sabato 31 dicembre 2011

Ei fu

Ha tirato le cuoia a 91 anni stamattina a Milano Don Luigi Verzé, il prete bancarottiere fondatore dell'Ospedale San Raffaele nonché dell'Università Vita-Salute dallo stesso nome. L'unico rimpianto è che questo personaggio non abbia pagato con un solo giorno di galera tutte le operazioni truffaldine che ha messo in piedi nel corso della sua lunga esistenza e che l'avrebbe fatta franca anche questa volta, benché pescato con le mani nel sacco, vista la sua tarda età. Vogliamo ricordarlo così, assieme ai suoi amici e sodali in piacevole relax nella fazenda brasiliana di sua proprietà e con questo post, scritto un anno e mezzo fa, dedicato a chi gli ha tenuto bordone dandogli credibilità e rendendosi sostanzialmente complice. Si intitolava "Gli stupefatti caduti dal pero e gli utili idioti"
Sarà anche vero che tira aria di tramonto di un’epoca, tra vicende da basso impero, decomposizione della classe dirigente e con essa lo sfaldamento dell’intero paese, e che in attesa  del crollo dopo nemmeno un ventennio di quella che è stata chiamata con un trito luogo comune Seconda Repubblica, come titola in prima pagina oggi “Il Fatto” riferendosi al Banana, lo stanno mollando proprio tutti, compresi i tifosi del Milan, notoriamente pazienti come Giobbe. Mi chiedo però dove abbiano vissuto finora certi personaggi, che paiono caduti improvvisamente dal pero. Non mi riferisco agli editorialisti del Corriere della Sera come Battista, Franco, Galli della Loggia seguiti dalla schiera di pompieri di pronto intervento di via Solferino, che sembrano accorgersi soltanto ora, ma sempre con la dovuta cautela, che il governo è in sostanza un comitato d’affari (perlopiù illeciti) e che ministri e sottosegretari finora costretti alle dimissioni perché beccati in castagna sono stati scelti da Berlusconi in persona e non dallo Spirito Santo, quanto a persone come la professoressa Roberta De Monticelli, docente di filosofia della persona alla Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano, che ha scritto una lettera indignata ai giornali (“Non in mio nome”, che originalità) per lamentarsi del trattamento di favore che l’ideatore e rettore della stessa, Don Luigi Verzè, ha riservato a Barbara Berlusconi, figlia del premier, in occasione del conferimento della laurea (triennale, a 26 anni: non un fulmine di guerra, la ragazzona, nonostante il 110 e lode). Forse la professoressa, peraltro non nuova a episodi di protagonismo, immersa nella speculazione filosofica ha vissuto finora nell’empireo e in sette anni che si trova alle dipendenza di Don Verzè non si è resa conto di chi sia questo signore (conosciuto a Milano anche come Don Merdé, perché capace di trasformare in oro perfino il letame), sodale ieri di Craxi e oggi del suo degno successore Berlusconi, e di cosa sia il San Raffaele. O forse non se lo è mai chiesto. E questo non va certo a suo merito e sua discolpa. Lo sa però perfettamente bene un opportunista di lungo corso come Massimo Cacciari, suo collega nel medesimo ateneo, filosofo prestato alla politica, già parlamentare del fu PCI per due legislature e per dodici anni sindaco di Venezia, periodo per cui non può dirsi esente da responsabilità per la trasformazione della città in una via di mezzo tra un suk mediorientale e Disneyland e della Laguna in un cesso. A proposito dell’instancabile e poliedrico barbudo dall'occhio ceruleo, eccolo affiancare alle sue svariate attività, tra cui insegnare estetica alla università del discusso prete che definisce Berlusconi come un dono di dio all'Italia e tenere saltuariamente sull’Espresso la rubrica “Parole al vento”, testatina quanto mai felicemente programmatica, quella di cofondatore dell’ennesimo “laboratorio di idee” e “movimento” allo stato potenziale (o nascente, come direbbe Alberoni), battezzato Verso Nord, che nel Veneto di Zaia si propone come l’anti-Lega mettendo insieme delusi del Pd e del Pdl, del resto così uguali da distinguerli soltanto per la elle. Quest’altra compagnia di giro, con dichiarate ambizioni da "Terzo Polo", verrà presentata in pompa magna all’inclito pubblico venerdì pomeriggio a Villa Braida di Mogliano Veneto, in provincia di Treviso, un albergone solitamente usato per matrimoni e banchetti di parvenu di provincia, e affittata per l’occasione a questa pattuglia di  bagonghi in libera uscita. L’invito a chi transitasse da quelle parti per l’occasione è di spernacchiare e bersagliare di uova marce questi perdigiorno. Mentre Cacciari è una causa persa e non fa che confermasi quello che è sempre stato, un velleitario pseudoprogressista da salotto dalla parlantina brillante e acrobatica, buona per incantare studentesse stordite e signore bene in fregola, arrogante e spocchioso quasi quanto il suo compare e amico D'Alema, in una parola un trombone attaccato al potere e pronto al compromesso, alla improvvida professoressa suggerisco di dimettersi prontamente dal corpo docente del San Raffaele, perché alla resa dei conti, quando questo teatrino buffonesco salterà finalmente per aria e questo Paese  tornerà forse in sé riacquistando un minimo di dignità, sarà meglio passare per sprovveduti anziché per complici o utili idioti.

mercoledì 28 dicembre 2011

La sparizione delle zuccheriere

ZuckerstreuerMentre l'Unione Europea si trastulla con le misure anticrisi non sapendo che pesci pigliare, incapace di prendere una decisione, il suo elefantiaco apparato burocratico è instancabile nel produrre direttive demenziali e paternalistiche, che oltre a trattare i cittadini come dei deficienti non hanno altro scopo che favorire lobby e potentati  industriali a scapito della libertà individuale e della produzione artigianale. Anche se gli ignari consumatori non se ne rendono conto, esistono norme precise sulla misura di fragole o pomodori nonché sulla curvatura e il calibro di cetrioli e carote: le conoscono perfettamente i produttori, specialmente quelli di merce plastificata e uniformata reperibile sugli scaffali dei supermercati, a scapito di ortaggi e frutta più "ruspante", e lo stesso vale per le carni: ormai non se ne trova che non sia adulterata in partenza, ma si riempiono la bocca di sicurezza alimentare e norme igieniche. E' che ormai non ci facciamo più caso: assuefatti all'ortaggio, al frutto, alla bistecca usciti dalla catena di montaggio, uniforme, senza difetti, col suo bel colore sgargiante e il sapore invariabilmente chimico, quello che troviamo sugli alberi o in un campo lo consideriamo uno scarto, nemmeno degno di comparire sui banchi dei negozi, salvo in qualche mercato contadino di quelli a "chilometro zero" che cominciano a diffondersi. Da quando ho deciso di tenere un minimo sotto controllo la glicemia, dimezzando lo zucchero, ossia mezza bustina per tazzina di caffè, ho cominciato a rendermi conto da un lato che erano sparite le zuccheriere e dall'altro dello spreco immane, di zucchero e di carta: guardandomi attorno ho notato che in media tre persone su quattro non utilizzano tutto il contenuto della (o delle) bustine. E questo non sarebbe una follia? E a vantaggio di chi? Incuriosito, scopro che la sparizione delle zuccheriere è dovuta a una direttiva dell'UE di dieci anni fa, che ha ricevuto attuazione nella Terra dei Cachi (e della "tazzina") col d.l. n° 51 del 20 febbraio del 2004. Se la ratio della norma era l'igiene, cosa vietava di multare quei bar che mettevano sul banco dei contenitori indecenti? O di usare degli spargizucchero con dosatore, chiusi e a prova di "contaminazione", come tuttora si utilizzano in Austria o Germania, che pure mi risultano fare parte della UE come l'Italia? Più in generale, perché l'UE o una qualsiasi autorità deve impedirmi di "avvelenarmi" come credo? Senza contare che mi sento perfettamente in grado di giudicare da me il livello di pulizia e di servizio di un locale pubblico: se non mi soddisfa, giro sui tacchi e rinuncio al caffè. La normativa imbecille fa il paio con quella che impone ai Bed and Breakfast di offrire una colazione esclusivamente composta da alimenti confezionati e sigillati, col risultato che a Palermo o ad Aberdeen si è costretti a inghiottire la stessa merda comprata al supermercato o discount più vicino e uguale in tutto il continente: le stesse identiche marche di burro, marmellata, corn flakes americanizzanti, müsli posticcio ma dietetico e l'immancabile Nutella, in microconfezioni da 20 grammi. Di questa Europa faccio volentieri a meno, mentre nei settori dove sarebbe indispensabile, dalla politica economica e fiscale, a quella estera a quella della difesa, risulta latitante o impotente.

