mercoledì 31 luglio 2013

Il kazako invasivo

Oh dio Bonino, ecco cosa intendeva la ministronza degli Esteri!

L'intervallo

"L'intervallo" di Leonardo Di Costanzo. Con Francesca Riso, Alessio Gallo, Antonio Buil Puejo, Carmine Paternoster, Salvatore Ruocco, Jean Yves Morard. Italia, Svizzera, Germania 2012 ★★★★★
L'estate cinematografica è stagione di ripescaggi: scarseggiando le nuove uscite, sono benvenute le carrellate retrospettive su quella appena conclusa, ed è l'occasione per recuperare film che si erano persi. "L'intervallo", che era stato accolto con favore di critica e pubblico a Venezia l'anno scorso senza ricevere, come al solito, alcun riconoscimento ufficiale, è il migliore che mi è capitato di vedere e per di più italiano, anzi: napoletano (per la produzione hanno contribuito Svizzera e Germania, interessate probabilmente a capire il fenomeno camorristico "dall'interno", considerata la diffusione da loro). Salvatore, 17 enne orfano e impacciato, che col padre gestisce due carretti ambulanti che vendono granite, viene costretto dal boss locale a sorvegliare, per una giornata, Veronica, di 15 anni, che si comporta già da donna vissuta, in una fatiscente struttura ospedaliera in disuso a Poggioreale, se la memoria visiva non mi inganna, fra il Centro Direzionale e l'aeroporto di Capodichino. Di fatto sono entrambi prigionieri, come fossero condannati, fin dalla nascita, a essere ingranaggi di un sistema (ed è così che si chiama a Napoli la camorra: 'O Sistema) e il titolo potrebbe anche essere "La vacanza", perché è quella che i due adolescenti si prendono, dopo le prime punzecchiature reciproche, entrando man mano in confidenza mentre vanno alla scoperta, che diventa un'avventura, e anche un gioco, degli enormi spazi della ex struttura in stato di totale degrado e abbandono. Raccontano l'un l'altro qualcosa di sé stessi, i propri sogni, solo alle fine affrontano il nodo della questione, ossia le cause della "prigionia" di Veronica, constatando l'ineluttabilità della loro condizione, a cui non c'è scampo se non con la fuga e un taglio drastico con l'ambiente in cui sono cresciuti, in cui si è costretti a scegliere "da che parte stare", in caso di guerra tra "famiglie" diverse, e comunque all'interno d''O Sistema. L'alternativa è la morte, o l'esilio. Dopo una giornata di reclusione e punizione, in cui Veronica è stata messa nelle condizioni di riflettere sul suo "sgarbo", essersi resa disponibile a essere corteggiata da un appartenente a un clan avversario, alla sera viene a liberarla Bernardino, il capozona, che tra minacce e blandizie fornisce a Veronica, e al pubblico, una vera e propria lezione di vita camorristica. Che vale per chi non ha ancora capito la tragica realtà che si vive nella metropoli partenopea e dintorni, ma comune anche a grandi parti della Calabria, della Sicilia e della Puglia, ma che a Napoli ha caratteristiche particolari. Bravissimi ed efficaci i due interpreti principali, ma una lode anche agli altri, che si esprimono in un napoletano nemmeno eccessivamente stretto per chi come me lo orecchia, ma che rendono necessaria e benvenuta la sottotitolazione (fortunatamente non sono stati doppiati in italiano), un plauso a Luca Bigazzi, il miglior direttore della fotografia che abbiamo in Italia, e un grazie a Leonardo Di Costanzo, affermato e impegnato documentarista, che ha adattato un testo scritto appositamente per il film insieme a Maurizio Braucci.

domenica 28 luglio 2013

La bottega dei suicidi

"La bottega dei suicidi" (Le Magasins des suicides) di Patrice Leconte. Francia, Canada, Belgio 2012 ★★★
Film d'animazione tratto dall'omonimo romanzo di Jean Teulé, che ne è anche sceneggiatore e produttore, è fatto molto bene, ha una grafica accattivante e accurata, bei colori e fa passare gradevolmente 80', ma la storiella, che pure si presterebbe a un massiccio esercizio di umor nero e sarcasmo a tratti surreale, di cui Leconte è un maestro ("Il marito della parrucchiera", "Ridicule" e "L'uomo del treno" per tutti), è abbastanza esile e risulta alla fine eccessivamente "buonista". Gli spunti originali non mancano: siamo in una deprimente metropoli contemporanea dove dominano grigiore opprimente, palazzoni, traffico, inquinamento, infelicità e una crisi che pare irreversibile, e in un'atmosfera orwelliana dove perfino i suicidi compiuti sul suolo pubblico vengono perseguiti e salatamente multati, c'è un'oasi colorata: una bottega d'epoca specializzata in materiali per aiutare la gente che non ne può più di vivere a farla finita. Manco a dirlo, in un periodo del genere tutto va a gonfie vele per la famiglia Tuvache, che la gestisce. I membri ricordano in qualche modo quelli della mitica, inarrivabile famiglia Addams e hanno bandito la gioia dalla loro vita: non a caso il padre si chiama Miscimà, e i due figli depressi Marilyn e Vincent, tutti nomi di noti suicidi, mentre l'unica garrula è Lucrèce (suppongo ispirata alla Borgia), la moglie e madre, mai in crisi nel suo ruolo finché dà alla luce Alan, che fin dalla nascita è il ritratto dell'ottimismo e della gioia di vivere e solo per questo porta scompiglio nel tran tran famigliare. Siccome siamo in Francia, non finisce a tarallucci e vino bensì a crêpes al Grand Marnier, quando il giovane Tuvache, insieme a quattro compagni di scuola allegri e ben disposti alla vita (e a cambiare le cose) come lui, prende in mano la situazione. Il messaggio, condivisibilissimo, è che è ora di darsi una sveglia, prendere in mano il proprio destino, non farsi dominare dalla paura, che è il migliore strumento che qualsiasi potere ha a disposizione perché si insinua sottopelle al punto che siamo noi  stessi ad autoprodurla fino a rimanerne schiavi e non farsi manipolare, però da Leconte mi sarei aspettato qualche volo pindarico in più e maggiore cattiveria. 

