello, a sua volta studioso della Torah) per tirare la causa all'infinito, fornendo così ai rabbini il pretesto per procrastinare all'infinito la decisione, tant'è vero che a cinque anni dall'inizio della sacrosanta causa i due coniugi sono ancora lì, affrontandosi finalmente di persona nella scena finale. La vicenda è narrata in forma di dramma legale, in cui non mancano momenti ironici, grotteschi e perfino esilaranti, e tra gli interpreti, tutti bravissimi ed estremamente verosimili, spicca l'intensa ed espressiva Ronit Elkabetz, regista assieme al fratello Shlomo, che dà vita a un personaggio, Viviane, ricco di sfaccettature, una donna semplice, integerrima, intelligente, conscia di essere ingabbiata in un sistema religioso-sociale pieno di pregiudizi e che nega la libertà individuale e la parità all'interno della coppia, la quale persegue con determinazione l'affermazione della propria dignità.

mercoledì 3 dicembre 2014

martedì 2 dicembre 2014

Qui

"Qui" di Daniele Gaglianone. Con Gabriella Tittonel, Aurelio Loprevite, Nilo Durbiano, Cinzia Dalle Pezze, Alessandro Lupi, Guido Fissore, Marisa Meyer, Paola Jacob, Luca e Francesco Perino. Italia ★★★★
Come già per "Let's Go", elenco "in ordine di apparizione" i dieci valsusini che raccontano con le loro parole, di un'inequivocabile chiarezza e invidiabile pacatezza di toni, i motivi del loro impegno nella lotta ormai ventennale contro il TAV, la loro versione sui gravi incidenti accaduti nella Valle, specialmente tra il 2011 e il 2012, e le ragioni per cui è doverosa la resistenza contro uno Stato che non ascolta i propri cittadini e risponde soltanto a logiche sue proprie o esterne, aliene da qualsiasi cosa abbia a che fare con la rappresentanza. Uno Stato che procede all'occupazione in piena regola di un territorio allo scopo dichiarato di stravolgerne l'aspetto e la realtà, militarizzandolo e usando in maniera surrettizia il proprio concetto di "legalità" per annientare ogni opposizione imputandole una violenza che non è nulla rispetto a quella che esso stesso esercita attraverso i propri organi giudiziari per coprire, invece, illegalità ben più grandi che sono la causa prima della ribellione della popolazione locale. Sono storie esemplari di una lotta esemplare, in nome del rispetto della propria dignità, che si svolge QUI, in Valsusa, ma le cui ragioni sono valide ovunque così come la sua necessità, contro un Golem che mette uno contro l'altro i propri cittadini (alla fine, che si tratti dello Stato nazionale, della UE oppure di un'altra entità ancora superiore o anche metafisica il risultato è il medesimo) per procedere con i propri progetti insensati e inumani, la cui illegittimità e violenza insita è tale da fare reagire e lottare contro di essi non tanto degli anarchici o ribelli che queste cose già le sanno, ma pure dei cittadini osservanti della legge, sinceramente democratici, magari timorati di dio e financo ex appartenenti alle forze dell'ordine. Merito di Guaglianone, ottimo e attento autore di documentari ma anche del bel lungometraggio Ruggine del 2011, fa un film "partigiano" pur non prendendo personalmente posizione per cercare di convincere qualcuno, dando la parola a coloro a cui è stata sempre negata, tanto dallo Stato e dai suoi rappresentanti, politici o in divisa, quanto dai mezzi di comunicazione di massa, contro la cui condotta vergognosamente manipolatoria e asservita la denuncia risulta particolarmente potente e centrata. Presentato giovedì scorso al benemerito Torno Film Festiva, vetrina per la migliore produzione indipendente, e in contemporanea a Roma, Qui sarà in questi giorni a Milano e poi in giro nella Penisola: consiglio caldamente di andare a vederlo. 

venerdì 28 novembre 2014

Let's Go

"Let's Go" di Antonietta De Lillo. Con Luca Musella. Italia 2014 Con Luca Musella, Elizabeth Christina Almeida, Vincenzo Avranno, Brahim Ati Baha, Miriam Ati Baha, Paolo Circhi, Sirlei De Fatima, Simone gennaro, Dian Sluti, Cheri Mohammed Wajdi, Abdul Mecit Erbi, Elena Teresa Rossi, Roberto De Francesco. ★★★★
Enumero di proposito tutti coloro che hanno partecipato a questo piccolo, breve ma prezioso film, esemplare anche formalmente, nelle riprese come nell'accompagnamento musicale, presentato anch'esso al Torino Film Festival ancora in corso della brava fotoreporter e regista napoletana Antonietta De Lillo, che fa raccontare allo stesso protagonista la parabola del collega Luca Musella (che ha scritto i testi oltre a collaborare alla sceneggiatura), fotoreporter di una certa notorietà negli anni Ottanta e precipitato per varie vicissitudini, professionali (la crisi profonda dell'editoria, divorata dalla televisione) e personali (generosi investimenti in attività culturali divorati da crollo di domanda, scelte sbagliate dettate da ottuso ottimismo e conseguente separazione dalla moglie) da "uomo del Mulino Bianco" a sottoproletario a tutti gli effetti, nuovamente "on the road", da Napoli via Viterbo verso Milano, dove torna dopo trent'anni trovando una città che non è più quella "da bere" e un ambiente umano nonché professionale profondamente mutato. Ma lo è anche lui, che non si riconosce più nella maschera che lo ingabbiava un tempo, forse perfino più libero e a suo agio coi suoi nuovi compagni di strada, che vivono come lui ai margini e senza sostanziali diritti e alcuna certezza sul domani, extracomunitario (come lo è la maggioranza di loro, senza permesso di soggiorno) nel suo stesso Paese perché privo di residenza. Un riflessione senza pietismi, autocommiserazione, talvolta ironica e a tratti poetica, su realtà tanto diffuse quanto volutamente ignorate che inghiottono con incredibile facilità, di questi tempi, anche chi sembrerebbe più attrezzato, anche culturalmente, e resistere. Ma non è disposto a vendersi e perdere la stima e il rispetto per sé stesso.

