mercoledì 30 maggio 2012

Tapeando por Valencia

Plaza de la Reina y catedral
VALENCIA - Tre giorni nella terza città spagnola (e seconda catalana) non consentonodi dare un giudizio su ciò che sta accadendo in questo paese, ma di cogliere alcune impressioni a volo d'uccello, sì. Innanzitutto la città: non ci tornavo da oltre un quarto di secolo: non mi era piaciuta allora, alquanto trasandata, spesso squallida, prova di vivacità, e non mi entusiasma adesso, anche se possiede un gradevole centro storico, che mi ricordavo sordido e cadente e che è stato recuperato con successo; una parte istituzionale ridondante con una forte impronta inizio Novecento; alcuni tratti art déco, una zona residenziale di pregio, l'Eixample, e un'ampia area verde, il Jardín del Turia, ricavata dal letto dell'omonimo fiume che nell'ottobre 1957 esondò alluvionando l'intera città e di cui è stato deviato il corso lontano dalla zona abitata. Il resto, però, ha l'aria di un immenso dormitorio (l'area urbana di Valencia supera i 2 milioni di abitanti) che acquista un minimo di vivacità verso il mare dove la presenza di ampie quanto asettiche spiagge cittadine, come Las Arenas e Malvarosa, fanno la gioia soprattutto delle frotte di turisti inglesi, olandesi e altri che si affacciano tra Mare del Nord e Baltico, a cui non sembra vero poter sfuggire alle pozze maleodoranti a cui sono abituati nei loro Paesi e sbarcare nel Mediterraneo grazie all'abbondanza di voli low cost sull'aeroporto locale. 
Valencia ha così scoperto una vocazione turistica che ha sì arrucchito la città, ma reso la sua offerta in buona parte identica a quella delle altre mete turistiche "mordi-e-fuggi": il problema non sono tanto e solo i vari "Starfucks" e "MerDonalds", a cui comunque andrebbe impedito di installarsi invariabilmente negli angoli più suggestivi, deturpandoli per sempre, quanto nella tribù internazionale e sempre in crescita di decerebrati che li frequentano decretandone il successo a ogni latitudine: per capire i danni irreparabili causati dalla globalizzazione, basta osservare come si vestono, come si muovono, come parlano queste anime morte. Come se non bastasse il come si nutrono. 
Cuidad de las Artes y Ciencias
Rispetto a 25 anni fa, Valencia è più pulita, meno trasandata e precaria, con una buona viabilità: ampi viali e mezzi pubblici efficienti; inoltre possiede un gioiello come la Ciudad de las Artes y las Ciencias, opera del geniale e discusso architetto locale Santiago Calatrava (quello dell'omonimo, disastroso ponte veneziano) in cui ci si può perdere per intere giornate: a me è bastata la visita al Parque Oceanografico, il più grande d'Europa: strabiliante. La cosa più spettacolare di Valencia è però lo stadio Mestalla, che si scorge d'un tratto nel pieno centro della città, incassato tra palazzi d'abitazione di poco più alti di lui: e si parla di uno stadio con tre ordini di gradinate, con una capienza di 55 mila posti, una via di mezzo tra quello di Marassi a Genova e San Siro a Milano: una visione inquietante. Simbolo della locale compagine calcistica (a suo tempo allenata da Hector Cuper, che riuscì a perdere due finali di Champions League di fila nel 2000 e nel 2001, per poi guidare la Beneamata al disastro del 5 maggio 2002) è, non a caso, il pipistrello, e qualcosa di lugubre sembra sempre aleggiare sulla città, che pur essendo mediterranea e solare trasmette una certa cupezza. A cui contribuisce la crisi che sta scuotendo la Spagna. Una crisi bancaria, dovuta allo scoppio della bolla immobiliare, in tutto simile a quella avvenuta negli USA a partire dal 2008, bolla finanziata inopportunamente dalla BCE con prestiti a tassi irrisori per costruire immobili per un numero tre volte superiore, così è stato calcolato, alla domanda. 
Ora è implosa Bankia, la quarta banca del Paese, voluta dal PP per una fusione delle varie "Cajas" regionali da esso controllate in prevalenza. E a risolvere la crisi è stato chiamato Rajoy, guarda caso il capo del Partido Popular che l'ha sostenuta. Non che i governi a guida PSOE siano esenti da colpe: Bankia è stata istituita col loro accordo, inoltre il settore immobiliare è comunque un efficacissimo volano di quello sviluppo economico col turbo per cui vale il detto The Harder They Come, The Harder They Fall. La crisi c'è, e con un minimo di attenzione la si nota: frotte di ragazzi che volantinano a favore di negozi e compagnie o che fermano i passanti per eseguire indagini di mercato; bar e ristoranti che senza i turisti sarebbero quasi deserti; così come cinema e teatri, quando non sono chiusi; dopo le 10 di sera le strade si svuotano, e fuori dal centro non è che brulichino di vita nemmeno prima. E siamo in Spagna, nel Paese della movida, dove quando era in auge a quell'ora i ristoranti cominciavano appena a riempirsi, prima di dare inizio a una noche brava che sarebbe durata fino all'alba successiva. Scarso anche il traffico. Ma prezzi all'altezza: quasi a livelli italiani (si risparmia qualcosa sull'alloggio). Gli spagnoli sono orgogliosi e sempre dignitosi e reggono bene. Però di gente allegra e vogliosa di fare fiesta non se ne vede proprio.