sabato 27 luglio 2013

Ten Years Later... smoke free

Quello in immagine è il biglietto intonso, ossia non utilizzato, del concerto che i Rolling Stones tennero esattamente 10 anni fa nella spianata del Parco Letná, a Praga. Lo conservo a eterno monito, assieme a uno Zippo perfettamente funzionante, da allora, perché si tratta del giorno in cui ho smesso di fumare. Lo facevo, regolarmente, da 34 anni, ossia dall'età di 14, passando dalle prime Camel senza filtro fumate di nascosto con mio cugino Ado (facevano deliziosamente girare la testa: erano psichedeliche), alle Muratti, rigorosamente svizzere e quindi di contrabbando, le orride Colombo (leggermente meglio delle Stop che fumava mia madre, una vera ciminiera: credo che le comprasse apposta perché sapeva che mi facevano schifo, così non correva il rischio che gliele fregassi), quando potevo permettermele naturalmente le Marlboro, le Winston, le Gauloises, raramente le Gitanes Papier Mais, allora introvabili in Italia, le Kent. Le mie preferite in assoluto erano le inglesi Players n° 5. Detestavo le Mercedes, le HB, le Peter Stuyvesant, le Astor: sigarette da crucchi. C'è stata la lunga stagione delle MS, messe sul mercato nel 1969, l'anno dell'Autunno Caldo e della bomba di Piazza Fontana, diventate immediatamente le sigarette più vendute in Italia. Con il servizio militare, svolto tra il 1979 e il 1980, ero stabilmente passato al consumo di un pacchetto e mezzo al giorno, che diventavano spesso due una volta entrato a lavorare al CorSera: i meandri di Via Solferino erano invasi dal fumo di migliaia di "svapore", di giorno e soprattutto di notte. Da allora, tra l'abitudine e le incazzature di varia origine che stimolavano o giustificavano il consumo, e il fatto di vivere in una città come Milano così inquinata che inalare nicotina e tabacco era la cosa meno tossica da fare, ho perso il controllo, arrivando al punto di accendermene due alla volta, entrare sotto la doccia con la sigaretta accesa, trovarmela tra le mani anche quando lavavo i piatti (e bestemmiando quando si bagnava), fino al grande classico di addormentarmi con la sigaretta accesa, rischiando di finire arrosto (per fortuna il materasso era antifiamma, ma il puzzo ce l'ho ancora nelle narici e il segno di un'ustione come ricordo su un avambraccio). Ma torniamo al concerto degli Stones pagato ma non usufruito quel 27 luglio di dieci anni fa: peraltro in occasione del 60° compleanno di Mick Jagger, adeguatamente festeggiato con un grande party  il giorno precedente, il 26, sempre nella capitale ceca. Il motivo fu un improvviso ricovero in ospedale a causa di un collasso le sera prima, dovuto alla mia pirlaggine con la fattiva collaborazione del mio medico di fiducia. E' stata, quella del 2003, l'estate più calda che io ricordi, così come quello del 1985 l'inverno più freddo, e già da giorni, forse per allenarmi in vista della gita in Boemia, ci stavo dando dentro con la birra; e, va da sé, con le sigarette, che così bene si accompagnano alle bevute. Si dà il caso che, pur avendo sempre avuto la pressione sanguigna più che normale, e semmai tendente al basso, negli ultimi tempi si erano alzati i valori di quella minima, e il mio medico aveva pensato bene di farmeli abbassare con un medicinale che, però, conteneva anche del diuretico. Il risultato furono un paio di giorni di spossatezza micidiale, acuita da una temperatura che costantemente superava i 35 °C, culminati con un ricovero al pronto soccorso la sera del 26 con i sali minerali praticamente a zero, in compenso col tasso alcolemico ben oltre i limiti da ritiro immediato di patente: ma fortunatamente giacevo svenuto al suolo a casa, e non accasciato sul volante di un automezzo, sul quale avrei dovuto montare alcune ore dopo per essere, puntuale, a Praga all'ora di apertura dei cancelli del Letná Plañ. Da lì alcuni giorni di ricovero, tanto per fare un check up completo (cose che oggi si possono sognare, ché quando va bene si fa tutto ambulatorialmente e per concederti un letto devi essere proprio impossibilitato a muoverti o vicino al decesso) e, di conseguenza, senza fumo (la legge Sirchia che introdusse il divieto assoluto nei luoghi aperti al pubblico era del gennaio di quello stesso anno). Una volta tornato a casa, e messo in ramadan anche per quanto riguardava l'assunzione di alcol, e visto che ero rimasto senza fumare già per quattro giorni senza patirne, andavo chiedendomi se non fosse il caso di riprovare a smettere del tutto: ben conscio che, a causa della mia compulsività, una riduzione delle dosi sarebbe stata impraticabile, perché già avevo esperito un tentativo radicale 5 anni prima, durato 4 mesi e andato in... fumo al momento della separazione dalla mia ex moglie, ma forse questa sarebbe stata la volta buona, messo a stecchetto com'ero comunque per un po'. Ma la molla decisiva furono il rifiuto di cominciare a prendere betabloccanti per tenere sotto controllo la pressione e impasticcarmi a vita, come se non bastassero i medicinali che mi tocca prendere per ridurre l'attività tiroidea (grazie, Chernobyl!) e la reazione orgogliosa alle parole del mio medico che, alle mie mie dichiarate intenzioni di provare a smettere di fumare prima di cominciare a prendere altre pillole, mi rispose che non ci sarei riuscito senza ricorrere  alle "Nicorette" o suoi succedanei nicotinici, perché la sola volontà, in un caso di tossicità ormai cronica come il mio, non sarebbe bastata. Le due settimane successive, in giro per Germania e Paesi Bassi, furono una tortura, sia per la voglia di fumare, sia per la birra che mi era interdetta e scorreva a fiumi in quei luoghi pubblici dove, a differenza che in Italia, il divieto di fumo non era in vigore, ma la soddisfazione fu grande quando una mattina, ad Aquisgrana, entrai in una farmacia per misurami la pressione e il responso fu un rassicurante 70/105, risultato ottenuto senza betabloccanti ma soltanto evitando le sigarette. Le pillole finirono nel cassonetto di raccolta dei medicinali scaduti e mai più utilizzate, ma i quattro mesi successivi furono ancora più infernali: facevo sogni ossessivi e terribilmente realistici in cui mi vedevo fumare, perfino di farlo "di nascosto da me stesso" e dubitare, al risveglio, di averlo fatto per davvero (ma i cinque pacchetti di Marlboro rosse sopravvissuti erano sempre lì, integri); per strada, quando fiutavo profumo di tabacco, seguivo la scia come un cane quella del tartufo, e ancora oggi devo dire che l'odore del tabacco mi piace. Con l'inizio dell'anno successivo mi premiai con un viaggio in Argentina: il volo per Buenos Aires me lo pagai coi soldi risparmiati dal tabaccaio: avevo aperto un conto corrente postale apposta, e sono andato avanti a versare la "quota fumo" per anni finanziandomi così parecchi altri viaggi "sfiziosi", come si usa dire oggi, che hanno ampiamente compensato la voglia di fumare che, nel giro di un anno, è completamente venuta meno, anche gestualmente (è stato questo, alla fine, l'aspetto più difficile). Ora sono passati dieci anni, e ce ne vorranno ancora un bel po' perché, sommati ai primi 14 della mia esistenza, la mia fase smoke free possa eguagliare la durata della mia gloriosa carriera da fumatore. E francamente non me la prefiggo come meta né mi sentirei particolarmente gratificato, al di là del fatto che significherebbe aver raggiunto quasi gli 80 anni, e non mi autocrocifiggerei se ricadessi in tentazione: da un pezzo avevo perso il vero piacere del fumo. L'unica cosa di cui sono orgoglioso, questo sì, è di non essere diventato un petulante, maniacale, ridicolo talebano antitabagista come la stragrande maggioranza degli ex fumatori. E questa è la storia del biglietto vergine del concerto dei 60 anni di Sir Mick Jagger.