mercoledì 26 novembre 2014

I ponti di Sarajevo

"I ponti di Sarajevo" (Les ponts de Sarajevo) di Ursula Meier, Aida Begić, Leonardo Di Costanzo, Jean-Luc Godard, Kamen Kalev, Islid le Besco, Sergei Loznitsa, Vincenzo Marra, Vladimir Perisić, Cristi Puiu, Marc Recha, Angela Schanelec, Teresa Villaverde. Francia, Italia, Svizzera, Bosnia-Herzegovina, Bulgaria, Germania, Portogallo 2014 ★★★★
Film collettivo già presente alle proiezioni speciali dell'ultimo Festival di Cannes, era stato proiettato in contemporanea a Sarajevo e Pesaro il 27 giugno scorso, in occasione del centenario della vigilia dell'attentato nel corso del quale Gavrilo Princip uccise l'erede al trono austro-ungarico Francesco Ferdinando e la moglie Sofia e che fu il pretesto per scatenare la Prima Guerra Mondiale e segnò l'inizio della fine di un ordine che, fino ad allora, aveva visto al centro il Vecchio Continente: la Seconda, che ne fu la mera conseguenza, ne completò l'opera così come la cosiddetta Guerra Fredda che ne seguì e che prosegue tuttora in varie forme, non ultima la più recente delle guerre balcaniche: quella che disintegrò la Jugoslavia, di cui l'assedio di Sarajevo dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996 fu lo snodo cruciale. Collage di 13 "corti" di 9' al massimo ciascuno e ispirati alla città bosniaca ma a svolgimento libero, girati da alcuni dei registi europei più rinomati, nonché di diversa età e provenienza sotto la direzione artistica di Jean-Michel Frodon, è stato presentato nei giorni scorsi al Torino Film Festival che si conclude domenica 29. Ogni episodio esprime la diversa sensibilità e l'approccio personale degli autori, e qualcuno è più riuscito degli altri: in alcuni casi poetico, spiazzante, commovente; qualcuno in forma più documentaristica, altri sperimentale, altri ancora di racconto immaginario, realistico o di rievocazione, tutti insieme centrano l'obiettivo di ripercorrere gli ultimi cent'anni di storia di questa città simbolo di tutte le traversie e contraddizioni europee, da sempre, nelle sue vicende plurimillenarie, crogiolo di culture, etnie e religioni diverse, epicentro di scontri così come di incontri, di guerre come di traffici ininterrotti che si svolgono sopra e sotto i suoi ponti, distrutti e ricostruiti a più riprese, sulla Miljačka, e di indurre a riflessioni più ampie su ciò che unisce, i ponti per l'appunto, più che su ciò che divide. Segnalo che l'unico episodio non legato direttamente a Sarajevo è quello, molto bello, diretto da Leonardo Di Costanzo, "L'avamposto", liberamente tratto da un racconto di Federico De Roberto, lo stesso che ha ispirato Ermanno Olmi per il recente e bellissimo "torneranno i prati" e che racconta la fabbrica di orrore e di morte che furono le trincee sul Carso durante la Grande Guerra e la conseguente insubordinazione di massa, specie tra le truppe italiane, aspetto sempre sottaciuto dalla nostrana retorica patriottarda e imbecille. Proposito, quello di ricordare e far riflettere, pienamente raggiunto da questo omaggio a una delle città più belle ed emblematiche del nostro continente.

lunedì 24 novembre 2014

Non tutto è perduto


Se perfino in Emilia, dove sopravvivono gli ultimi trinariciuti e dove ancora oggi sui comodini in fianco all'immaginetta della Madonna campeggia quella di Togliatti assieme a Nilde Jotti, orgoglio locale, l'elettorato attivo è ridotto al 37,6% e il candidato centrosinistrato alla presidenza della Regione per la prima volta rimane sotto la soglia del 50%, forse qualche speranza c'è ancora. E se lo Stronzie esulta, questa volta sono ancora più soddisfatto di lui.

