venerdì 31 maggio 2013

Il bisbetico indomabile

E' un pezzo che mi sono convinto che ci sia del metodo nell'idiozia così come negli sproloqui apparentemente sempre più deliranti e fuori fase del caudillo dei pentastelluti, in realtà funzionali al mantenimento in vita del sistema politico che a parole volevano abbattere, e nei fatti contribuiscono a tenere in vita: l'identico ruolo che i centrosinistrati hanno avuto nei confronti di Berlusconi, altro che aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno ed essere l'argine contro la diffusione anche in Italia del virus Alba Dorata: vi si sono asserragliati invece di scendere in piazza come altri stanno facendo in queste ore a Francoforte contro quello che dicevano essere il nemico numero uno, la BCE. La cicala Grillo ha cantato una sola estate, che senza essere neanche incominciata è già finita.

mercoledì 29 maggio 2013

E la chiamano disaffezione

Disaffezione, distacco dalla politica, ma anche deliri come "Spinta per ricominciare" (l'Unità) e "La rivincita del PD" (la Repubblica). Contenti loro..., scriveva ieri Antonio Padellaro nell'editoriale a commento dei risultati delle ultime amministrative sul Fatto Quotidiano e dell'affluenza alle urne: ormai vota a malapena un italiano su due. TG, GR, giornali, politicanti: si ostinano a mistificare la realtà, a giocare con le parole, usandole a sproposito. Perché quelle adeguate sono ribrezzo, disgusto, schifo, repulsione, disprezzo, incazzatura, odio, ma anche tanta rassegnazione. La sola vista quotidiana dei ghigni sinistri di un Letta, di un Alfano, di un Brunetta, di una Finocchiaro, di Violante, di Cicchitto o di Zanda, il sosia di Mario Monti, ormai sparito dalla circolazione, ma anche di una Lombardi e di un Crimi, che si sono prontamente amalgamati alla melma generale, di un Nitto Palma, che li riassume tutti, per non parlare del capo in testa che sta al Quirinale, e che da quando è in carica questo governo di fantocci guarda caso ha smesso di monitare, sono il più potente emetico in circolazione. Altro che mettere il sale nel caffè.

lunedì 27 maggio 2013

La grande bellezza

"La grande bellezza" di Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo, Carlo Verdone, Carlo Buccirosso, Sabrina Ferilli, Pamela Villoresi, Iaia Forte, Galatea Ranzi, Giorgio Pasotti, Massimo De Francovich, Anna Della Rosa, Roberto Herlitzka, Isabella Ferrari, Massimo Popolizio,  Serena Grandi, Giulio Brogi, Lillo Petrolo, Franco Graziosi, Luciano Virgilio. Italia 2013 ★★★★★
Film di rara potenza, visiva quanto di significato, ha pienamente soddisfatto le mie aspettative già molto alte per qualsiasi lavoro di Sorrentino. E' stato ovviamente ignorato dalla giuria del Festival di Cannes presieduta dall'opportunista e sistemico Spielberg, e un mancato riconoscimento ufficiale costituisce semmai un titolo di merito, ampiamente compensato  dai 10' di applausi del pubblico alla prima proiezione, dal successo che sta avendo in sala in Italia e dall'andamento delle vendite della pellicola all'estero. Non è un film che si racconta, mancando sostanzialmente di una trama in senso tradizionale: protagonista è Roma, eccessiva nella sua bellezza come nella sconcezza senza limiti degli eterni protagonisti della sua dimensione mondana, espressione più tipica del potere e soprattutto dei personaggi che gli nuotano attorno, in un incessante tripudio di volgarità, bruttezza, vacuità, idiozia: giornalisti, intellettualoidi, gente di spettacolo bollita, parassiti, ciarlatani, preti, pagliacci. I "terrazzati", come li chiamo io, perché, come gli Scalfari, le Palombelli e i radical-chic del  giro Espresso-Repubblica, i peggiori di tutti, provinciali inurbati adoratori del Potere solo perché tale, presenzialisti ed esibizionisti senza ritegno, trascorrono la propria esistenza su terrazze come quella di Jep Gambardella, con vista sul Colosseo, autore da giovane di un romanzo vincitore del "Bancarella" e da quarant'anni re delle cronache mondane nelle vesti di un giornalista che fa i conti, con disincanto, con sé stesso. Lo interpreta un Toni Servillo magnifico, un cronista che i suoi "polli" li conosce bene, solo apparentemente cinico, in realtà amico sincero di uno scrittore di teatro bravo ma ingenuo e innamorato della donna sbagliata (Carlo Verdone); della direttrice del giornale per cui lavora, una nana estremamente acuta e intelligente; dell'anziano proprietario di un night club ex cocainomane e ora eroinomane e di sua figlia, una spogliarellista in avanti con gli anni interpretata da una Sabrina Ferilli perfetta nel ruolo: è lui a entrarci in una relazione rispettosa e a  consigliarle, con affetto, di farsi una famiglia; datore di lavoro esemplare di una colf sudamericana elevata a rango di "angelo della casa", governante nonché confidente, consigliera e amica. Non è un uomo insensibile, Jep, animale notturno che incentra la sua esistenza sui tempi dell'attività festaiola, incessante nella capitale, terminando la sua giornata quando gli altri non l'hanno ancora iniziata, con passeggiate tra gli incanti più o meno nascosti della città o lungo il Tevere nelle luci dell'aurora. E' stata tirata in ballo "La dolce vita" di Fellini, a proposito del film di Sorrentino, e qualche analogia c'è, ma quello di Fellini era ancora uno sguardo tutto sommato indulgente sui vizi di Roma; qui il discorso è a più livelli, da quello estetico, con la sconcertante, barocca, estenuante  bellezza della città che fa da contraltare alla mostruosità di chi la usa come palcoscenico per l'esibizione della propria miseria morale, intellettuale oltre che fisica; a quello filosofico e morale:  perché è una bellezza alla fine impossibile da reggere, e può spiegare molti aspetti del carattere di molti romani che finiscono per subirne il peso, e anche una bellezza difficile da riconoscere e vivere serenamente, perché produce vuoto: il protagonista la ritroverà intatta, non nella realtà che lo circonda a Roma, ma nella propria memoria: tenera, pura, ricordo di gioventù del suo primo amore, su un'isola presumibilmente del Golfo di Napoli (da dove provengono sia Sorrentino sia Servillo). Quelle di Jep Gambardella non sono mai frasi banali, così come nessuna di quelle che pronunciano i personaggi nel corso del film: la sceneggiatura, curata da Sorrentino assieme a Umberto Contarello, è calzante, perfetta, la cosa migliore di una pellicola di per sé di altissimo livello sotto ogni aspetto. Tutto è di prim'ordine, dal cast al completo, alla fotografia, alla colonna sonora, alla regia. Grande film, massimo punteggio, per quanto mi riguarda.