lunedì 28 maggio 2012

Angels in America

"Angels in America", 1ª e 2ª parte (Si avvicina il millennio e Perestroika) di Tony Kushner. Regia di Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani. Scene di Carlo Sala, traduzione e costumi di Ferdinando Bruni. Con Elio De Capitani, Edoardo Ribatto, Elena Russo Arman, Cristina Crippa, Ida Marinelli, Cristian Giammarini, Fabrizio Matteini, Umberto Petranca, Sara Borsarelli. Video di Francesco Frongia, luci di Nando Frigerio, suono di Giuseppe Marzoli. Produzione Teatridithalia/Emilia Romagna Teatro Fondazione. Al Teatro Elfo/Puccini di Milano
Uno spettacolo eccezionale, teso, aspro, visionario, duro, poetico, pieno di luci e di suoni, sempre sorprendente, nella migliore tradizione degli "elfi": credo che in Italia nessuno avrebbe potuto adattare e rendere meglio l'opera teatrale di Tony Kushner, scritta nel 1991 e che gli valse il Premio Pulitzer del 1993 (da essa fu tratta anche la serie televisiva di culto omonima della HBO). "Fantasia gay su temi nazionali", ne era il sottotitolo, ed è un affresco della New York degli anni Ottanta, nell'epoca del liberismo spinto reaganiano/trahtcehriano di cui oggi patiamo le conseguenze, quando l'AIDS comincia a fare stragi nella comunità omosessuale. La vicenda è incentrata su due coppie, quella gay formata da Prior Walter, che  contrae la malattia, e Louis, un ebreo liberal quanto pieno di incertezze, incapace di reggere la situazione, e quella apparentemente eterosessuale composta dall'avvocato Joe Pitt, in lotta con la sua omosessualità repressa che si abbatte sulla giovane e depressa moglie Harper. Suo mentore è un altro avvocato, il sordido Roy Cohn, uomo di potere corrotto a suo tempo vicino a McCarthy, colpito anche lui dal morbo ma che lo nega, facendolo passare per un tumore, assistito da Belize, un infermiere di colore ex travestito. Nelle vicende che si intrecciano, a un ritmo incalzate e con un continuo cambio d di scene, che a volte si svolgono in contemporanea sul palcoscenico, si mischiano concezioni religiose e visioni politiche, caratteri, razze, caratteri e sensibilità diverse, personaggi reali e fantastici, come gli angeli del titolo, angeli dell'AIDS che però raccontano che nonostante l'orrore le cose vanno avanti e niente è perduto. E' stata definita una "Divina Commedia dei nostri anni tragici e tormentati", dove l'inferno dell'AIDS è la parabola delle inquietudini e degli elementi di crisi che agitavano quegli anni e di cui New York era il crogiuolo. Uno spettacolo potente, a cui valeva la pena di assistere affrontandolo nella versione "maratona", suddiviso tra il pomeriggio e la sera di ieri. Tutti eccezionali gli interpreti, per metà il nucleo storico dell'Elfo, ma una menzione particolare per Edoardo Ribatto nei panni di Prior e Fabrizio Matteini in quello di Belize. Tutti sommersi dagli applausi di un pubblico grato.

domenica 27 maggio 2012

Il mio nome è Bond. Euro Bond

Da Goldfinger a Goldman Sachs, ché qualsiasi cosa tocchino diventa merda. Anni Sessanta, quanta nostalgia!

venerdì 25 maggio 2012

Tipicamente friulano

Chi avesse in programma di intraprendere un'escursione da queste parti in occasione della 20ª edizione di Cantine Aperte, tenga presente che in Friuli non si producono soltanto alcuni tra i migliori vini del mondo, ma anche degli oli sorprendenti: assaggiateli!