lunedì 26 dicembre 2011

Con l'antitaliano Bocca se n'è andato uno degli ultimi patrioti

"L'Antitaliano" se n'era andato già col numero 49 de L'Espresso dell'8 dicembre scorso: l'ultima volta che la sua storica rubrica è apparsa sul settimanale di cui era "la prima pagina scritta", come ha ricordato il direttore Bruno Manfellotto (quella disegnata è la vignetta di Altan), è stata sul numero precedente. Fedele lettore dell'Espresso da quarant'anni, me ne ero  accorto subito perché era sempre il primo pezzo che leggevo, l'appuntamento del venerdì, e solo per una sorta di scaramanzia ho evitato di scrivere un post dal titolo "Come sta Bocca?" Ieri si è spento a 91 anni, nella sua casa di Milano dopo una lunga, intensa, bella esistenza, vissuta da protagonista e testimone del nostro tempo fino all'ultimo. Giorgio Bocca, già comandante di divisione delle formazioni di Giustizia e Libertà, esponente di spicco del Partito d'Azione, senza farsi mai tentare dalla carriera politica, ha raccontato da giornalista come nessun altro nelle sue inchieste per Il Giorno le trasformazioni dell'Italia del Dopoguerra e i cambiamenti di un Paese di cui ha sempre descritto con grande onestà intellettuale fino all'ultimo le contraddizioni, i pregi e i difetti, questi ultimi visti col passare degli anni con lucido pessimismo come una tara congenita. Nel 1976 fu tra i fondatori di Repubblica, di cui fu editorialista, così come dell'Espresso, fino a poche settimane fa. Ho avuto la fortuna di conoscerlo e per me è stato sempre un esempio, un punto di riferimento e una certezza, come giornalista e come uomo, una sorta di padre putativo. Una delle rare persone ai cui funerali sarei tentato di partecipare, se non fosse che temo il momento degli applausi alla bara  (a meno che il rude ma a suo modo dolce montanaro che è sempre stato non abbia disposto di prendere a calci nel culo che ci si provasse). Preferisco ricordarlo con uno degli ultimi editoriali dell'"Antitaliano", "Il bel paese dov'è difficile vivere", apparso sull'Epsresso del 28 ottobre scorso. Ciao, comandante.



I vescovi ci invitano ad avere speranza. Ma l'impressione generale è che sia troppo tardi per venir fuori dalla palude. Manca infatti una volontà diffusa di cambiare. E si confida troppo nello "stellone" per uscire dai guai.
Dicono che bisogna credere nel futuro, in un futuro diverso, migliore di questo presente, di questa marmellata di cose, oggetti, bisogni fra cui strisciamo. Non c'è neppure odio per le generazioni che ci hanno condotto in questa palude. Certo hanno mal governato il paese, lo hanno compromesso, hanno lasciato crescere la malavita, hanno dato ai cittadini un'unica morale, un'unica aspettativa: rubare allo Stato dove si può, finché si può. 
Che altro vogliono dire i vescovi quando lamentano la mancanza di etica della nostra società, la mancanza di buone regole, di buoni comportamenti? L'impressione generale, scoraggiante, paralizzante è che sia troppo tardi per venirne fuori, le complicità sono troppe, le malversazioni di massa soffocanti, le occasioni di riscatto rare: non c'è un prevedibile 25 luglio per l'arresto del tiranno, non c'è un 8 settembre per l'inizio della guerra partigiana, non c'è un'occupazione straniera di cui liberarsi. 
Sono le grandi dimensioni dei nostri attuali vizi, delle nostre pigrizie, delle nostre cattive abitudini a imprigionarci. Questa volta i "mille" del coraggio e dell'avventura sembrano scomparsi. 
Ogni sera gli italiani che ancora desiderano vivere in una libera democrazia si chiedono quanto durerà questo decadimento, questa resa al peggio, e se questa rinascita è realmente possibile o un vano desiderio che si rinnova di generazione in generazione. Il capo della polizia borbonica non accoglieva a Napoli il liberatore Garibaldi per disarmarlo, non consegnava la guida dell'ordine pubblico ai capi della camorra? Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa non è l'eterna vittoria dei reazionari? 
Nella mia vita ho visto cadere alcuni regimi autoritari, a cominciare da quello fascista, quasi sempre per autodistruzione. Le sedi dei partiti restavano aperte ma vuote, gli iscritti buttavano via le tessere e i distintivi, ritornavano i vecchi partiti guidati dai revenant, dai politici di ritorno.
Ci risiamo? Ogni sera agli italiani si chiedono quando avverrà, come andrà a finire. Che fare? Mandare in galera tutti i ladri? Si organizzerebbero subito come il partito più forte del paese e comunque le prigioni non basterebbero. Fare l'ennesima rivoluzione gattopardesca, cambiare tutto perché nulla cambi? L'ennesima rivoluzione per finta, con i furbi e i ladri lesti a tornare al potere? Sono i grandi numeri, le grandi dimensioni di questa società a impedire che cambi veramente. 
Nei primi anni della repubblica un giornalista napoletano di nome Guglielmo Giannini inventò "l'uomo qualunque" un movimento insensato, nemico della politica ma con la pretesa di fare la migliore delle politiche. Arrivò a vendere 700 mila copie e fu ucciso dal suo successo senza sbocco: non aveva un progetto fattibile, scomparve senza lasciare traccia se non nella sua inconsistenza, nella sua volgare utopia. 
Il difetto vero degli italiani lo aveva colto Leopardi quando denunciava la mancanza di un'opinione pubblica capace di una scelta etica. L'ultima illusione è stata quella della guerra partigiana: guerra di popolo per la libertà e la giustizia che diede al paese un forte impulso riformatore, durato mezzo secolo, una volontà di diventare finalmente un paese democratico. Quest'ultima illusione sembra davvero consumata. 
Il paese è bello, ricco di beni naturali, ma è molto difficile viverci per l'anarchia di chi ci abita. Per l'illusione costante di poter migliorare la società senza disciplina e senza sacrifici, per l'idea assurda che esista uno "stellone", una garanzia di fortuna che spontaneamente risolve i problemi del paese.


mercoledì 21 dicembre 2011

Scongelati?

Milito tra Álvarez e Pazzini, il "Trio Lescano" dell'attacco nerazzurro tornato al gol
Nella notte più lunga dell'anno, quella del solstizio d'inverno, la Beneamata sembra aver tolto  dal surgelatore i suoi ibernati attaccanti ed essersi messa sulla linea di decollo, dopo una prima parte della stagione sconcertante. Il recupero della prima giornata di campionato, slittata alla vigilia delle festività natalizie per lo sciopero indetto dal sindacato calciatori in agosto, ha visto un'Inter determinata a conquistare i tre punti, all'attacco fin dall'inizio, schierata con due punte, il rientrante Forlan al posto di Milito, a far coppia con Pazzini e sulle ali Álvarez e Faraoni. Eppure è stato un buon Lecce, a parte la difesa ballerina davanti al pur valido Gabrieli, a passare in vantaggio al 20' con Muriel volato sul filo del fuorigioco a buttare in rete una splendida palla in verticale di Obodo dopo aver dribblato Lucio e Samuel. Da lì al pareggio di Pazzini, che anticipava Tomovic e Gabrieli in uscita al 34' su cross di Maicon (che finché ha fiato fa la differenza: poi gli subentra Nagatomo nelle incursioni in avanti) ci sono stati 4 legni da parte dei nerazzurri, a conferma che dall'inizio di questa annata anche la sfiga ha avuto la sua parte: palo e traversa di Forlan, un'altra traversa di Pazzini su cross di Maicon, infine deviazione sul palo di Samuel di testa. Nella ripresa Ranieri inseriva Cambiasso per Faraoni e Milito per Forlan e il "Principe" interrompeva un digiuno di tre mesi con un gol dei suoi, con finta, raccogliendo un lancio di Álvarez al 4'; per poco non ne segnava un altro, parato da Gabrieli: si è mosso bene. Il Lecce non demordeva e per un quarto d'ora metteva sotto i nerazzurri, la cui difesa ballava alquanto (Lucio soprattutto non era in serata) finché Ranieri non sostituiva Pazzini con Obi al 27' e la musica cambiava nuovamente: un minuto dopo era Cambiasso a siglare il 3-1 su cross da sinistra di Nagatomo dopo azione insistita e ancora il piccolo grane Yuto, ormai un beniamino dei beneamanti per la sua generosa caparbietà (e le buone doti di piede: abbiamo finalmente in squadra gente che sa fare dei lanci: se le punte sono ispirate, hanno pane per i loro denti) e al 36' segnava anche Álvarez, alla sua prima rete nel campionato italiano, che era stato relegato sull'out destro perché in preda ai crampi, sempre su lancio da sinistra di Nagatomo. Lui e il giapponese i migliori in campo, poi Juilio Cesar e il sempiterno Zanetti. Un po' sotto tono Motta, che ha cercato disperatamente di farsi ammonire per scontare poi la squalifica nel prossimo turno casalingo col Parma il 7 di gennaio: in quello successivo c'è il derby, ospiti dei cugini... Guida, che ha arbitrato dignitosamente, non ha voluto sentirci e non gli rimaneva che segnare per festeggiare togliendosi la maglia: in tal caso l'arbitro avrebbe dovuto estrarre il cartellino giallo! Forse è il caso di fare prolungare al buon Thiago le vacanze natalizie in Brasile. Ridendo e scherzando, siamo a otto punti dalla vetta, a sei dalla "zona Champions" ed è ornato in attivo, per la prima volta dall'inizio della stagione, il bilancio delle reti fatte e subite: siamo a +3. Rimaniamo in fiduciosa attesa del rientro di Snejder.