sabato 22 novembre 2014

Redemption Street

"Redemption Street" (Ustanička Ulica) di Miroslav Terzić. Con Gordan Kičić, Rade Šerbedžija, Uliks Fehmiu, Jelena Djokić, Milica Mihailović, Petar Božović, Predrag Ejdus, Bojan Zirović, Aleksandar Djurica. Serbia, 2012 ★★★★
Film d'esordio di Miroslav Terzić, che s'era occupato in precedenza di video commerciali, aveva avuto un buon successo al Sarajevo Film Festival di due anni fa ed è stato presentato martedì scorso a Firenze all'ultima edizione del "Balkan Florence Express" alla presenza del regista: Redemption Street non ha nulla da invidiare a produzioni ben più ricche, e ha dimostrato, come già "Il segreto dei suoi occhi", film argentino che vinse meritatamente l'Oscar come miglior film straniero nel 2010 e che mi ha ricordato, che è possibile confezionare un avvincente legal thriller che sia al contempo un film d'azione affrontando il passato oscuro del proprio Paese, sforzo che la Serbia sta compiendo seriamente e da qualche anno nei confronti delle guerre jugoslave degli anni Novanta, a differenza di altri tragici protagonisti di quelle tragiche e tristi vicende, balcanici e no, meno o per nulla dotati di spirito autocritico. Un altro film che mi è tornato in mente è "Il giudice ragazzino" di Alessandro Di Robilant di vent'anni fa, che prendeva il titolo dalla definizione sprezzante che l'ex Presidente della Repubblica diede del giovane vice procuratore Rosario Livatino, assassinato dalla mafia nel 1990, perché lo ricorda la figura del protagonista Dušan, che ricopre lo stesso ruolo e viene incaricato dal procuratore capo per i crimini di guerra, interpretato dal bravissimo e iconico Rade Šerbedžija, di un'indagine ultrasegreta su un gruppo paramilitare attivo in Croazia, in Bosna e nel Kosovo e successivamente sparito nel nulla, perché man mano i suoi membri sono stati fatti eliminare dal "Grande Vecchio" che dava gli ordini, un "insospettabile" che, opportunamente protetto da vari complici interni anche allo Stato, vive comodamente nel pieno centro di una Belgrado livida e in parte inconsueta dove si svolge l'azione. Dušan riesce a individuare l'unico superstite del gruppo, Micun, anche lui preso di mira dal vortice che elimina uno dopo l'altro i possibili testimoni, e che sta tentando di ricostruirsi una vita tranquilla come muratore e futuro padre insieme alla moglie nel tentativo di rimuovere i fantasmi di un passato che riappare inesorabile. E si riaffaccia anche a Dušan e intromettendosi nella sua esistenza: pure lui attende un figlio dalla giovane moglie, al contempo è deciso di andare fino in fondo nella sua inchiesta a costo di mettere in pericolo la propria vita anche per dimostrare all'anziano padre, un ex professore di diritto in odore di eresia durante il regime di Milosević, di essere degno del proprio ruolo di magistrato. Un film solido, ben fatto, incisivo, ben girato e con un cast all'altezza. Per me, la soddisfazione di aver capito all'incirca il 35% di quel che veniva detto e il senso in generale: il film è in lingua originale, sottotitolato in italiano. Mi auguro vivamente che qualcuno si prenda la briga di distribuirlo quanto merita.

giovedì 20 novembre 2014

Da qui all'Eternit: c'è chi dice NO!


In questo giorno triste, ci mancano più che mai le parole intelligenti di un uomo che aveva capito alla perfezione vizi e difetti di questo Paese: Ennio Flaiano, a 42 anni dalla sua scomparsa, più attuale che mai.


«Preferire sempre di no. Non rispondere a inchieste, rifiutare interviste, non firmare manifesti, perché tutto viene utilizzato contro di te, in una società che è chiaramente contro la libertà dell'individuo e favorisce il malgoverno, la malavita, la mafia, la camorra, la partitocrazia, che ostacola la ricerca scientifica, la cultura, una sana vita universitaria, dominata dalla Burocrazia, dalla polizia, dalla ricerca della menzogna, dalla tribù, dagli stregoni della tribù, dagli arruffoni, dai meridionali scalatori, dai settentrionali discesisti, dai centrali centripeti, dalla Chiesa, dai servi, dai miserabili, dagli avidi di potere a qualsiasi livello, dai convertiti, dagli invertiti, dai reduci, dai mutilati, dagli elettrici, dagli studenti bocciati, dai pornografi, poligrafi, truffatori, mistificatori, autori ed editori. Rifiutarsi, ma senza specificare la ragione del tuo rifiuto, perché anche questa verrebbe distorta, annessa, utilizzata. Rispondere: no.
Non cedere alle lusinghe della televisione.
Non far crescere i capelli, perché questo segno estremo ti classifica e la tua azione può essere neutralizzata in base a questo segno.
Non cantare, perché le tue canzoni piacciono e vengono annesse.
Non preferire l'amore alla guerra, perché anche l'amore è un invito alla lotta.
Non preferire niente.
Non adunarti con quelli che la pensano come te, migliaia di no isolati sono più efficaci di milioni di no in gruppo. Ogni gruppo può essere colpito, annesso, utilizzato, strumentalizzato.
Alle urne metti la tua scheda bianca sulla quale avrai scritto: No. Sarà il modo segreto di contarci.
Un No deve salire dal profondo e spaventare quelli del Sì. I quali si chiederanno cosa non viene apprezzato del loro ottimismo».
(Ennio Flaiano)

