giovedì 30 dicembre 2010

Saigon, il ritorno: missione compiuta e "bingo"!

Piazza di Ben Thanh e Sun Wah TowerSAIGON (SÀI GÒN ) – Si finisce dove si era cominciato la volta precedente. Mi ha fatto davvero tanto piacere tornare in questa città e concludere qui questo mio giro in Vietnam, perché qui avevo avuto il primo impatto col Paese cinque anni fa, e siccome nonostante le apparenze indulgo al sentimentalismo, mi era rimasta nel cuore e sono felice di essere di nuovo qui. Con alcune città, piuttosto che con altre, si crea un rapporto particolare: ha a che fare col fatto che alcune ti aprono le porte su un mondo che non conoscevi; altre per il loro carattere peculiare: quelle “del cuore” per entrambi gli aspetti, e per questo gruppo io coltivo quella che chiamo “nostalgia preventiva”, ossia nel momento stesso in cui ci sono arrivato, o tornato, già mi dispiace lasciarle, quindi indulgo con ancora più attenzione su alcuni particolari, pratico delle sorti di rituali anche inconsci e in sostanza mi predispongo mentalmente e affettivamente a ritornarci. L’esempio più eclatante di questa mia peculiare attitudine è Buenos Aires, città che peraltro predispone di suo alla malinconia, così come Lisbona; Monaco di Baviera, Londra; Madrid più di Barcellona, Budapest più che Praga, Belgrado più che Zagabria, curiosamente Roma ma più ancora Napoli (il mio primo “gateway” per il Sud), Istanbul, Il Cairo, Città di Messico, San Paolo molto più che Rio, anche se sembra paradossale; un po’ Parigi, nonostante la mia scarsissima simpatia per qualsiasi cosa abbia a che fare con la Francia, Bangkok per quanto riguarda l’Oriente; mentre città come New York, Santiago del Cile, Lima, Dublino, Pechino o Vienna mi lasciano sostanzialmente indifferente quando non mi stanno istintivamente sui coglioni.17th SaloonQuesta mattina, giornata soleggiata e relativamente fresca, dopo che alcuni rapidi acquazzoni nella serata di ieri hanno provveduto a far diminuire il tasso di umidità, come prima cosa mi sono fatto portare in “Xe Om”, ovvero mototaxi, al consolato cambogiano, nella zona delle ex ambasciate, uffici ed edifici pubblici in stile europeo adiacenti al centro, e ho avuto la conferma della prima impressione avuta ieri arrivando in città: che il traffico fosse nettamente più ordinato rispetto a come me lo ricordassi cinque anni fa, e diminuito quello motociclistico, non del tutto compensato, fortunatamente, da un incremento di quello a quattro ruote. Quasi spariti anche i “cyclo”, un tempo simbolo di Saigon, confinati ormai in alcune strade del centro cittadino: la Municipalità pare seriamente intenzionata ad abolirli completamente in un futuro molto prossimo. Lavoro terribilmente faticoso, quello dei guidatori di "cyclo": dalla fine della guerra era stato per decenni l’ultima risorsa di ex soldati e ufficiali dell’esercito sudvietnamita, gli unici a pagare per davvero la sconfitta, come se avessero avuto una particolare colpa ad essere stati coscritti dalla parte sbagliata (in alto, la piazza Ben Thanh e la Sun Wah Tower sulla destra). Ultima cosa balzata all’occhio: i locali tra Pham Ngu Lao e il viale Bui Vien, zona di turisti a budget limitato come l'area di Kao San a Bangkok, hanno rinnovato l’ambiente esterno, e le sedie sembrano decisamente più confortevoli (ma è rimasta uguale l'ambientazione westerndel 17th: oggi come 5 anni fa mi chiedo il perché di una guerra per diventare piùyankees degli yankees: seconda foto). Nelle more della pratica burocratica e in attesa di ritirare il passaporto opportunamente fornito di permesso di entrata nel reame di Cambogia (24 U$D, grazie!), sono andato a fare un giro al mercato di Dan Sinh, conosciuto anche come “War Surplus Market”, ossia delle eccedenze belliche, di cui non è rimasto nulla che rievocasse la guerra, e nemmeno in giro per la città: acqua passata, ma solo 5 anni fa i “souvenir”, dalle piastrine di riconoscimento dei soldati USA agli “Zippo” personalizzati, agli oggetti ricavati da pallottole di ogni calibro erano reperibili ovunque. Un gran bel segno, per una volta, dei tempi che cambiano. Altro mercato pressoché sparito quello “Vecchio”, di cui rimane solo la sezione alimentare a ridosso dei cantieri che fioriscono nella zona di Dong Khoi, quella più “in” della città con il migliori alberghi, locali e negozi (a livello europeo), per renderla più omogenea (anche questo è socialismo, no?).Bia Hoi 1Tornando alla “nostalgia preventiva” di cui parlavo all’inizio, essa opera in modo di acuire in maniera stupefacente le facoltà già di per sé poco comuni del mio naso di individuare i posti autentici in cui i locali vanno a fare bisboccia e comunque a vivere e mostrarsi nella maniera più autentica. In Vietnam questi luoghi sono, come ho già avuto modo di dire, i “Bia Hoi”, ossia spacci di birra alla spina (qui al Sud la misura minima presa in considerazione è quella di un litro a cranio, come del resto alla mai abbastanza lodata Hofbräuhaus di Monaco di Baviera, profondo Sud anch’essa, della Germania), servito in bidoncini di plastica che si possono anche asportare: spesso negozi con una sola luce e qualche tavolino o sedia all'esterno, tipicamente rossa o blu, rigorosamente di plastica e prelevata da qualche fornitura per scuole materne o prime classi delle elementari; altre volte locali più ampi, magari ricavati da magazzini, con sedie più solide e tavoli talvolta in metallo, come in questo caso (foto qui sopra). Qui si fraternizza. Ieri pomeriggio, appena giunto, avevo ritrovato quasi al primo colpo il “Bia Hoi” che frequentavo assiduamente 5 anni fa: in un primo tempo ero rimasto perplesso perché vedevo sui tavoli soltanto birre in bottiglia. Al secondo passaggio ho notato la spina, il “baslotto” col ghiaccio, i bidoncini di plastica: ne ho chiesto uno (14.000 Dong, 45 centesimi di €) e mi sono sentito nuovamente a casa. Tutto come allora: la “vecia” che somministra birra con molta signorilità e tiene i conti con precisione teutonica, però gentilmente; la figlia sui 40, belloccia e vestita in maniera vistosa, seduta a uno dei tavolini a fare da attrazione e da contorno, sostanzialmente da PR, la clientela più variegata che si possa immaginare. Dopo questo aperitivo, stuzzicato con un paio di granchi sgranocchiati al volo, mi sono sentito definitivamente “tornato a Saigon” al tavolo di uno dei ristoranti di strada che spuntano la sera attorno al mercato di Ben Thanh, quello più grande e centrale della città. Anche questi sono diminuiti nel frattempo, ma offrono pur sempre la migliore cucina che si possa trovare in tutto il Vietnam, un vero sunto delle specialità di tutto il Paese, con materia prima di freschezza assoluta, quando non viva.La signora del ghiaccioPer completare il come back mancava soltanto una cosa e mi ci sarei dedicato stamattina: perché a Dong Khoi ci ero andato non tanto per visitare i mercati e meno ancora per vedere i posti alla moda, quanto nella segreta speranza di ritrovare un “Bia Hoi” che avevo intercettato per puro caso, cinque anni fa, in un pomeriggio domenicale particolarmente afoso, dopo un pranzo allucinante di una quindicina di portate (per quanto minuscole, tante), in un ristorante coreano non lontano dal fiume. Mi era rimasta impressa come l’esperienza più tipicamente vietnamita di tutto quel viaggio. Non ne avevo l’indirizzo né altro indizio che questi frammenti di memoria, ma incredibilmente i sensi, opportunamente stimolati e acuiti proprio dalla “nostalgia preventiva” che avevo innescato già dal mio arrivo in città, hanno portato i miei passi prima sul “City of Seul”, che stentavo a riconoscere, e poi, letteralmente guidato da un sesto senso o da una memoria inconscia, l’ho ritrovato, il “Bia Hoi” dei miei ricordi. Lo stesso ambiente, la stessa gente e soprattutto lo stesso tipo di atmosfera che avevo conservato nel ricordo in questi anni. Accade questo, quando c’è il “cuore”, perché la “nostalgia preventiva” opera proprio così, riportandoti inevitabilmente nei posti dove sei stato bene, con te stesso come con gli altri, che alla fine risultano solo apparentemente degli sconosciuti. A parte una coppia di scozzesi, ero l’unico occidentale, per di più spaiato, in mezzo a un centinaio di indigeni, uomini e donne, a un diverso stadio di allegria ma tutti educatamente socievoli, in questo vasto locale d’altri tempi, di cui alcuni particolari accendevano ancora di più riminiscenze quasi infantili. Come la signora che con un rampone afferra e poi con una specie di coltellaccio seghettato riduce a frantumi il ghiaccio: perché per fare un “chopp”, che non è un ‘invenzione brasiliana, come credono i carioca, per servire la birra alla spina, occorrono dei blocchi di ghiaccio vero e degni di questo nome, non dei cubetti perfettini sparacchiati da un frigorifero all’americana da 3000 €: cazzate. Per ottenerli e poterli scolpire, occorrono delle vere e proprie fabbriche di ghiaccio, le ultime delle quali che facessero forniture le avevo viste un anno fa a Buenos Aires e in Uruguay: ancora una volta un tuffo nei ricordi d’infanzia, come quelli che risalgono alla metà degli anni Sessanta quando giravano ancora per Milano camion carichi di blocchi di ghiaccio coperti di sacchi di juta per rifornire i frigidaire delle latterie e trattorie di quartiere. Così come c’erano i carbonai.Il pieno, grazieSaigon per me è questa, ed è questa città che ho ritrovato. Saigon, sempre al centro degli avvenimenti cruciali per il Paese negli ultimi cento anni, non ha né la storia né i monumenti, né il fascino e il tocco di classe indiscutibile di Hanoi, ma  è una città vera, spregiudicata, forse puttana, ma viva, pulsante, generosa, autentica. Spregevole e corrotta, come la definiscono, ma guarda caso sempre oggetto delle attenzioni dei poteri che vi si sono succeduti, è una città che sopravvive a tutto, e tutto digerisce: anche i comunisti venuti dal Nord. Sicuramente li ha “corrotti”, come se fosse un problema con gente che come unica dimensione ha quella del potere: col risultato che oggi Saigon prende il capitalismo molto meno sul serio che la sua “rivale” Hanoi; risulta infinitamente e più autenticamente popolare della capitale, che sembra preda della buzzurraggine tipica dei parvenu. La gente è più amichevole, sorridente, meno fissata col denaro, soprattutto ironica e autoironica: non si prende troppo sul serio, indizio di saggezza. Non è raro, come occidentali, vedersi strizzare l’occhio o un segno d’intesa, quasi a dire: ce l’abbiamo fatta, nonostante tutto. Non c’è da stupirsi. Chi mi segue sa che preferisco mille volte le contraddizioni (sempre che sappiano di realtà), o se vogliamo la “dialettica in atto” al suo supposto superamento e reductio ad unum, a quella  Verità Assoulta  ammantata di ideologia che per me significa imbalsamazione. Insomma la vita a un suo simulacro. In definitiva, anche se non mi rimangio una delle parole scritte su Hanoi, le preferisco Saigon, perché qui sta il mio cuore