venerdì 26 luglio 2013

You're Only a Bastard, But I Like You. Happy Birthday, Mick!

Who the fuck is Mick Jagger? Vanesio, petulante, egocentrico, insicuro, arrogante, presuntuoso, stronzo, irascibile; ma anche intelligente, generoso, gentile, colto, disponibile, simpatico, arguto, sensibile. Mi stai sul cazzo, ma sei uno dei migliori e ti voglio bene. Sono cinquant'anni che mi accompagni: adesso ne fai settanta e sei sempre lì. Vecio, ma sempre grande. Grazie.

giovedì 25 luglio 2013

The Real Question

La domanda che si pone è: se il sangue reale è blu, di quale colore sarà mai la cacca del Royal Baby che imbratta i pannolini al cui ricambio si dedica, con paterna sollecitudine e rispetto delle pari opportunità e di un'equa suddivisione dei compiti genitoriali il Principe William? Quesito di ardua soluzione come l'Enigma della Sfinge, che prima caga e dopo spinge...

... e Boy George fu!


Se ad azzeccare i numeri del lotto fossi altrettanto bravo che a fare previsioni sulla Royal Family e soprattutto le Royal Births, a quest'ora sarei ricco. A due giorni dalla nascita è stato dunque deciso il nome del Royal Baby: si chiamerà George Alexander Louis, Principe di Cambridge. Il primo nome è un omaggio al padre della bisnonna, Elisabetta Seconda, Giorgio VI, il "re balbuziente" de "Il discorso del re" interpretato magistralmente da Colin Firth. Il secondo lo ha ricevuto in comune a me che da oggi lo porterò con un ancor maggiore consapevole orgoglio.

martedì 23 luglio 2013

Dadaismo Reale


Per celebrare la nascita del Royal Baby "The Sun", il quotidiano in lingua inglese più diffuso al mondo, ha perfino cambiato la testata in "The Son": nemmeno i maestri del titolismo surrealista della nostrana Gazzetta dello Sport erano mai arrivati a tanto. A conferma che la stampa britannica è sempre un passo avanti. Nel delirio.

lunedì 22 luglio 2013

It's a Boy! (George?)




L'Erede Reale è un maschietto e non è nato nel segno del Leone per soli 92' (alle 16.24 GT, mentre il sole sarebbe entrato nella costellazione alle 17.56) però ho azzeccato il giorno, lunedì di luna piena: la vincita della puntata non mi basta per volare a Londra e festeggiarlo dal vivo. Lo farò da lontano: benvenuta, Sua Altezza, un brindisi alla Sua salute!

Royal Baby: The Final Countdown


Here Comes the Son (or the Daughter?)


Here comes "The Sun"...



... and here comes the "Daily Mail".

Con-doglienze


Partorire è un po' morire.
Il titolare di questo blog è sentitamente vicino a Pippa Middleton nella partecipazione al dolore della sorella Kate in queste ore di travaglio.

domenica 21 luglio 2013

In attesa del Royal Baby, voilà le Garçon Royal!


E' salito al trono oggi, in seguito all'abdicazione del padre Alberto II, Philippe di Sassonia-Coburgo-Gotha, la stessa casata della famiglia reale britannica, 7° re dei belgi. 
Nel deserto di spiriti nobili, ci unisca almeno la nobiltà della forma: è questa l'unica Europa che ci affratella. Nel nome della birra.
"Notre pays restera une source d'inspiration pour l'Europe" tra le sue prime parole nel discorso d'insediamento.
Ein prosit!
Manneken Pis, emblema di Bruxelles

venerdì 19 luglio 2013

Felicidad



Nell'attesa sempre più spasmodica di aggiornamenti sugli ultimi giorni di gravidanza della principessa Kate, a giorni mamma del Royal Baby, facendo zapping tra i canali informativi satellitari ho dovuto imbattermi nella TVE, l'emittente di Stato spagnola, per avere notizia, solo qualche istante fa, della riunione, per ora solo artistica e parziale, di quella che negli ultimi tre decenni del secolo passato è stata la "coppia più bella del mondo", o almeno ne è stata l'immagine canora: insieme si esibiranno a Mosca, il prossimo ottobre, per la gioia di milioni di loro fan dell'ex URSS, dove erano e sono rimasti più famosi di Lenin, Stalin e Krusciov messi insieme. Facendo qualche ricerca in rete mi sono reso conto che la lieta novella "girava" già da qualche tempo, ma questo la dice lunga su quanto segua la stampa italiota in questi tempi cupi, a parte quella specializzata in teste coronate, e ad eccezione del benemerito "Fatto Quotidiano". In attesa del lieto evento Reale, sono lieto di rendervi partecipi di questo briciolo di FELICITÀ, per dare inizio a un weekend che, come vaticinavo già tre giorni fa, non prevedo "Royal".