sabato 25 maggio 2013

The parade / La sfilata

The Parade / La sfilata (Parada) di Srdjan Dragojevic. Con Nikolas Kojo, Milos Samolov, Goran Jevtic, Hristina Popova, Goran Navojec, Toni Mihajlovski, Natasa Markovic. Serbia, Croazia, Slovenia, Germania, Ungheria 2011 ★★★★★
Uscito colpevolmente con due anni di ritardo in poche sale questo film, per niente innocuo perché riesce a toccare il cuore oltre che il cervello affrontando in chiave farsesca due argomenti maledettamente seri come la discriminazione sessuale e la sciagurata, criminale disgregazione dell'ex Jugoslavia, avrebbe meritato un'attenzione molto maggiore, proprio perché è in grado di parlare anche al grande pubblico con un linguaggio divertente, brioso, anticonformista, che non perde nulla nemmeno attraverso la sottotitolazione. Cetnici, ustascia, baljia, skipter sono, nell'ex Jugoslavia, rispettivamente, chiamati i serbi, i croati, i bosniaci e gli albanesi da tutti quelli di etnia diversa, ma esiste un termine universale per definire le checche: "peder", che è come dire che le etnie che componevano la Federazione erano (e sono) come le cinque dita di una mano, con tutti i loro pregi e difetti, che hanno molto più in comune di quel che loro stesse pensino (a cominciare dal pregiudizio omofobo) e in definitiva non possono fare a meno una dell'altra. Per raccontarlo, la pellicola fa ruotare la vicenda attorno a Limun, eroe di guerra serbo, riciclatosi in istruttore di arti marziali e titolare di un'agenzia di servizi di sicurezza a Belgrado che, macho e omofobo com'è, si trova in debito di gratitudine nei confronti di Radmilo, un veterinario omosessuale che gli ha salvato il fedele cane, vittima di un attentato. Nel contempo Biserka, in procinto di diventare la seconda moglie di Limun, gli impone di affidare l'organizzazione delle nozze a Mirko, un wedding planer nonché militante gay, partner di Radmilo, che è anche uno degli organizzatori del primo Gay Pride a Belgrado. Per una serie di vicissitudini Limun si trova nelle condizioni non solo di proteggere la coppia gay ma anche la sfilata: i sui dipendenti, disgustati, si rifiutano e si dileguano, così come si era rifiutato di farlo la corrotta polizia serba, e a Limun non rimane che rivolgersi a un gruppo scelto di vecchi fraterni "nemici di guerra", e comincia così un delirante viaggio nelle nuove repubbliche, Croazia, Bosnia, Kosovo e Macedonia (la Slovenia non conta, ché è sempre stata austroungarica di suo), a bordo di una Mini d'epoca di colore rosa, del corpulento ex paramilitare scortato dall'altrettanto pasciuto veterinario per cercarli e ingaggiarli. In nome della vecchia "inimicizia" tutti quanti accettano, imparano a conoscere fraternizzare col "diverso" e fanno ritorno a Belgrado dove si scontreranno con una nutrita schiera di da naziskin, nazionalisti, comunisti e omofobi a vario titolo: botte da orbi e una scazzottata in stile "Trinità" che lascerà sul terreno Mirko e segni sui volti (e l'animo) di tutti, ma l'anno successivo (il 2010) si svolgerà il primo Gay Pride senza morti e incidenti nella capitale serba, protetto dalla polizia. E ci marceranno anche Limun, i suoi fraterni ex nemici e chi ha imparato a considerare gli omosessuali con occhi diversi. Il film, che si avvale di una buona dose di luoghi comuni (che come tali hanno un fondamento di verità) per metterli alla berlina, è girato con scarsi mezzi ma con grande professionalità e brio, interpretato con entusiasmo pari alla bravura da un cast "multietnico" e palesemente solidale, orfano di quella bellissima scommessa che era la Repubblica Federativa di Jugoslavia, ricca proprio per il mosaico di diversità di cui era contenitore, e mai perdonerò a Vaticano, Germania, Austria in primo luogo, Italia, USA e a scendere tutti gli altri, di averne incoraggiato la dissoluzione appoggiando unilateralmente la secessione (perché di questo si trattava, prima che di "indipendenza) di Slovenia e Croazia dando il via alla follia della divisione su base etnico-religiosa. Era un grande Paese, almeno nelle intenzioni, la Jugoslavia, e io l'ho sempre sentita molto vicina. Fosse solo per il fatto di ricordare che l'umanità sta sopra a tutti i pregiudizi e unisce invece che dividere, "Parada" è un film che mi ha commosso mentre mi faceva ridere fino alle lacrime e che mi rimarrà dentro. 