martedì 28 dicembre 2010

A Da Lat quattro passi nel delirio: dal caffè ai funghi allucinogeni


Tour Eiffel Da LatDA LAT – Da Lat è una di quelle città che si cominciano ad apprezzare pian piano, soprattutto dopo che uno dei motivi per cui ci eri venuto riesce a sorprenderti e a stupire in senso positivo più di quanto ti aspettassi, ma andiamo con ordine. Inventata come centro turistico dai francesi all’inizio del Novecento, grazie alla sua splendida posizione sulle morbide colline dell’Altipiano Centrale e al suo clima straordinariamente mite, che si tratti di un Vietnam diverso rispetto a quello della interminabile fascia costiera ce ne si accorge in fase di avvicinamento alla città quando si cominciano a superare i mille metri (la fatidica “Cota Mil” dei venezuelani di Caracas) e iniziano, mischiandosi prima con i banani e diventando via via preponderanti, i bellissimi e decorativi arbusti della pianta del caffè, fino a creare veri e propri “cafetales”. Sembra di essere in Costarica, Guatemala o Salvador: mancano solo i coni dei vulcani, ma la terra è rossa, ricca di minerali ferrosi e fertilissima anche qui. Avvicinandosi ulteriormente a Da Lat, le piantagioni di caffè vengono sostituite man mano da orti e serre dove si coltivano ogni tipo di ortaggi (anche i carciofi, inconsueti in Asia), frutta (le celeberrime fragole di Da Lat) nonché una straordinaria varietà di fiori e all’improvviso sembra di essere capitati nel Ponente ligure, questa volta però senza il mare. Nonostante ciò, o forse proprio per tutto questo “ben di dio” che la circonda, il primo impatto, ieri nel primo pomeriggio, con la città vera e propria è stato deludente: decantata come raffinato centro turistico, il luogo romantico per eccellenza, dove le coppie di sposi vietnamiti vengono in luna di miele, la prima cosa che ho notato è stato il prosciugamento, mi auguro soltanto  temporaneo, del Lago Xuan Huong, nel pieno centro della città (foto in alto), che sarà anche un bacino artificiale ma ne costituisce una delle principali attrazioni; la seconda, il recentissimo abbattimento di quasi tutto un quartiere di casupole, povere ma dignitose, adiacenti all’area del lago: pareva appena uscito da un bombardamento o da una violenta scossa tellurica.Demolizioni a Da LatIn più, Da Lat si sviluppa su alture con relativi avvallamenti, in un susseguirsi di continui saliscendi che ne rendono in un primo tempo complicata la lettura topografica e stancante il percorso a piedi. Generalmente impiego fra le due e le tre ore per impossessarmi mentalmente della struttura di una città di medie-grandi dimensioni (Da Lat conta circa duecentomila abitanti), fissare i punti di riferimento, capire il "giro del fumo”, per usare una espressione gergale milanese. Il tempo necessario, insomma, per un primo giro esplorativo che faccio sempre partire dal mercato generale (l’Abasto in castigliano da cui il nome del blog): uno degli insegnamenti fondamentali ricevuti da mio padre, da cui ho ereditato per intero, se possibile sviluppandola, la passione per i viaggi e soprattutto le città. Anche questa volta è il tempo che è bastato per orientarmi a dovere e non trovarla poi così male. L’impronta francese è rimasta in molte ville tipo “chalet”, case d’abitazione e alcuni edifici pubblici, prima ancora che nella torre televisiva eretta a somiglianza della Tour Eiffel (e mi piace sempre ricordare come i nostri vicini d’Oltralpe siano debitori del loro simbolo nazionale più caro a un ingegnere tedesco così come della loro supposta e alquanto discutibile grandeur a un generale còrso, e quindi in ultima analisi italiano: Napoleone Bonaparte) e la città si rivela vivace, piacevole, il traffico è relativamente tranquillo (un paradiso se si viene da Hanoi o Saigon), gli abitanti sono piuttosto rilassati e vi si avverte di meno la consueta petulante pressione sul viaggiatore tipica del Vietnam in generale. Insomma ho cominciato a capire il motivo di tanta fama positiva, a parte il clima salubre con temperature da eterna primavera.Tetto della Casa Pazza e panoramaStamattina ne ho avuto la conferma con la visita alla “Casa Pazza di Hang Nga” (qui sopra, uno dei tetti e il panorama sullo sfondo), che da sola vale uno spostamento verso l’interno, ovvero le quattro ore e mezzo necessarie a percorrere i 135 chilometri che separano Nha Trang da Da Lat inerpicandosi sull’altopiano. Si tratta di un’opera geniale, (qui e qui altre immagini) in realtà un vero “work-in-progress”, che pare uscita da un delirio di Gaudí interpretato e tradotto visivamente da Salvador Dalí, inaugurata nel 1990 e di cui mi auguro non si vedrà mai la fine, perché la fantasia, quando è scatenata come quella dell’autrice, la progettista e proprietaria Dang Viet Nga, deve rimanere libera di esprimersi, senza freni. Conosciuta come Hang Nga, laureatasi e specializzatasi a Mosca, forse per reazione ha una visione dell’architettura opposta a quella realsocialista di stampo sovietico che, pur in versione addolcita e corretta, è predominante in Vietnam. Alcuni suoi capolavori ebbero problemi con le autorità, come la “Casa dai cento Tetti”, demolita perché considerata a rischio di incendio ma in realtà perché accusata di essere un'espressione antisocialista, ma la gentile signora non ne ha più avuti dopo la nomina di suo padre, Truong Chinh, alla successione di Ho Chi Minh e alla presidenza del Vietnam (dal 1981 all’anno della morte, nel 1988) e all’ammorbidimento del regime. Si tratta di nove stanze (il complesso funge anche daguesthouse, a prezzi esorbitanti per i locali, ma accessibili per gli occidentali: dai 35 ai 100 U$D a notte) costruite con un impianto tra l’immaginifico e il reale, qualcuno l’ha definita una struttura di tipo organico, perché sembrano far parte di un unico grande albero che si sviluppa ramificandosi da più parti, con effetti da labirinto.Camera della Casa PazzaNon a caso le stanze sono intitolate  a un nome di pianta (inventato) o di animale (altrettanto improbabile: vedi l'orso qui sopra). Anche l’arredo è di conseguenza, e l’intento di Hang Nga era proprio quello di riavvicinare l’uomo a forme e dimensioni simili a quelle di natura, da cui ci siamo allontanati tanto da non saperla riconoscere né "vedere": in questo l’influsso di Gaudí è evidente quanto dichiarato, così come nelle finiture e nelle raffinate soluzioni artigianali studiate con cura maniacale per i più piccoli particolari. L’architettura che si nutre di natura trionfa poi nel piccolo, delizioso giardino popolato da ragnatele gigantesche e sculture di funghi di ogni dimensione: non escludo che siano imperantati ad alcune specie che si trovano in Messico (ma anche nelle zone tropicali dell'Asia) e che quelli veri siano una delle fonti d’ispirazione della simpatica e solo all’apparenza stravagante signora. Qualcuno l’ha definito il trionfo del kitsch: secondo me non ha capito che l’architettura è soprattutto arte e dunque, ai massimi livelli, poesia. Anche questo me l’ ha insegnato mio padre, ma il vecio si riferiva a Mies van der Rohe piuttosto che a Gaudí.