domenica 18 dicembre 2011

E' morto Havel, il presidente-poeta: l'utopia al potere

Vacklav Havel tra Mick Jagger e Keith Richsrds. Ai lati, Bill Wyman e Ronnie Wood
E' morto stamattina nella sua casa di Hradecek, nella Boemia nordorientale dove si era ritirato, Vaclav Havel, 75 anni, figura chiave della battaglia non violenta contro il regime comunista, che lo incarcerò a più riprese per un totale di cinque anni dopo la "Primavera" del 1968, protagonista, insieme a Lech Walesa, dei movimenti del 1989 che sconvolsero l'Europa centro-orientale, ultimo presidente della  Cecoslovacchia dopo la "rivoluzione di velluto" dell'autunno dello stesso anno e primo presidente della Repubblica Ceca in seguito  alla separazione consensuale, anche questa da lui gestita pacificamente, con la Slovacchia nel 2003. Uomo dotato di grande ironia, fu uno dei massimi drammaturghi del suo Paese, autore del teatro dell'assurdo e al contempo ispiratore prima del movimento dissidente "Charta 77", poi leader del Forum Civico nella fase finale del potere filosovietico. Scrisse un'opera fondamentale, "Il potere dei senza potere", un'analisi lucida e precisa dei sistemi totalitari, in cui teorizza l'uscita dai sistemi che definisce post-totalitari, ma che vale anche per quelli post-democratici dell'Occidente, attraverso una rivoluzione esistenziale che ruota attorno al tema della verità e della responsabilità del singolo, e che considero di grande attualità. Una rivoluzione esistenziale che è «soprattutto prospettiva di una ricostituzione morale della società, cioè di un rinnovamento radicale del rapporto autentico dell'uomo con quello che ho chiamato "ordine umano" (e che non può essere sostituito da nessun ordine politico). Una nuova esperienza dell'essere; un rinnovato ancoraggio nell'universo; una riassunzione della "responsabilità suprema"; il ritrovato rapporto interiore con l'altro uomo e con la comunità umana - ecco la direzione...». Beppe Severgini, che nel 1989 segui da inviato per  il Giornale allora diretto da Indro Montanelli la "rivoluzione di velluto", lo ricorda così, raccontando i retroscena di una intervista concessagli nel 1990 da Havel una volta diventato presidente; io lo ricordo, perché c'ero, al gigantesco stadio di Strahov la sera del 18 agosto del 1990, in occasione del concerto praghese dell' Urban Jungle Tour dei Rolling Stones: "I tank russi se ne vanno, arrivano gli Stones" era scritto sui manifesti che tappezzavano la città. Li aveva voluti Vaclav Havel.

sabato 17 dicembre 2011

venerdì 16 dicembre 2011

Pinzillacchere Napolitane


Mentre il governo Monti è in procinto di veder approvata la manovra economica che è la sua ragion d'essere dal Parlamento più screditato della storia repubblicana, la vaselina viene cortesemente fornita, ad ampie dosi e gratuitamente, dal Presidente della Repubblica, main sponsor dell'esecutivo tecnico in carica. Ben due gli interventi odierni del capo dello Stato sulla necessità di sacrifici da parte "dell'Italia intera", che sono richiesti, quindi, «anche agli italiani dei ceti meno abbienti, perché si facciano le scelte indispensabili al fine di preservare lo sviluppo della nostra economia». Già l'idea di "preservare lo sviluppo" in una fase di conclamata recessione sembra una barzelletta prima ancora che una dolce chimera, a maggior ragione in presenza di misure che nulla incidono in termini di crescita; ma notate come si insinua in modo untuosamente indolore quel piccolo, lieve, apparentemente inoffensivo anche nelle parole di Giorgio Napolitano, quasi a suggerire, in maniera subliminale, che se la gran parte dei provvedimenti colpisce il corpaccione della società italiana, compresi, proprio perché non nominati, i ceti più abbienti, "in via del tutto eccezionale", considerato lo stato di necessità (e urgenza, si potrebbe aggiungere), questa volta dovranno pagare anche, nel senso di perfino, i ceti più poveri. Potenza delle parole, in questo caso avverbi, quando vengono usate con la squisita e sobria eleganza propria di Re Giorgio, il Quiet Power Broker.

mercoledì 14 dicembre 2011

Sogno di una notte di mezza estate

"Sogno di una notte di mezza estate" di William Shakespeare. Traduzione di Dario Del Corno, regia di Elio De Capitani. Con Ferdinando Bruni, Elio De Capitani, Corinna Agustoni, Sara Borsarelli, Carolina Cametti, Sahar Nicolucci, Vincenzo Giordano, Loris Fabiani, Giuseppe Amato, Andrea Germani, Marco Bonadei, Federica Sandrini. Scene di Carlo Sala, costumi di Ferdinando Bruni, musiche originali di Mario Arcari, coro nella Notte di Giovanna Marini, luci di Nando Frigerio, suono Giuseppe Marzoli. Produzione Teatridithalia.
Il Sogno sta al Teatro dell'Elfo quanto l'Arlecchino sta al "Piccolo": ne è il cavallo di battaglia e non manco di rivederlo fin dalla prima edizione, in versione musical, del 1982. I due "stabili" milanesi hanno in comune anche il fatto di essere "generazionali" e caratterizzati da una forte impronta politica: mentre il Piccolo è stato il simbolo dei fermenti del secondo dopoguerra, fino a raggiungere una meritata fama mondiale, l'Elfo, nato nel 1973, è stato il cuore della Milano "alternativa" che ha avuto le sue radici nel 1968. La rappresentazione a cui ho assistito ieri sera, già messa in scena all'inizio dell'estate dell'anno scorso, costellata da applausi a scena aperta e salutata alla fine con ovazioni da parte di un pubblico divertito ed entusiasta, ha rasentato la perfezione. La commedia, nel suo oscillare tra sogno e realtà, muovendosi su diversi livelli, compreso quello del teatro nel teatro (il tentativo di mettere in scena un farsesco "Piramo e Tisbe" da parte di Bottom, qui Elio De Capitani in versione cuoco e con accento bergamasco, in occasione del matrimonio fra Teseo, il duca di Atene, e Ippolita, regina delle Amazzoni) e gli incantesimi che subiscono le due coppie di innamorati a opera del puck, il folletto, è un divertissement geniale, che relativizza i grandi sentimenti svelandone l'illusorietà e fuggevolezza, ed è fatto apposta per esaltare il ruolo dell'attore e anche le sue capacità di resistenza fisica: occorre essere degli atleti del palcoscenico. Quelli del gruppo dell'Elfo ne escono alla grande: c'è al gran completo il nucleo storico dei fondatori (a parte Gabriele Salvatores, sempre però vicino al gruppo) e i nuovi membri di quello che è sempre rimasto un collettivo, termine abusato negli anni Settanta e Ottanta ma che si attaglia alla perfezione agli "Elfi". E di elfi, dispettosi e talentuosi, è popolato questo "Sogno", che è incantevole anche nelle brume di inizio inverno. Per chi ne abbia l'occasione, uno spettacolo da non perdere. 

martedì 13 dicembre 2011

Arigatò, Yuto!

Un grande Nagatomo, di testa; un Genoa Mesto. Dopo il recupero al "Ferraris" la Beneamata è sesta in classifica, a un punto dal "fenomenale" Napoli e a -8 dalla Zona Champions League. Le mie fosche previsioni sono state clamorosamente smentite. Andrò avanti a farle. Almeno per scaramanzia.