PirLetta

Un'ameba, una larva, neanche un mollusco. Un poaréto.

giovedì 18 luglio 2013

Violeta Parra Went to Heaven

"Violeta Parra Went to Heaven" (Violeta se fue a los cielos) di Andrés Wood. Con Francisca Gavilán, Christian Quevedo, Thomas Durand, Luís Machín, Gabriela Aguilera, Roberto Farías e altri. Cile, Argentina, Brasile 2011 ★★★
Film biografico ma tutt'altro che agiografico su quella che rimane tutt'oggi un'icona dell'America Latina, non solo in campo musicale e artistico in senso più lato ma anche in quello politico, quello di Andrés Wood è un lavoro a lenta digestione, che si apprezza, a distanza di qualche tempo, più per quello che non è che per quello che è. Ossia lento, prolisso, macchinoso, pieno di flash back e falsh forward, che ripercorrono le tappe salienti della vita della sofferta cantautrice, pittrice, scultrice, tessitrice cilena, un'artista a tutto tondo, lasciando in secondo piano l'impegno politico, che traspare tra le righe nell'intervista a un provocatorio e reazionario giornalista televisivo argentino che funge da filo conduttore del racconto, ma ha il grande merito di non metterla su un piedistallo e farne il panegirico, mostrando anche tutti i lati oscuri di un carattere tormentato, a tratti francamente insopportabile, le meschinerie, l'egoismo profondo e le insicurezze e non solo  le indubbie e grandi qualità. Non è l'unico aspetto che riscatta il film, per quanto non me lo faccia amare: l'altro è la straordinaria interpretazione di Francisca Gavilán, che si immedesima anche fisicamente con il personaggio realmente vissuto, al punto da interpretare essa stessa, con grande sensibilità e bravura, le canzoni più famose composte da Violeta Parra nella sua carriera artistica, iniziata fin da bambina assieme ai suoi numerosi fratelli e conclusasi con un colpo di pistola alla tempia nel pieno di una fase di depressione acuta quando vide andare in fumo l'ultimo progetto della sua vita, il "teatro-tenda" di La Reina, sui primi contrafforti andini da cui si domina Santiago. Non vuole essere gradevole e ammiccante, il regista, e ci riesce, né potrebbe essere un film solare e gioioso trattandosi di una delle artiste più note di tutto il Sud America ed espressione tipica del popolo più triste e ideologico, pervaso da pessimismo cosmico di tutto il continente.  

mercoledì 17 luglio 2013

Sì, buana

Siparietto edificante ieri al Senato, di cui è vicepresidente Roberto Calderoli. Eletto a questa pletorica carica con il fattivo contributo del PD, partito a cui aderisce Cécile Kyenge. Ministra in carica di una fantomatica "Integrazione", paragonata a un orango dal suddetto energumeno bergamasco, a suo tempo ministro per le Riforme, immortalato mentre stringe la mano (nera) dell'esponente centrosinistrata. Un finale tipicamente italiota a "tarallucci e vino" di una vicenda in bilico tra il grottesco e il miserabile, che ribadisce la dimensione servile ("ce lo chiede l'Europa") di un governo ridicolo prima ancora che inetto, presieduto da una larva umana come Enrico letta-letta, ossia il Nipote dello Zio. Io quella mano me la sarei tenuta in tasca, anche per evitare che impattasse sul grugno di Calderoli. Però posso solo parlare per me. Cécile Kyenge, quella stretta l'ha data anche per coloro che l'hanno votata. Forse non si è chiesta se fossero d'accordo, ma ha tutta l'aria che non glie ne importi granché. Buon per lei: nel suo partito ha una carriera assicurata.

martedì 16 luglio 2013

Bet(ter) on Monday

E se il parto reale avvenisse lunedì 22, nel giorno dedicato al satellite nelle principali  lingue europee (portoghese a parte), con la Luna piena, quando il sole farà il suo ingresso nel segno del Leone? In tal caso, scommetto che sarà femmina.

domenica 14 luglio 2013

Fiato sospeso...

Questo blog partecipa con Camilla alla trepidante attesa della nascita del Royal Baby, primo nipote del Principe di Galles.

sabato 13 luglio 2013

Sugar Man

"Sugar Man" (Searching for Sugar Man) di Malik Bendjelloul. Con Stephen Segerman, Dennis Coffey, Steve Rowland, Mike Theodore, Dan Dimaggio, Jerome Ferretti, Rick Emmerson, Ilse Assman, Clarence Avant, Craig Bartolomew Strydom, Willem Möller, Eva, Regan, Sandra e Sixto Rodriguez. Svezia, GB 2012 ★★★★★
Un film da non perdere, emozionante, commovente, intenso, educativo: non tanto per come è girato, ma per la storia che racconta, che ha dell'incredibile ma è vera. Quella di un talento misconosciuto, Sixto Rodriguez, uno schivo cantautore di discendenza messicana che nella Detroit dei primi anni Settanta incise due album (un terzo rimase incompiuto) che non ebbero alcun successo, benché a detta di chi li produsse e lo ebbe sotto contratto (niente meno che l'allora presidente della "Mortown", Clarence Avant, perfetto esempio di come non basta essere nero per non meritarsi l'appellativo di figlio di puttana) e, come si può verificare con le proprie orecchie, i suoi testi fossero perfino superiori e più incisivi di quelli di Bob Dylan o Neil Young oltre ad avere una voce molto più gradevole di entrambi (Springsteen a uno così al massimo può fargli da roadie) e si ritirò dalle scene continuando la sua vita da carpentiere, fino a oggi. Ignorando nel modo più assoluto di essere diventato un mito e uno dei musicisti più amati al di là dell'Atlantico, nel Sud Africa dell'apartheid, quello governato da Pieter Botha, idolo, per i suoi testi graffianti, dei giovani bianchi antirazzisti (l'onda del '68 era arrivata perfino nel Sudafrica militarizzato e pervaso dalla censura) dove, portato da un'americana che era andata a trovare il fidanzato, era più famoso dei Rolling Stones o dei Doors. Di lui non si sapeva nulla, e girava la voce che si fosse suicidato dandosi fuoco sul palco, fino a quando un appassionato di musica e un giornalista, anni dopo, si misero sulle sue tracce partendo dalle scarne note di copertina dei suoi due album editi. Il film costruisce questa ricerca fino a quando, con l'avvento di internet, una delle figlie di Rodriguez si mise in contatto con i due sudafricani facendo da tramite col padre, che appare, com'è oggi, nella parte finale del film, e che nel 1998 venne invitato a Città del Capo dove tenne i primi due concerti di una serie e che fecero il tutto esaurito. La vicenda fu raccontata sul numero 1000 di "Internazionale" circa due mesi fa e l'originale dell'articolo la trovate qui, in inglese. Sembra una favola, peraltro a lieto fine (oltre a essere un esempio di "sogno americano" all'inverso) ma quello che emerge e brilla di luce propria è Sixto Rodriguez, come artista vero e come uomo, intelligente, colto, di una coerenza e purezza adamantina, un personaggio indimenticabile che per un vero miracolo è stato riscoperto e di cui mi auguro vengano al più presto riediti i due capolavori incisi quarant'anni fa. Per una volta un Oscar meritato, come miglior documentario: un film da  non perdere.