domenica 16 novembre 2014

Interstellar

"Interstellar" di Christopher Nolan. Con Matthew Mc Conaughey, Anne Hathaway, Jessica Castain, Michael Caine, Matt Damon, Ellen Burstyn, Casey Affleck e altri. USA 2014 ★★
"The Harder They Come, The Harder They Fall", oltre a essere il titolo di un memorabile film giamaicano del 1972 che ha contribuito non poco a far conoscere il reggae al di fuori dell'isola caraibica, è un proverbio che sembra fatto apposta per l'"Interstellar" del fantasioso quanto confuso Christopher Nolan che, per carità, non appartiene alla categoria dei cani della regia ma il cui film risulta tanto più deludente quanto più sono alte le aspettative e arzigogolata una sceneggiatura che avrebbe dovuto essere il suo punto di forza. Ancor più quando il termine di paragone è esplicitamente "2001 Odissea nello spazio".  Tutt'altro che convinto, una volta uscito dopo tre ore di proiezione mi è tornata in mente una battuta che circolava ai tempi dell'uscita del capolavoro di Stanley Kubrick, nel 1968: "Icaro credeva di essere un uccello, invece era un pirla". Siamo in un imprecisato futuro che sembra un ritorno al passato della "Dust Bowl" che aveva flagellato le grandi pianure degli Stati centrali degli USA negli anni Trenta, in piena Depressione, e un'umanità rassegnata sta facendo i conti con una crescente carenza di cibo: il frumento è ormai scomparso e per il momento è rimasto da coltivare soltanto il mais, anch'esso destinato a scarseggiare e sparire. Lo sviluppo tecnologico forsennato ha fatto ammalare la Terra e la scienza è guardata con sospetto da parte di uomini tornati rudi coltivatori: perfino Cooper, un ingegnere e astronauta, che però, attraverso la figlia adolescente Murph, una specie di "scienziata sensitiva" cui è particolarmente legato, viene "riagganciato" dalla NASA che, in incognito, in una vecchia base dismessa nascosta nel deserto, ha continuato in segreto le proprie ricerche e le proprie missioni allo scopo di trovare un luogo nell'universo adatto alla vita della specie. Compito di Cooper sarà scoprire, attraversando un "wormhole" apparso su una delle lune di Saturno e che consente un viaggio nella quinta dimensione, oltre lo spazio-temporale, gli esiti di tre missioni precedenti e salvare, in sostanza, l'intera umanità. Cooper accetterà, sapendo che non tornerà, al fine di salvare i propri figli. Da un'altra dimensione, comunicherà con la figlia, che nel frattempo è diventata lei stessa una scienziata (che, va da sé, salverà il mondo per conto del padre), ma in tre tempi diversi: al passato, al presente e pure al futuro. Questa la "ciccia" del film, infarcito di dotte dissertazioni scientifiche incomprensibili ai più sulla teoria della relatività, sulla quantistica e su quant'altro; il racconto a più tracce dilata all'inverosimile una trama che avrebbe retto per non più di 100 minuti, il tutto avvolto in un'atmosfera che tende a somigliare a quella di un videogame leggermente dépassé, con una fotografia dai colori spesso lividi ed efficaci: l'aspetto migliore della pellicola. Non altrettanto si può dire della prestazione degli attori, a parte McConaughey che è una conferma e interpreta il personaggio principale, per non parlare degli "effetti speciali": molto più efficaci e impattanti quelli usati da Kubrick per il viaggio oltre la dimensione spazio-temporale di David Bowman coi mezzi di 45 anni fa di quelli messi a disposizione oggi a Nolan nell'era della computer-grafica. Perfino la colonna sonora, che pure è uno dei lati positivi del film, è poca cosa rispetto a quella sontuosa di "2001". Che resta lontano anni luce. Insomma: troppa carne al fuoco, prolissità eccessiva, immancabile l'ammòre che è la chiave di tutto. Decisamente al di sotto delle attese e delle potenzialità.