lunedì 12 dicembre 2011

domenica 11 dicembre 2011

Cretinopoli

Poco più di un mese fa aveva suscitato un certo scalpore l'assalto al Trony Megastore di Ponte Milvio, a Roma, che in occasione della sua inaugurazione aveva lanciato una campagna di vendite sottocosto di prodotti di elettronica di consumo che comprendeva anche gadget elettronici particolarmente trendy e dunque particolarmente ambiti perché creano status: ne avevo parlato qui. Stamattina, per via di un appuntamento, mi trovavo a passeggiare per il centro di Milano, dove a partire dalle 10 già confluivano frotte di coppie e famigliole in preda alla fregola degli acquisti natalizi, quando in via San Pietro all'Orto ho notato una fila lunga una cinquantina di metri la cui coda svoltava in corso Matteotti: persone prevalentemente giovani ma non solo, vestite dignitosamente, senza eccessi, composte, quasi silenziose. Non si capiva dove puntassero: serrande abbassate su vetrine nemmeno illuminate, nessuna scritta visibile. L'amica che era con me pensava potesse trattarsi di un casting (di domenica mattina? Beh, perché no?); a me facevano tornare in mente le code per i sussidi di disoccupazione che si usavano vedere in Argentina nei primi anni del decennio e in parte tuttora (a proposito di default); alla fine abbiamo chiesto delucidazioni e, con sguardi di commiserazione, ci è stato risposto che si trattava di Abercrombie. Con qualche sforzo mnemonico mi è venuto in mente che doveva trattarsi di qualcuno che produce felpe piuttosto dozzinali ma chiassose e alla moda; parlando qualche ora dopo con un mio cugino titolare di figlia quattordicenne sono venuto poi a sapere che si tratta di un brand di stilisti newyorkesi, Abercrombie & Fitch, insomma i Dolce & Gabbana della Grande Mela, che fanno furore tra i teenager, con tanto di commessi fighi e seminudi, musica e spettacolo nei loro show room: lui stesso, speditovi tempo fa a procurare un particolare capo di abbigliamento commissionatogli dalla discendenza, si era imbattuto in una fila analoga, rifiutandosi di metterci piede. Per dire: questa idolatria dell'oggetto da possedere a tutti i costi non riguarda soltanto il macchiettistico coatto romano, ma colpisce inesorabilmente anche i "Brambilla" della calvinista Milano, per quanto "da bere" (o meglio: bevuta), molto più violentemente di qualsiasi crisi, almeno per il momento. Finché non si decide a menare fendenti anche dove evidentemente non lo ha fatto ancora abbastanza e le misure del governo in carica sono state percepite come affettuosi buffetti. Così come in questa meravigliosa città sembra del tutto normale e forse decorativa la patina nerastra di polvere unticcia spessa qualche millimetro che ricopre tutto e che si nota in particolare sulle carrozzerie e i vetri delle auto, e questo nonostante reiterati i blocchi del traffico nel vano tentativo di abbassare le letali soglie di inquinamento che si superano invariabilmente dopo qualche giorno che non avvengono precipitazioni piovose e in assenza di vento, condizione quest'ultima abituale nel centro della Pianura Padana. Ma va bene così: c'è pur sempre tempo e modo perché le cose possano peggiorare. 

sabato 10 dicembre 2011

Nagatomico


Avevo scritto l'altroieri, dopo l'infelice prestazione contro il CSKA, che non mi aspettavo più  di cinque punti nelle quattro partite successive: stasera ne sono già arrivati tre, con la più titolata delle formazioni da affrontare. E' uno di quei casi in cui non si riesce a capire se la vittoria si stata più merito della Beneamata o della pochezza degli avversari: la Fiorentina, pur sovrastante fisicamente, è sembrata messa peggio di noi e le mancavano giocatori fondamentali come Jovetic, Cerci e Montolivo mentre nell'Inter rientravano Maicon e Lucio, con l'esclusione provvidenziale di Ranocchia e Chivu, e la differenza in difesa si vedeva subito. La bella sorpresa sulle fasce: su quella destra impazzavano e di intendevano alla perfezione Maicon e Faraoni, ancora una volta il migliore in campo, veloce, attento, e anche vicino al gol; su quella sinistra bene Coutinho, finalmente messo sull'esterno e non dietro le punte, supportato dall'indomabile Nagatomo. Il problema sono le punte: due centravanti simili che non essendo in forma (sconcertante lo stato di Milito) non si coordinano, finendo di muoversi all'unisono pestandosi i piedi. In questa ottica il rientro di Forlan e il suo utilizzo in coppia col più dinamico dei due paracarri visti ultimamente in attacco è fondamentale. Pazzini almeno ci ha provato: innescato al 4' da un felice lancio di Coutinho, il suo tiro è stato neutralizzato da Boruc. Durante tutto il primo tempo la partita è stata abbastanza equilibrata e gradevole, sbloccandosi solo al 41' quando su cross di sinistra di Coutinho Natali si impappinava permettendo un non facile tocco sotto di Pazzini che evitava l'uscita di Boruc infilando la rete: urlo liberatorio dei non numerosissimi beneamanti presenti, che da tempo immemore non vedevano segnare un nostro attaccante di ruolo. Quanto al risultato, la partita si chiudeva su una'altra incertezzadifensiva dei viola, questa volta al 4' della ripresa, quando Pasqual respinge addosso al sempre caparbio Nagatomo, che di carambola entra quasi in porta con la palla: gol meritato quello di Yuto, perché se non sarà un gioiello di tecnica (ma non così scarso) sopperisce abbondantemente con l'impegno, il dinamismo e la generosità: sicuramente un acquisto più utile, effettuato il gennaio scorso, rispetto ai vari Álvarez, Zarate (entrato nel finale: inguardabile) e l'ormai negletto Jonathan. La partita si chiudeva qui, perché la reazione della Fiorentina era poca cosa, ma Pazzini faceva in tempo a mangiarsi altri due gol fatti nel finale: nella prima occasione, al 32', errore doppio, con Muntari (entrato al posto di Coutinho) che calciava malamente fuori a botta mentre Pazzini non riusciva ad arrivarci, a portiere battuto; la seconda, sempre su assist di Muntari, al 40'. Ecco. non mi è piaciuto che parte del pubblico beccasse il ghanese ogni qualvolta toccava palla: reduce da un lungo inforunio, è un altro che non avrà i piedi fatati, ma polmoni d'acciaio sì: è bene non scordarsi che il boun Mou lo utilizzava spesso quando c'era da dare nerbo a centrocampo, e fino a prova contraria ci azzeccava spesso. Qualcosa di più di un brodino, questa volta: se usciremo indenni a Genova nel recupero di martedì e le prossime due a Cesena e col Lecce a San Siro dovessero portare altri sei punti, l'inseguimento del terzo posto finale (francamente l'unico obiettivo ragionevolmente plausibile in campionato) potrebbe essere avviato con qualche possibilità di riuscita.

giovedì 8 dicembre 2011

INTER-detto

Diego Alberto Milito dopo aver centrato la traversa in INTER-CSKA
Siccome ieri sera avevo amici a cena, ho seguito soltanto di sguincio l'ultima, platonica partita del girone di qualificazione di Champions League che vedeva la Beneamata, già qualificata al primo posto per gli ottavi, impegnata nella platonica partita contro il CSKA Mosca: quanto mi è bastato per constatare quanto già sapevo sulle condizioni penose dei nerazzurri e l'avventatezza del nuovo tecnico che, in un incontro che poteva essere considerato come un utile test-allenamento per le seconde file, non ha praticamente effettuato turn over salvo che per il portiere, in particolare insistendo sul trio di seniores argentini, Samuel, Cambiasso e Zanetti. The Wall a serio rischio di reiterazione di infortunio, El Cuchu e El Tractor, peraltro i migliori in campo insieme al giovane Faraoni, a immagazzinare altro acido lattico nei muscoli, e questo in vista dei prossimi quattro impegni in dieci giorni: pura follia. Eppure quella dell'Inter è stata la miglior prestazione dal primo tempo con la Juventus in qua, ossia negli ultimi quaranta giorni: ha tenuto dignitosamente il campo nei primi 45', controllando agevolmente il CSKA, cui toccava fare la partita avendo la vittoria come unico risultato utile per avere la possibilità passare il turno. Missione alla fine compiuta, grazie alla pochezza dei nostri attaccanti e in particolare al tragico stato di forma del "Principe" delle nostre punte: dopo il fulmineo uno-due a inizio ripresa, con Cambiasso che pareggiava a stretto giro di posta il gol di Doumbia al 5', al 41' Milito, pessimo anche come uomo-assist, che spediva malinconicamente sulla traversa da due metri, inzuccando sgraziatamente di controbalzo un pallone d'oro ricevuto da Zanetti dopo una devastante discesa che tagliava come il burro la difesa del CSKA; nell'azione successiva i russi guadagnavano un corner e, di testa, non sbagliava invece Berezutski, che svettava in mezzo a una difesa immobile, regalando il passaggio di turno a una squadra già in procinto di entrare nel lungo letargo invernale del calcio russo grazie al pareggio per 0-0 tra Lille e Trabzonspor. Eppure a fine partita ho sentito un Ranieri ridanciano, soddisfatto dei progressi dei suo giocatori, complimentarsi con loro per il raggiungimento degli ottavi di coppa, pronto a minimizzare le difficoltà limitarsi a constatare che così va quando la palla non vuole entrare in rete. Fosse solo questo il problema: in queste condizioni, non mi aspetto più di cinque punti nelle prossime quatro partite. 

mercoledì 7 dicembre 2011

Scialla! (Stai sereno)