mercoledì 23 maggio 2012

Il pescatore di sogni

"Il pescatore di sogni" (Salmon Fishing in Yemen) di Lasse Hallström. Con Ewan McGregor, Emily Blunt, Amr Waked, Kristin Scott Thomas, Tom Mison. GB 2012 ★★
Peccato. Quanto era divertente, ironico, irriverente il libro da cui è tratto il film, "Pesca al salmone nello Yemen" (sempre il vizio italiota di elaborare titoli a sega), tanto è banale, noiosa, incongrua la sua trasposizione in pellicola. Il regista ne ha fatto una flebile favoletta rosa con contorno esotico, incentrata sul rapporto tra Alfred, un imbranatissimo scienziato che lavora al ministero della pesca e dell'agricoltura e Harriet, tuttofare di uno sceicco yemenita fissato con l'idea di introdurre la pesca al salmone nel suo Paese che, tra le varie vicissitudini nello sviluppo del progetto, si trasforma invariabilmente nel Vero Amore. Il lato divertente sarebbe nel cinismo con cui il governo britannico prende a cuore il demenziale (apparentemente) progetto, allo scopo di cancellare con una buona notizia le pessime notizie che giungono dal fronte mediorientale e dall'Afghanistan, dove sono impegnate truppe senza il consenso dell'elettorato, e l'unica cosa buona del film è la caricatura del capo ufficio stampa del primo ministro (ai tempi Tony Blair). Il resto è una commediola, salvata da Ewan McGregor che interpreta in maniera credibile un uomo timido, vessato da una moglie fredda e carrierista, e dalla bellezza innocente dell'altra protagonista, Emily Blunt. Il resto è poca roba: con un po' di cattiveria, avrebbe potuto essere un film decisamente brillante.

domenica 20 maggio 2012

Cialtronews pavloviane

E' da una settimana abbondante che giornali, televisioni e radio ci martellano sul maltempo che avrebbe imperversato, immancabilmente nel fine settimana, al Centro-Nord, e particolarmente a Nord-Est, il pisciatoio d'Italia. Erano già pronti degli "speciali" sulla "maledizione da weekend". Lo so per certo, qualcuno li aveva perfino annunciati: sabati e domeniche di pioggia da qui alla fine di un'estate non ancora incominciata. Questo l'argomento principe, oltre all'onore riservato a DeMonti da parte del Veltroni a stelle e strisce di aprire i lavori del G8 che si tiene a Camp David. Poi c'è un'esplosione a Brindisi che accoppa una povera ragazza di 16 anni all'ingresso di una scuola e per 24 ore, ininterrottamente, i mezzi di rincoglionimento di massa, perché questo sono, danno il via a una non stop indecente e guardona che ha l'unico risultato di ridare un palcoscenico e una legittimazione che non hanno alla classe politica più ripugnante, inetta, impresentabile e corrotta che l'Italia abbia mai avuto in 150 anni di storia, che immancabilmente si è prodotta in una miriade di congetture sui possibili autori dell'"atroce attentato", promettendo pene esemplari quando nemmeno si ha la più pallida idea dei responsabili. Prima agire e poi parlare, sarebbe la regola: in questo Paese grottesco, chi lo dirige fa puntualmente il contrario. Tra i mezzi di rincoglionimento di massa ci metto anche i cosiddetti "social networks", a comiciare da Facebook e Twitter, a cui peraltro giornali e media tradizionali stanno facendo una pubblicità suicida, certificando la propria incapacità non solo di stare al passo coi tempi, ma di produrre informazione, che hanno lanciato la mobilitazione che ha portato nelle piazze di mezzo Paese i pasionari dell'esecrazione, con tanto di fiaccolate, lumini alle finestre e il tripudio delle bandiere di partito. E così ci hanno propinato la consueta retorica dei nostri piagnoni di pronto intervento di tutto l'arco prostituzionale, da Forza Nuova ai Rifondazione Comunista, passando per Berlusconi e Calderoli, dandole un rilievo istituzionale. Un riflesso pavloviano: se gli addetti ai lavori non stendessero passatoie rosse all'incedere dei politicanti di regime e di complemento dando fiato alle loro trombe, chiedendosi ad esempio come mai qualcuno abbia potuto piazzare inosservato tre bombole di gas davanti a una scuola nel centro di Brindisi in un'epoca in cui i sistemi di sicurezza sono in grado di contare perfino i peli che uno ha sul culo, oppure che cosa cazzo abbia mai prodotto un summit del G8, oltre a certificare il trionfo della globalizzazione voluta dall'establishment finanziario, che è sovranazionale per definizione, e un morto a Genova nel luglio del 2001, farebbero il loro mestiere, ossia critica e informazione. Ma non sono in grado, o non vogliono farlo. E intanto oggi splende il sole e si vota per i ballottaggi: ma non ce n'è traccia sulle prime pagine dei giornali e nei TG. E' un caso, no? Buona domenica.