domenica 26 dicembre 2010

A Nha Trang, tra birrerie sulla spiaggia e fidanzate a tempo


Isole davanti a Nha TrangNHA TRANG – Sei chilometri di un’ampia spiaggia che non ha nulla da invidiare a Copacabana, di fronte una costellazione di isole a proteggerne la baia, Nha Trang, circa 450 chilometri a Nord di Saigon/Ho chi Minh, è la più rinomata e frequentata località balneare del Vietnam: poco più di 300 mila abitanti, moderna, pulita, vivibile, non è né una Miami in miniatura né desolante come i nostri divertimentifici estivi sullo stile di Rimini o Jesolo, e con un mare decisamente più attraente. Un’alternativa avrebbe potuto essere Mui Ne, attualmente più in voga fra chi viaggia da queste parti, ma me l’ha fatta escludere la sua prossimità a Saigon e il fatto di essere la meta marittima preferita da parte degli occidentali che vi risiedono, garanzia di esserne invasa, poiché non sono pochi, durante le festività natalizie e di fine anno. Un altro motivo che mi ha fatto preferire Nha Trang è quello di essere uno di quei nomi incisi nella memoria e che riaffiorano in quello che, per uno della mia età, è inevitabilmente anche un viaggio a ritroso nel tempo, nei tardi anni Sessanta, ai tempi della "Guerra Americana", com'è chiamata qui da chi l'ha vissuta e subita. Avevo 14 anni compiuti, dunque raggiunta quella che si definisce l’età della ragione, nel 1969, durante l’estate di Woodstock e prima ancora dello sbarco sulla Luna, e qualche tempo dopo avrei conosciuto personalmente sia dei ragazzi USA che si erano rifugiati in Canada o in qualche Paese europeo per sfuggire alla coscrizione, sia qualcuno che in Vietnam ci era già stato: a Pordenone, con la base di Aviano a due passi, era un evento tutt’altro che raro. Benché pressoché chiunque parteggiasse per i Vietcong o quantomeno fosse contrario all’intervento USA, io, come chiunque non fosse completamente accecato dall’ideologismo preconcetto, mi sentivo però vicino ai militari di leva americani e non faticavo a mettermi nei loro panni: avevano quasi la mia età, ascoltavano e amavano la stessa musica che ascoltavo e amavo io, leggevano gli stessi libri che leggevo io. In più, erano presi fra tre fuochi: oltre a quello di un nemico che non riuscivano a individuare né a concepire, quello del loro governo che li mandava a combattere una guerra in cui nessuno credeva, e che si sarebbe rivelata assurda e inutile, infine quello dei loro coetanei che contro questa scelta scendevano in piazza e si facevano sentire, negli Stati Uniti come nel resto del mondo. Sono sempre stato grato a mia madre di non aver accettato le profferte di un suo spasimante, un giovane ufficiale USA con un promettente futuro da musicista (peraltro realizzato) di stanza in Europa nei primi anni Cinquanta: con ogni probabilità avrei fatto parte io stesso di quella carne da macello.La spiaggia di Nha TrangE così eccomi a Nha Trang, un altro dei luoghi dove tra una battaglia e l’altra i giovani militari USA venivano a scaricare le loro tensioni, a trascorrere la “Tre giorni” più demenziale dell’anno, se non altro a opportuna distanza da alberelli, presepi, retorica natalizia e clima di merda. Sebbene la stagione non sia al suo culmine, c’è un vivace via vai ma la spiaggia è comunque più che agibile. In buona parte è libera e poco frequentata; poi vi sono alcuni stabilimenti, molto discreti, di gusto non dozzinale, dotati di veri letti di legno massiccio con tanto di materasso, tavolino e un ombrellone di paglia gigantesco, il tutto al prezzo massimo di un euro al giorno, frequentati quasi esclusivamente da occidentali, in qualche caso accompagnati da una fidanzata temporanea asiatica (solitamente thailandese o combogiana), salvo qualche sparuto giapponese o indiano. Ho già avuto occasione di notare come gli orientali non considerino il mare in senso balneare; in più le donne cinesi, siamesi, birmane, cambogiane e meno che mai vietnamite si metterebbero mai al sole: bardate per lo più di mascherine igieniche, occhialoni scuri, guanti ascellari e cappelli a larghe falde anche quando non girano in scooter o bicicletta pur di evitarlo e di preservare il candore della loro pelle, si presentano in spiaggia soltanto all’imbrunire, e i ragazzi locali poco prima per giocare a calcio o a badminton. Tra i turisti, un buon numero partecipa alle escursioni sulle isole per fare snorkeling e immersioni, altri a deliranti “boat party” ad alto tasso alcolico per rientrare alla base in condizioni pietose, per cui sulla spiaggia cittadina praticamente non c’è concorrenza, si sta in pace e non occorre nemmeno salire in barca e rischiare il mal di mare per sbevazzare.Luoisiana BrewhouseDue gli stabilimenti in pieno centro: lo storico  “Sailing Club” e, a pochi passi, quello della leggendaria Louisiana Brewhouse, in cui naturalmente ho eletto il mio secondo domicilio dopo l’albergo. 4-5 tipi di birra, a seconda della stagione, prodotte artigianalmente in loco e servite rigorosamente alla spina in generosi dosi da 0,6 l, con un corpo centrale coperto e un settore dotato di tavoli e letti a bordo piscina, al di là della passeggiata a mare; direttamente sulla spiaggia, un grosso chiosco, una cinquantina di letti  debitamente ombreggiati e forniti di tavolino e una mezza dozzina di solerti camerieri a fare la spola con cucina e spine. Dato che inglesi e russi (che a Nha Trang costituiscono una nutrita colonia) preferiscono non allontanasi mai troppo dalla fonte, ossia dalla spina della birra, di fatto sulla spiaggia rimane soltanto la crêmedei viziosi nullafacenti, e in questa maniera ho trascorso la Vigilia (dopo 12 ore di delirante trasferta notturna stipato in un minibus da Hoi An: rimediato per miracolo perché il bus-cuccetta previsto era stato bloccato dalla polizia in quanto sovraffollato - avranno venduto degli inesistenti posti corridoio ai locali), il giorno di Natale (concluso con cena a base di ricchi pelmeni e involtini di verza con panna acida a “Casa Russia”) e quella di oggi, aggiornando l’abbronzatura svanita durante il piovosissimo autunno appena trascorso. Per la mia gioia, proprio davanti all’albergo in cui alloggio si trova l’unico “Bia Hoi” che abbia visto in città: la miglior maniera per chiudere a dovere queste tre giornate trascorse nell’ozio più assoluto e santificarle in bellezza.Bia Hoi Nha TrangAccennavo al tema degli occidentali, prevalentemente di mezza età ma non solo, in giro con la “fidanzata temporanea” in affitto, orientale, spesso poco più che una bambina: un fenomeno diffusissimo in Thailandia ma che è tollerato, se non coinvolge delle vietnamite, anche in questo Stato teoricamente socialista e concretamente poliziesco e propenso alla "lubrificazione delle ruote". Non me la sento di giudicare, anche se vedere in giro dei vecchi bavosi con delle ragazzine o degli energumeni palesemente sbalestrati con dei fuscelli che sono un terzo di loro è sconcertante quando non provoca ribrezzo; ma spesso si incrociano coppie mano nella mano, che cercano di comunicare e si dispensano attenzioni e tenere effusioni, cosa ormai rarissima a vedersi da noi: ecco, questo affetto a scadenza, prenotato e pagato magari su internet in forma di un pacchetto di una o due settimane per la compagnia, fa un po’ tristezza ma dà anche da riflettere, perché è un fenomeno molto più diffuso di quanto si creda, anche tra persone tra i 20 e i 30 anni. Io non ho mai visto nessuno che trattasse queste “fidanzate a tempo” come delle prostitute, né esse ne hanno solitamente l’aspetto e il comportamento. Siccome di professioniste da “una botta e via” ce n’è a volontà (sebbene qui con più discrezione che altrove nel Sud Est Asiatico), si tratta a tutta evidenza di un altro tipo di “mercato”, che risponde a esigenze differenti e di tipo non meramente sessuale.

sabato 25 dicembre 2010

giovedì 23 dicembre 2010

Da Da Nang a Hoi An, dal centro della guerra a un'isola preservata dal tempo


Pannello di una porta, casa privata di Hoi  AnHOI AN – La distanza che separa Hoi An da Hué, 140 chilometri, è abbastanza breve per essere effettuata da bus diurni lungo la trafficata AH1 costiera che unisce Hanoi e Saigon-Ho Chi Minh, e la mattinata di ieri era perfetta per godersi paesaggi tra i più belli del Paese, come quello attorno al passo di Hai Van (Mare di Nuvole) sui Monti Truong Son, che un tempo, tra il secondo secolo DC e l'anno Mille segnava il confine tra il Vietnam e il regno Champa, più a Meridione, e oggi quello climatico tra il Nord e il Sud del Paese: da qui cominciano i Tropici, e in inverno è normale che quando a Hué il  tempo è urfido, a Da Nang, 30 chilometri a Sud del passo che la protegge dai “venti cinesi”, splenda il sole. Terza città del Paese con una popolazione di circa 800 mila abitanti (da notare come il Vietnam, con 90 milioni di abitanti, abbia soltanto due città che superano il milione: la popolazione continua a vivere prevalentemente in villaggi di campagna), Da Nang più che una città, per la verità alquanto squallida nonostante la posizione splendida e un lungomare chilometrico ma di rara desolazione, sembra un cantiere. Edifici, strade, punti, gru ovunque: è tutta una frenetica attività di costruzione trascurando di eseguire un minimo di manutenzione a edifici davvero malmessi. Si salva il centro: viali alberati, case basse, a due o tre piani, bei negozi. Verso Sud, oltre la celebre China Beach - i primi marines impiegati direttamente nella Guerra del Vietnam sbarcarono prpiro qui - dove i soldati USA di stanza nella enorme base che aveva sede in città, che nominalmente apparteneva all’aviazione sudvietnamita, venivano a rilassarsi prima di entrare in combattimento, trasportati sui campi di battaglia vicini direttamente in elicottero, o appena dopo, se tornavano interi, si sta sviluppando una zona turistica attraverso il nutrito contributo di capitali stranieri, con una serie di orridi falansteri in fase di realizzazione che promettono alla città un futuro da Pattaya in versione vietnamita nell’arco di un lustro.Traghetto sul fiume The Thu BonTrenta chilometri a Sud di Da Nang ecco Hoi An, una deliziosa cittadina il cui centro, come accennavo nel post precedente, è uscito miracolosamente indenne dal conflitto per uno dei rari sforzi di buona volontà dei contendenti, con una lunga storia alle spalle e un presente fatto essenzialmente di turismo, perché oltre a un’ottima organizzazione e a un’atmosfera piacevolmente rilassata, offre un rarissimo esempio di centro storico conservato perfettamente, con una fusione di stili architettonici che non ha uguali nel Paese tra influenze cinesi, giapponesi e apporti locali (nella foto in alto, un pannello di una casa in stile nippo-sino-vietnamita). Il turismo, che comunque non è di massa, è al contempo il limite ma anche la fortuna di Hoi An che, grazie ai suoi introiti, riesce a preservare il suo centro storico, sottoposto peraltro alle periodiche esondazioni del fiume The Thu Bon che segna il limite meridionale della città vecchia (nella seconda foto dall'altro, traghetto sul fiume nell'ora di punta). Hoi An, grazie alla sua posizione ha una storia di oltre duemila anni, e la sua funzione di porto fluviale a breve distanza dallo sbocco sul mare ne ha esaltato l’importanza come città commerciale nel corso dei secoli: sia al tempo del regno Campa, di cui fu una dei centri più importanti, sia successivamente quando era al centro dei traffici di seta (per cui va famosa ancora oggi) tessuti, porcellana, pepe, tè, zucchero, lacche, madreperla, avorio, tutte merci che traboccavano dai suoi magazzini. Furono soprattutto i commercianti cinesi e giapponesi a lasciare i loro segno a Hoi An, che giungevano qui in primavera con il favore dei venti e inizialmente affittavano le case come sedi provvisorie fino all’arrivo dei venti da Sud che li riportavano a casa al termine dei loro affari, poi cominciarono a costruire residenze proprie, da qui lo stile originalmente ibrido a cui accennavo sopra.Sala di riunione e tempio di una congregazione cineseI Giapponesi frequentarono Hoi An fino all’editto imperiale del 1637 che vietò ogni contatto con l’esterno; i cinesi, come in qualsiasi altra parte del mondo in cui sono presenti, si identificano e raggruppano in base alla loro provincia d’origine, e così tuttora esistono le sale delle varie congregazioni: di Canton, di Hainan, del Fujian e così via(vedi foto qui sopra). Degne di nota anche parecchie magioni private aperte al pubblico e sotto il patrocinio dell’UNESCO, decisivo per la loro salvaguardia: a fare da guida, solitamente i rampolli di famiglia più portati verso le lingue. Hoi An fu altresì la prima città del Paese ad entrare in contatto con il cristianesimo: tra i primi missionari, nel 17° Secolo, sbarcò quell'Alexandre de Rhodes che ideò l'alfabeto di derivazione latina con cui si scriva tuttoggi il vietnamita e rende più facile la vita di un europeo: il quoc ngu. Turismo a parte ma in qualche modo da esso favorita, un’altra attività per cui Hoi An è famosa in tutto il Paese: quella sartoriale. Da sempre commercianti in stoffe di ogni tipo e, devo dire, di ottima qualità, vi sono belle decine di belle botteghe sparse ovunque in città in grado di sfornare nell’arco di una giornata lavorativa, prove comprese, tre completi da uomo o altrettanti tailleur da donna, su modelli propri o proposti dal cliente: se uno intende rifarsi un guardaroba su misura a prezzi incredibilmente competitivi, o farsi riprodurre alla perfezione un capo a cui era particolarmente affezionato, magari portando dall’Europa un tessuto più pesante come un Harris Tweed, qui decisamente inconsueto, questo è il posto giusto. I sarti asiatici vanno famosi per la loro meticolosità e rapidità di esecuzione, ma da quel che mi dicono quelli di Hoi An superano tutti gli altri e le botteghe sono sempre affollate di clienti.Chic Unique