giovedì 11 luglio 2013

La pippa del Pippo

Il Pippo e la Pippa
"E non è pilatesca l'astensione, è un voto che dice che non si è d'accordo": basta leggere questa frase trovata ieri sul blog di Pippo Civati, da quasi vent'anni astro nascente del PD, in cui afferma che l'astensione è un voto, per capire che non c'è speranza. Per lui, non per il PD: a cui manca la L, come sostengono i M5S, ma non la M intesa come merda. Il post lo trovate qui, ed esprime ciò che il Pippo ha da dire sul vergognosa adesione del suo partito, peraltro scontata per chi lo conosce bene e quindi lo evita, alla richiesta di sospensione dei lavori parlamentari da parte del PDL allo scopo di far pressione sulla Cassazione che pretende di pronunciarsi sul processo Mediaset prima che scatti l'ennesima prescrizione in favore di Berlusconi. Il commento lo lascio ad Andrea Scanzi, che si limita a  chiamarlo il "Pippo Tentenna del PD" perché, come dice, lo stima trovandolo "bravo e onesto". E anche tanto pirla, aggiungo io, che invece non riesco proprio stimare uno che si candida perfino alla segreteria di un partito simile. Che mai e poi mai può rappresentare un cambiamento se non in peggio. Meglio una Pippa. Middleton.

mercoledì 10 luglio 2013

Blood

"Blood" di Nick Murphy. Con Paul Bettany, Mark Strong, Stephen Graham, Brian Cox, Ben Crompton, Zoe Tapper e altri. GB 2012 ★★★★
Ottimo thriller psicologico tratto da Conviction, una miniserie TV prodotta dalla BBC e andata in onda qualche anno fa, che mi ha fatto venire in mente Mystic River. Come lì,il ritmo del racconto non è scandito dall'azione quanto dalla tensione che si crea tra i personaggi, ognuno alle prese con la propria coscienza. In particolare due fratelli, entrambi investigatori di polizia in una cittadina costiera inglese, Joe e Chris Fairburn, figli dell'ex capo della polizia locale, ora affetto da demenza senile, che li ha indottrinati su indagini da condurre coi "buoni vecchi metodi di una volta", ossia a confessioni estorte a suon di sganassoni. E' in questo modo che conducono le indagini sull'efferato omicidio con sevizie di una dodicenne, e quando i sospetti puntano in modo quasi inequivocabile su Jason Buleigh, un ambiguo sagrestano con un passato di molestatore sessuale, perdono sia l'acume investigativo sia l'equilibrio di giudizio e si fanno sopraffare non solo dalle proprie emozioni ma dalle proprie paure represse, dai loro condizionamenti culturali e famigliari, dai loro malesseri personali. Chi non perde la lucidità sono l'attuale capo della stazione di polizia, che fa rilasciare Buleigh per carenza di prove, sia Robert, un altro detective loro collega che non condivideva i metodi da giustiziere privato del vecchio Fairburn, che indaga sulla sua successiva sparizione dopo aver scoperto i veri assassini della ragazzina. Il ritmo è incalzante quanto la crisi di identità che assale i due fratelli, mettendone in crisi gli equilibri psicologici estremamente fragili su cui hanno basato le proprie esistenze, Joe nel ruolo di fratello maggiore tutto certezze e famiglia, che si sente in dovere di seguire le orme del padre della cui figura è talmente succube da non riuscire a liberarsene, e Chris, più fragile, che non è mai riuscito a esprimere la sua individualità ed è cresciuto all'ombra del fratello senza averne la ossessiva forza di volontà che a sua volta sfocia nella psicopatologia. Spldendia la fotografia, bravi ed efficaci tutti gli interpreti, anche quelli apparentemente secondari come la madre di Buleigh e quella della ragazzina uccisa, una piacevole sorpresa. 