sabato 19 maggio 2012

Euro Neuro


Eurosceptic, analphabetic
Try not to be hermetic
Euro Neuro don’t be sceptic
Hermetic, pathetic, analphabetic
Forget all cosmetic, you need new poetic
Esthetic, ecletic, dialectic
Euro neuro, don’t be dogmatic bureaucratic
You need to become pragmatic
To stop change climatic automatic
Need contribution from the institution
To find solution for pollution
To save the children of the evolution
Euro Neuro, Euro Neuro
Monetary break dance
Euro Neuro, Euro Neuro
Give me chance to refinance
(Blaue grotte ausflug do Zanjica, heute habe hobotnica)
Euro Neuro I don’t like snobism
Nationalism, puritanism
I am different organism
My heroism is pacifism, altruism
I enjoy bicyclism
Liberalism, tourism, nudism, optimism
It is good for rheumatism
Euro Neuro, Euro Neuro
Monetary break dance
Euro Neuro, Euro Neuro
Give me chance to refinance
Euro neuro, I got no ambition
For high position in competition
With air condition
Different mission, different school
I got only one rule
Always stay cool
Like a swimming pool
Euro Neuro, Euro Neuro
Monetary break dance
Euro Neuro, Euro Neuro
Give me chance to refinance
Text by Rambo Amadeus

venerdì 18 maggio 2012

Tutti i nostri desideri

"Tutti i nostri desideri" (Toutes nos envies) di Philippe Lioret. Con Vincent Lindon, Marie Gillain,  Amandine Dewasmes, Pascale Arbillot, Isabelle Renauld. Francia 2011 ★★
Ci risiamo col più tipico dei film francesi ideologici, dai tratti progressisti, politicamente corretti e così pieni di buone intenzioni da esagerare: tanti sono gli ingredienti che alla fine ne risulta un pastrocchio, seppure ben girato e interpretato, soprattutto da Vincent Lindon, già protagonista di "Welcome", pellicola di cui fu regista lo stesso Lioret con esiti decisamente più felici. Qui lo spunto sarebbe relativamente semplice: Claire, una giovane magistrata alle prese con un caso di circonvenzione di una giovane madre da parte di un istituto di credito che concede "prestiti facili" a tassi che solo in seguito si scoprono d'usura, scopre di essere affetta da un tumore al cervello inguaribile. Decide però di non accettare terapie e al contempo di non dire nulla al marito, non ritenendolo in grado di affrontare la situazione. Il film è la cronistoria dei suoi ultimi mesi di vita: in sostanza la storia del rapporto che si innesca con un altro giudice, Stéphane, più anziano ed esperto, che porterà avanti la causa fino a livello di Corte Europea, che però è anche l'unico che viene a sapere, per caso, della sua malattia e diventa "complice" delle scelte; al contempo, quella della progressiva inclusione di Céline, la giovane madre perseguitata dagli istituti di credito (i cui figli vanno guarda a caso a scuola con quelli di Claire) nella sua famiglia, un vero e proprio passaggio di consegne al marito babbeo. Da un lato è un raffinato legal-movie, su una questione, le clausole microscopiche nei contratti, la circonvenzione di persone in stato di necessità, la pubblicità ingannevole; dall'altro uno straziante mélo sociologico, dove ci sta anche la scelta di Claire di diventare giudice perché lei stessa si è trovata con una madre, naturalmente abbandonata dal marito cattivo, nella stessa situazione di Céline, motivo per cui affronta la propria professione di magistrato come una missione umanitaria; ci sta naturalmente il rapporto controverso con la madre e con il padre assente; ci sta il rapporto a suo modo esclusivo, anche se asessuato, con Stéphane, ci sta anche il rapporto, di fatto inesistente, col marito aspirante cuoco. Di tutto e di più, compreso lo happy end dell'accoglimento di una fondamentale questione di diritto posta alla Corte Europea e l'inevitabile avverarsi della continuazione della famiglia con Céline al posto di Claire. Alla fine, l'aspetto più convincente del film è il rispetto da parte di Stéphane delle scelte di Claire riguardo alla sua malattia, anche se non condivide quella di non parlarne al marito, e la sua fattiva e totale solidarietà e compilcità nell'assecondarla ed esserle vicino nell'unico modo possibile. Troppa carne al fuoco ne fanno un film velleitario e alla fine inconsistente. Peccato.