mercoledì 22 dicembre 2010

Rock and Rolls e un destino di nome Brenda


Brenda on my mindHOI AN - Porto fluviale con una storia di duemila anni alle spalle, frequentato da cinesi, giapponesi, portoghesi, olandesi, spagnoli, thaliandesi, francesi, inglesi e americani nel corso dei secoli, dopo il suo declino commerciale Hoi An si è convertita in una delle mete più fascinose del Vietnam, dichiarata Patrimonio dell'Umanità nel 1999 per il valore storico dei suoi edifici rimasti intatti, per un patto tra i belligeranti, nell'utima guerra. Dopo aver visitato, nel corso del pomeriggio, una decina tra antiche case, templi e sedi di congregazioni cinesi, tutto davvero splendido e ben tenuto, al calare del sole ho deciso che mi meritavo una buona birra gelata come aperitivo, accompagnata magari da uno stuzzichino. Già l'occhio mi era caduto in precedenza su un posticino sul lungofiume; ripassandoci davanti, l'insegna, Mango Rooms, uno dei miei frutti preferiti, e le pareti tinteggiate coi colori primari: giallo, blu e rosso, non potevano che attirare la mia attenzione e la scelta era fatta, nonostante i prezzi piuttosto elevati per i parametri locali. Con una bella "Larue" davanti, compulso così la "Lonely Planet", giusto per farmi un'idea e stendere un piano di battaglia per il prosieguo della serata: non è una guida affidabile sotto l'espetto gastronomico quanto lo sia invece nella indicazione di alberghi, pensioni e cose da vedere e da fare, ma può servire come traccia. Combinazione, il "Mango Rooms" è segnalato tra i locali di cucina vietnamita di alto livello, rielaborata in chiave moderna dal proprietario e chef Duc Tran, nativo dell'allora Saigon e tornato in patria dopo lunghi anni in giro per il mondo a fare esperienza, e guarda caso annovera tra i suo clienti Mick Jagger. Il quale a sua volta annovera da oltre quarant'anni tra i suoi migliori e più assidui clienti chi scrive, e così il cerchio si chiude. Non un riferimento, nel locale, a cotanta prestigiosa frequentazione né ad altre consimili: chef Duc è uomo di mondo e tiene alla discrezione nei confronti dei suoi ospiti, tanto più con una "fighetta" come Mick Jagger, also known as Brenda,come lo apostrofa regolarmente chi lo conosce meglio di chiunque altro: Keith Richards, fin dai tempi della grammar school, ossia le elementari, a Dartford, Londra. L'altro "Glimmer Twin", suo sodale nella ditta Rolling Stones Ltd, Established 1962. Perché Brenda? "Un classico nome da puttana", dice il grande Keith. Potevo non farmi tentare da degli involtini di pasta di riso con maiale, gamberi e salsa agrodolce di pesce di nome Rock and Rolls? Deliziosamente perversi. Perché in fondo sono un fighettaschifosamente snob anch'io, come Sir Mick.Case sul lungofiume di Hoi An

martedì 21 dicembre 2010

Hué, l'ex capitale tra Cittadella, pagode, tombe reali e ricordi di guerra


 Ingresso al Recinto della CittadellaHUE' - Hué, con i suoi 350 mila abitanti, è la città più popolosa del Vietnam Centrale, e fu eretta capitale nel 1802 dal fondatore della dinastia Nguyen (un cognome che è l’equivalente di Rossi in Italia), Nguyen Anh, che per primo portò a termine, in quell’anno, il processo di unificazione del Paese, sino ad allora diviso in quattro regni, autorpoclamandosi imperatore col nome di Gia Long, e lo fu fino al 1945, fino a quando i Nguyen regnarono, almeno nominalmente, sul Vietnam, sotto il dominio coloniale francese. La città è situata nemmeno cento chilometri a Sud della Zona Demilitarizzata, meglio conosciuta come DZM, una striscia di terra di 5 chilometri su entrambe le sponde del fiume Ben Hai, all’altezza del 17° parallelo. La decisione di dividere in due parti il Paese fu presa per motivi puramente logistici in base a una serie di accordi tra USA, Gran Bretagna e URSS nel corso della Conferenza di Potsdam dell’estate del 1945, per cui i giapponesi presenti in Vietnam avrebbero dovuto arrendersi e consegnare le armi agli inglesi sotto il 16° parallelo e ai cinesi del Kuomintang a Nord di esso, trascurando il fatto che il Vietminh aveva di fatto il controllo del Paese e nel Nord, il 2 settembre dello stesso anno, avrebbe proclamato l’Indipendenza e la Repubblica. Nel 1954 gli accordi di Ginevra tra il governo di Ho Chi Minh e gli impostori francesi, appena reduci dalla indecorosa sconfitta di Dien Bien Phu, avevano previsto la creazione di una zona demilitarizzata e una bipartizione del Paese espressamente temporanea, ma che divenne definitiva dopo la cancellazione da parte del Sud, sostenuto dagli USA, delle elezioni previste per il 1956 per timore di una massiccia vittoria del Vietminh.PanoramaQuesta premessa storico-geografica è necessaria per intendere l’importanza anche simbolica della città durante la Guerra del Vietnam, dato che fu il fulcro di una delle più intense e cruente battaglie nel corso della celebre Offensiva del Têt nei primi mesi del 1968. Mentre le truppe USA venivano concentrate nella Valle di Khe Shan, nella zona demilitarizzata, nel tentativo di rompere l’assedio a una loro base lì situata, e non rendendosi conto che si trattava di una manovra diversiva, le truppe del Nord e i Vietcong attaccarono Hué e riuscirono a prenderla nel giro di 24 ore. Nelle tre settimane e mezzo in cui la città fu sotto il loro controllo vennero massacrati oltre 2500 civili, che facevano parte di vere e proprie liste di proscrizione con cui i comunisti si erano presentati a Hué. La controffensiva USA e sudvietnamita fu almeno altrettanto violenta, i morti furono almeno diecimila, soprattutto civili, e interi quartieri vennero letteralmente rasi al suolo, tra cui la storica Cittadella, dove si combattè anche casa per casa, la prima cosa che sono andato a visitare ieri arrivando in città. Si tratta di un quadrilatero racchiuso da mura spesse due metri con un perimetro di dieci chilometri, protette da un fossato largo 30 metri e profondo quattro, con dieci porte d’accesso fortificate, la cui costruzione iniziò nel 1804. Ancora oggi è abitata da almeno 30 mila persone, e all’interno di essa si trova il Recinto Imperiale, una vera e propria cittadella nella Cittadella, protetta da una cinta muraria alta sei metri e lunga due chilometri e mezzo, il cui centro è costituita dalla Città Purpurea Proibita (prima foto dall'alto), residenza dell’imperatore, con intorno gli ex edifici statali. Anche il Recinto venne massicciamente bombardato sia durante la guerra francese sia durante quella americana, tanto che si salvarono soltanto 20 dei 148 edifici originariamente presenti. Anche col patrocinio dell’UNESCO, che ha dichiarato il sito Patrimonio dell’Umanità, sono tuttora in corso i restauri delle parti meno danneggiate e la ricostruzione integrale di quelle restanti, ma cumuli di macerie sono presenti ovunque ancora oggi. Tutta l’area è comunque magnifica e riesce a rendere l’idea di come potesse essere originariamente, ma il mio pensiero andava continuamente al ricordo delle immagini che si vedevano in TV quarant’anni fa, ai film sulla guerra ambientati da queste parti: Hamburger Hill, nella valle di Khe Shan, è una di quelle colline che si vedono all’orizzonte, alle spalle delle anse del Fiume dei Profumi che divide la città (seconda foto dall'alto); Da Nang, la base aerea sudvietnamita maggiormente usata per le operazioni militari durante il conflitto dall'esercito USA, è a un’ora di bus verso Sud e Quang Tri, la provincia a ridosso della DMZ, a un’ora verso Nord.Bimbo con incensiPer il resto è una città moderna, vivace, con qualche reminescenza francese negli edifici, una cucina raffinata e abitata da gente simpatica e disponibile, a parte procacciatori di improbabili affari, guidatori di cyclo e i mototaxisti, che in una città meno affollata di Hanoi o Saigon attendono al varco il turista a ogni passo offrendo i loro servizi. Ma si fanno anche mandare a quel paese senza scomporsi e spesso sfoderando un sorriso. Gli unici davvero miserabili sono i lenoni che la sera con fare laido offrono compagnia femminile o meglio, come usano esprimersi icasticamente, “bum-bum”. Quest’oggi, invece, giornata dedicata a un’escursione in battello seguendo il Fiume dei Profumi verso Sud per una ventina di chilometri per visitare prima la bellissima pagoda di Thien Mu, con la sua torre ottagonale di sette piani che è simobolo della città di Hué (foto in basso) e poi una serie di tombe degli imperatori, tutte costruite in posizioni incantevoli e mentre essi erano ancora in vita, seguendo le loro istruzioni e che riflettono quindi i loro diversi caratteri e filosofie di vita, alcune perfino loro residenza mentre erano ancora in vita (un po’ come Pirlusconi ad Arcore col suo mausoleo). Quella di Tu Duc, il cui regno fu il più lungo della dinastia dei Nguyen, dal 1848 al 1883, e la cui costruzione costò duemila vite, esprime in pieno la megalomania del personaggio; quella di Minh Mang, armoniosamente fusa col paesaggio in cui è immersa, è la più maestosa, in linea con la serietà del sovrano, che regnò dal 1820 al 1840; quella di Khai Dinh, penultimo imperatore (1916-1925), un burattino nelle mani dei francesi (e una delle cause del diffondersi del comunismo in Vietnam, a detta dello studente che faceva da ottima guida) ne ricalca i gusti occidentalizzanti, con una serie di trovateArt Nuoveau abbastanza incongrue rispetto alle altre nonché alle tradizioni locali. Ancora una tappa, Hué, del tutto soddisfacente percorrendo verso Sud questo Paese dove è sempre un piacere tornare.Thap Phuoc Duyen, simbolo di Hué