"Scialla! (Stai sereno) di Francesco Bruni. Con Fabrizio Bentivoglio, Filippo Scicchitano, Barbora Bobulova, Giuseppe Guarino,Prince Manujibeya, Arianna Scomegna, Vinicio Marchioni, Raffaella Lebboroni,  Giacomo Ceccarelli. Italia 2011 ★★★½
Nel suo film d'esordio Francesco Bruni, conosciuto come "lo sceneggiatore di Virzì", ha dimostrato che si può fare un film ambientato nella Roma d'oggi, parlando di coppie scoppiate, disillusioni politiche e personali, rapporti tra genitori e figli perfino partendo da un'inquadratura del "gazometro" senza rifare Ozpetek o Muccino o Brizzi o ancora scadere nel vanzinismo e senza calcare la mano sul romanesco cinematografaro più del necessario. Tant'è vero che il sempre bravissimo Bentivoglio, protagonista principale assieme all'altro esordiente, Filippo Scicchitano, è Bruno Beltrame, un professore padovano con un passato da autore di racconti, che ha lasciato l'insegnamento, disgustato dall'ambiente, e le velleità letterarie per tirare avanti facendo ripetizioni e scrivendo biografie di personaggi famosi, al momento Tina, una Bobulova per una volta credibile nel ruolo di ex porno star dell'Est ora produttrice di film. Luca, quindicenne ignorante ma intelligente, simpatico, sveglio e fondamentalmente buono è uno degli studenti a cui Bruno da ripetizioni finché la madre, Marina, lo ricontatta per svelargli che è suo figlio e pregarlo di accoglierlo a casa sua per il tempo in cui lei verrà mandata nel Mali per un lavoro da cooperante dove Luca non può seguirla, senza però dirgli della paternità. La vita dell'apatico Bruno viene sconvolta, ma anche Luca impara a conoscere una nuova dimensione: i due, che pur parlano non solo con accenti differenti ma proprio linguaggi diversi, e pur condividendo gli spazi sembrano vivere in mondi paralleli seppur contigui, ma  a comunicare e quindi a convivere, e la pellicola racconta appunto di questo loro avvicinamento attraverso le vicende scolastiche e non solo che accompagnano la loro convivenza, fino alla inevitabile rivelazione della loro stretta parentela. Lo fa senza pregiudizi ideologici, senza giudicare, con umorismo ma senza scadere nel banale e nella volgarità: non la solita commedia generazionale. Onore al merito, nemmeno una scena di festa o discoteca in cui si balla: cosa più unica che rara in un film italiano d'oggi. Convincente.

martedì 6 dicembre 2011

Meglio Krampus



Nei Paesi dell'arco alpino San Nicola, che cade oggi, si festeggia la notte precedente, così come lo scambio dei doni, in tedesco cerimonia di  Bescherung, ciò in cui si sostanzia il Natale, credenti a parte, e che tradizionalmente  avveniva dopo la messa di mezzanotte, viene anticipato alla prima serata del 24 per evitare che i bambini vadano a letto troppo tardi, e non il 25 mattina come nei Paesi latini. In origine, era proprio San Nicola a portare i doni, il 6 dicembre, giorno a lui dedicato: l'usanza di scambiarsi i regali in occasione del Natale è successivo alla riforma protestante, in quanto questa non contempla i santi e dunque non ne festeggia l'onomastico. Baviera, Austria, Svizzera, Tirolo meridionale e anche alcune zone montane del Friuli sono di area cattolica e la sera del 5 la statua del vescovo Nicola che viene portata in processione è accompagnata da un corteo di krampus, mitiche figure demoniache, nella realtà giovanotti travestiti con pelli di animali e maschere diaboliche,  dotati di campanacci che producono un baccano, appunto infernale, con l'intento di spaventare quelli che trovano su loro cammino. La leggenda racconta che durante le carestie gruppi di ragazzotti si travisassero così per rendersi irriconoscibili durante spedizioni che facevano nei villaggi vicini per terrorizzarne gli abitanti e poi razziare le provviste per l'inverno, ma tra di essi si nascondeva il demonio in persona con le sue vere fattezze, riconoscibile soltanto per le zampe da caprone dallo zoccolo fessurato. Era a questo punto che interveniva San Nicola, chiamato per esorcizzarlo, e da allora i krampus lo seguono nella distribuzione di doni, ma rimane nella loro competenza scovare, spaventare e picchiare i "bambini cattivi", punendoli per le malefatte compiute durante l'anno. Cosa che fanno entrando nelle case che trovano sul percorso e con la complicità dei genitori delatori. Assicuro che a cinque o sei anni si va nel panico quando qualcuno di questi mostri entra nelle case, dopo che genitori e nonni hanno cominciato a rendere tesa l'atmosfera  avvertendo che "stanno arrivando i krampus, vi conviene nascondervi", come se non bastassero il clangore delle catene e il frastuono dei campanacci che si avvicina alle porte di casa a fare venire i brividi. Si va a rifugiarsi dunque in qualche nascondiglio (cantina, solaio, in bagno, sotto a un divano, dentro un armadio) ma si viene puntualmente stanati (con la collaborazione dei "grandi"), e la messa in scena diventa ancora più convincente perché i bastardi vengono messi al corrente, a insaputa delle vittime, di alcuni particolari che dovevano rimanere noti soltanto alle persone di famiglia, che sono i veri bastardi e sadici e che ricompensano pure i krampus con uno stamperl schnaps (bicchierino di grappa) e un involto degli immancabili biscotti natalizi, la cui produzione in ogni casa che si rispetti inizia con l'Avvento. Quella di mia madre si avvicinava al mezzo quintale nelle quattro settimane, e lei era pure pasticciera di professione: sono aromi e sapori che fanno parte del mio imprinting così come la figura del krampus. Ed è questa che mi si è affacciata alla mente quando ho visto le immagini del neo ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Elsa Fornero in lacrime mentre annunciava le misure sulle pensioni durante la conferenza stampa di presentazione del "Decreto salva-Italia" da parte del governo presieduto da Mario Monti domenica scorsa. Quello che l'ha preceduto era composto da guitti da avanspettacolo, questi in confronto sono attori shakespeariani di alto livello, entrati in scena al momento opportuno per fare le cose sul serio: una politica di destra regressiva. E' l'unica considerazione che mi sento di fare sulla "manovra" in corso, il resto l'avevo già scritto qui tre settimane fa. Non si sono nascosti, questa volta, e le "misure di risanamento" parlano da sé, senza che occorra analizzarle nei particolari. Va a loro merito: almeno un nemico lo si vede in faccia, quello che sta al governo. Dell'altro, che lo sostiene, si vede soltanto il culo. Si chiama Partito Democratico.




lunedì 5 dicembre 2011

Midnight in Paris

"Midnight in Paris" di Woody Allen. Con Owen Wilson, Rachel McAdams, Michael Stern, Nina Arianda, Marion Cotillard, Kathy Bates. USA, USA, Spagna 2011 ★★  
Un'altra chicca in un periodo felice per le uscite nelle sale prima della valanga di film dozzinali in occasione delle feste natalizie, la 42ª pellicola firmata da Woody Allen, che ritorna nell'amata Parigi, cui dedica una lunga sequenza iniziale di inquadrature da cartolina su un bellissimo tema jazz, prima di raccontare la vicenda fantasiosa di Gil, sceneggiatore di Hollywood con ambizioni letterarie, che si trova nella città in cui vorrebbe trasferirsi insieme a Inez e ai suoi invadenti e reazionari genitori, mentre la fidanzata non vuole saperne, preferendo Malibu e la vita scintillante invece della cultura. Più diversi non potrebbero essere e Gil se ne rende progressivamente conto viaggiando nel tempo, perché perdendosi nelle strade di Parigi, dopo una serata di degustazione di vini in cui si è lasciato andare, sotto Montmartre viene invitato a salire su un taxi d'epoca e si trova a incontrare e poi frequentare di persona  personaggi della Ville Lumière degli anni venti, l'epoca da lui prediletta, da Francis Scott Fitzgerald a Hemingway, da Elliot a Buñuel a Gertrude Stein a cui fa leggere il suo manoscritto e che lo incoraggerà. La cosa si ripete alla mezzanotte in punto dei giorni successivi e, rassicurato sulle sue qualità di scrittore (messe indubbio e comunque considerate inutili dalla venale fidanzata e dai suoi ignoranti genitori) finisce per innamorarsi di Adriana, già amante di Modigliani, Picasso e Hemingway, che lo contraccambia ma che a sua volta considera come età dell'oro non quella in cui vive lei ma quella della Belle Époque, dove entrambi saranno catapultati "Chez Maxime" e al "Moulin Rouge", e dove Adriana preferirà rimanere. Il film è pieno di humour non banale, come nella miglior tradizione di Allen (rivisto in gran forma) e al contempo profondo, trattando le insicurezze dell'artista, i rapporti personali, quello tra la realtà in cui si vive e le proprie aspirazioni più, con lievità e acutezza, il tutto in un meccanismo narrativo perfettamente congegnato, girato con mano sicura: alto artigianato del cinema. Merita.