mercoledì 16 maggio 2012

Dark Shadows

"Dark Shadows" di Tim Burton. Con Johnny Depp, Eva Green, Michelle Pfeiffer, Helena Bonham Carter, Bella Heathcote, Jackie Earle Haley, Chole Moretz, Gulliver McGrath, Johnny Lee Miller. USA 2011 ★★★★
Questo è cinema! In ogni caso spettacolo a tutto tondo, divertimento puro: per chi guarda ma anche, a tutta evidenza, per quel geniaccio di Tim Burton che ha girato il film e il magnifico cast che ha assemblato per l'occasione, semplicemente perfetto. Il film si ispira all'omonima serie televisiva USA creata nel 1966 (e che sicuramente era rimasta nel cuore del regista adolescente) e narra delle vicende della stravagante famiglia Collins, che nel 1972 vede ricomparire, nel loro maniero quasi decrepito sulle coste del Maine, il loro antenato Barnabas (Johnny Depp), arrivato da Liverpool insieme alla famiglia per fondare un impero ittico e trasformato in vampiro due secoli prima da Angelica (una sontuosa Eva Green), una strega, per aver rifiutato il suo amore a favore di Jannette. Le ritroverà, le donne della sua vita, catapultato negli anni Settanta del secolo scorso, entrambe a Collinsport, la prima come trionfante imprenditrice dell'industria della pesca, che ha preso il sopravvento in città e non smetterà di tormentarlo, l'altra come istitutrice nella disastrata famiglia d'origine (che pure ha dato il nome alla città). Che, come ogni famiglia che si rispetti, a cominciare da quella Addams, e come recita il sottotitolo del film, ha i suoi demoni. Che non sono tutti uguali, e hanno origini differenti. La pellicola, fantasiosa, surreale, colma di riferimenti generazionali (solo chi ha l'età del regista può apprezzare appieno la presa per i fondelli di "Love Story", il best seller dell'epoca di Erich Segal e la citazione della celebre frase "amare significa non dover mai dire mi dispiace", che fece piangere le mie coetanee di tutto il mondo all'epoca), vuole essere una commedia gotica che irride alle saghe dei vampiri e dei fantasmi oggi tanto di moda, ma affronta anche con ironia e affetto temi eterni come il mito dell'eterna giovinezza e i rapporti tra genitori e figli, oltre a quello dell'amour fou. Visivamente il film è memorabile, coloratissimo, emozionante, nello stile di Tim Burton. Anche la colonna sonora è all'altezza, e non manca nemmeno Alice Cooper in persona ad animare un ricevimento nella residenza dei Collins. Per chi apprezza il genere, e l'immaginifico regista, imperdibile.

domenica 13 maggio 2012

Sister

"Sister" (L'enfant d'en haut) di Ursula Meier. Con Léa Seydoux, Kacey Mottet Klein, Martin Compston, Gillian Anderson, Jean-François Stévenin. Francia, Svizzera 2012 ★★½
Nella pletora di film francesi che caratterizza questa stagione, una vera invasione, questo è uno dei meno scontati e ha un suo perché: da qui a giustificare un Orso d'argento alla Berlinale di quest'anno, però, ne corre. La storia è quella di Simon, un dodicenne che vive nelle case popolari di una vallata industriale del Vallese ai piedi di una stazione sciistica di lusso, dove si dedica al furto sistematico, anche su commissione, di attrezzatura da neve, dagli sci agli occhiali, ai caschi, che poi rivende per mantenere la sorella maggiore, una psicotica squinternata che perde un lavoro dopo l'altro, ha una situazione sentimentale disastrata ed è alcolizzata. In realtà, la pellicola tratta del rapporto tra i due, dove Simon fa da fratello, padre e figlio a Louise, che in realtà si rivela sua madre, a meno che non abbia capito male io. Ma non è questo il punto: al di là della bravura dei due protagonisti, la vicenda risulta improbabile, non perché non si diano casi del genere ma perché sarebbero, nella realtà, intervenuti dei servizi sociali anche meno efficienti di quelli elvetici da un lato, dall'altro perché sono poco credibili i rapporti di Simon con uno dei cuochi del resort di lusso sulle piste, che per mesi gli fa da ricettatore. Un tema drammatico, insomma, trattato in maniera artefatta, molto alla "Dardenne", la famigerata coppia di fratelli belgi che spopola oltralpe e tra i cinéphiles con pellicole come "Rosetta", "Il matrimonio di Lorna" e il recente "Il ragazzo con la bicicletta". Sempre argomenti seri, ma dei macigni micidiali. 

venerdì 11 maggio 2012

Dove c'è marcio c'è Profumo

Ad Alessandro Profumo, l'ex amministratore delegato di Unicredit silurato nel settembre scorso per manifesta incapacità dopo aver mandato in crisi la maggiore banca italiana (ma gratificato con una vergognosa buonuscita da 40 milioni di € di cui due, cara grazia, versate in beneficenza a Don Colmegna) non ne va bene una: dove arriva scoppia un casino, naturalmente a sua insaputa. "Non sapevo di questa inchiesta quando mi hanno proposto la presidenza", ha dichiarato ieri dopo che 150 finanzieri hanno setacciato tutti i palazzi del potere di Siena: come no! Premiato per la sua dedizione alla causa del PD con la presidenza del Monte dei Paschi di Siena, si è ritrovato tra le mani non solo lo sfascio della più vecchia banca del mondo, ma dell'intero Sistema Siena, che con Livorno si contende il titolo di roccaforte rossa, da sempre feudo dell'ex PCI-PDS-DS. Sì: quelli che nell'estate del 2005 tifavano per la scalata di BNL da parte dell'Unipol insieme ai "Furbetti del quartierino": "Vai avanti, facci sognare", così D'Alema incitava Giovanni Consorte, come se assistesse a una partita della "Maggica" dal suo scranno in tribuna VIP all'Olimpico, "Abbiamo una banca?" si chiedeva, incredulo, l'allora segretario DS Piero Fassino, dimenticandosi che una banca il partito ce l'aveva già ed era il MPS, che controllava di fatto attraverso l'amministrazione comunale e la Fondazione Monte Paschi. Una cuccagna che permetteva di finanziare tutte le attività (e passività) cittadine con un puntuale ritorno di voti. Fino all'incauto acquisto, nel 2007, del Banco Ambroveneto a 10 miliardi di Euro dal Banco Santander che a sua volta ne aveva sborsati 6 qualche mese prima. Col risultato che un'azione MPS che  era quotata allora 3 € ne vale oggi poco più di un decimo. E così la festa è finita. C'è chi si chiede se Profumo riuscirà a portare a termine l'opera del suo predecessore Giuseppe Mussari, di portare al disfacimento il glorioso Monte, che prosperava dall'anno in cui Colombo sbarcò in America: visti i suoi precedenti, è l'uomo giusto al posto giusto. Con la benedizione degli esperti economici del partito degli zombie.