giovedì 23 maggio 2013

Mi rifaccio vivo

"Mi rifaccio vivo" di Sergio Rubini. Con Pasquale Petrolo, Neri Marcorè, Emilio Solfrizzi, Margherita Buy, Vanessa Incontrada, Sergio Rubini, Gianmarco Tognazzi, Bob Messini, Valentina Cervi, Enzo Iacchetti. Italia 2013 ★★★
Una commedia surreale, com'è nelle corde di Rubini, spassosa, ben congegnata, con interpreti (tra cui il regista) che a loro volta si stanno palesemente divertendo, che affronta il tema dell'invidia e della vendetta da un lato e quello della cosiddetta "etica" capitalista dall'altro, quella che non è altro che avidità e spirito di sopraffazione e imbroglio, camuffati magari da belle maniere e perbenismo. Protagonista è Biagio Bianchetti (Petrolo), un grosso commerciante vittima di un enorme complesso di inferiorità perché dall'infanzia vive all'ombra di Ottone di Valerio (Marcorè), già suo compagno di scuola e concorrente. In seguito a una ennesima fregatura presa proprio da lui si trova sull'orlo della bancarotta e decide di suicidarsi... Custode dell'aldilà, che ha le sembianze di un lussuoso centro benessere, Biagio trova non San Pietro ma Carlo Marx in persona, che il suo angelo custode (Rubini) riesce a convincere a concedergli un'ultima settimana sulla terra nei panni di qualcun altro per dimostrare di essere capace di compiere delle buone azioni. Biagio sceglie le sembianze di Dennis Ruffino (Solfrizzi), uno strano manager-guru new age scelto da Ottone per rendere vincente l'azienda dandole una patina terzomondista, con l'intento di vendicarsi del rivale, che scopre essere a sua volta preda di crisi di panico, irrimediabilmente infantile e vittima del dogma famigliare di primeggiare in tutto quel che fa; scopre inoltre di quanto sia stato egoista lui stesso e cieco nei confronti del prossimo. Tra colpi di scena, situazioni paradossali e battute mai volgari la storia si sviluppa con ottimo ritmo e leggerezza senza essere mai banale e scadere nella gag televisiva: è cinema vero, lieve, intelligente senza alcuna pretesa di essere intellettuale, altamente godibile. Azzeccata, come sempre in Rubini, la scelta degli attori, l'ideale per un paio d'ore di sano divertimento: perché il cinema è anche questo.

martedì 21 maggio 2013

Tiritiri e taratara

Giunto ormai nudo vicino alla meta, ossia la propria quanto mai necessaria dissoluzione, è per certi versi ammirevole la pertinacia con cui il ceto politico italiano persevera nello sforzo di smerdarsi ogni di giorno di più, quasi a dimostrare che il fondo del barile non è ancora stato raschiato e che è sempre possibile fare di peggio pur di mantenersi a galla. Vent'anni di berlusconite hanno fatto scuola, e l'informazione cloroformizzata il resto, per cui vale la massima milanese "Se la và... la g'ha i gamb!", tradotto: "se cammina ha le gambe". Per la serie: buttiamola lì, spariamola grossa, se nessuno se ne accorge, bene; altrimenti ci tiriamo indietro ma intanto il seme l'abbiamo sparso e prima o poi qualcosa germoglierà. Questo vale ancora di più con l'ultimo esecutivo, alla cui guida siedono due democristiani di stirpe dorotea, specializzati nell'arte dell'annuncio e del rinvio nel segno dell'andreottiano tirare a campare. E' questo il senso delle due proposte che hanno tenuto banco per mezza giornata scatenando un finto putiferio che fa sospettare l'uso, tanto per cambiare, di armi di distrazione di massa: il disegno di legge Finocchiaro-Zanda che esclude dalle elezioni i movimenti che non abbiano personalità giuridica e non si strutturino, in sostanza, come partiti (cfr M5S), e quello che in quanto a indecenza gli fa il paio, presentato dal senatore Compagna, per il dimezzamento delle pene per concorso esterno in associazione mafiosa (cfr Dell'Utri); quest'ultimo prontamente ritirato, il primo pure, ma forse no, proseguendo con la grottesca pantomima del tira e molla. A dimostrazione che il PdL è un comitato d'affari colluso con la mafia quando non sua diretta espressione, e il PD, e in particolare la sua componente maggioritaria, di provenienza PCI, interprete dell'autoritarismo di cui sono intrisi quasi tutti i movimenti politici sorti in Italia, e da cui non è esente nemmeno l'ultimo nato, il Movimento Cinque Stelle, espressioni insomma di un eterno fascismo declinato sotto varie forme che è l'unico, originale e ineliminabile marchio di fabbrica di questo Paese.