domenica 19 dicembre 2010

Halong, dove il dragone si inabissa nel mare

Halong Bay 1Un'intera settimana di pioggerellina insistente mista a nebbia, con effetto aerosol che rendeva soffuso ogni contorno, è stata ampiamente ricompensata dalle due giornate di sole, ma gradevolmente fresche, che hanno accompagnato la mia escursione di questo fine settimana nella baia di Halong, caratterizzata per questa sorta di dolomie che sono diffuse d'altronde in tutta quest’area. Nei dintorni di Guilin le avevo soltanto intraviste, dove costeggiano il fiume e punteggiano le risaie, mentre qui spuntano direttamente dal mare conferendo alla baia un aspetto inconsueto e fiabesco e che non poteva che ispirare un mito: quello della famiglia di dragoni inviati dagli dei in aiuto ai vietnamiti che, tanto per cambiare, stavano combattendo gli invasori cinesi. I dragoni (animali sacri in Vietnam  così come la tartaruga, la fenice e il liocorno) iniziarono a sputare gioielli che si traforarono nelle isole e negli isolotti che disseminano la baia, e che formarono una barriera contro i nemici: gli indigeni salvarono la loro terra, che poi divenne il Vietnam (e vissero felici e contenti fincghé non arrivarono i francesi a rompere i coglioni). Il luogo in cui arrivò il dragone madre, venne chiamato Halong Bay, che significa appunto "là dove il dragone entra nel mare". Un luogo semplicemente magico, che è difficile se non inutile descrivere a parole, per cui lascio il compito a qualche foto di suggerirne l'idea, sperando che rendano giustizia a questo posto incantevole.Halong Bay tramontoSituata nel Vietnam nord orientale, non lontano da Haiphong, il più importante porto del Paese e a circa 160 chilometri da Hanoi, si tratta di un'ampia insenatura nel Golfo del Tonchino disseminata da qualcosa come 3000 isolette calcaree, pinnacoli dalle forme più strane che spuntano dal mare, con falesie che fanno la gioia dei climber che hanno di che cimentarsi (qualcuno ce n’è), cosparse di grotte carsiche erose dal vento e dalle maree: se ne visita qualcuna, bene illuminata, nel corso delle gite che vengono organizzate in svariate combinazioni e che partono tutte da Halong City. A questo proposito bisogna riconoscere che i locali sono estremamente abili a incastrare i vari percorsi personalizzati che  ognuno si costruisce sulle proprie esigenze: perché se è vero che vi sono comitive che viaggiano con soluzioni “tutto compreso” tipo “Il favoloso Vietnam in dieci giorni”, è altrettanto vero che la maggior parte dei viaggiatori che si muovono da queste parti sono coppie, famiglie o singoli (di entrambi i sessi: questo è un Paese più che agibile anche per donne non accompagnate). L’offerta, ad Hanoi soprattutto, è vastissima e flessibile, e a meno di non essere disposti ad affittare un’imbarcazione privata per qualche giorno, ognuno riesce agevolmente a organizzare un percorso in base alle proprie esigenze e disponibilità di tempo e di denaro e a non perdersi queste meraviglie.Interno dellSi creano così intrecci di percorsi e gruppi mobili che viaggiano sulla stessa imbarcazione, magari pernottando su una di esse come ho fatto io, in una cabina più che confortevole, cena e pranzo ottimi e una compagnia variegata quanto interessante: una famiglia norvegese di cinque persone capitanata da un ex portiere di calcio, ora allenatore; una famiglia cinese di Singapore di sei persone, nonna compresa, guidata con dolcezza da un gentilissimo docente di economia; una attraente sino-malese nata in Venezuela e addetta all’ambasciata di Kuala Lumpur di quel Paese; una coppia di giovani tedeschi appena reduci dalla Cambogia e una di neozelandesi che sono in giro da sei mesi; una famiglia di australiani con tre figli piccoli: i genitori sono insegnanti e approfittano delle lunghe ferie estive per fuggire alla calura australiana e girare il mondo; una coppia inglese di mezza età con figlio tardo-adolescente immerso nel suo mondo e isolato da un paio di cuffie gestite con parsimonia dalla madre.  I gruppi poi si scompongono  e una parte si ritrova, com’è capitato a me con i singaporeani e gli inglesi, per un altro pernottamento in albergo, questa volta a Cat Ba(foto qui sopra e sotto), più grande della Baia di Halong per estensione, su cui si trovano anche una riserva naturale protetta e lungo la costa quattro villaggi galleggianti abitati da pescatori. Bravissimi gli accompagnatori, che a loro volta si scambiano tra loro, a gestire localmente i servizi utilizzati dalle agenzie, che sono diverse decine: hotel, resort, bungalow, escursioni, anche gite in kayak o cicloturistiche, trasporti tra un’isola e l’altra e anche tra un’imbarcazione e l’altra. Ragazzi e ragazze decisamente svegli ed efficienti, in costante contatto tra loro e con la base via cellulare, che tengono sotto controllo tutto questo turbinio di gente in continuo movimento, e dimostrano che, perché difficilmente qualcuno si perda o il bagaglio sparisca, non è necessario essere intruppati come pecoroni e contrassegnati con braccialetti o cappellini colorati ma bastano la loro guida attenta, dal tocco artigianale e gentile, e il loro modo di porsi mai affettato o servile, compiendo la magia di far sentire che si affida a loro un visitatore e non un numero o un pacco, e questo fa la differenza.Villaggio galleggiante a Cat Ba

giovedì 16 dicembre 2010

Ho Chi Minh: e luce fu


In memoria di Ho CHi MinhHANOI - Se c’è una cosa che mi infastidisce e mi mette sull’allerta è la retorica, ma in occasione di una visita a Hanoi non poteva mancare un saluto allo Zio Ho e dunque un’occhiata alla piazza Ba Dinh, come avevo accennato nel post di ieri. Ho Chi Minh, che significa "colui che porta la luce", 1890-1969, fondatore del Partito comunista vietnamita (1923) e presidente della Repubblica democratica del Vietnam dal 1945 alla sua morte, è il più celebre degli pseudonimi di Nguyen Tat Thanh, questo il suo vero nome. Un mito, insieme al generale Giap (99 anni, tuttora vivo e vegeto), per quelli della mia generazione, che si ricordano ancora i veri e propri bollettini di battaglia con cui si aprivano i radiogiornali e telegiornali (quelli serali, allora in bianco e nero: la RAI non trasmetteva 24 ore su 24 come oggi e MerdaSet non esisteva ancora, per questo qualcuno di noi non è ancora del tutto televisionato, perché la "televisiùn te rimpirlisset come un cujùn”, come cantava Jannacci) della metà e fine degli anni Sessanta. Era la guerra del Vietnam, gli USA erano intervenuti direttamente nel conflitto a sostegno del regime fascistoide sudvietnamita sotto la presidenza di Lyndon B. Johnson, succeduto a John Kennedy, nel 1964 a seguito di un incidente pretestuoso (come fu accertato in seguito: ricorda l’attacco all’Irak, vero?) che aveva coinvolto due loro navi nel Golfo del Tonchino contro il Fronte di Liberazione Nazionale (meglio noto come Vietcong) appoggiato dalla Repubblica del Nord presieduta, per l'appunto, da Ho Chi Minh. Espressioni come l’Offensiva del Têt (il capodanno buddhista, nell’inverno del 1968), il Sentiero di Ho Chi Minh (che attraversava anche Laos e Cambogia per rifornire i ribelli del Sud) e località come Da Nang, Quang Tri, Hué, Nha Trang sono rimasti impressi indelebilmente nella memoria di chi ha passato i 50. Come finì, il 30 aprile del 1975, con la capitolazione del governo fantoccio del Sud e il giorno prima  con la vergognosa fuga degli ultimi americani rimasti elitrasportati dai tetti degli edifici di Saigon, è passato alla storia. Se la grossolaneria, la superficialità, la criminale ignoranza e gli errori di valutazione degli yankees, che non imparano mai dalle loro colossali cappellate, sono tragicamente noti, lo è di meno, perché fanno di tutto per rimuoverne le tracce, l’impunita e imbecille arroganza dei francesi, che qui in Vietnam ne hanno dato prova prima e peggio degli americani, che se non altro avevano dalla loro la scusante ideologica di aver voluto fermare l’avanzata del comunismo in piena epoca di Guerra Fredda.Duong Dien Bien PhuPensavo a questo percorrendo dalla Piazza Ba Dinh verso il Quartiere Vecchio, ieri pomeriggio, il Viale Dien Bien Phu, dedicato all’omonima battaglia che vide la capitolazione di oltre diecimila militari francesi dopo un assedio di quasi due mesi davanti al Viet Minh, la Lega per l’Indipendenza del Vietnam fondata da Ho Chi Minh, decretandone la vittoria dopo un conflitto, noto come la Guerra Indocinese, iniziato nel 1946. Quel che i francesi ricordano ancora meno volentieri, e cercano di occultare, è che dal 1940, quando la Francia venne occupata dai tedeschi, il governo dell’Unione Indocinese, ovvero i loro domini coloniali nel Sud-Est Asiatico, nominato dal regime collaborazionsita e filonazista di Vichy, accettò la presenza delle truppe giapponesi in Vietnam in cambio della amministrazione degli affari ordinari (imsomma le briciole, pur di esserci), e questo fino all’estate del 1945, quando Ho Chi Minh proclamò l’indipendenza. In quel periodo egli scrisse una decina di missive al presidente Harry Truman per ricevere aiuto dagli USA, i quali ottusamente non risposero. Ne pagarono le conseguenze trent’anni dopo. Seguì una fase convulsa, che dopo la fine della guerra in Europa vide il rialzarsi della cresta dei soliti galletti francesi, che formalmente ripresero il controllo del Vietnam, ma di fatto non lo ebbero mai più e che ebbero l'improntitudine di dichiarare, per bocca del loro generale Leclerc, di essere “venuti a riprenderci quello che ci spetta”. Detto e fatto: ci vollero altri 9 anni ma furono cacciati fuori dal Paese a calci nel culo e con ignominia. Il bello è che questi imbelli fanfaroni che si riempiono la bocca di grandeur mai dimostrata, straparlano di rispetto dei diritti umani (i loro) e pretendono di fare la predica al prossimo proponendosi come campioni di democrazia. Perché se il nostro è un Paese di merda, come  stiamo ancora una volta dimostrando in questi tristi giorni, i cugini d'Oltralpe ci fanno un'agguerrita concorrenza e sono dei rivali di tutto rispetto nella gara a chi ha più la faccia come il culo. Devo ammettere che ieri, incedendo lungo il Duong Dien Bien Phu, ho provato la stessa sensazione di resa giustizia che ebbi cinque anni fa a Saigon, ora non a caso ribattezzata Ho Chi Minh, alla vista del T34 dell’esercito del Nord che la mattina del 30 aprile del 1975 sfondò i cancelli dell’allora palazzo presidenziale, oggi Palazzo della Riunificazione, e che fa ancora mostra di sé nello spiazzo antistante. Per celebrarne la memoria, sono andato a fare un brindisi, anzi un prosit, al più vicino spaccio di Bia Hoi.Bia Hoi 39