giovedì 10 maggio 2012

Mai morti

Dice Beppe Grillo ai partiti che, se non ci fosse il Movimento 5 Stelle, si beccherebbero i fascisti, come il "Front National" dei Le Pen, il "Fidesz" ungherese o la variante neonazista in salsa tztaztiki di "Alba dorata". E che in Italia è, al contrario, accaduto un piccolo miracolo perché, di fronte alla crisi economica e alle voragini lasciate dalla partitocrazia i cittadini vogliono più democrazia e partecipazione: vero, ma è sbagliato l'assunto iniziale, perché i fascisti in Italia al potere ci sono già. Anzi: come dimostra la storia degli ultimi 67 anni, non se ne sono mai andati. S'erano nascosti, camuffati, riformati, ma sono sempre rimasti lì, pronti a tornare allo scoperto. E' lo Stato, nelle sue strutture, che è rimasto fascista: autoritario, invasivo, immanente; e uguali a quelli del "Ventennio" gli interessi che di fatto è preposto a tutelare, dal capitalismo sovvenzionato alla burocrazia onnipotente, alle corporazioni al Vaticano: anche con la violenza, se occorre. Non è quindi un paradosso che proprio l'Italia, che il fascismo lo ha inventato ed esportato nel mondo, sia un laboratorio di democrazia diretta mentre nel resto d'Europa prendono vigore nazionalismo e rigurgiti di ultradestra: ne è la conseguenza. Fascisti neri, rossi, mafiosi, massoni e preti hanno dominato in Italia da un secolo a questa parte, con rari momenti di tregua. E' il Paese stesso a essere intrinsecamente fascista. L'attuale capo dello Stato ne è il simbolo, con le sue intemerate contro l'"antipolitica" e proprio contro Grillo. E' con questo che dobbiamo fare i conti. Basterà il Movimento 5 Stelle? Non credo. Ma se non altro testimonia che nel Paese scorre ancora della linfa vitale. Non amo Grillo: come Dario Fo è un guitto (in senso positivo), e come tale un egolatra; un generoso arruffone, confusionario, semplificatore ma ha comunque il merito, forse perché è un artista, di vedere avanti, porre problemi e beccare regolarmente in castagna la partitocrazia imbalsamata e corrotta e di dare spazio e fare da megafono a dei giovani che vogliono darsi da fare. Così come gli do atto, forse proprio perché proviene dal mondo della televisione e la conosce bene, di segnalarne gli effetti  devastanti sugli italiani e il loro modo di formarsi un'opinione, e condivido l'avvertimento che dà ai candidati a "5 Stelle" di non farsene fagocitare, raccomandando di non partecipare agli osceni talk show televisivi: già solo il fatto che i pennaioli asserviti li chiamino "salotti" dovrebbe essere un motivo sufficiente per chiunque voglia seriamente occuparsi della cosa pubblica di starne alla larga e sputtanare quelli che ci vanno. Fosse anche "Servizio pubblico", e mi spiace per Sandro Ruotolo e Marco Travaglio, che pure hanno tutta la mia stima. Ma non Santoro.

lunedì 7 maggio 2012

François Buarque de Hollande


Suggerimento musicale ai milanesi

Questa giovane donna è brava per davvero. E anche bella. Chi può, vada a sentirla. E vederla.

Vecchia Bagascia: il ritorno

La Fetentus è davvero una gran brutta cosa. Proprietà, dirigenti, giocatori, allenatori, colori sociali, tifoseria: tutta la sua storia è un inno al latrocinio, alla sopraffazione, alla meschinità; però se quest'anno ha vinto il campionato è stato per merito, perché è stata la migliore di un mazzo assai mediocre e per una volta non ha rubato niente. Fa male, ma bisogna avere l'onestà di ammetterlo. Insomma: bentornata, Vecchia Bagascia! (E stavolta ti tocca pure ringraziare la Beneamata)

domenica 6 maggio 2012

Triple-0

Sognavano il tris, i cugini. Gli abbiamo servito un poker. Grazie ragazzi, due vittorie nei derby che ripagano in parte una stagione di merda. E grazie per aver festeggiato degnamente l'addio al calcio giocato di Ivan Ramiro Córdoba, dopo 12 anni in maglia nerazzurra: rimarrai sempre nel nostri cuori!