lunedì 20 maggio 2013

No - I giorni dell'arcobaleno

"No - I giorni dell'arcobaleno (No) di Pablo Larraín. Con Gael García Bernal, Alfredo Castro, Antonia Zegers, Luís Gnecco, Marcial Tagle. Cile 2012 ★★★★½
Si conclude con questa pellicola, che conferma il grande talento di Pablo Larraín, la trilogia che il regista cileno dedica agli oscuri anni che il suo Paese ha trascorso sotto la dittatura di Pinochet, le cui tracce sono tuttora evidenti nella psiche e nel comportamento dei suoi abitanti, questo a 25 anni dal referendum a cui l'allora presidente abusivo fu costretto dalle pressioni internazionali e il cui sorprendente risultato, il No alla possibilità di un suo ulteriore mandato, aprì la fase del ritorno alla democrazia. Ed è dei retroscena di questo referendum che parla il film, assemblando materiale d'epoca - lunghi spezzoni degli spot di allora - ad altre parti girate oggi però usando una cinepresa originale degli anni Ottanta il che, come nei precedenti "Tony Manero" e "Post Mortem", conferisce una patina d'epoca alla fotografia e all'atmosfera generale della pellicola, che si concentra quasi esclusivamente sulla campagna per il "no", affidata a René Saavedra, un giovane creativo formatosi all'estero durante l'esilio, interpretato con estrema misura ed efficacia da Gael García Bernal, per una missione apparentemente impossibile. Ai due comitati contrapposti per il referendum vengono concessi 15' al giorno sulle reti televisive unificate, ed è il primo spazio che le opposizioni, riunite nel Fronte Arcobaleno, hanno a disposizione dopo 15 anni in cui è stato loro tolto il diritto di esprimersi, e Saavedra si trova a dover convincere innanzitutto l'elettorato a recarsi alle urne (superando le perplessità quando non il rifiuto di una parte consistente dell'opposizione, specie di quella militante nella sinistra più radicale, che trova espressi nella stessa madre di suo figlio), e poi lo stesso comitato per il no a farlo usando un linguaggio ispirato alle campagne commerciali più moderne, ottimista, ironico, giocoso, con uno sguardo fiducioso rivolto al futuro (la parola chiave è allegria) anziché insistendo e ricordando i crimini commessi dalla giunta militare. La campagna, condotta con scarsi mezzi, ha un successo immediato e spiazza gli avversari, che sono costretti a incaricare proprio il capo di Saavedra, Guzmán, interpretato da un gigante come Alfredo Castro, un amico della giunta, fascista autentico ma di intelligenza superiore agli altri macellai di regime, che si trova costretto a controbattere al suo collega facendogli il verso e inseguendolo sul suo terreno, decretando così inevitabilmente la propria sconfitta, cosa di cui del resto Guzmán è conscio per primo, a differenza dei suoi committenti. Rimangono presenti, ma sullo sfondo, il clima di costante intimidazione da parte dei militari, così anche le contraddizioni e gli scontri personali e politici all'interno del comitato del no, così come rimane aperta la questione della reale influenza della televisione sui risultati elettorali, mentre non è in discussione quella del linguaggio pubblicitario nel vendere un "prodotto" come quello politico, considerato né più né meno come un boccone da offrire in pasto al cliente-consumatore. Senz'altro si capisce la necessità, per provare a cambiare lo stato delle cose, di guardare le cose da un punto di vista diverso da quello in cui sono imprigionate le due o più parti in causa, uscendo dalla loro logica per riuscire a smuovere l'immaginario delle persone a cui ci si vuole rivolgere e indurle a guardare oltre. Un altro film che merita. 

sabato 18 maggio 2013

Se fue el dictador

Da Página/12 di oggi

Miele

"Miele" di Valeria Golino. Con Jasmine Trinca, Carlo Cecchi, Vinicio Marchioni, Libero De Rienzo, Valeria Bilello, Iaia Forte. Italia, 2013 ★★★★½
Ammetto che come attrice Valeria Golino non mi ha mai entusiasmato: troppo "esagerato" il suo modo di muoversi, e troppo urticante la sua voce che, personalmente, non trovo per nulla sexy, ne ho però sempre riconosciuto l'intelligenza e un livello culturale proprio comuni, qualità che mostra tutte in questa sua prima regia il sui risultato è senz'altro uno dei migliori film italiani prodotti negli ultimi anni. Intanto per il tema che affronta, il suicidio assistito, puntualmente rimosso dal dibattito pubblico per cattiva coscienza e adeguamento pedissequo ai dogmi di una religione intransigente e alla fin dei conti disumana; poi per la capacità di inserire l'argomento in una storia privata raccontandola senza fronzoli, morbosità e compiacimenti, con mano sicura sulla macchina da presa e ottime capacità fotografiche; infine per la scelta perfetta degli interpreti: un grandissimo attore di teatro, Carlo Cecchi, che di rado si vede sul grande schermo, coprotagonista con Jasmine Trinca, credibilissima, come già nella Augusta del recente "Un giorno devi andare" di Giorgio Diritti, nella parte di "angelo della morte", dotata di una rara sensibilità e capacità di esprimere sentimenti e turbamenti attraverso il non-detto. Irene, con il nome di Miele, è una trentenne che aiuta ed assiste i malati terminali nella loro scelta di porre fine alla loro esistenza, procurando loro anche un medicinale ad uso veterinario, il Lamputal, che in dosi massicce funziona anche per l'uomo e che si procura attraverso ripetuti viaggi in Messico. La sua è un'attività da clandestina, che condivide con dei medici e conoscenti che si dedicano, come lei, al sostegno al suicidio assistito, che in Italia (e non solo) è considerato un grave reato, e finisce per farle condurre un'esistenza simile a quella di una brigatista degli anni Settanta, con poche e scelte frequentazioni e una scrupolosità che si colloca tra il necessario e il maniacale. Un giorno però viene contattata dall'ingegner Grimaldi, un uomo sulla settantina colto, acuto, disincantato, estremamente intelligente che però scopre non essere un malato terminale ma un aspirante suicida volontario, e questo la mette in crisi facendola tornare sui propri passi per recuperare il farmaco e dissuaderlo dal proposito. Si instaura un tira e molla non soltanto dialettico tra i due, che si evolve in un rapporto dapprima conflittuale ma poi di curiosità intellettuale e perfino confidenza reciproche fino a sconfinare nell'affetto. Non sarà Irene ad aiutare Grimaldi, anche se indirettamente, nel suo intento, perché l'ingegnere, prima di attuarlo, le riconsegnerà la boccetta di Lamputal; ma la relazione di comprensione che è nata gli darà quella serenità e la forza di volontà per farla finita con un'esistenza che ritiene ormai senza motivazioni. La morte non viene ma mostrata, pur essendo presente in tutto il film, ma diventa, per un apparente paradosso, una cosa viva. Complimenti alla Golino, con l'auspicio che abbia presto l'opportunità di girare un'altra storia altrettanto valida e coinvolgente.