mercoledì 15 dicembre 2010

Hanoi, il drago che si leva in volo tra i vapori


Lago Hoan KiemHANOI (Há Nôi) - Hanoi, o almeno il suo centro storico, peraltro parecchio esteso, è di gran lunga la capitale più bella e affascinante che abbia visto finora in Oriente e sicuramente una delle città più ricche di fascino a Est del Mediterraneo. Intendo come centro urbano, per l’energia  che sprigiona e  il carico di storia che esprime, e non tanto per i suoi monumenti, che comunque abbondano e sono degni di nota: forse soltanto Istanbul mi ha fatto lo stesso effetto immediato. E’ stata questa la prima impressione che avevo avuto ieri arrivandoci a metà di un pomeriggio piovigginoso e dopo un primo giro di perlustrazione notturna. E si è rafforzata oggi alla luce del giorno (non posso dire del sole perché l’acquerugiola non dà tregua) nel pieno svolgimento delle sue faccende, molteplici ma non istericamente frenetiche come nella capitale dell’ex Stato del Sud, Saigon-Ho Chi Minh. Hanoi, che deve il suo nome all’imperatore Tu Duc, che nel 1831 la ribattezzò “città sull’ansa del fiume” (quello Rosso) quando la capitale era ancora Hué, festeggia in questo 2010 i mille anni dalla fondazione, opera dell’imperatore Ly Thai To, che la battezzò col nome di Thang Long, “città del drago che si leva in volo”, ma l’area in cui sorse era comunque abitata fin dal neolitico.  Conta quasi quattro milioni di abitanti ed è una città elegante, ricca di viali alberati, disseminata di laghi: quello di Hoan Kiem (foto in alto: le altre sono di scene di vita quotidiana) è in pieno centro, nel mezzo del “Quartiere Vecchio”, quello che i francesi, che vi hanno lasciato parecchie tracce, chiamavano Cité indigène, con la consueta punta di razzismo.Gruppo di donne in un esternoCuriosa l’origine della toponomastica del centro storico, che è anche quello commerciale della città, le cui vie si chiamano generalmente Hang (che significa merce) più il nome del prodotto che viene venduto in quella strada (della seta, del pollame, del cotone, dell’agento, del pesce e così via): attorno al 1200 vi si stabilirono le 36 corporazioni di Hanoi, e infatti in origina si chiamava “Trentasei strade”: nel frattempo sono diventate oltre cinquanta, e quella di concentrare in una via una certa attività è una caratteristica che è rimasta. Vi si possono perdere giorni, non solo a guardare la merce esposta e a girare tra i mercati, alcuni all’aperto e altri coperti, ma anche e soprattutto ad assistere alle molteplici attività che vi si svolgono. Sembra di essere costantemente a teatro. A parte i guidatori di cyclo e quelli dei mototaxi che si offrono ogni momento ma non sono mai particolarmente insistenti a fastidiosi, la gente è discreta, sta sulle sue ma è sempre disponibile e gentile, è molto meno chiassosa e agitata che al Sud, e anche rispetto alla Cina, che è sì vicina (la frontiera è a 160 chilometri) ma sembra lontanissima. Lo si nota anche dalla qualità della merce, di fattura e gusto immensamente migliori in Vietnam. Oltre alle attività commerciali e a decine di caffè, banchetti gastronomici, ristoranti, birrerie di strada (dove si vende la Bia Hoi, un’istituzione vietnamita che significa birra alla spina, senza conservanti e da consumare in fretta: non c‘è pericolo perché viene bevuta a fiumi) anche monumenti, tra cui la cattedrale di San Giuseppe (un buon 10% della popolazione è cattolica, la percentuale maggiore per un Paese asiatico dopo le Filippine), svariati templi e pagode disseminati un po’ ovunque, il più bello è forse quello di Ngoc Son, che sorge su un’isolotto del lago Hoan Kiem, collegato alla sponda da un ponte di legno laccato in rosso, teatri, tra cui spicca quello delle Marionette sull’acqua, una forma d’arte esclusiva del Vietnam settentrionale.la classe operaia sta in altoI musei si trovano generalmente fuori dal Quartiere Vecchio, comunque in centro, e ve ne sono diversi, tra cui quello etnologico, quello di storia, quello dell’esercito (davanti al quale campeggia un MIG di fabbricazione sovietica), quello delle arti e quello delle donne, oltre a quello della rivoluzione vietnamita e quello di  Ho Chi Minh, che si è visto pure dedicare un mausoleo, dove viene conservata la sua salma imbalsamata, pur contro la sua volontà (dispose di essere cremato), nella migliore tradizione sovietica: ogni anno per due mesi rimane chiuso perché la mummia dello Zio Ho (come lo chiamano tuttora affettuosamente i vietnamiti) viene portata in Russia per la necessaria “manutenzione”. Tutto l’apparato celebrativo si trova nei dintorni dell’enorme Piazza Ba Dinh, dove il 2 settembre del 1945 Ho Chi Minh proclamò l’indipendenza del Paese. Non poteva mancare, nella stessa zona, il Parco Lenin. Parte del centro, appena a Ovest del Quartiere Vecchio, un’area molto vasta, era occupata dalla Cittadella di Hanoi e tuttora è sede di una base militare e delle residenze degli alti ufficiali e delle loro famiglie, e dunque off limits. Delizioso e da non perdere, sempre nei dintorni, il Tempio della Letteratura, fatto costruire nel 1070 dall’imperatore Li Thanh che lo consacrò a Confucio, che solo sei anni dopo fu sede della prima università del Vietnam, istituita inizialmente per educare esclusivamente i figli dei mandarini e dal 1442 in poi tutti gli studenti più meritevoli del Paese. Circondato da mura, si sviluppa lungo cinque cortili circondati da giardini curatissimi, un bellissimo e purtroppo raro esempio di architettura tradizionale vietnamita. Incredibilmente intenso il profumo di legno antico che si sprigiona nei suoi padiglioni dai tetti tipicamente spioventi: una bellezza che attiva quattro dei cinque sensi. Insomma finora Hanoi ha sperato tutte le mie aspettative, che pure erano posizionate parecchio in alto, e sono perfino contento di averla vista soffusa da questa vaga foschia umida: me l’immaginavo con un clima simile, la capitale del Nord, con un’atmosfera evocativa, satura di vapori che ne attenuano le tinte, un po’ come i Navigli della Milano anni Sessanta avvolti dalla nebbia autunnale. Quando c'era ancora.Spesa a domicilio

lunedì 13 dicembre 2010

A pesca con il cormorano e il giardiniere ciclista


GuilinGUÌLÍN ( 桂林) - In ogni viaggio capita la scelta sbagliata, il posto visitato nelle condizioni peggiori, la “toppata”. Soprattutto se si segue una traccia di massima, si lascia molto all’ispirazione del momento, ci si affida prevalentemente al proprio naso ma qualche volta anche al consiglio di chi ci è già stato. Questa volta credo sia toccato a Guilin, nell’estremo Sud-Ovest della Cina, capitale della provincia del Guangzxi dai tempi della dinastia dei Ming (XIV secolo) fino al 1914, quando le è subentrata Nanning, mia prossima tappa, oggi, alla volta del Vietnam. Quando vi sono giunto, per fortuna in aereo e senza sottopormi a undici ore di bus da Guangzhou, venerdì pomeriggio, per di più sotto un’acquerugiola che non mollava un istante, immersa in una nebbiolina che non lasciava intravedere il paesaggio e con dieci gradi in meno rispetto alla città che avevo lasciato, il primo impatto, con questa che è una delle mete turistiche più decantate del Paese, non è stato dei più entusiasmanti. La città ha quasi 700 mila abitanti, è un centro importante, florido, animato, ma soprattutto ha il pregio di essere circondata da un paesaggio magnifico, in mezzo a un sistema fluviale e di canali in una zona di rilievi carsici, alle spalle una vallata con risaie terrazzate, laghi e montagne di una discreta altezza. Paesaggi di cui, purtroppo, non ho potuto apprezzare un accidente. L’orrore però mi è venuto appena mi sono addentrato verso il centro: ho avuto l’impressione di essere arrivato in un centro commerciale: il trionfo della Cinaconsumista, prima che comunista. La tentazione immediata è stata quella di fuggire, soprattutto dopo aver appreso che le previsioni meteorologiche erano pessime anche per i giorni a venire, e ho rivissuto in un istante le stesse sensazioni avute tre anni fa aGramado, in Brasile, che mi era stata decantata come una meta turistica imperdibile del Rio Grande do Sul: anche lì una teoria senza fine di negozi, con in più l’incongruenza degli addobbi natalizi ai tropici e il relativo delirio da compere compulsive. Ma ho imparato dall’esperienza che anche dalle situazioni sgradevoli e apparentemente assurde si possono ricavare esperienze positive e insegnamenti  importanti: mai farsi sfuggire le occasioni, perché, come dice la canzone, è dalla merda che nascono i fiori.A pesca col cormoranoE comunque un paio di giorni di sosta e di riposo capitavano al momento giusto, per quanto dell’umidità e del freddo avrei volentieri fatto a meno. A parte la visita alSolitary Beauty Park, in pieno centro cittadino, che comprende la residenza di Jingjiang, principe Ming del 14° secolo; la Cava delle perle restituite, che la leggenda vuole illuminata da una sola perla e abitata da un dragone, e dove tra oltre un centinaio di immagini del Buddha incise sulla parete ve n’è una he risale a mille anni fa, infine ilSeven Star Park, un’area di  137 ettari a Est del fiume Li, così chiamata per via dei sette pinnacoli calcarei che vi si ergono, con tempietti, dimore, giardini, cave con incisioni, punti panoramici e altre amenità, alcune delle quali alquanto incongrue e chiaramente posticce, la cosa più entusiasmante e stato assistere, a più riprese, alla pesca nel fiume fatta con usando dei cormorani ammaestrati, a bordo di una imbarcazione di giunchi dal fondo piatto tipo zattera di forma allungata, manovrata con straordinaria abilità con una lunga pertica dal pescatore-domatore.A pesca col cormoranoSpero che le immagini riescano vagamente a rendere l’idea della pratica, alquanto suggestiva e comunque, da quel che ho potuto verificare, fruttuosa. I pescatori vi si dedicano mentre stanno attendendo che si riempiano le reti che hanno gettato alla maniera tradizionale, probabilmente il volatile viene utilizzato per la cattura di determinati tipi di pesce, di dimensioni più ragguardevoli rispetto alla media, oppure anche, è una possibilità, come minaccia e per convogliare i pesci nelle reti opportunamente predisposte attraverso manovre che assomigliano più a un balletto. Questo nei rari momenti in cui la pioggia, altrimenti incessante, ha dato una tregua, nella tarda mattinata e durante il primo pomeriggio di sabato e ancora nel pomeriggio di ieri, quando ero uscito dal Riverside Hostel, la gradevolissima guesthouse dove alloggio, con una deliziosa terrazza e una luonge che danno proprio su un ramo secondario del fiume Li, per andare alla ricerca di una cerata più robusta di quella che, strapazzata in questi giorni di uso continuo, si era disgraziatamente lacerata. Al rientro nella luonge sento echeggiare, dopo due settimane, di astinenza, il dolce idioma dove del Paese dove il sì suona, insomma la terra dove crescono i limoni, come diceva Goethe, e anche i cachi, come ricorda Elio delle Storie Tese, invero con una cadenza inconfondibilmente piemontese, quindi non nella sua versione più propriamente melodica. Siccome il titolare, che si è rivelato essere il biellese Enrico Gremmo, mi è subito risultato simpatico dall’aspetto, mi sono appalesato come connazionale (cosa che faccio di rado al primo impatto) e abbiamo trascorso una gradevolissima serata insieme tra racconti di viaggio ed esperienze e considerazioni sul nostro Paese malato. Trentenne,  giardiniere e cicloviaggiatore, meglio che cicloturista, da sette mesi è partito dall’Italia con meta Giappone, dove è arrivato come da programma, e ora sta scendendo dalla Cina in direzione Singapore attraversando il Sud Est Asiatico. Pur reduce da una lesione al tendine che lo ha bloccato per settimane in Ucraina e in Russia, è uno che ha avuto le palle, ma soprattutto la testa, di attraversare la Mongolia e il deserto del Gobi, senza darsi arie e sentirsi un eroe, anzi: con quell’understatementabbastanza tipicamente sabaudo, che non è falsa modestia ma coscienza di aver fatto quel che si voleva fare, senza tante sceneggiate ed esagerazioni. Ma trovate tutto sul suo sito: www.bikingtour.it. Quindi, per tornare all’inizio, ancora una volta una tappa istruttiva anche se apparentemente sfavorevole, ma è giusto e inevitabile che sia così, perché un viaggio non è fatto soltanto di chilometri fatti e di cose viste, anzi: ma soprattutto di nuove scoperte e di nuovi incontri. Col prossimo ma anche con sé stessi.Pagode a Guilin