Milano da cagare

Dopo i vine bar, i deli, le bakery e le varie eatery, l'ultimo arrivato nell'immaginifico armamentario per denominare i locali che immancabilmente attraggono come calamite il milanese modaiolo e pirla è il concept store, nuovo modo di tendenza per definire un bar da fighetti, un bar che non è solo bar ma che offre un'esperienza, un poco show room, con l'esposizione di qualche prodotto particolare, ovviamente biologico, comunque esclusivo, quattro libri in edizione rilegata sparsi sui tavoli con apparente negligenza, alcune riviste specialistiche, possibilmente di life style. Anche gastronomicamente, il milanese di tendenza, vagamente liberal e lettore di Repubblica, dopo aver adottato il sushi, essersi mitridatizzato con la happy hour, invenzione beceramente  meneghina doc, e assuefatto al brunch domenicale, dopo una biciclettata in centro o una corsetta negli spelacchiati parchi cittadini, ormai non può più fare a meno dei muffin e dei donuts a colazione, possibilmente accompagnati da mocaccino, mentre la nuova moda che impazza è quella dei bagel, che fa tanto Woody Allen, non a caso uno dei loro maître à penser. Manca solo la pizzery, ovviamente solo con farina integrale, di farro o di kamut, ma siamo sulla buona strada.

sabato 5 maggio 2012

Gerusalemme perduta

"Gerusalemme perduta" tratto dal libro di Paolo Rumiz e Monika Bulaj (Frassinelli editore, 2005) su progetto di Aleksandar Sasha Karlic. Regia di Graziano Piazza. Con Elia Schilton, Barbara  Zanoni, Aleksandar Sasha Karlic e Theatrum Instrumentorum & Les Baklava Mystiques (Vangelis Merkouris, Igor Niego, Krasimir Kalinkov, Marco Ferrari. Coreografia, danza e Canto Barbara Zanoni, luci Andrea Mordenti, suono Mustafa Cengic. Produzione Ravenna Festival. Al Piccolo Teatro Studio di Milano.
Una fusione di parole, musica e danza (bravissima Barbara Zanoni, dotata anche di una bellissima voce) in un'atmosfera satura di incenso e con un suggestivo gioco di luci in uno spazio ideale come quello del Teatro Studio: in forma di un'epistola scritta a Gerusalemme  al termine di un viaggio compiuto insieme alla collega e fotografa polacca Monika Bulaj tra Medio Oriente e Balcani, Paolo Rumiz ne racconta a un amico come di "un itinerario alla ricerca delle briciole di dio", là dove le tre religioni monoteiste sono nate e ancora oggi si incontrano e talvolta confondono a dispetto delle rivalità e dei sospetti reciproci: convivono anche se spesso non pacificamente. Un viaggio tanto più necessario in quanto il mondo occidentale ha perso le proprie radici spirituali, e quindi a sé stesso, e con questo il desiderio di vivere e di comprendere. Viaggio verso le proprie origini che assume necessariamente la forma di un pellegrinaggio, perché solo ascoltando la gente, e oltre alle parole la sua musica, che per definizione è un elemento aggregante, si può capirla e quindi cercare di convivere col prossimo. Una salutare celebrazione della tolleranza, che è sempre figlia della conoscenza. Peccato soltanto che a declamare il testo non fosse, come in altre occasioni, lo stesso autore, perché la parte più debole dello spettacolo è consistita proprio nella  sua lettura. 

venerdì 4 maggio 2012

Giulio Cesare

"Giulio Cesare" di William Shakespeare. Regia di Carmelo Rifici. Traduzione di Agostino Lombardo, ideazione e progetto scenico di Marco Rossi e Carmelo Rifici, luci A.J. Weissbard, costumi Margherita Baldoni, musiche Daniele D’Angeloadattamento drammaturgico Renato Gabrielli. Con (in ordine alfabetico) Ivan Alovisio, Marco Balbi, Giulio Baraldi, Elio D’Alessandro, Leonardo De Colle, Massimo De Francovich, Angelo De Maco, Pasquale Di Filippo, Gabriele Falsetta, Marco Foschi, Tindaro Granata, Sergio Leone, Danilo Nigrelli, Rosario Petix, Francesca Porrini, Federica Rosellini, Giorgia Senesi, Max Speziani, Angelo Tronca. Produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d'Europa. Al Teatro Strehler di Milano.
Si trattava del primo Shakespeare per il giovane e valido regista, che avevo già avuto modo di apprezzare la scorsa stagione quando, sempre al "Piccolo", aveva messo in scena "Nathan il saggio" di Lessing, e il "Giulio Cesare" che ha adattato in questa occasione risulta uno spettacolo potente, intenso, di grande impatto, che legge le eterne dinamiche che si svolgono nelle segrete stanze del potere su tre livelli diversi: pubblico, personale e magico. Aspetti che si intrecciano in modo magistrale nella vicenda del complotto che porta alla morte di Cesare e racconta il punto di svolta di un sistema nella sua fase di crisi più acuta, quella del passaggio dalla repubblica all'impero. Sacrificio, quello di Cesare, quasi rituale, della cui ineluttabilità necessaria è per prima la vittima stessa ad essere conscia. Violenza, tradimento, intrigo, manipolazione, segretezza, stregoneria: tutti elementi che da sempre accompagnano il potere, in un viluppo tanto più intricato nelle epoche di crisi, aspetti che, lo diceva Shakespeare oltre 400 anni fa, si ripetono in ogni epoca. Gli attori compaiono in scena con abiti di oggi, giacca e cravatta blu o rossa, una divisa del potere, ma per il resto la tragedia è aderente al testo, che più che moderna è eterna nel suo significato, come eterni e immutabili sono i meccanismi del potere. Tutti bravi gli interpreti, con Marco Foschi (Bruto), Sergio Leone (Cassio) e Danilo Negrelli (Antonio) su tutti. E un Cesare, Massimo De Francovich, "imperiale".