domenica 7 luglio 2013

Doppio Gioco - La verità si nasconde nell'ombra

"Doppio Gioco - La verità si nasconde nell'ombra" (Shadow Dancer) di James Marsh. Con Andrea Riseborough, Clive Owen, Aidan Gillen, Domnhall Gleeson, Brid Brennan, Gillian Anderson e altri. GB 2012 ★★★½
Documentarista di valore assoluto, James Marsh confeziona un thriller-spy story-dramma estremamente credibile che rende molto bene le tensioni e l'atmosfera che regnavano nell'Irlanda del Nord negli anni Novanta. Non ci sono effetti speciali, super eroi, mirabolanti scene d'azione né azioni di esplicita violenza (salvo il "sottomarino" effettuato nei confronti di un militante dell'IRA sospettato dai compagni di essere un infiltrato): molto più sotterranea e di tipo psicologico quella che emerge nei rapporti tra i personaggi e permea tutta la pellicola. Siamo a Belfast, nel 1993, e Colette, una trentenne che a vent'anni di distanza si sente ancora responsabile della morte del fratellino, che aveva inviato a fare una commissione al posto suo ed era rimasto vittima di una sparatoria tra terroristi e soldati, è divisa tra la miltanza nell'IRA, assieme ai due fratelli, e gli impegni di madre di un ragazzino sui dieci anni. Inviata a Londra a compiere attentato lasciando un ordigno nella metropolitana, che poi non sarebbe esploso, viene bloccata e reclutata come informatrice da un agente dei servizi segreti, l'ottimo Clive Owen: in cambio l'impunità e la possibilità di rimanere in fianco e la garanzia della protezione. Che però viene di fatto meno quando, all'insaputa dell'agente, viene effettuata un'operazione di polizia orchestrata per proteggere un altro infiltrato (per la serie che, nelle forze di sicurezza, una mano non sa, o non vuol sapere, cosa fa l'altra) e Colette viene sospettata, tra gli altri, di essere l'autrice di una soffiata: la caccia alla "talpa" da parte dei militanti dell'IRA e le manovre dei servizi per salvaguardarla dominano la seconda parte del film. Sono la tensione continua, l'atmosfera di sospetto reciproco, il realismo delle situazioni, che trovano riscontro nei colori lividi e molto irlandesi e nelle perfette ricostruzioni di interni nella loro talvolta squallida normalità il punto di forza del film, attraverso cui viene raccontata la storia, in maniera molto obiettiva, per l'appunto quasi documentaristica, senza che il regista debba insistere sullo scavo psicologico e le motivazioni dei personaggi, lasciando che traspaiano dal loro stesso modo di agire, comportarsi, parlare. Non fa morali e non prende posizioni, ma esprime in maniera molto reale come trame incontrollabili, sospetti, paura, rassegnazione, indifferenza si mescolino alla vita quotidiana che comunque procede anche in situazioni eccezionali che durano così a lungo, come nell'Ulster, da diventare a loro volta una normalità per quanto anomala. Un'interpretazione degna di nota quella di Andrea Riseborough, che spero di vedere nuovamente all'opera al più presto.

venerdì 5 luglio 2013

Cha Cha Cha

"Cha Cha Cha" di Marco Risi. Con Luca Argentero, Eva Herzigova, Claudio Amendola, Pippo Delbono, Pietro Ragusa, Bebo Storti, Nino Frassica. Italia 2013 
Proprio per la stima che nutro per Marco Risi, di cui ho molto apprezzato sia Muro di gomma sia Fortapàsc, ho trovato questo film molto deludente, perfino imbarazzante. Il regista ha voluto esplicitamente utilizzare i canoni di un genere, il noir, per dipingere un quadro a tinte fosche del degrado e della corruzione che imperversa ai massimi livelli, nella fattispecie nella capitale, invece che prendere spunto da fatti di cronaca o inchieste vere, come negli esempi citati prima, che erano film esplicitamente di denuncia, vero e proprio cinema civile. La storia potrebbe anche reggere, pur traballando: Corso, un ex poliziotto ora investigatore privato, è incaricato di seguire il sedicenne figlio di una cara amica ed ex amante, una ex attrice, accasata con un potente ed equivoco avvocato romano, e assiste suo malgrado all'investimento (intenzionale) del ragazzo da parte di un SUV all'uscita di una discoteca e alla sua morte. Nel frattempo la polizia, in un terreno lottizzato vicino a Fiumicino, scopre il cadavere di un ingegnere legato all'avvocato di sui sopra. Assasinato. Corso intuisce - non si sa come, perché non pare brillare per intelligenza - il legame tra i due omicidi, e la pellicola consiste nel dipanamento di questo mistero. Tecnicamente è un film pure ben fatto, con una ottima fotografia dai colori spesso lividi, che rende bene una certa Roma inquietante e a suo modo veritiera, ma per funzionare un noir dev'essere credibile, e lo diventa se lo sono gli interpreti dei suoi personaggi principali, e qui sono completamente fuori ruolo proprio i due protagonisti. Luca Argentero risulta una sorta di Philip Marlowe alle vongole, giuggiolone, assolutamente improbabile e per niente romano: ben altra forza e credibilità avrebbe avuto, ad esempio, Pierfrancesco Favino, con cui ha pure una certa somiglianza fisica, ma vogliamo mettere l'espressività e l'intensità? A interpretare il ruolo dell'ex attrice e madre "inconsolabile" di Tom, l'adolescente ucciso, una disastrosa non-attrice come Eva Herzigova, grottesca sempre e addirittura involontariamente comica quando dovrebbe esprimere dolore: credibile lo è solo come "puttanone" redento che ha impollastrato l'intrallazzatissimo e odioso avvocato, un Pippo Delbono che sembra un Previti semianalfabeta, e altrettanto canagliesco. Il minimo che viene da pensare è che questa ex modella ceca sia stata imposta dalla produzione e abbia ottenuto il ruolo per meriti non precisamente artistici. Credibili, a modo loro, ma intrappolati nei consueti cliché, lo sono invece appunto due caratteristi come Amendola nel suo consueto ruolo di poliziotto duro, e Bebo Storti in quello di un ambiguo analista di intelligence o qualcosa del genere: difatti si tratta di attori professionisti e non improvvisati. Perfino il "carlino" privo di una zampa che Corso si porta dietro quasi ovunque in una sacca è più nella parte del suo padrone per non parlar della Herzigova. Infine, nella trama già abbastanza confusa, si inserisce il rapporto conflittuale tra il dirigente della "mobile" e l'ex collega Corso, a causa di comuni trascorsi che rimangono del tutto oscuri. Insomma, c'è poco che funziona in questo film ed è un peccato, perché non è del tutto da buttar via e le capacità di Marco Risi dietro la macchina da presa non sono in dubbio: semplicemente non è riuscito. Ma è bene che torni al più presto a raccontare storie vere e lasciar perdere i "generi". Ofelé fa il to mesté: il buon Marco, che è milanese, sa cosa intendo...

giovedì 4 luglio 2013

Spiare vuol dire fiducia. Parola di ministronza.