venerdì 10 dicembre 2010

Lezioni di tango sotto il cavalcavia


Gioco a carteGUANGZHOU (廣州) - Passeggiando per la città, ieri, ho provato a pensare alle cose che si erano perse rispetto alla mia precedente visita in Cina, che risale a 18 anni fa e che comprendeva, oltre a Pechino, le regioni del Nord del Gansu, della Mongolia Interna e dello Xinjang, terra degli uiguri (ne ho rivisto qualcuno, col tipico copricapo, proprio qui a Gangzhou). Tra le prime, le biciclette. Allora erano una marea, le automobili poche, i mezzi pubblici stracarichi e usurati. Ce ne sono ancora, ma sempre lucchettate, nonostante la presenza massiccia di poliziotti, soldati e guardie in ogni luogo, dalle reception degli alberghi, ai ponti, ai centri commerciali; stazionari o di pattuglia. Ci sono anche, e dappertutto, le piste ciclabili: ma a differenza dei ciclisti italioti ed europei, che ormai costituiscono delle lobby prepotenti e agguerrite come quelle dei gay, che sono convinti di avere un diritto divino per fare le vittime per partito preso anche quando hanno torto e di poter rivendicare di tutto, a cominciare dal procedere contromano, non scampanellano o ti aggrediscono verbalmente se tu, povero pedone, osi “invaderle”, ma gentilmente ti evitano. Inoltre, nessuno si sogna di sfrecciare  come un invasato intutato come nel domopak, col “pack” bene in vista, il caschetto d’ordinanza al carbonio-titanio e l’iPod d’ordinanza collegato al cervello, ma la differenza è che qui siamo in un Paese di gente civile e a cui non si è ancora del tutto brasato il cervello. L’altra cosa che mi mancava era il letto-sofà all’esterno delle case: ai tempi era stata una delle cose che più mi avevano colpito in Cina, insieme alle tutine dei neonati con lo spacco sul sedere, pronte all’uso, insomma. Forse perché le abitazioni ai tempi erano piccole, e spesso a un solo piano, la vita si estendeva in strada e un letto sgangherato, un divano usato facevano all’uopo: ci si riuniva e si chiacchierava, si giocava a carte, a scacchi, a mahjong, a dadi. Si sa, i cinesi giocano volentieri, anche d’azzardo, e scommettono di gusto (foto in alto: non è vero che lavorano e basta. Quando non sono indaffarati, mangiano, e quando non mangiano, giocano. Con altrettanto impegno)Guardie della RivoluzioneOra rimane qualche sedia o perfino a volte delle poltrone ad uso delle guardie stanziali di cui dicevo sopra, magari sormontate da un parasole (cfr queste due guardie della Rivoluzione all'erta su uno dei ponti). Un’altra usanza che ho visto in decadenza è quella di sedere accovacciati sui propri talloni, per ore, una capacità che ho loro sempre invidiato moltissimo. Quella che non è cambiata è l’abitudine di fare ginnastica all’aperto, nei luoghi pubblici: a Guangzhou i lungofiume sono un posto ideale per praticarla, perché sono spaziosi e spesso si aprono in aree verdi appositamente attrezzate con macchine per pesi, cyclette e altri aggeggi liberamente a disposizione del pubblico (trattandosi di un Paese dove prevale ancora il buon senso, non si è ancora diffuso il virus dei gym e dei fitness center: ci si tiene in forma a gratis). Naturalmente non mancano campi giochi per i più piccoli, mentre da noi si pensa di introdurre divieti d’accesso per bambini e infanti e in compenso si creano spazi per i cani. Che sono apprezzati anche qui, e non soltanto in cucina (ebbene sì: in alcune regioni se ne preparano ghiotte pietanze), così come i gatti e ogni altro animale di compagnia (i cinesi sono famosi per allevare i grilli, con una pazienza infinita, per farli sopravvivere e per la gioia di sentirli cantare, evocando la bella stagione, nelle fredde giornate invernali: mi ricordo delle splendide pagine di Tiziano Terzani in proposito ne “La porta proibita”).Tai-chiSempre passeggiando sui lungofiume capita di incrociare la vita che si svolge sotto gli svincoli degli arditi ponti che collegano le due parti della città: a occhio lunghi dai 500 ai 700 metri, con doppia carreggiata per gli automezzi a motore e due corsie ciascuna per cicli e pedoni, quindi tutto un intreccio di rampe. Di notte sono illuminati di colori sgargianti. E mi è venuta in mente un’espressione degli inizi degli anni Settanta, quando la sbornia della Rivoluzione Culturale aveva attecchito anche da noi ottenebrando già allora menti non particolarmente eccelse e che avrebbero infestato la vita politica e no di casa nostra fino ai giorni odierni: qui ho recuperato un simpatico articolo commemorativo apparso qualche tempo fa su Repubblica su uno dei gruppuscoli maoisti i voga all’epoca, quello dell' Unione dei comunisti marxisti leninisti italiani altrimenti noti come “Servire il pollo”, com’erano chiamati da quelli che c’erano un filino di più con la testa. L’espressione era “l’uso parziale alternativo”. Delle ore di lezione, ad esempio, o delle aule scolastiche, per estensione della palestra o dell’intero istituto. Nei deliri di costoro era una conquista da strappare con la lotta (dura e senza paura) o con la trattativa (senza cedimenti) al nemico di classe, chiunque incarnasse l’autorità, per un uso finalizzato a un eterno “dibbattito” sull’aria fritta, guidato dal commissario politico di turno; in realtà, almeno a scuola, ci si divertiva, si faceva pratica delle teorie della liberazione sessuale (loro, i compagni puri e duri, mai: erano votati alla castità). Ieri ho avuto modo di osservare  un esempio fattivo dell’uso parziale alternativo degli spazi sotto ai cavalcavia e agli svincoli dei ponti da parte dei compagni cinesi (quelli veri). Per il principio dell’horror vacui, ogni spazio torna buono e va utilizzato (così come del porco non si butta nulla), per cui è lì che piazzano ad esempio iterminal di alcune linee di bus oppure le stazioni dei taxi. In altre zone, perfettamente pavimentate, perché qui anche svincoli e cavalcavia devono avere una loro grazia, se possibile, e non un aspetto raffazzonato, si tengono frequentatissime lezioni di danza con tanto di maestri in completo nero e scarpe e mise apposite: le basi del walzer viennese, delle polke, delle mazurche: ma è il tango argentino  a fare la parte del leone(foto in basso). Anche quando si divertono, questi non scherzano per niente. Quando dico che i cinesi ci metteranno poco a dare la birra a tutti, sono certo di non sbagliarmi. Guai a sottovalutarli.Lezione di tango