giovedì 16 maggio 2013

Effetti collaterali

"Effetti collaterali" (Side Effects) di Steven Soderbergh. Con Jude Law, Rooney Mara, Catherine Zeta Jones, Channing Tatum, Vinessa Shaw. USA 2013 ★★★½
Dopo il parziale topicco di Contagion, ecco Soderbergh tornare ai suoi soliti livelli con un noir dallo svolgimento tutto sommato lineare che indaga però sui meccanismi della menzogna e della manipolazione e che non manca di bersagliare l'avidità delle multinazionali farmaceutiche nonché l'abuso che si fa degli psicofarmaci nel mondo occidentale, in particolare negli USA e il cinismo di chi li prescrive, e non solo allo scopo "di far stare bene", in primo luogo psichiatri e psicoterapeuti a vario titolo. Convincente protagonista è Rooney Mara, convincente nei panni di Emily Taylor, una ventottenne che cade in una forte depressione proprio quando il marito, dopo 4 anni di detenzione per insider trading, esce dal carcere, fino al punto di tentare il suicidio, ed entra così in contatto con il dottor Banks, l'ottimo Jude Law, uno psichiatra "rampante" che le prescrive un nuovo farmaco che ha l'effetto collaterale di rendere sonnambula la sua cliente, che accoltella, senza rendersene apparentemente conto, il marito e viene per questo dichiarata non responsabile nel processo ma obbligata a seguire una terapia. Una serie di circostanze gioca però a sfavore del suo medico curante, Banks, e della sua carriera in ascesa e questi si trova a doversi trasformare in detective e a indagare su alcuni aspetti che non lo convincono nella condotta della paziente. Contatta così una collega, la dottoressa Siebert (un'inquietante Catherine Zeta Jones) che in passato aveva avuto in terapia Emily che finge di aiutarlo, mentre in realtà sta incastrandolo in un meccanismo perverso che va a suo esclusivo vantaggio, economico come sentimentale, preda com'è di una passione erotica incontenibile nei confronti di... sorpresa! Non si dice. Ma alla fine Banks scioglie l'enigma e la sua carriera è salva per un pelo. Sceneggiatura, movimenti di macchina, fotografia sono sapienti, le atmosfere tra il cupo e il torbido, come nel miglior Soderbergh, ottima la scelta del cast: non è il lavoro migliore del regista di Atlanta ma lo rimette in linea di volo.

martedì 14 maggio 2013

Confessions

"Confessions" (Kokuhahu) di Tetsuya Nakashima. Con Takaku Matsu, Yukito Nishii, Kaoru Fujiwara, Masaki Okada, Yoshino Kimura, Ai Hashimoto. Giappone 2010 ★★★★
Premiato con il Black Dragon Audience Award all'edizione di due anni fa del Far East Festival di Udine e messo in circolazione dalla Tucker Film, benemerita casa produttrice e distributrice friulana, è un film che è inutile, prima ancora che arduo, far rientrare in un genere; lineare nella sua complessità; di alto livello tecnico e con aspetti spettacolari e che non può lasciare indifferenti. Colpisce la sottigliezza con cui Nakashima riesce a trattare temi difficili e contraddittori quali l'alienazione di una società competitiva come quella giapponese, il suo sistema scolastico, il bullismo, l'indifferenza apparente e i turbamenti di adolescenti disadattati, "bruciati" così come lo sono gli adulti nel loro ruolo di insegnanti. Il tutto nel racconto a più voci, le "confessioni" del titolo, del folle omicidio di una bambina di quattro anni, ritrovata nella piscina della scuola dove insegna la madre, Moriguchi, una bravissima Takaku Matsu, da parte di due suoi allievi, e nella fredda vendetta di lei, che arriva con astuzia e intuito psicologico là dove non può arrivare la legge. Non ha senso raccontare la trama, che pure è lineare e semplice, ma vale la pena vedere con quali colpi di scena ed effetti spiazzanti riesce a svolgerla il regista, tenendo sempre all'erta l'attenzione sia con artifici formali, mai però gratuiti, sia scandagliando nelle sfaccettature sempre diverse che emergono nel dipanarsi della matassa, avanti e indietro nel tempo, fino a un'esplosione finale di grande impatto visivo che mi ha ricordato quella di Zabriskie Point (su musica dei Pink Floyd). Un film spiazzante, che va fatto sedimentare un po' prima di apprezzarlo pienamente. 