giovedì 13 novembre 2014

Le Vie d'Acqua

Milan l'è un Gran Milan

torneranno i prati

"torneranno i prati" di Ermanno Olmi. Con Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti, Andrea Di Maria, Camillo Grassi, Domenico Benetti, Andrea Benetti, Carlo Stefani, Niccolò Tredese, Franz Stefani, Andrea Frigo, Igor Pistollato. Italia 2014 ★★★★★
Un film magnifico, emozionante e poetico, un piccolo, grande capolavoro: sono bastati 80 minuti a Ermanno Olmi per condensare tutto quel che c'è da dire sulla follia della guerra e sulla sua essenza, ossia che l'umanità si divide tra chi tira i fili, organizza questo tragico gioco al massacro per dirimere questioni che non è in grado o non vuole risolvere altrimenti, e chi la fa o la subisce, combattenti e popolazione civile. In posizione intermedia, ma complice dei primi, l'apparato, per definizione idiota e volutamente cieco, che si presta, ossia i militari professionisti. Lo fa attraverso una trama pressoché inesistente: siamo alla vigilia di Caporetto, nell'ottobre del 1917, sull'Altopiano di Asiago, in un avamposto d'alta quota dove giungono un maggiore e un giovane tenente per portare al reparto che vi è sepolto, attanagliato dal gelo e sommerso da metri di neve, conducendovi una vita miserabile e piena d'angoscia a ridosso della linea austriaca, l'ordine demenziale per un'operazione escogitata a tavolino dai felloni dello stato maggiore, tanto suicida quanto vana, da portare a termine pur essendo al corrente dell' imminente ordine di ritirata - una situazione simile l'aveva vissuta mio padre in riva al Don, in Russia, nell'inverno del 1942, sfuggendo per un pelo alla "sacca di Stalingrado" -. Il racconto è quello degli avvenimenti della notte trascorsa a tentare l'azione fino al cannoneggiamento della postazione e alla ritirata alle prime luci dell'alba, lasciando alle spalle una scia di morti inutili, attraverso una fotografia strepitosa, curata dal figlio del regista, Fabio, giocata su un chiaroscuro che sfuma talvolta in un accenno di colore livido, dove Olmi si muove a suo agio nella descrizione meticolosa degli interni, miserevoli, del capanno dove si svolge da mesi la vita di stenti e di paura di questi uomini disperati, distrutti, delusi, ingannati, usati, ma sempre dignitosi e soprattutto veri, che parlano i loro dialetti riuscendo a capirsi comunque perché uguali di fronte alla tragedia, il tutto i contrasto con degli esterni fiabeschi, con i boschi che sono una cosa viva, in quel regno di morte, popolati da animali, coi loro rumori che sembrano respiri. Emilio Lussu e Mario Rigoni Stern, il cantore dell'Altipiano, seppur non citati espressamente sono lì, nell'aria. I volti scavati di quegli uomini (bravissimi tutti gli interpreti, professionisti e no) dicono tutto, più ancora delle loro scarne ma precise parole, che individuano con precisione i responsabili di quella bestialità: il nemico non è quello che subisce la stessa sorte malvagia e soffre nella trincea nemica, ma chi ha mandato il proprio popolo al massacro, illudendolo, ingannandolo, riempiendolo di retorica tronfia e ipocrita, e minacciando con la ritorsione violenta chi trasgredisse gli "ordini superiori", ossia i veri traditori, quelli che hanno in mano le leve del potere. Questa l'unica, eterna verità della guerra, qualsiasi guerra. Ma ancor di più per quella Guerra, non a caso definita Grande, la più bestiale e inutile di tutte quelle conosciute finora. La memoria è necessaria, tantopiù in un Paese come il nostro che ne fa volentieri a meno: Olmi ha tramandato quella di suo padre, basandosi sui suoi racconti (la vicenda è assolutamente vera) e l'ha trasformata in immagini evocative e scarne, essenziali parole unite a suoni evocativi, quelli della natura e quelli della tromba malinconica e a tratti lancinante di Paolo Fresu. Un gioiello che, come la memoria che trasmette, andrebbe preservato, valorizzato e mostrato al grande pubblico, magari in televisione, visto che è RAI-Cinema a comprodurre la pellicola, l'anno prossimo, al posto di scellerate e odiose celebrazioni del centenario dell'entrata nel conflitto da parte dell'Italia e di una vittoria che si è dimostrata una tragedia per tutti.

martedì 11 novembre 2014

"Il manifesto": 45 anni col cappello in mano

Cara/o Marco Scaini

ti scriviamo perché abbiamo due notizie importanti. Una buona e una cattiva.

Quella buona è che il manifesto è in salute. Nonostante una crisi drammatica e le gravi difficoltà del giornalismo su carta, il nostro bilancio, le vendite e gli abbonamenti tengono e piano piano, giorno dopo giorno, stiamo migliorando la qualità del giornale e di tutti i suoi allegati, sia cartacei che digitali.

La notizia cattiva è che la testata “il manifesto” è ancora di proprietà dei commissari liquidatori della vecchia cooperativa ed entro Natale la metteranno in vendita al miglior offerente.

C'è il rischio che il manifesto finisca in mani “sporche”. Perciò ti chiediamo di aiutarci a trasformare la cattiva in una splendida notizia.

Infatti, la cooperativa è pronta a fare un'offerta di acquisto della testata.

Aiutaci a comprare “il manifesto” dalla liquidazione.
Entro Natale dobbiamo raccogliere 1 milione di euro.
Se ciascuno di voi donerà 20 euro la campagna di acquisto può finire in due giorni.

Ignoro seguendo quali percorsi questo appello sia stato recapitato anche a me che comunista non sono mai stato e che tra tutti i partiti, gruppuscoli, conventicole sorti nell'area della cosiddetta sinistra italiana dal 1968 in poi, quelli del "Manifesto" sono coloro che ho detestato di più: per la loro suprema arroganza, spocchia, puzza sotto il naso, ipocrisia, presunzione, opportunismo, doppiezza. Tutti i peggiori difetti del PCI da cui erano stati radiati nel 1969 elevati all'ennesima potenza. Il cui gruppo fondatore, composto da gente dell'età media di 85 anni, e dunque coetanea e congrua, tanto per fare un esempio, a Napolitano, non è stata tuttora in grado di recidere seriamente il cordone ombelicale con la (fu) casa madre e di ammettere di avere sbagliato, nelle proprie supponenti e dottissime analisi, assolutamente tutto ma sempre col ditino alzato e la pretesa di essere la voce critica del sedicente progressismo nazionale, europeo anzi: mondiale. Onanisti compulsivi, patrocinatori seriali di cause perse, piangina impenitenti, molestatori professionali, sono 45 anni che fanno la questua, in nome della libertà di stampa, di espressione, del pluralismo e via elencando coi ricatti morali ai gonzi che continuano a cascarci, come se senza di loro si spegnesse la fiaccola dell'intelligenza e al popolo bue venisse meno la guida illuminata e la capacità di comprendere la realtà che esso, a differenza di coloro che siedono nella redazione del "quotidiano comunista" con la pretesa di avere il culo parato, sperimenta ogni giorno sulla propria pelle. Mi si obietterà: ma questi della nuova cooperativa non hanno più nulla a che fare coi vecchi marpioni, che se ne sono sdegnosamente andati un paio d'anni fa, ma allora mi chiedo: perché ricomprarsi una testata legata a un'esperienza, la loro, fallimentare? Per continuarne l'opera nefasta? Allora tanto vale chiedere un lauto contributo ai vari Castellina, Parlato, Rossanda, cha campano di lauti emolumenti da ex parlamentari nonché della pensione non proprio magra da giornalisti (che quelli oggi in attività non possono nemmeno sognarsi) invece di chiedere ancora una volta l'elemosina come erano abituati a fare costoro. Altrimenti, meglio cambiare  ragione sociale e inventarsi qualcosa di nuovo. Per quanto mi riguarda preferisco investire 20 €, e anche qualcosa di più, in una bottiglia di champagne di marca per brindare alla scomparsa de "il manifesto" ragionando, ça va sans dire in francese, con Althusser.

