martedì 12 dicembre 2017

Miracolo a San Siro - Ore 21: Inter-Pordenone

                                                                                                  (Thanks to Gianni "Gibson")

sabato 9 dicembre 2017

Cento anni

"Cento anni" di Davide Ferrario. Con Mario Brunello, Diana Hobel, Fulvio Falzarano, Laura Bussani, Marco Paolini, Gabriele Benedetti, Massimo Zamboni,  Franco Arminio, Fabio Nigro. Italia 2017 ★★★★
Terza e ultima puntata delle sua trilogia sulla Storia d'Italia, che prende le mosse dalla disfatta di Caporetto, l'archetipo della catastrofe che sola può portare al riscatto e alla rinascita (un mantra ricorrente nel racconto che la nazione fa di sé stessa a sé stessa), Davide Ferrario è venuta a presentarla qui nel Friuli dove avvenne proprio di questi giorni giusto un secolo fa, regione che più ne ha pagato le conseguenze: a Udine, che fu la "Capitale di guerra" (600 mila morti per cosa? Liberare Trento e Trieste? Bolzano che mai fu né sarà italiana?), al Cinema Visionario, e a Pordenone, che fu in gran parte evacuata (tutta la mia numerosa famiglia a Firenze, ad esempio) a CinemaZero mercoledì 6 scorso. Film in quattro parti, Ferrario prende l'avvio proprio dalla Caporetto originale, nel 1917, facendone raccontare aspetti sconosciuti (ad esempio la triste sorte dei "bastardi di guerra", nati dagli stupri seguiti alla rotta e all'arrivo dagli austro-germanici e la diffidenza e spesso l'astio con cui venivano accolti oltre Piave i profughi, considerati perlopiù disfattisti quando non degli austriacanti e traditori tout court) da alcuni artisti locali, con riprese tra Redipuglia, Vajont, Monte Grisa, Risiera di San Sabba e Porto Vecchio a Trieste, passando quindi ad altre Caporetto emblematiche: il 1922 con l'avvento del fascismo (conseguenza proprio della prima, sciagurata Guerra Mondiale, a cui ne seguì la logica continuazione con la Seconda) e la relativa Resistenza, nel racconto del musicista reggiano Massimo Zenobi attraverso le vicende del nonno fascista irremovibile della prim'ora e di chi fu protagonista delle lotte partigiane fino alle vendette interne perfino tra questi ultimi fino agli anni Sessanta, frutti avvelenati di una riconciliazione mai avvenuta e di una storia mai del tutto affrontata; terza tappa il 1974 con la strage di Piazza della Loggia a Brescia e la resistenza, anche questa volta, attraverso il ricordo, tenuto vivo con tenacia dai famigliari delle vittime lungo l'arco di ormai più di 40 anni e una serie interminabile di processi alla ricerca di una giustizia che ha tardato ad arrivare, e che ha coinvolto e coinvolge tutta la cittadinanza, compresi i nuovi italiani, anche se nati all'estero o di etnia non padana; infine, ai giorni nostri, un'altra catastrofe incombente, raccontata dal "paesologo" Franco Arminio, la crisi demografica che porta allo spopolamento e alla desertificazione delle comunità montane, specie quelle appenniniche, prendendo a esempio la zona tra l'Irpinia e la Basilicata. "A cosa servono i morti" è la domanda che ci si è posta all'inizio di questo film-dociumentario, a cui fa da contrappunto quella speculare "a cosa servono i vivi" che prende il sopravvento verso la fine, e la risposta spetta a ognuno di noi, almeno a pensarla: Cento anni serve esattamente a questo. Un lavoro ben fatto, senza fronzoli, ben calibrato, educativo, quanto mai necessario. Grazie a Davide Ferrario, a chi ha collaborato al film e a chi lo ha prodotto.

venerdì 8 dicembre 2017

Miseria e nobiltà


"Miseria e nobiltà" di Michele Sinisi e Francesco Maria Asselta dal testo di Eduardo Scarpetta. Regia di Michele Sinisi. Con Diletta Acquaviva, Stefano Braschi, Gianni D'Addario, Giulia Eugeni, Francesca Gabucci, Ciro Masella, Stefania Medri, Giuditta Mingucci, Donato Paternoster, Bruno Ricci, Michele Sinisi. Produzione Elsinor, Centro di Produzione Teatrale. Al Teatro Palamostre di Udine.
Felice reinterpretazione della celebre commedia in tre atti scritta in napoletano da Eduardo Scarpetta nel 1887, lo spettacolo messo in scena da Sinisi (che lo dirige anche in scena nei panni di Peppeniello, maneggiando una misteriosa botola luminosa che si sposta di qua e di là e che, aprendosi e chiudendosi all'improvviso, segna cambi di tempi, di scena e di prospettiva), che aveva debuttato a Milano due anni fa, la ripropone non tanto in chiave attuale quanto come una sorta di sintesi di tutte le versioni in cui è stata proposta nel corso del tempo diventando un archetipo del teatro italiano: da quella originale, a quella radiofonica, a quella in pellicola (il film di Mario Mattioli con protagonisti Totò e Sofia Loren è del 1954) e conosiuta ai più. La farsa, un meccanismo perfetto per catturare l'attenzione dello spettatore senza dargli tregua, è erede diretta della commedia dell'arte combinata alla tradizione napoletana: qui la lingua partenopea dell'originale viene sostituita da una miscellanea di accenti italici diversi, dal pugliese all'emiliano, al lombardo, al campano, a raccontare l'arcinota vicenda dello scrivano Felice Sciosciammocca e del suo compare Pasquale che, vivendo di stenti e non sapendo a quale santo votarsi per nutrire le rispettive famiglie, vengono miracolati dalla richiesta di un giovane marchese di prestarsi, insieme ai propri famigliari, a travestirsi da nobili sostituire i parenti del proprio casato, contrari alla sua relazione con Gemma, figlia di un cuoco arricchito, per estorcere a quest'ultimo, rozzo e ignorante, il consenso alle nozze, in cambio di un sontuoso pasto (l'abbuffata di maccheroni diventata iconica con Totò) e di ben tre anni di mantenimento a casa del credulone. Colpi di scena, equivoci e trovate lessicali, calembour a getto continuo in dialoghi dal ritmo sincopato; sogno e realtà, passaggio repentino dalla condizione di miserabile a quella di nobile e ritorno, differenze e similitudini, tra apparenze, inganni e vocazione al "tirare a campare" tra due mondi diversi ma simili, separati ma al contempo comunicanti. Una radiografia precisa dei rapporti sociali e personali che rimane attuale perché è quanto c'è di immutabile in un Paese che, in questo campo, non è mai cambiato finora. E se lo farà radicalmente, annullandosi nella cannibalizzante omologazione in atto, non è certo per il meglio. Palestra ideale per mettere alla prova le capacità degli interpreti da tutti i punti di vista, gli undici attori dell'affiatata compagnia vista all'opera ieri sera a Udine, Sinisi compreso, la superano di slancio. Peccato soltanto per il pubblico sotto le attese: chi c'era, ha apprezzo e si è divertito; chi è rimasto a casa si è perso uno spettacolo all'altezza.