sabato 3 dicembre 2011

Zebre volanti su un campo di patate

INTER-UDINESE 0-1 - La sconfitta era nell'aria. Che l'Udinese sia più forte dell'Inter lo dice la classifica, lo confermano i numeri dei gol fatti e subiti, la qualità del gioco: sotto la direzione di Franz Guidolin quello dei friulani era il migliore per qualità in Italia già l'anno scorso, e si è confermato tale anche in questa stagione, almeno finora, pur con giocatori diversi. Uguale il tecnico. E identica la politica societaria, che porta invariabilmente i bianconeri ad avere il bilancio in attivo. Per scaramanzia questa volta non sono andato a San Siro: dal vivo ho patito troppe volte l'Udinese come bestia nera, in più l'incontro con la squadra di Furlanìa dilania il mio cuore nerazzurro per via delle mie origini nella piciule patrie: una sofferenza comunque, addolcita in questo caso dal primato in classifica delle "zebrette". Il primo tempo è stato equilibrato: attacco a due punte (spuntate), Milito e Pazzini per l'Inter, che però si davano da fare pur non rendendosi mai davvero pericolose; più pungente l'Udinese in tre-quattro contropiedi, protagonisti Di Natale e Torje; pessimi i guardalinee che fischiavano due fuorigioco inesistenti a Di Natale (e uno a Milito). Nell'Inter Ranieri metteva titolare dall'Inizio Faraoni, che aveva giocato gli ultimi 5' nelle ultime due uscite, in cui mi era piaciuto: tenuto sull'out destro, è stato il miglior nerazzurro nei primi 45', confezionando almeno tre assist perfetti e rivelandosi capace di tirare calci d'angolo degni di Snejder; si è confermato un pippone Álvarez: lento, impreciso, capace di giocare solo di mancino, e che ha il vizio di accentrarsi invece di allargare il gioco: puntualmente sostituito nell'intervallo con Nagatomo, che fungeva da esterno sinistro. Purtroppo nella ripresa le punte dell'Inter sparivano del tutto mentre l'Udinese avanzava di una ventina di metri il baricentro cominciando a pressare seriamente: questo metteva in apprensione centrocampo e difesa della Beneamata, che dava evidenti segni di confusione e carenza di energie: cominciavano a sbagliare perfino Faraoni e Chivu, fin lì i migliori in campo (il rumeno un po' troppo falloso). A rendersi pericolosa è solo l'Udinese, che prende in mano le redini del gioco e si muove a memoria. Doppio cambio Zarate per Faraoni (che aveva preso a zoppicare) e Floro Flores per Torje, e qui Guidolin vinceva la partita. L'argentino si confermava "veneziano", il napoletano il miglior perno possibile tra di Natale e Isla: su una combinazione di questi tre l'Udinese passava al 27', dopo un'altra occasionissima non sfruttata sempre da Isla che passava a Di Natale invece di tirare. Devastante Arnero sull'out sinistro, ottimi Benatia sia dietro sia nelle incursioni davanti, esemplare Danilo, un vero "libero", ottimo acquisto. Dal gol dell'Udinese in poi l'arbitro Gervasoni va definitivamente in palla confusione e non tiene più la partita, lasciando correre quando non dovrebbe e interrompendola ad minchiam. Ineccepibile il rigore concesso all'Udinese al 39' per fallo di Zanetti su Asamoah (doppia ammonizione per il capitano che viene espulso, se non ricordo male, per la seconda volta in carriera) ma Di Natale, esausto, se lo fa parare da Julio Cesar, che si rivelerà il migliore dei nostri; quattro minuti dopo, Gervasoni ne cicca un'altra concedendo un rigore all'Inter per un inesistente fallo di Ferronetti su Milito. Va sul dischetto Pazzini e scivola miseramente mandando sopra la traversa la chance dell'immeritato pareggio nerazzurro: giustizia calcistica è fatta, nostro malgrado, ma la colpa non era del "pazzo" bensì del terreno sempre più indecente del "Meazza": e pensare che era stato completamente rizollato non più di due settimane fa. E' una scabrosa vicenda, quella del "manto" di San Siro, che va avanti fin dai tempi della copertura dello stadio in occasione dei Mondiali del 1990, e neanche prima era uno splendore: forse il terreno sintetico è l'unica soluzione plausibile, almeno per me che sono contrario all'ipotesi di costruzione dello stadio di proprietà (meglio investire in giocatori freschi e motivati). Fatto sta che i nostri, pur giocando in casa, cadevano come birilli il triplo rispetto a quelli dell'Udinese, che a San Siro giocano due volte l'anno. Sarà un caso?

venerdì 2 dicembre 2011

Le nevi del Kilimangiaro

"Le nevi del Kilimangiaro" (Les neiges du Kilimandjaro) di Robert Guédiguian. Con Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Meylan, Maryline Canto, Grégoire Leprince-Ringuet. Francia, 2011 ★★★½
Il marsigliese d'origine armena Robert Guédiguian è una via di mezzo transalpina fra Paolo Virzì e Citto Maselli, senza le menate intellettualoidi di quest'ultimo e un tocco solare che lo differenzia dalla tetraggine del cinema dei fratelli Dardenne. Il film, lieberamente tratto da "La povera gente" di Victor Hugo, ha per protagonista l'ottimo Jean-Pierre Darroussin, appena visto e apprezzato in "MIracolo a Le Havre" nella parte di un commissario di polizia burbero ma umano. Qui è Michel, un operaio sindacalizzato che, in seguito a un accordo da lui stesso siglato, si trova senza lavoro, però almeno con il paracadute di un prepensionamento. In occasione del trentennale di matrimonio con Claire (Ariane Ascaride, moglie di Guédiguian) i tre figli, gli amici e gli ex colleghi e compagni regalano loro un biglietto per la Tanzania e il danaro per trascorrervi una settimana, a vedere il Kilimangiaro. Caso vuole che ne vengano derubati, in seguito a una rapina di cui rimangono vittime anche la sorella di Claire e il marito, amico di infanzia ed ex collega di Michel. Quest'ultimo scopre casualmente che uno dei due assalitori è un giovane ex operaio che è stato licenziato con lui, e lo denuncia alla polizia. Quando scopre che il ragazzo accudisce due fratelli parecchio più piccoli e che è una vittima anche lui, va in crisi e vorrebbe ritirare la denuncia, ma il meccanismo della giustizia non potrà fermarsi per tempo. Trionferà la solidarietà, mentre la giustizia fa il suo corso, ma solo dopo che si sarà chiesto se ciò per cui ha lottato per tutta una vita, compresa un'esistenza dignitosa e per molti aspetti piccolo borghese, sia ancora un valore per le generazioni più giovani o sia andato in fumo con la globalizzazione, e se le sue scelte sono state giuste. La parte più interessante del film è probabilmente questa, la visione della tradizionale classe operaia e quella dei giovani a cominciare dai figli della coppia, privi di certezze e insicuri. Pregio del film è la lievità ma anche l'attenzione con cui descrive le differenti dinamiche tra generazioni e sessi all'interno, comunque, di una cornice ben precisa, il quartiere popolare di Marsiglia dove il regista è nato e cresciuto. Cinema militante, dunque, ma con grazia e leggerezza e finale edificante: la classe operaia non va in Tanzania ma nemmeno all'inferno.

mercoledì 30 novembre 2011

L'addio di Lucio Magri con dignità e coerenza

Lucio Magri se ne è andato due giorni fa per sua scelta, in Svizzera, in una struttura dove si pratica il suicidio assistito, non consentito in Italia. In silenzio, con grande compostezza e una coerenza che gli fa onore. Non ho alcuna difficoltà ad ammettere che non l'ho mai amato. Come politico rappresentava quanto di più lontano potesse esserci da me all'interno di qualcosa che un tempo si chiamava sinistra: cattolico di formazione, con esordi nella DC negli anni Cinquanta, aderì al PCI nei primi anni Sessanta diventandone, con la fondazione della rivista "Il manifesto" nel 1969, l'eretico, prontamente radiato insieme al suo gruppo, tra cui Rossana Rossanda, Luigi Pintor, Aldo Natoli,  Luciana Castellina, Valentino Parlato. Più comunisti dei comunisti, che più rosso non si può, però di lusso. Una vera casta braminica, l'aristocrazia della intellettualità à la page, beninteso in nome della classe operaia, insopportabilmente spocchiosa e arrogante, elitaria, in preda a un incessante delirio narcisista: a testimonianza di ciò gli inarrivabili onanismi degli editoriali sul manifesto, di cui lui e la Rossanda erano maestri insuperabili. Anche se, contestando il PCI dall'interno, dopo la repressione della Primavera di Praga, avevano fatto la cosa giusta. Così come quando avevano aperto gli occhi su realtà che il Moloch burocratizzato e fedele a Mosca non percepiva nemmeno. Sempre però con le lenti deformanti dell'ideologia. Lo chiamavano "'l'abbronzato" (lo era spesso) e "lo sciatore"; era un bon vivant e un "terrazzato", indefesso frequentatore degli attici ben frequentati che sovrastano i palazzi romani, e dalla capitale non si è più mosso dopo essere planato in Parlamento nel 1976 come segretario del PdUP. La scelta di togliersi la vita, e il modo in cui l'ha fatto, lo riscatta ampiamente ai miei occhi. Ci vuole coraggio, in un Paese come il nostro, che rifugge ogni discorso serio sul fine vita (e anche il denaro: pare 3000 €, sempre meno che un servizio di pompe funebri in Italia), e una grande coerenza. Mentre vanno di moda conversioni al penultimo momento e imperversano i laici devoti, così numerosi nel governo appena caduto e i devoti laici in quello da poco in carica, quello di Lucio Magri è stato un percorso in controtendenza, dal fideismo catto-comunista a una visione illuministica, forse con un'eccessiva fiducia nella capacità di cambiamento dell'uomo-massa. Giù il cappello. 