domenica 9 novembre 2014

Il sale della terra

"Il sale della terra" (The Salt of the Earth) di Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado. Brasile, Italia, Francia 2014 ★★★★★
E' uno splendido, emozionante reportage per immagini e discrete, sussurrate, mai invadenti parole quello che Wim Wenders ci regala per raccontare la vita e l'opera del grande fotografo ma soprattutto umanista brasiliano Sebastião Salgado, molto più che un semplice documentario. Lo fa, con la collaborazione dei primogenito di quest'ultimo, Juliano, lasciando la parola al protagonista, oggi settantenne, che ripercorre la sua esperienza da rampollo, unico figlio maschio, di una dinastia di fazenderos nel Minas Gerais, avviato agli studi economici che fece a San Paolo, trasferitosi prima a Londra e poi a Parigi durante l'epoca del regime militare (1964-85) e che aveva scoperto la fotografia quasi per caso. Lavorava inizialmente nel settore del caffè, e risalgono ai suoi rilevamenti da esperto economico i primi viaggi in Africa, Continente che sarebbe stato tante volte cruciale nella sua successiva attività di "fotografo della condizione umana". Salgado racconta con pacatezza i numerosi viaggi che lo hanno portato in tutti gli angoli del pianeta a partire da precisi progetti, per lo più elaborati assieme alla amata moglie Lélia. E' così che nascono, dopo i primi lavori sulla Rivoluzione dei Garofani in Portogallo e sulle sue ex colonie come l'Angola e il Mozambico, opere come Altre AmericheSahel e Uomini in cammino (in collaborazione con Medici Senza Frontiere), Workers, dedicato ai lavoratori manuali di tutto il mondo, Serra PeladaMigrations, Esodi, Africa, fino a Genesi (esposta fino a dieci giorno fa al Palazzo della Ragione di Milano), una reazione alla depressione e alla perdita della fede in seguito al genocidio avvenuto in Ruanda, che non aveva mancato di documentare. Da ultimo, la decisione di rimboscare, piantando ben due milioni di alberi,  la tenuta di famiglia, andata desertificandosi in seguito alla siccitàche ha colpito anche il Brasile, e la fondazione dell'Instituto Terra per la riforestazione della Mata Atlantica, di cui si occupa personalmente assieme alla moglie. Solo un artista e fotografo come Wenders poteva avere l'idea di fare un film su delle opere fotografiche e rendere al massimo le immagini in bianco e nero, veri e propri dipinti con la luce, di Salgado e il risultato è poesia pura, che va ben oltre a un semplice film: un viaggio nell'emozione e nell'umanità, ben più di un omaggio al grande fotografo, di cui è doveroso ringraziare il regista tedesco.

venerdì 7 novembre 2014

Sissi a Miramar

Marzia Postogna e Alessandro Fullin in una scena di "Sissi a Miramar"