giovedì 9 dicembre 2010

Sorprendente Guanhzhou


GuangzhouGUANGZHOU (廣州 - CANTON) - Ammetto che ero un po’ inquietato dall’ingresso in Cina e dall’impatto con Guangzhou, più conosciuta come Canton e che si trova a due ore di bus da Zhuhai, la prima città (un milione e mezzo d’abitanti, la sorella minore di Shenzen, e come quest una SEZ) oltre il faraonico ma estremamente funzionale posto di confine con Macao. Formalità di frontiera minuziose, con tanto di marchingegni elettronici a scannerizzare volto e passaporto, ma rapide, e gentilezza nel dare una mano a trovare la biglietteria e poi il mezzo, perché improvvisamente non c’è più alcuna scritta in caratteri latini. I più giovani, però, in genere un po’ di inglese lo masticano: particolarmente utile si rivela farsi trascrivere indirizzi e località in cinese. Dopo un tratto di costa sabbiosa e piacevole, ci si immette in un’autostrada a tre corsie, perfetta, con la segnaletica in verde come in Italia, una breve sosta nell’equivalente di un’autogrill e si arriva in questa città che non dà l’impressione di essere circondata da periferie degradate ma rende subito l’idea di essere un tutt’uno omogeneo. Se c’è una metropoli che mi aspettavo diversa questa è Canton, la capitale del Guangdong. Per secoli è stata la città più importante e popolosa della Cina assieme a Pechino e Shanghai, sapevo che si era ammodernata ed era cresciuta a dismisura, ma rimane pur sempre una città meridionale, con tutto ciò che il clima comporta anche nel modo di essere e di vivere della gente, l’antitesi di Pechino, e me l’attendevo caotica, disordinata, piena di traffico, magari sporca, inquinata da far spavento. Niente di tutto ciò: traffico scorrevole, macchine e mezzi pubblici in ottimo stato (parecchie BMW: la marca preferita tra le occidentali, ma ho visto anche parecchie Mercedes e qualche Porsche, mentre i taxi sono in buona parte VW. Tutte tedesche comunque, guarda caso. Già: il desolante personaggio che ci governa e ci sputtana per il mondo da una ventina d’anni si è degnato di venire in Cina forse una volta di sfuggita, mentre va in pellegrinaggio ogni mese da quell’altro farabutto suo sodale in Russia: un grande sbocco per le nostre imprese), lungofiumi alberati e con fioriere (e si tratta di chilometri e chilometri), nessuna cartaccia per terra e cestini dappertutto, bagni pubblici ogni 500 metri, questo lo avevo notato anche a Macao; verde, anche se dall’aspetto un po’ artificiale (ma piante e fiori sono veri: ho provato) appena possibile. Non so quanto ciò sia dovuto allo scrupoloso make up in vista dei Giochi dell’Asia che si sono tenuti qui in novembre, l’impressione che si ricava comunque è che questa non sia una città venuta su così per caso ma la cui evoluzione e sviluppo sono stati studiati con cura. In  maniera forse discutibile, ma con idee chiare, un progetto in testa e realizzati con accuratezza, pensando, magari in modo un po’ paternalistico, a chi deve viverci.Isola pedonaleA prescindere dalle dimensioni della città e dei suoi edifici, comunque imponenti, andando in giro per le strade e anche sui mezzi pubblici non si direbbe che a Guangzhou abitino oltre 12 milioni di persone: il massimo affollamento l’ho visto ieri sera tra le 18 e le 19 nell’isola pedonale di Shanxia Jiu (che inizia a Ovest in maniera dimessa per crescere man mano di livello e prezzi procedendo verso Est, in parallelo al corso del fiume che attraversa la città, sempre quello delle Perle, il Sikiang) ma è lo stesso che si registra in un qualsiasi fine settimana a Milano in Via Torino o Corso Vittorio Emanuele o a Roma in Via del Corso, ed esattamente identico l’abbigliamento di giovani e meno giovani, come forse si può notare dalla foto qui sopra. Ero capitato nella zona centrale di Liwan, dove nelle vie parallele all’isola pedonale sopravvive la vecchia Canton, guidato come sempre dal mio appetito e dal mio naso affinato alla bisogna: alle spalle degli immancabili MerDonalds e KFC, (questi ultimi fortunatamente assenti da noi) nelle vie traverse, rigurgitava di allegre taverne in una delle quali ho rimediato un’ottima cena a poco più di tre euro, seduto e attovagliato, in un ambiente simpatico. Come ho già scritto, non è per nulla difficile fraternizzare con dei cinesi a tavola. Nella zona, mi aveva impressionato la quantità di magazzini di qualsivoglia tipo di merce e lo sferragliare incessante di centinaia di carrelli spinti o tirati a mano, carichi di scatoloni: hanno sostituito i rik-sciò, che facevano parte dell’immagine agiografica di Canton; nonché la presenza sistematica di cartoneros, i recuperatori di imballaggio, se possibile ancora più professionali di quelli di Buenos Aires. Sulla Shanxia, con prevalenza di botteghe di vestiario, a completare la baraonda ragazzini e ragazzine che decantano la bontà del prodotto e dell’offerta con un incessante battito di mani. Come in altre città orientali (e non solo) intere vie, quando non quartieri, sono monotematici: prodotti per la casa; pneumatici e cerchioni; prodotti idraulici o per l’edilizia; arredamento; tessuti; strumenti musicali e casse acustiche, alcune di dimensioni elefantiache, strumentazione per karaoke, che in tutto l'Estremo Oriente è una pratica ossessiva, di culto; elettronica. Stamattina ho visto decine di centri commerciali di soli prodotti elettronici con centinaia di postazioni ognuno. Da non credere. Lettori, navigatori, cinecamere, cellulari e iPad i prodotti che vanno per la maggiore. Una città che finora mi ha stupito, efficiente, vivibile, in cui ci si muove discretamente a proprio agio, anche se rispetto a esempio a Hong Kong si respira qualcosa di asettico e di freddo, nonostante la gente sia più che disponibile e sia un piacere venirci a contatto.Finestra

martedì 7 dicembre 2010

Il fantasma lusitano che aleggia su Macao


Rovine si São PauloMACAO - La prima impressione sbarcando a Macao è che sia infinitamente più portoghese di quanto Hong Kong sia inglese: è indubbio che i lusitani lascino nei luoghi entrati in loro possesso una maggiore traccia, almeno in termini architettonici: l’esempio di Salvador in Brasile è il più evidente, e lo stesso vale per Goa, in India. Immaginarsi a Macao, che è la più antica enclave europea in Estremo Oriente, dal 1557. Senza dimenticare che fino alla loro espulsione nel 1762 furono attivi nella loro sfrenata attività di conversione e indottrinamento i gesuiti: a loro si deve il monumento simbolo della città, ossia le rovine di San Paolo, o meglio la facciata in pietra che ne rimane dopo l’incendio che distrusse gli alloggiamenti militari che vi si era insediati (foto in alto). Pietra su cui sono incisi episodi della vita dei santi: una specie di bibbia dei poveri a uso degli illetterati. E’ dal 2005 che l’UNESCO ha dichiarato il centro storico, con una trentina di edifici e piazze, Patrimonio dell’umanità. Tra essi, il Palazzo del Leal Senado (rimasto fedele al Portogallo durante il dominio spagnolo tra il 1580 e il 1668), il Largo omonimo, La Fortaleza do Monte, la biblioteca di Sir Robert Ho Tung, il Largo do lilao, la Casa del Mandarino, il tempio di A-Ma, Il teatro Dom Pedro V (ultima foto in basso), la Cattedrale della Sé e le chiese di San Laurenço, Santo Domingo, Santo Agostinho, Santo Antonio, San José col relativo seminario. In parecchi angoli della città si ha l’impressione di trovarsi alla Baixa o a Graça a Lisbona, oppure a Porto: lo dicono le facciate delle case, talvolta gli azulejos, le scritte bilingui - che aiutano non poco - la pavimentazione spesso piastrellata (viene in mente quella di Avenida Atlantica, a Rio), l’abbondanza di piazze e slarghi. Macao per i portoghesi era un insediamento strategicamente perfetto: una stretta penisola con due porti naturali, uno che fronteggia la costa continentale e uno sul Fiume delle Perle, a Sud della quale si trovano due isole, Taipa e Coloane, ora collegate con due punti modernissimi e arditi, che fino a pochi decenni fa costituivano il retroterra agricolo della colonia. L’importanza commerciale di Macao aveva cominciato a declinare già alla metà dell’Ottocento, con l’avvento delle navi a vapore che hanno favorito i traffici col continente attraverso l’isola di Hong Kong: da allora un ruolo importantissimo l’ha avuto il gioco d’azzardo, grazie a una legislazione favorevole, che ha assunto un ruolo cruciale nella sua  economia, tuttora in piena espansione così come il turismo: a 75’ di traghetto è sempre stata la prima “via di fuga” da Hong Kong e ora è meta di un turismo non certo d’élite dalla Repubblica Popolare.Turisti Mentre però a Hong Kong i cinesi “continentali” si disperdono e vagano come intimoriti, soverchiati dal ritmo frenetico della città (e dalla sua “anima”, come notavo nel post precedente) qui impazzano e non si può fare a meno di notarli: si muovono a frotte(vedi foto qui sopra) spintonando e urlando come forsennati, mangiano, bevono e ruttano anche camminando, scaracchiano in continuazione per terra, fotografano qualsiasi cosa, indossano vestiti da supermercato sovietico e giubbotti e scarpe di plastica, possibilmente bianche. Soprattutto ti camminano addosso come se fossi trasparente e sbucano e ti si piazzano davanti ogniqualvolta stai per fotografare qualcosa che ti interessa: sono già preoccupato per cosa mi aspetta a Guangzhou fra due giorni, quando ne avrò intorno una dozzina di milioni. Macao è sempre stata un rifugio per i cinesi che fuggivano dalla fame e dall’oppressione politica, anche durante il Novecento, e l’ultima ondata consistente, che ha quasi raddoppiato gli abitanti della città (portando all’urbanizzazione di Taipa e Coloane realizzata con inquietanti palazzoni di trenta e più piani) risale al 1966/67, all’epoca della Rivoluzione Culturale, a riprova di quanto sia piacevole vivere sotto un regime comunista. Ora Macao conta circa seicentomila abitanti, e l’atmosfera è ovviamente molto più rilassata rispetto a Hong Kong: si potrebbe dire che vi si respira un’aria mediterranea. Edifici a parte, lo si nota anche nel cibo: numerosi sono i ristoranti portoghesi, gestiti da lusitani (ce ne sono più di diecimila) e “macanesi”, i meticci che tuttora parlano “patua”, circa ventimila, e la cui cucina è un curioso e saporito miscuglio che ha ascendenti nella madrepatria come in tutti i possedimenti portoghesi attorno al mondo, compresi Angola, Mozambico e Timor. Nonostante quest’aura europea, nel suo carattere Macao è però molto più cinese e provinciale di Hong Kong, non avendone l’apertura internazionale, e la presenza lusitana si rivela pura scenografia. Ne ho avuto conferma parlando con un portoghese che sta facendo un viaggio attraverso il passato coloniale del suo Paese, e proveniente da Goa, il quale usava il termine fantasma: quello che aleggia, perfino nelle scritte e nelle pietanze, ma sono pochissimi che parlano o solo intendano il portoghese, mentre in qualsiasi altra ex colonia è la lingua ufficiale o compresa da tutti, a cominciare dai 200 milioni di brasiliani.Teatro Dom Pedro V