Belli e pronti

Mentre l'Uomo che piace prende, sobriamente e con tutta calma, le misure, cominciamo a posizionarci ad angolo retto.

martedì 29 novembre 2011

Miracolo a Le Havre

"Miracolo a Le Havre" (Le Havre) di Aki Kaurisimäki. Con André Wilms, Kati Outinen, Jean Pierre Darroussin, Blondin Miguel, Elina Salo. Finlandia, Francia, 2011 ★★★★ 
In trasferta in Normandia, Kaurisimäki confeziona un piccolo grande capolavoro, una favola realistica che non a caso cita "Miracolo a Milano" e al contempo surreale, in forma di parabola. Marcel Marx, lustrascarpe letterato con passato da bohèmien a Parigi, si è trasferito a Le Havre dove esercita con dignità la sua professione, vivendo tra la stazione e il suo quartiere malandato a ridosso del porto, in un mondo di poveri ma non di vinti, una comunità dove la parola solidarietà ha ancora un senso, perché è vissuta e non proclamata. Marcel si trova a praticarla perché è nella sua natura quando offre rifugio a Idrissa, un ragazzo del Gabon sfuggito a una retata di clandestini giunti per caso in Francia all'interno di un container. E lo fa con l'aiuto dei suoi vicini: i negozianti, la barista, perfino il commissario di polizia, che sa ma lascia correre, e con cui si stabilisce una bellissima complicità basata sul rispetto del rispettivo ruolo formale, ossia sul ricononoscimento dell'umanità dell'altro, in un momento per lui difficile come il ricovero dell'amata moglie Arletty, anche lei straniera, per un tumore da cui inaspettatamente guarisce, così come "miracolosamente" Idrissa riesce a raggiungere Londra grazie all'aiuto di Marcel e della comunità che lo ha accolto, e altrettanto "miracolosamente" fiorisce un ciliegio nel cortile della catapecchia della coppia quando Arletty torna dall'ospedale. Se i personaggi sono meno stralunati del solito, uno dei marchi di fabbrica del cinema di Kaurisimäki rimane il Rock & Roll che non manca in quest'occasione. Una storia che sarebbe piaciuta a Fabrizio De André, con personaggi e vicende che si potrebbero trovare nei bar della Boca a Buenos Aires (non a caso un tango di Gardel viene suonato dal juke box) come a Sankt Pauli ad Amburgo o, appunto, a Le Havre. Dove c'è ancora umanità. Almeno nei film di Aki, se non nella realtà, almeno per come ci viene propinata. Segnalo la recensione apparsa sull'ultimo numero di MicroMega e il notevole e opportuno post, sull'argomento solidarietà in senso lato, dell'amica e collega di Pavo japonensis. Forse il miglior film uscito quest'anno. 

lunedì 28 novembre 2011

Riserva di caccia

SIENA-INTER 0-1 - Campo propizio la "Montepaschi Arena", alias stadio Artemio Franchi, dove la Beneamata ha raccolto ieri il quinto successo su sette confronti in casa del Siena, festeggiandovi anche la conquista degli scudetti del 2007 e dell'anno dei "Triplete", il 2010. Un successo assolutamente immeritato arrivato all'89'con una girata di destro su passaggio perfetto di Motta dal peggiore in campo, Luc Castaignos, che nella ripresa aveva rilevato uno Zarate non pervenuto nel corso dei primi 45'. La prima rete in nerazzurro del giovane olandese, "venduto" dai due geni del mercato Branca e Paolillo come una sorta di fenomeno al pari di Jonathan ("il nuovo Maicon", opportunamente indisponibile per la trasferta toscana), non mi fa ricredere sul suo conto: è un pippone non all'altezza, così come Álvarez, spompato dopo un tempo contro il Cagliari e le prodezze di Trebisonda, si conferma una mezza sega e non un atleta decente. Un'Inter inguardabile, lenta, senza una parvenza di gioco, tra le più penose viste in campo dall'inizio della stagione, ha trafugato due punti contro un Siena che ha avuto il torto di essere inesistente davanti e di andare in bambola fisicamente nei 10' finali: temendo la beffa, che puntualmente è arrivata, ha rinunciato a pungere cercando di contenere la pressione scoordinata dei nerazzurri: avesse avuto più birra e osato di più in precedenza (e con qualcuno in grado di inquadrare la porta: ho contato sette conclusioni, tutte a lato), almeno un pareggio sarebbe stato alla sua portata. Il buon Ranieri, rinfrancato dalla seconda vittoria consecutiva, ricorda che per lo scudetto siamo da prendere in considerazione anche noialtri: con una classifica così corta nulla è impossibile, ma non per questa Inter. Perché altri numeri parlano chiaro: 14 punti in 11 partite, di cui 4 rubacchiati nelle ultime due con Cagliari e Siena, fotografano una media sulla linea di galleggiamento, appena sopra la zona retrocessione; 17 reti subite su 14 fatte lo confermano ampiamente; mentre l'impressionante sequela di infortuni è rivelatrice di una squadra logora (che fosse anziana era evidente) e di una preparazione atletica che si può definire, come minimo, inadeguata, e di cui dobbiamo ringraziare il signor Gasperini e, prima ancora di lui, chi lo ha scelto l'estate scorsa come allenatore. Il migliore in campo, ancora una volta, è stato Javier Zanetti, 38 anni suonati, e anche questo vorrà pur dire qualcosa, senza voler nulla togliere, anzi, all'inarrivabile capitano.

venerdì 25 novembre 2011

Vent'anni dopo

Secondo una visione disincantata e realistica, dall'istante della nostra nascita parte il cronografo che ci accompagna inesorabilmente verso la fine della nostra avventura su questa Terra, e dal momento in cui ne se prende pienamente coscienza scatta anche il momento in cui si rielabora e si rivede con altri occhi, più indulgenti e talvolta velati di malinconia, il proprio passato, o curriculum vitae. A livello sociale, questo coincide con i ricorrenti revival, in occasione di qualche anniversario: lo fu quello del '68 tre anni fa e già pavento il 2018, quando la generazione che ne fu protagonista sarà ancora saldamente avvitata sulle poltrone di quel potere così concretamente immaginato in gioventù; lo è nel campo della moda, con le periodiche rivisitazioni dei "mitici" Cinquanta, degli "irripetibili Sessanta", degli intensi Settanta e dei ruggenti Ottanta e di parte di essi: la Swinging London, il Glam e così via: tutte occasioni per stimolare una nuova ondata di consumi in nome della nostalgia e del giovanilismo, come ben sa la pubblicità che cita sé stessa strizzando l'occhio agli adolescenti di allora. A livello personale, invece, si comincia a procedere a una sorta di ripassi selettivi: si cominciano a rileggere i libri che si erano più apprezzati in passato, trovandoci sempre qualcosa di nuovo e di diverso; così come a rivedere luoghi amati, a riassaporarne odori e sapori associati (ed è sempre sorprendente notare quanto siano potenti,  proposito di memoria, i sensi del gusto e dell'olfatto); inevitabile poi, per chi si è musicalmente cresciuto negli anni Sessanta e Settanta, rimanere ancorati a quell'incredibilmente fertile periodo creativo. E' quel che mi è venuto in mente ieri visitando, a vent'anni esatti di distanza e nella stessa stagione (periodo ottimale, con pochissimi visitatori: non più di un centinaio al giorno rispetto a una media di 4000 nel periodo estivo), le celebri Grotte di Frasassi, nelle Marche, lungo la Statale della Val D'Esino che da Ancona porta in Umbria. Proprio qui, dopo averle viste le prima volta, forse suggestionato dalla loro stupefacente bellezza, avevo avuto la sciagurata idea di proporre il matrimonio alla mia ex moglie: un esperimento fallito miseramente così come purtroppo era abortita l'idea, che non era niente male e aveva precorso i tempi di un decennio buono, di avviare un bed and breakfast sulle colline del Montefeltro dalle parti di Barchi, dove per un quinquennio fui anche comproprietario di un rustico con annesso podere di sette ettari coltivati a olivi e viti. Erano quindici anni che non mi capitava più di ripassare da queste parti, in quella provincia di Pesaro che, almeno nella sua parte più settentrionale, non si distingue dalla Romagna se non per la crescia, che nel proprio impasto contempla le uova a differenza della piadina, e le targhe delle automobili. Ci sono ritornato in questi giorni, su invito di una carissima amica dei tempi del liceo in occasione del suo compleanno, e sono stato contento di rivedere questi posti, riandando al passato senza rimpianti ma anche senza alcun rancore, e ripromettendomi di tornarci non troppo in là col tempo. Quello atmosferico non è stato ottimale per gustarsi gli splendidi paesaggi dell'interno, dolcemente ondulati fino a diventare montagnosi e boscosi, simili ma più sfumati di quelli toscani, così come meno aggressiva la cucina, e più pacata la parlata e l'indole degli abitanti, ma la nebbia e la pioggerellina persistente di questi giorni li hanno resi ugualmente suggestivi sfumandoli e donando loro soffusa indeterminatezza; la presenza del mare la si apprezza per l'aria salubre e profumata, di salmastro oltre che della variegata vegetazione locale, più che per i monotoni spiaggioni che dominano ininterrottamente il versante occidentale dell'Adriatico per quasi un migliaio di chilometri dell'Adriatico a eccezione dei promontori del vicino Conero e del Gargano, in Puglia, fino al Salento. Le orride costruzioni a fronte mare, un osceno ammasso di edilizia "da geometri" (con tutti il rispetto per la categoria, ofelé fa il to mesté, come si dice a Milano), è compensata dalle città e dai borghi dell'interno che, se non sono rimasti intatti, conservano in buona parte le caratteristiche di quando furono costruiti e custodiscono tesori quali, a solo titolo di esempio, il Palazzo Ducale di Urbino. Altro aspetto non trascurabile, l'offerta gastronomica è variegata e invitante ed è a buon livello anche quella enologica, i prezzi sono più che accettabili rispetto ad altri luoghi della Penisola e la gente ospitale, civile e tranquilla, senza troppe fregole. Dopo questa sviolinata in forma di amarcord, un invito a un pranzo tipico da parte dell'ente di promozione turistica mi pare il minimo.