lunedì 13 maggio 2013

Benetton e il mecenatismo culturale modello Autogrull

Mi auguro vivamente che gli avventori che apposta si fermano nell'area di ristoro di Bad Fischau, a circa 40 chilometri di Vienna in direzione Graz sull'Autostrada del Sud, la A2, non associno la sigla "Autogrill" a Benetton, e non tanto per non sputtanare la nomea di "imprenditori illuminati" abusivamente attribuita alla famiglia di magliari trevigiani, quanto quella del Paese, il nostro, a cui sciaguratamente appartengono e con cui vengono identificati (la mediocre qualità dei loro prodotti globalizzati e globalizzanti non giova certo alla fama del cosiddetto Made in Italy). Non che la scarsa reputazione per come tuteliamo il nostro patrimonio artistico e culturale non sia ampiamente meritata, ma sarebbe opportuno non farci riconoscere le rare volte che un'azienda italiana mette il naso fuori dai rassicuranti e protetti confini nazionali e si azzarda ad affrontare una concorrenza vera.
Si tratta di un manufatto degli anni Settanta che, affidato alle cure del grande bioarchitetto austriaco Friedensreich Hundertwasser, fu sottratto alla demolizione e ristrutturato e rivisto secondo le sue indicazioni e restituito a nuova vita. Fino a quando la gestione non è passata ad Autogrill, società controllata dalla Edizione Holding, la finanziaria della famiglia Benetton, che detiene il 59,3% del suo capitale, la quale controlla anche, attraverso Atlantia, Autostrade per l'Italia S.p.A. (più correttamente ribattezzata "Autostrade per Benetton"; per non farsi mancare niente hanno le mani in pasta anche in ADR, Aeroporti di Roma, ossia Fiumicino, scalo noto in tutto il mondo per l'inefficienza della gestione e la sparizione, dolosa così come colposa, del bagaglio), che ne ha deciso la chiusura, avvenuta alla fine di febbraio di quest'anno. Da allora l'edificio, deliziosamente originale, si trova in uno stato di semiabbandono, come documentano le due foto qui a fianco scattate ieri pomeriggio. Si attendono acquirenti, e pare che vi sia un preoccupante interessamento da parte di MerDonald's: di male in peggio, Hundertwasser fagocitato dalla multinazionale del cibo spazzatura yankee, a conferma del preoccupante scadimento qualitativo dei punti di ristoro lungo le autostrade austriache, un tempo di gran lunga i migliori del mondo, nonostante la tendenza "Heidi", da quando a Wienerwald, Rosenberger, Landzeit si sono affiancati Autogrill, nota per squallore e scarsa pulizia, per non parlare degli avvelenatori della Grande M. di "I'm Lovin' it".
Mi preme sottolineare che la famiglia trevigiana è la stessa che si annovera tra i nuovi dogi di quella Disneyland che è diventata Venezia, conosciuta altresì come Bennettown, dove un'amministrazione bottegaia, miope e incolta, da decenni in mano a una pseudosinistra complice e indecente, non contenta di permettere l'ingresso in città delle mostruose navi-grattacielo da crociera ha firmato una convenzione che consente ai Benetton di trasformare il Fondaco dei Tedeschi, ceduto in proprietà nel 2008 dalle Poste Italiane, in un megacentro commerciale su progetto, demenziale quanto fuori luogo, di Rem Koolhaas. E non basta: c'è il loro zampino anche in quell'altro folle piano speculativo di Veneto Green City, come ben documenta l'amica Rossana. E' ciò che accade inevitabilmente quando uno Stato latita completamente sul fronte non solo della tutela dei propri beni artistici, culturali e naturali ma anche di una politica in generale in tal senso e lascia mano libera alle speculazioni e ai propositi di un'imprenditoria provinciale e rapace nonché ignorante e inetta (sempre a Venezia, basti ricordare gli esiti delle velleità culturali agnellesche con l'avventura penosamente fallita di Palazzo Grassi); quanto all'edificio autostradale di  Hundertwasser, confido nell'intervento di quello austriaco che gode di una serietà e credibilità incomparabilmente maggiori in questo campo: spero di non rimanere deluso al mio prossimo passaggio.

venerdì 10 maggio 2013

Muffa

"Muffa" (Küf) di Ali Aydin. Con Ercan Kesal, Muhammet Uzumer, Tansu Biçer. Turchia, Germania 2012 ★★★
Buone notizie giungono anche da un cinema poco conosciuto, quello turco, e non è la prima volta: questa opera d'esordio di Ali Aydin è all'altezza del fortunato "C'era una volta in Anatolia", ma qui non si tratta di un noir stralunato quanto di un racconto che si muove su due piani: quello dell'impegno civile, per non dimenticare un Paese che soprattutto negli anni Novanta sotto la dittatura militare è stato lacerato da una guerra interna ancora non del tutto chiusa, e quello dello scavo psicologico sul rapporto padre figlio e sulla perdita. Basri è un ispettore delle ferrovie prossimo alla pensione che vive in completa solitudine e in doloroso silenzio all'interno del Paese in una cittadina circondata da una landa desolata, e che da 18 anni si ostina a inviare petizioni alle autorità perché gli comunichino che fine ha fatto il figlio, universitario a Istanbul, scomparso dopo un arresto per motivi politici e mai più ritornato. Si aggrappa quindi a un filo residuo di speranza per superare il dolore della morte della moglie, che non ha retto alla perdita del figlio, ed entra in contato periodicamente con l'apparato poliziesco, che non solo non è in grado di rispondergli ma lo  umilia e lo tormenta, ma lui tiene duro. Finché ha a che fare con un funzionario di tipo diverso, che cerca di capire il l'ostinazione di quest'uomo, e si darà finalmente da fare pur dovendogli dare la notizia del ritrovamento del cadavere, o meglio di ciò che ne rimane del figlio, conservato in una morgue di Istanbul: sarà l'unico, tra coloro con cui ha a che fare Basri, a comportarsi con lui in maniera umana, per quanto silenziosamente distaccata. E' un film intenso, duro ma anche molto dolce, a tratti commovente, e la figura di questo uomo solo, afflitto, immensamente dignitoso, vero, rimane nel cuore. Un sicuro avvenire per questo regista, già premiato a Venezia nel settembre scorso col "Leone del futuro" e che si è accaparrato la "Sacher" di Nanni Moretti, uno che se ne intende, che lo distribuisce in Italia: un grazie anche a lui.