"Sissi a Miramar" di Alessandro Fullin. Con Ariella Reggio, Alessandro Fullin, Marzia Postogna, Francesco Godina e Paolo Fagiolo. Regia, drammaturgia e revisione linguistica di Alessandro Marinuzzi con la collaborazione di Corrado Premuda ai testi. Scene e costumi di Andrea Stanisci, musiche di Carlo Moser. Produzione La Contrada - Teatro Stabile di Trieste
Esordio ieri sera in Furlanìa, al Teatro Verdi di Maniago (e a seguire in altre sale del circuito ERT), per la prima volta fuori dai confini della Venezia Giulia, di questa gustosa e divertente "operetta senza musica", dove quest'ultima è sostituita dalle ciàcole in triestino delle due babe aristocratiche, Sissi di Baviera e Carlotta del Belgio, che affrontano un periodo di immaginaria convivenza in quel del Castello di Miramare, sul finire del XIX Secolo. Castello in cui si aggira Carlotta (Ariella Reggio), rimasta vedova di Massimiliano, imperatore del Messico che oltre oceano trovò la morte, il quale lo aveva fatto erigere sulla Costiera dei Barbari con vista su Trieste, la "Perla dell'Adriatico" tanto cara agli Asburgo anche perché era il primo porto imperial-regio per importanza. La nobildonna è alle prese con le ristrettezze economiche dovute agli esorbitanti costi di manutenzione al giorno d'oggi, non compensati dalle entrate delle visite turistiche, coi disagi causati dalla Barcolana, la carenza di personale, e affronta tutto ciò insieme all'ultima serva rimasta, la sagace Ottilia, di sangue istriano (Alessandro Fullin): cerca di farsi bastare la pensione di invalidità che ottiene facendosi passare per matta, vagando di notte a lume di candela per i corridoi invocando il nome del marito. In un tran tran tutto sommato tranquillo e rassicurante una variazione sono le regolari visite del dottor Mayer, che la rifornisce di abbondanti dosi di magiche pillole arancioni dal potere lisergico che le allietano il riposo, ma la pace viene interrotta dall'arrivo, in incognito, della cognata, l'imperatrice d'Austria che risultava morta dopo l'attentato subito da un anarchico italiano a Ginevra. In realtà Sissi, in una delle sue ricorrenti fughe, si era fatta sostituire da una dama di compagnia che era morta al suo posto, e lei ne aveva approfittato per prendere definitivamente il largo e rifugiarsi nell'amata Trieste. Carlotta, che pure aveva pianto la "carissima amica", in realtà non è per nulla felice di dover ospitare "quella crodiga", come la definisce, di cui non sopporta l'invadenza, lo svuotamento delle cantine a forza di spritz, ma soprattutto il fatto che regolarmente le completa la Settimana Enigmistica, rebus compresi, ancor prima che possa prenderla in mano, ragion per cui la convivenza tra le due marantighe coronate è costellata di frecciate a cui fanno da contrappunto le puntuali e pungenti osservazioni di Ottilia. Il tutto ovviamente in triestino, che Sissi rivendica di avere appreso dalla balia e che dichiara essere la lingua franca a Corte e in particolare col marito Cecco Beppe, anche nell'intimità. A levare le castagne dal fuoco, e l'intrusa Sissi da Miramar, ci penserà Guglielmo Oberdan che, dismessi i panni irredenti perché con l'imperatrice è stato amore a prima vista, fuggirà con lei a Istanbul, dove i due si rifaranno, forse, una vita. In attesa di ulteriori sviluppi, di cui tratterà Alessandro Fullin nel romanzo che seguirà "Sissi a Miramar", da cui è tratta la pièce, a sua volta nato da un testo radiofonico scritto per la RAI di Trieste. Teatro stracolmo, un mare di applausi, pubblico soddisfatto. 
Prossime repliche: stasera all'Auditorium Biagio Marin di Grado; domani al Teatro Italia di Pontebba e domenica al Nuovo Teatro Monsignor Lavaroni di Artegna (sempre alle ore 20.45)

giovedì 6 novembre 2014

La spia - A Most Wanted Man

"La spia - A Most Wanted Man" di Anton Corbijn. Con Philip Seymour Hoffman, Rachel  McAdams, Grigory Dobrygin, Nina Hoss, Willem Defoe, Robin Wright, Daniel Brühl e altri. Germania, GB, USA 2014 ★★★★
Un bel film di spionaggio solido, classico, alla "vecchia maniera", molto europeo e poco "ammerigano", che predilige l'introspezione dei personaggi all'azione, che pure non manca, risparmiandoci però sparatorie da videogame e cadaveri in serie, che poco hanno a che fare con la realtà. Siamo ad Amburgo, qualche tempo dopo le ben note vicende dell'11 Settembre, nella città in cui facevano base alcuni degli "attentatori" delle Torri Gemelle, servizi segreti e polizia sono particolarmente all'erta, quando vi giunge, da clandestino, un poveraccio, Issa Karpov, profugo ceceno, e per questo già sospetto. Spetta a Günther Bachmann, splendidamente interpretato da Philip Seymour Hoffman nel suo ultimo ruolo da protagonista prima della prematura scomparsa, dirigente dei servizi segreti tedeschi in guerra sia con la stupidità della polizia locale e le intrusioni nonché i metodi della CIA, sia con sé stesso per fallimenti professionali quanto personali, scoprire se Issa è un terrorista che vuol mettere a ferro e fuoco Amburgo oppure no. L'uomo venuto dall'Est infatti nasconde un segreto: è figlio di un generale russo e criminale di guerra e di una cecena da lui stuprata ed è giunto nella città anseatica per recuperare un'ingente somma lasciatagli dal padre e custodita in una banca privata locale sospettata di riciclaggio, che desidera destinare in beneficenza a organizzazioni umanitarie musulmane perché considera "impura" l'eredità. E' seguendo le sue mosse e quelle dell'avvocatessa dei diritti umani che fa da tramite col banchiere e con un islamista di fama che raccoglie finanziamenti che Bachmann giunge quasi a incastrare quest'ultimo, su cui indagava da tempo, che ne destina una parte in armamenti per gruppi jihadisti,  e a convincersi dell'innocenza di Issa, ma qualcosa va storto all'ultimo momento grazie all'intervento "provvidenziale" dell'agente americana (la bravissima Robin Wright) e della polizia tedesca che, con un'azione in puro stile argentino, fanno "disapparire" il ceceno, sequestrandolo. E' l'unica scena, fulminea, di intensa azione, con auto che inchiodano e creano lo scenario realistico per il misfatto, non producendosi in improbabili inseguimenti e quant'altro. Ci voleva un bravo regista e rendere il complesso e sottile romanzo di John Le Carré da cui è tratta la sceneggiatura ("Issa il buono), e farlo fedelmente e aderendo alla psicologia dei personaggi: e Corbijn, nato come fotografo musicale e videomaker tra i più noti, e di cui avevo demolito il precedente "L'americano", sempre di spionaggio ma più d'azione, si è rivelato tale, probabilmente perché la materia ha più a che fare con una partita a scacchi e con il lato psicologico dei personaggi, di cui la cosa più apprezzabile, grazie anche all'ottima interpretazione di tutto il cast, è le verosimile. Un film come si deve.