martedì 22 novembre 2011

Vola basso l'uccello padulo

E' impossibile non condividere quanto scrive Marco Travaglio nell'editoriale di oggi sul "Fatto" sulla "giulebbosa ondata di servilismo e conformismo che, come sempre in Italia, circonda e schizza chiunque vada al potere". Le citazioni tratte dai mielosi nonché ossequiosi ritrattini dedicati negli ultimi giorni da Repubblica e Stampa  al neopremier  tutto studi-casa-e-chiesa e alla sua consorte sono esemplari. E per l'occasione non è stato citato il Corriere della Sera, che dopo il pompieraggio, del lecchinaggio sistematico  a mezzo stampa di chiunque sieda su una poltrona ha fatto la ragion d'essere da un secolo a questa parte, salvo rarissime eccezioni: non contento degli incensamenti al bocconiano Monti, il giornalone di Via Solferino domenica non ha voluto far torto al precedente inquilino di Palazzo Chigi, che potrebbe pur sempre tornare in sella e comunque è nella maggioranza di governo, dedicandogli un'intera pagina di intervista domenicale affidata a quello stesso Aldo Cazzullo che aveva stigmatizzato con dure parole di rimprovero i festeggiamenti avvenuti attorno ai palazzi romani la sera delle sue dimissioni, il 12 novembre scorso. Come se Berlusconi non avesse esternato già abbastanza negli ultimi vent'anni e non avesse a disposizione megafoni a sufficienza pronti a propalare le sue balle sesquipedali e a venderle per buone. La consueta intervista all'italiana, apparentemente super partes, in realtà in ginocchio e a microfono aperto, registrando la sua versione dei fatti, anche quando non stanno in piedi, senza sognarsi di confutarli: l'indipendenza di codesti pennivendoli è credibile quanto il supposto liberalismo dei "liberaloidi" del Corriere, a cominciare dagli Ostellino, dai Battista, dai Panebianco e dai Romano, per non parlare del direttore De Bortoli, che conoscevo come un liberaldemocratico autentico ma che ha evidentemente subito una mutazione antropologica a forza di stare inchiodato sulla poltrona direttoriale che fu di Albertini. Repubblica, che del CorSera è il concorrente principale, costituendo, nel penoso panorama della stampa italiana, l'altra faccia della stessa medaglia, per meglio dire brodaglia informativa, fa lo stesso con i personaggi più screditati dello schieramento centrosinistrato, ossia quelli del partito di riferimento, quello comunistiano. E' vero che l'affidarsi a improbabili uomini della provvidenza così come saltare sul carro del vincitore è un vizio tipicamente italiano, ma non di tutti gli italiani: una parte di essi preferisce pensare con la propria testa, però ha scarsa fortuna. Senz'altro è una pessima abitudine di cui è affetta la stragrande maggioranza degli intellettuali nostrani e segnatamente di chi si occupa di informazione, la cui piaggeria è imbarazzante, e a ribadirlo è uno dei pochi giornalisti di casa nostra, Travaglio, che scrive le cose come stanno e dice quello che pensa. La responsabilità della categoria nel degrado del Paese è ancora maggiore, a mio parere, di quella dei personaggi che hanno dato vita negli anni più recenti al berlusconismo, a suo tempo agli invasamenti filocomunisti, prima ancora al fascismo e, come costante storica, al servilismo nei confronti del Vaticano. Opportunisti sempre, liberi mai: ancora una volta si stanno riposizionando e, per non sbagliare, qualsiasi sia il loro orientamento intonano peana all'uomo del momento, nella fattispecie il professor Monti, incarnazione di un nuovo che così antico non si può, ma pronti a impallinarlo non appena ne spuntasse un altro all'orizzonte. Faccia attenzione, caro primo ministro. 

sabato 19 novembre 2011

Fedeli a San Siro

Fedeli a San SiroUna gradevolissima rimpatriata  ieri alla FNAC di Milano alla presentazione del libro di cui al titolo del post scritto dal mio ex "quasi cognato" Tiziano Marelli, milanese, vecchio amico e fratello nerazzurro perso di vista e ritrovato, trasferitosi a Roma, giornalista che si è fatto le ossa tra "Canale 96" e il "Quotidiano dei lavoratori", e Claudio Sanfilippo, anche lui milanese, ma di sponda rossonera, musicista ma non solo, con cui ho scoperto di avere in comuna la data di nascita (ma non l'anno, che è lo stesso di Tiziano, di cui sono quasi gemello). A condurre questo derby dialettico tra Inter e Milan un'altra vecchia conoscenza, la brava e sempre graziosa Gabriella Mancini, giornalista della Gazzetta dello Sport e volto televisivo abbastanza noto: un arbitro non del tutto parziale, perché lei stessa ha confessato di essere milanista, così come era di parte il "quarto uomo", nell'occasione Fabio Treves, personaggio conosciuto a chiunque nella Milano degli anni Settanta, fondatore della omonima e vitaminica Blues Band, anche lui di fede rossonera, e che con Sanfilippo aveva a suo tempo composto un inno del Milan, eseguito per l'occasione a cui per fortuna, lo dico da interista, Galliani e Berlusconi hanno preferito quello abbastanza insulso che è diventato ufficiale. Perché è strepitoso e glielo invidio. Più equilibrata la platea, composta in buona parte da "grey panthers" o quasi come il sottoscritto. Una carrellata di aneddoti, storie di calcio, di manie, di derby, ma soprattutto una storia di amicizia (Claudio e Tiziano si sono conosciuti, anzi: "snasati", cose si dice tra meneghini, trent'anni fa sulle scale del condominio dove vivevano, a Città Studi, e non si sono mai persi di vista) sullo sfondo di una Milano che non c'è più, e quando sopravvive, bisogna cercarla tra le pieghe di una città che è diventata estranea. Non perché sia cambiata più di tanto la sua fisionomia, ma chi la abita: i milanesi di quei tempi, e mi riferisco anche agli immigrati del periodo del boom, che lo sono diventati, ben presto, a tutti gli affetti, sono scomparsi, come lo è il loro mondo, la vita dei quartieri, i bar, i ritrovi. Perfino San Siro non è più quello, con un campo indecente per colpa della copertura aggiunta insieme al terzo anello per i Mondiali del 1990. I personaggi che abitavano quella città sono scomparsi, ma sono tornati vivi ieri sera, nei ricordi dei due autori, che li citano nel loro libro "Fedeli a San Siro" (uscito per la collana "Strade blu" di, ahimé, Mondadori) e del pubblico. Uno del quale, un distinto e forbito signore di fede rossonera, ha sottolineato quanto "casciavìt" e "baüscia" siano antropologicamente diversi. Verissimo ma, aggiungo, per questo complementari. E quindi necessari l'uno all'altro. Motivo per cui Milano è l'unica città in Italia e probabilmente al mondo ad avere un derby dove non è mai successo un incidente, anzi: la stracittadina è l'unica partita che non prevede alcun "settore degli ospiti" inteso come ghetto (a parte le due "curve", che si scambiano sfottò così come gli abbonamenti e i favori). Biscioni nerazzurri e diavoli rossoneri, uguali ma diversi, o diversamente uguali. Le due facce della stessa medaglia, o i due aspetti della stessa fede: quella in San Siro, appunto, a cui entrambi sono devoti.