«Non ci sono le condizioni giuridiche affinché l'Italia possa accogliere la richiesta di asilo» a Snowden. Lo ha dichiarato il ministro degli esteri Emma Bonino dopo che la «talpa» aveva avanzato a 21 Paesi, Italia compresa, la richiesta di asilo politico. «A me e a noi come governo pare che preservare con Washington un rapporto di fiducia sia nei nostri migliori interessi nazionali e soprattutto lo sia anche in quello americano» ha continuato il ministro durante un'audizione sul caso Snowden davanti alle commissioni Affari costituzionali, Esteri e Difesa di Camera e Senato. «In gioco - ha sottolineato - non c'è solo diritto alla privacy, ma soprattutto un rapporto fiducia tra alleati. E gli Stati Uniti sono da metà del secolo scorso sono il nostro principale alleato». Il ministro ha sottolineato inoltre che la vicenda del Datagate «se non chiarita verrebbe a nuocere tanto agli americani quanto a noi in un momento in cui abbiamo più che mai bisogno gli uni degli altri». Quindi «può e deve messa in chiaro». Dal Corriere della Sera on line di oggi. Bonino, ma vaffanculo!

mercoledì 3 luglio 2013

Il caso Kerenes

 "Il caso Kerenes" (Pozitia Copilului) di Calin Netzer. Con Luminita Gheorghiu, Bogdan Dumitrache, Ilinca Goia, Natasa Raab, Vlad Ivanov. Romania 2013 ★★★
Ottimo film che non per caso ha vinto l'Orso d'Oro all'ultima Berlinale, il meno appiattito su logiche puramente commerciali dei grandi festival cinematografici. La storia è semplice: Cornelia, una sessantenne benestante con un marito che considera un inetto e che riversa tutto il suo bisogno di possesso e le sue frustrazioni sull'unico figli trentacinquenne Barbu, che è andato a convivere con una giovane donna divorziata e sua figlia ma è tutt'ora soggiogato dalla madre, cerca di riconquistarne affetto e riconoscenza facendo di tutto per evitargli conseguenze giudiziarie quando lui rimane coinvolto in un incidente automobilistico e uccide, per un'insieme di colpa e disattenzione da parte della vittima un ragazzino di 14 anni, figlio di gente semplice che vive alla periferia di Bucarest. Un'occasione d'oro per prendere in mano la situazione, muovere le proprie pedine altolocate e ficcare il naso nelle faccende del figlio, manipolarlo ancora una volta e tenerlo legato a sé in esclusiva. Con ciò  illustra il rapporto difficile e spesso molesto e castrante che può instaurarsi tra una madre ossessiva e il proprio unico figlio maschio, ai limiti e perfino oltre l'incesto, perché qui si parla di un rapporto di dipendenza psicologica, tema già affrontato in altre pellicole. Quel che qui è notevole è la sottigliezza con cui l'operare di questi meccanismi viene mostrata, grazie a una regia precisa e pulita e a una sceneggiatura essenziale, ma soprattutto all'interpretazione ricchissima di sfumature appena percettibili di una grandissima Luminita Gheorghiu nei panni di Cornelia, la madre- "padrona", che di per sé vale il prezzo del biglietto. Ad accompagnarla, un gruppo di attori all'altezza e una regia valida.