mercoledì 8 maggio 2013

Viaggio sola

"Viaggio sola" di Maria Sole Tognazzi. Com Margherita Buy, Stefano Accorsi, Fabrizia Sacchi, Gianmarco Tognazzi, Alessandra Barela, Lesley Manville. Italia 2012 ★★★
Che bella sorpresa! Dando un'occhiata alla trama e al cast, avevo temuto il solito film italiota, anzi: romanesco e generazionale sugli Splendidi Quarantenni figli degli anni Ottanta, che all'improvviso e senza alcun motivo si mettono a ballare come a una festicciola adolescenziale del sabato pomeriggio degli anni Sessanta; una via di mezzo tra Muccino e Ozpetek, e invece mi sono trovato davanti una pellicola solida, intelligente, garbata, che parla della solitudine come una scelta da parte di una donna di mezza età pienamente consapevole di quello che fa e delle proprie decisioni, senza per questo non vederne i limiti nelle relazioni con le persona a cui è legata, da vincoli parentali come sentimentali ma senza piangersi addosso. Qualcuno ha tirato in ballo similitudini con "Lost in Translation" di Sofia Coppola, anch'essa figlia d'arte come la più giovane dei discendenti del grande, indimenticabile Ugo Tognazzi, forse per l'ambientazione in un "non luogo" come un albergo di una città straniera e per il tema della solitudine, che era disadattamento e sofferenza. Qui gli alberghi sono tanti e pure dichiarati con tanto di didascalia, neutralizzando fin dal principio l'invadenza della pubblicità occulta che abitualmente infesta le pellicole nostrane rendendola esplicita, perché Irene, una donna di mezza età interpretata con estrema efficacia e naturalezza da una Margherita Buy all'altezza della situazione, è ispettrice di alberghi e cinque stelle e viaggia per il mondo visitandoli in incognito come "ospite a sorpresa". Professionale, pignola ma dotata di buon senso e umanità non perde di vista la realtà né i propri principi e valori, specie dopo aver conosciuto un'altra donna che viaggia da sola, un'antropologa inglese splendidamente interpretata da Lesley Manville, un'apparizione fulminante, con cui entra in sintonia e in confidenza uscendo per una volta dall'anonimato e dalla algida sterilità a cui la costringe il proprio lavoro e che muore all'improvviso proprio mentre entrambe decidono di lasciare l'albergo di lusso in cui si trovano per "contaminarsi" in una bettola di Kreuzberg, il quartiere "turco" per eccellenza di Berlino. Per il resto Irene si tiene stretta il suo nomadismo con tutto quel che comporta: sentirsi estranea a casa sua, che peraltro trascura; legata da un rapporto di profonda amicizia e complicità con il suo ex fidanzato, a sua volta alle prese con una paternità di cui non è per niente convinto, incompresa ma in fondo invidiata dalla sorella musicista che la vorrebbe sistemata, mentre lei stessa vive una situazione famigliare normalmente delirante e infelice di cui stenta a rendersi conto. Il tutto è raccontato senza alzare i toni, ambientato in maniera credibile, con una bella fotografia e dialoghi calibrati e una felice scelta degli interpreti; la Buy è perfetta nel ruolo senza dover accentuare il lato nevrotico del personaggio, perfino Accorsi, pur sempre alle prese con un personaggio indeciso a tutto, sembra essere uscito dall'eterna post-adolescenza e ha perso in parte l'espressione da "besugo" che gli era propria, bravi e mai sopra le righe tutti gli altri. Complimenti.

lunedì 6 maggio 2013

Grazie, sorella morte!

Ei fu. Belzebù non c'è più. E' un momento di grande felicità. Spero che sia rimasto lucido fino all''ultimo momento e abbia sofferto come meritava per tutto il male che ha fatto nella sua vita fin troppo lunga questo essere repellente. E' ora di stappare una delle tante bottiglie di champagne che conservo al fresco per queste occasioni. Intanto, fuori uno, il primo della lista. 