martedì 1 maggio 2012

Rieccolo: per competenza


Mi era chiaro fin dalla sua nomina da parte del più ignobile presidente della Repubblica avuto fin qui in Italia (ma al peggio non c'è mai limite) che il ragionier Monti fosse stato spedito a fare il "lavoro sporco" dal potere finanziario e dai suoi lacché, Mario Draghi alla BCE e la cancelliera Angela Ferkel. E anche che non fosse dotato di particolare acume, come evidenzia la sua loquela robotica. Non sospettavo però in lui una paradossale vis comica che vira al surreale, come ha dimostrato ieri con il conferimento a Giuliano Amato dell'incarico di occuparsi degli interventi sulla spesa relativi al finanziamento pubblico dei partiti e del rispetto dell'articolo 49 della Costituzione, fin qui disatteso, che concerne la loro democrazia interna. Questo nel quadro della cosiddetta spending rewiew, illustrata, manco a farlo apposta, alla vigilia della Festa dei lavoratori, che ha portato alla nomina di Enrico Bondi, l'amministratore delegato che ha rimesso in sesto i conti Parmalat dopo il crack, a commissario straordinario per i tagli di spesa. Vogliono farlo passare per un intervento sul fronte della crescita, in realtà si tratta di trovare da tagliare 4,2 miliardi di euro di spesa pubblica, quanti dovrebbero bastare per evitare l'aumento dell'IVA in autunno che, impattando catastroficamente sui consumi, avrebbe questo sì effetti sicuramente recessivi. Ma torniamo al nostro eroe, Giuliano Amato, detto Eta Beta, un uomo da 1047 euro al giorno: tanto incassa costui tra pensione di ex professore universitario, ex componente della Commissione Antitrust (ne fu a capo dal 1994 al 1997, con i risultati che abbiamo sotto gli occhi) e vitalizio come ex parlamentare (5 legislature). Come se non bastasse, l'ex premier (due volte) e ministro (due volte al Tesoro, una all'Interno) è presidente della Treccani e senior advisor della Deutsche Bank. Un recordman, ma svolgerà l'incarico a titolo gratuito, assicura il ragionier Monti. Forse non tutti si ricordano chi sia costui, a cui Eugenio Scalfari, uno dei suoi fan, ha affibbiato il soprannome di Dottor Sottile: deputato del PSI dal 1983 al 1994, fu consigliere economico di Bottino Craxi al tempo dei governi CAF, che scavarono una voragine nei conti pubblici causando il debito astronomico che portiamo sul groppone ancora adesso (siamo a 1935 miliardi, qualcosa come 32 mila euro a cranio che gravano su ogni cittadino, neonati compresi); fu colui che nel 1992 impose per decreto, primo nella storia repubblicana, un prelievo forzoso sui conti correnti del 6 per mille per un “interesse di straordinario rilievo”, in relazione ad “una situazione di drammatica emergenza della finanza pubblica”, ossia il buco creato dai governi Craxi, Goria e De Mita di cui lui stesso aveva fatto parte. Nello stesso autunno, dopo l'uscita della lira dal Sistema Monetario Europeo e la sua conseguente, forte svalutazione, varò la manovra, rimasta famosa, da 93 mila miliardi di lire (tagli di spesa ma soprattutto incrementi d'imposta, tanto per non sbagliare) nonché la prima riforma delle pensioni: un Lafornero ante litteram, insomma. L'uomo giusto al posto giusto: uno che per oltre 15 anni è stato alto dirigente fino a vicesegretario di un partito, il PSI, in cui si rubava a man bassa, ma a sua insaputa. La ricetta, tutta italiana, e fatta propria da Napolitano per uscire dalla crisi: affidandone la soluzione (si fa per dire) a chi l'ha causata. Siamo un Paese fantastico.