lunedì 1 luglio 2013

Dobrodošli, Hrvatska ma attenzione! E buona fortuna

Ero a Sofia, il 1° gennaio del 2007, quando Bulgaria e Romania fecero il loro ingresso nell’Unione Europea, che ai tempi giudicavo essere alquanto forzato e precipitoso, ma che alla fine mi era sembrato positivo visto l’entusiasmo generale della gente del luogo e la situazione disastrata dei due Paesi: un’adeguata iniezione di fondi per rinnovare o creare infrastrutture fatiscenti o inesistenti non poteva che portare miglioramenti, così come l’obbligo dei governanti di adeguarsi a uno standard minimo di decenza, ma da questo punto di vista non si sono registrati grandi passi in avanti (e del resto che lezioni può dare l’Italia in questo campo?) A poche ore dallo stesso passo, 6 anni e mezzo dopo, da parte della Croazia, che è da sempre in condizioni infinitamente migliori da ogni punto di vista, nonché molto più affine anche culturalmente ai Paesi del “nucleo storico” dell’UE, sono molto più perplesso sulla bontà della cosa, così come non vedo altrettanta convinzione da parte degli interessati, a parte il governo, naturalmente, e dei suoi corifei,  i mezzi di comunicazione con TV e radio in testa, che qui come altrove gli fanno da cassa di risonanza e da settimane magnificano la grandiosità dell’evento e le sue assai incerte opportunità. E’ vero, la maggioranza delle persone con cui ne ho parlato in questi giorni si dice favorevole, ma lo fa senza un vero trasporto, schermendosi e avanzando semmai il dubbio di essere all’altezza della situazione, forse per una forma di riguardo nei confronti dell’interlocutore, poiché non vi è chi non ritenga l’Italia un “Paese leader” insieme a Germania e Francia, e all’obiezione che noi abbiamo la mafia e loro no, mi sono sentito pure rispondere che da loro la mafia è lo Stato, come se in Italia non fosse così ogni giorno di più. L’illusione, qui, è che ci sarà una maggiore concorrenza, una diminuzione  dell'intervento dello Stato con le sue pastoie burocratiche, lascito del passato socialista, e che questo possa avvantaggiare la piccola e media impresa e perfino l’agricoltura, se di qualità, ma non hanno ancora sperimentato l’elefantiasi delle spesso demenziali normative comunitarie (dal calibro delle carote alla curvatura dei cetrioli) e la loro arbitrarietà tutta a favore delle multinazionali di ogni settore e della grande distribuzione di prodotti standardizzati. Visto quello che è accaduto specie negli ultimi trent’anni in Italia, ho la certezza che avverrà il contrario, e un’altra cosa che temo, oltre a legarsi mani e piedi alla logica del “debito che crea sviluppo” (naturalmente nel senso di aumento del PIL e della “razionalizzazione” della produzione), è l’ulteriore desertificazione delle campagne, già avviata ai tempi di Tito nella stessa ottica industrialista di marca tipicamente socialcomunista (l’altra medaglia del capitalismo ma la logica è pur sempre la stessa) e della cementificazione massiccia del territorio, a cominciare dalle stupende coste adriatiche. Io sono venuto al mondo quattro anni dopo l’istituzione della CECA, Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Trattato di Parigi del 1951), embrione della CEE che avrebbe visto la luce nel 1957 coi Trattati di Roma, e sono quindi cresciuto con essa fino ad arrivare all’attuale Unione (Trattato di Maastricht del 1992) che, più che rivelarsi tale, e in ogni caso un’unione tra Stati e non un’unione di Stati, si è trasformata in un enorme centro di interessi sotto il controllo assoluto delle élite finanziarie prima ancora che politiche e priva di una sostanziale, e non solo formale, legittimazione da parte dei cittadini europei. Insomma non mi sembra, allo stato attuale, una buona idea e rimanderei i festeggiamenti al giorno, che non riesco nemmeno a intravvedere, in cui l’UE diventerà una cosa seria e in cui tutte le persone che abitano questo subcontinente possano identificarsi, evento quanto mai improbabile con la “guida” dell’attuale classe politica e dirigente in generale e il dominio del centri di interesse di cui sopra. Ho l’impressione che la Croazia sia in qualche modo “costretta” all’adesione, così come lo sarà la Serbia, per cui le “trattative” stanno accelerando in questi giorni. Anche per questioni “genetiche”, con una madre austriaca e un padre friulano, la cui famiglia ha avuto per secoli dimestichezza con gli “imperial-regi”, personalmente non sono contrario per partito preso a uno Stato sovrannazionale, convinto come sono della necessità di fare scudo contro l’americanizzazione (così come all’invadenza della potenza post-sovietica, con cui però condividiamo il territorio) e del fatto che un finlandese e un portoghese (gli inglesi non centrano e del resto si "chiamano fuori", perché chi li governa non reciderà mai il cordone ombelicale con gli USA) abbiano più in comune di quanto ne abbiano un red neck dell’Arkansas con un bostoniano o un californiano, per non parlare di ispanici e afroamericani, ma non a questo ibrido sconclusionato e senza reale controllo e legittimazione da parte dei "governati" (attualmente nulla più che sudditi). Almeno in teoria credo perfino che le peculiarietà regionali e locali (aree omogenee che si auto-organizzino spontaneamente nelle forme che ritengono opportune, con conseguente maggiore controllo attraverso strumenti di democrazia diretta) sarebbero maggiormente tutelate all'interno di uno Stato sovrannazionale inteso rettamente, ma questo appunto con presupposti completamente diversi, per non dire opposti a quelli attuali. Del resto cos'era l'Impero austro-ungarico (e, a sua volta, quello ottomano)? Oltre che sovrannazionale, multietnico (ben 11 le popolazioni che vi convivevano, usando la loro lingua e conservando la propria cultura). E l’orrido macello della prima Guerra Mondiale non è servito appunto a far trionfare gli Stati nazionali (e, al di là dell'Atlantico, mettere sulla rampa di lancio gli USA)? Due dei quali, Inghilterra e Francia, erano pure imperi coloniali (l'Italia da operetta non va nemmeno considerata in questo contesto), ossia la forma che prendeva allora il capitalisimo oggi globalizzato: la globalizzazione di un secolo fa aveva luogo all'interno di imperi la cui componente sfruttata e schiavizzata stava a migliaia di chilometri dall'area metropolitana, per permettere a quest'ultima di essere, almeno formalmente, "democratica". Il terzo, La Germania, era uno Stato-nazione neonato con ambizioni imperiali, che per realizzarle (il famoso corridoio dal Mare del Nord al Mediterraneo), non ha esitato a scatenarne una seconda, di Guerra Mondiale. Come sa chi mi legge e ripeto fino alla nausea da anni, questa strategia si è rivelata vincente (l'economia come continuazione della guerra con altri mezzi, parafrasando Von Klausewitz) e lo scopo è stato raggiunto negli anni Ottanta-Novanta (e qui ecco la Croazia e il motivo per cui la Germania, insieme al Vaticano, per suo tramite ha forzato la disgregazione della Repubblica Federativa di Jugoslavia): non esiste più un cuscinetto centro-est europeo (com'era l'Austria-Ungheria, che era un impero sì, ma locale, non dislocato in altri continenti); e non esistono più gli Stati-cuscinetto satelliti dell'impero russo in salsa sovietica, impero che comunque è legato alla Germania da un rapporto di interdipendenza storico (il Patto Molotov-Von Ribbentrop era la conferma di una costante, l'invasione dell'URSS nel 1941 un'eccezione nei rapporti russo-tedeschi nonché un errore di strategia militare colossale - fortunatamente) e la Germania, con lo schermo dell'UE di cui è socio di maggioranza, non ha nemmeno la necessità di assumersene la responsabilità politica. Non dimentichiamo che, come l'Italia, la Germania è diventata unitaria (10 anni dopo di noi) per iniziativa della parte più retriva, reazionaria e militarista: la Prussia, che era l'equivalente del Regno sardo-piemontese nostrano. L'area, in buona parte, che corrisponde a quella dell'ex DDR, guarda caso l'unico Paese dell'ex patto di Varsavia, insieme alla Bulgaria, che non si sia mai ribellato ai sovietici essendo privo di una dissidenza di massa: ai prussiani, per mentalità e vocazione, un sistema come quello della Stasi stava a pennello, non dissimile com'era da quello nazista e da quello che avevano sempre avuto prima dell'unificazione tedesca nel 1870. E come ho fatto notare più volte, a chi queste incommensurabili e pervicaci teste quadre hanno dato il potere? (e a chi in sostanza lo danno quelle larve di governi nazionali, leggi élite, di comune accordo?) Alla figlia di un pastore protestante che si è volontariamente trasferito a Est, e diventata, come provato da una recente biografia, se non una funzionaria della SED, una sua fattiva collaboratrice, una criptocomunista e per di più intrisa di una rigida e moralista cultura luterana, antieuropea senza uno straccio di competenza in campo giuridico ed economico per non parlare di quello delle relazioni internazionali. Noi da parte nostra abbiamo "democraticamente" conferito, quello sostanziale, a un mafioso pluricondannato e siamo l'unico Paese al mondo passato da una democrazia per quanto claudicante a una ("materiale", nel senso "costituzionale") monarchia elettiva (in secondo grado). Come faccio, con questi presupposti e queste convinzioni, dare il benvenuto alla Croazia? Posso solo augurarle buona fortuna e sperare che non si faccia fagocitare, che si guardi bene dall’entrare nell’euro e che la sua popolazione tenga duro e conservi con cura il proprio patrimonio culturale, nel senso più ampio del termine, dando una mano a quelli che, come me, in fondo credono ancora, o forse conservano l’illusione, che ci sia spazio per un’Europa delle genti e non dei governi e degli Stati.