domenica 5 maggio 2013

Campioni Fetentus Style

Mirko Vuncinic e Gero-Vidal
Ero rimasto una decina di giorni fa alla distinzione che gli antichi romani facevano tra giorni fausti e infausti con prevalenza, nell'ultimo periodo di questi ultimi. Oggi ne cade uno, per definizione, nefastissimo e non certo perché in questa data scomparve, nel 1821, Napoleone Bonaparte. Per ogni beneamante, il  5 maggio è una data che andrebbe cancellata dal calendario, memori per sempre della disfatta del 2002 all'Olimpico di Roma che ci fece scippare uno scudetto già vinto all'ultima giornata a opera della solita, orrida, Fetentus. Erano le 16.50 di oggi pomeriggio quando, appena varcato il confine di Tarvisio per rientrare nella Terra dei Cachi dopo una escursione di qualche giorno in Austria, l'autoradio si è sintonizzata sulle onde del primo canale RAI esattamente nel momento in cui l'arbitro ha fischiato la fine di Juventus-Palermo, decretando assieme a uno striminzito1-0 (tanto per cambiare su rigore contro una squadra pressoché retrocessa) la conquista, con tre turni di anticipo, del secondo scudetto dell'Era Conte, 29° della serie per la società savoiarda, 31° nei conteggi deliranti dei dirigenti della suddetta. Un titolo meritato, come lo era quello vinto, con più fatica, l'anno scorso, e che va però parametrato alla dimensione internazionale dei bianconeri, da poco cancellati nei quarti di finale di Champions League dal Bayern, il che domostra, una volta di più, il livello penoso raggiunto dal massimo campionato italiano. In quanto interista, in questa stagione ho avuto ben poco da scrivere sulla mia squadra del cuore; rimasta inopinatamente in corsa fin quando ha retto la condizione fisica degli attempati reduci del "Triplete" del 2010 e crollata nel girone di ritorno, quando i loro sostituti e i giovani "rampanti" hanno dimostrato, salvo poche eccezioni (Handanovic, forse Kovacic), tutta la loro pochezza, che comunque non è niente in confronto a quella della società, a cominciare dalla direzione sportiva e dal settore medico. Mai seriamente in competizione dall'inizio di dicembre in poi, questa squadra non è stata nemmeno in grado di raggiungere la qualificazione all'Europa League (non necessariamente un male, perché si eviterebbero lunghe trasferte in sedi improbabili) e non ha ripetuto la preoccupante deriva in termini di lotta-salvezza dell'Inter edizione 1998-99, quella dei quattro allenatori, soltanto grazie ai punti accumulati a inizio stagione. Il Napoli, che ha maramaldeggiato stasera contro una Beneamata ai minimi termini e senza punte ma a cui non difetta il carattere, si è confermato una squadra senza nerbo, inaffidabile nei momenti cruciali, altro che "degna rivale della Juventus", che senza Cavani, Hamsik e Pandev lotterebbe per non retrocedere. I cugini in rossonero, dopo un inizio da horror, hanno sistemato la formazione-base in corso d'opera assemblandovi alcuni giovani promettenti a cui a gennaio si è aggiunto Balotelli: se affidato a un tecnico di valore che riesca a non frasi fagocitare dall'energumeno-padrone, il Milan mi sembra, e mi duole dirlo, la formazione più promettente nel medio-breve periodo e competitiva a livello internazionale, anche per una lunga consuetudine. Che non hanno mai avuto, non hanno ora e non avranno mai i neocampioni in maglia optical, la cui dimensione tutta provinciale è congenita alla loro essenza meschina che si esprime puntualmente nella dirigenza, nella tifoseria (la più squallida, incompetente e conformista d'Italia) e nel modo stesso di esprimersi in campo, salvo rarissime eccezioni. Tra queste non figura un allenatore psicopatico e imbarazzante (uno juventino-tipo), mentre ci stanno a buon titolo gli unici tre giocatori che possiedono una caratura europea: uno, Pirlo, che appartiene ormai al passato; un altro, Vidal, un "presente" determinante; infine Pogba, qualcosa di più che una promessa per il futuro: non fanno, però, da soli una squadra, non potendo sopperire alla mediocrità degli altri e alla lunaticità di un autentico lavativo come Vucinic, però determinante in fase di realizzazione. Per il resto si conferma l'Udinese, riassemblata ogni anno e tenuta nelle alte sfere da Guidolin; a corrente alternata il campionato di una Roma che ha mostrato buon calcio e giovani interessanti; meglio ancora la Fiorentina di Montella; buona la Lazio di Petkovic penalizzata da una rosa troppo esigua, alla fine un campionato di interesse scarso quanto la qualità messa in mostra, e già archiviato a tre giornate dalla fine. Da dimenticare quanto prima...

mercoledì 1 maggio 2013

T'al dàg me el cuncertún!



Lets drink to the hard working people
Lets drink to the lowly of birth
Raise your glass to the good and the evil
Lets drink to the salt of the earth

Say a prayer for the common foot soldier
Spare a thought for his back breaking work
Say a prayer for his wife and his children
Who burn the fires and who still till the earth

And when I search a faceless crowd
A swirling mass of gray and
Black and white
They don't look real to me
In fact, they look so strange

Raise your glass to the hard working people
Lets drink to the uncounted heads
Lets think of the wavering millions
Who need leaders but get gamblers instead

Spare a thought for the stay-at-home voter
His empty eyes gaze at strange beauty shows
And a parade of the gray suited grafters
A choice of cancer or polio

And when I look in the faceless crowd
A swirling mass of grays and
Black and white
They don't look real to me
Or don't they look so strange

Lets drink to the hard working people
Lets think of the lowly of birth
Spare a thought for the rag taggy people
Lets drink to the salt of the earth

Lets drink to the hard working people
Lets drink to the salt of the earth
Lets drink to the two thousand million
Lets think of the humble of birth


(Salt of the Earth, 1968, Jagger-Richards)