martedì 4 novembre 2014

Ritorno a l'Avana

"Ritorno a l'Avana" (Rétour à Ithaque) di Laurent Cantet. Con Isabel Santos, Jorge Perugorría, Fernando Hechevarria, Néstor Jiménez, Pedro Julio Díaz Ferran. Francia 2014 ★★★½
Su una terrazza che si affaccia sul Malecón dell'Avana dalle ultime propaggini del quartiere residenziale del Vedado, si ritrovano cinque amici tra i 50 e i sessant'anni, rappresentanti della prima generazione "revolucionaria natíva", come si direbbe in tempi di 2.0, ossia nata dopo l'avvento del Castrismo a Cuba, per festeggiare il ritorno di uno di loro, Armando, dopo 16 anni di "esilio" a Madrid. Bevono, cenano, ballano, bevono, chiacchierano, ricordano il passato quando, pieni di ideali, erano convinti di stare dalla parte giusta, ingranaggi necessario di un processo che avrebbe dovuto cambiare, assieme all'uomo, il corso della storia e lo confrontano con quel che ne è stato delle loro vite e con la situazione attuale. Una generazione, la mia, che ha fatto in tempo, anche ai Tropici, a essere coinvolta, da adolescente, dall'ondata dei movimento del '68 e dintorni, e che a Cuba ha vissuto nel pieno del proprio vigore il "Periodo Speciale", mentre da noi era stata annichilita, all'altezza dei trent'anni, dagli orripilanti anni Ottanta che sarebbero stati i prodromi del merdaio attuale. Si rivanga il passato, i motivi per cui Armando rientra solo ora, mentre non lo aveva fatto quando la moglie, colpita da un cancro, stava morendo, e lo fa per restare, mentre altri se ne andrebbero se appena potessero. E' un film molto francese, e dunque molto, anzi: soltanto parlato, scritto dal regista assieme al romanziere cubano Leonardo Padura, che fa capire molto bene le dinamiche che hanno portato a decisioni individuali non scontate e segnato i destini, nonché il ruolo nella realtà cubana (e, nel caso di Armando, nel Paese dell'esilio) della parte più intellettuale di quella generazione. Se vogliamo, una specie di Grande Freddo ai Tropici che ha come protagoniste persone che hanno dieci anni di più di quelle descritte ai tempi nel film di Lawrence Kasdan, di ottimo livello grazie anche a degli interpreti estremamente credibili ed efficaci. Raccomandato a chi parla di Cuba a sproposito, in un senso o nell'altro. 

lunedì 3 novembre 2014

E' lo Stato, bellezza!

Il saluto degli imputati alla famiglia Cucchi dopo la lettura della sentenza d'assoluzione

A me non stupisce la sentenza che ha mandato assolti in appello tutti gli imputati dell'omicidio di Stefano Cucchi, né mi interessa attenderne le motivazioni: piuttosto la dabbenaggine di chi  continua a mostrarsi sbigottito e scandalizzarsene. Posso capire chi è molto giovane, ma credo che ogni italiano che abbia raggiunto la maggiore età abbia avuto modo di ascoltare la litania Piazza Fontana-Pinelli-Italicus-Piazza della Loggia-Ustica-Bologna-Capaci-Via d'Amelio, tutti casi avvolti nel mistero e in cui la "giustizia" non ha mai fatto chiarezza e i responsabili sono stati coperti da un possente muro di gomma eretto dalle "istituzioni", per non parlare della sostanziale impunità che ha sempre tutelato i loro membri, fossero appartenenti alle cosiddette "forze dell'ordine" o al ceto politico-burocratico: cane non mangia cane. E' lo Stato, signori; in particolare QUESTO STATO, quello italiano, marcio fin dalle fondamenta. Ma quali servizi deviati, o infiltrazioni mafiose: questo Stato E' deviato per definizione: i servizi fanno il loro mestiere benissimo e questo Stato E' la mafia. Con tutta la solidarietà alla famiglia Cucchi, la cui perseveranza nel cercare la verità è ammirevole e commovente, pretendere giustizia da questo Stato è come pensare di fare un buon affare acquistando una "sòla" venduta da Wanda Marchi, o credere alle fandonie dei Renzi o dei Berlusconi di turno, cosa che peraltro una buona parte dei nostri connazionali fa puntualmente. Allo stesso modo ritengo grottesco chiedere il riconoscimento, da parte dello Stato, dell'unione con un'altra persona, di qualsiasi sesso sia: significa riconoscergli un ulteriore potere oltre a quelli che già si è arrogato. Meglio prendere atto che lo Stato persegue fermamente il suo scopo, che è quello di sopravvivere, come ogni organismo, sociale, animale o vegetale che sia, autogiustificando la propria esistenza attraverso il controllo e la manipolazione dei propri sudditi e riproducendo i propri organi per  clonazione, come un tumore invasivo. Non c'è molto da fare per difendersene, ma un primo passo è rendersene almeno conto.