mercoledì 6 dicembre 2017

Amori che non sanno stare al mondo

"Amori che non sanno stare al mondo" di Francesca Comencini. Con Lucia Mascino, Thomas Trabacchi, Carlotta Natoli, Valentina Bellè, Camilla Semino Favro, Iaia Forte. Italia 2017 ★★★
Credo che nessuno, se non l'autore stesso, avrebbe potuto adattare meglio allo schermo un proprio romanzo e quindi ecco la poliedrica e brava Francesca Comencini cimentarsi nel racconto di un "amore che non sa stare al mondo", quello durato sette anni tra due docenti universitari di lettere che si sono conosciuti punzecchiandosi a un convegno e innamorandosi durante il pranzo che ne è seguito quando Claudia, che inizialmente aveva visto in Flavio (Thomas Trabacchi, che rende con garbo e misura il frastornato maschio di turno), un fascinoso quanto vanesio baronetto della facoltà, lo conquista con la spontaneità con cui, dopo avergli dato dello stronzo, si dichiara perdutamente innamorata di lui, senza (apparenti) difese. Una storia lunga e tormentata come tante, con un epilogo banale come tanti, con l'uomo di mezza età che si sente messo in continua discussione su ogni cosa e al centro delle contraddittorie aspettative della compagna e, incapace e stanco di affrontare una contraddittorio continuo, gli altalenanti umori e le piazzate di lei, sceglie la fuga dalle angosce e trova sicuro rifugio e tranquillità nel rapporto con una ragazza più giovane, Giorgia, che gli si affida come a una figura paterna, mentre Claudia non se ne fa una ragione, lo tempesta di messaggi per ricordargli che si amano per davvero e che la loro storia non può finire, rasentando uno stalking dagli aspetti grotteschi; il tutto però affrontato dall'autrice e regista senza alcuno schematismo di genere, anche se il punto di vista affrontato, e con sguardo tutt'altro che compiacente, è del tutto al femminile, concentrandosi non solo su Claudia, interpretata nella sua molteplicità a volte sconcertante di toni da Lucia Mascino, ma anche su Nina (Valentina Bellè), una ballerina già sua allieva, un nuovo (altrettanto impossibile?) amore ad alleviare la presa di coscienza della definitiva fine della storia con Flavio, la collega e confidente (Carlotta Natoli), la "rivale" Giorgia (Camilla Semino Favro). Francesca utilizza i toni della commedia con una continua variazione di toni dal brillante al drammatico inserendo pure dialoghi immaginari e sgranati filmati di vecchie superotto, con stereotipate immagini felici di coppie d'antàn. Un tema affrontato un'infinità di volte ma in questo caso in modi del tutto originale e per niente banale. 

lunedì 4 dicembre 2017

Assassinio sull'Orient Express

"Assassinio sull'Orient Express" (Murder on the Orient Express) di Kenneth Branagh. Con Kenneth Branagh, Penelope Cruz, Willem Dafoe, Johnny Depp, Judy Dench, Josh Gad, Derek Jakobi, Leslie Odon, Michelle Pfeiffer e altri. USA 2017 ★★★
Forse non era strettamente necessaria una nuova versione del più famoso romanzo di Agarha Christie, dopo quella diretta da Sidney Lumet e uscita sugli schermi nel 1974 con un cast memorabile e che contribuì non poco a rendere ancor più popolare l'impareggiabile giallista inglese, ma quella diretta da Kenneth Branagh, che interpreta anche da par suo Hercules Poirot, ha una sua dignità e un tono leggermente diverso e più "filosofico". La  vicenda, universalmente nota, ruota attorno al misterioso e sanguinoso assassinio di un ambiguo uomo d'affari americano avvenuto sullo storico treno che collegava Istanbul a Parigi (e, da lì, a Londra) nel tratto balcanico del percorso, e alla indagine che il celebre detective belga compie mentre il treno è fermo su un ponte per un deragliamento causato da una slavina. Riuscirà il nostro eroe a scoprire l'assassino o forse gli assassini? Ambientato anche questo adattamento a metà degli anni Trenta e piuttosto fedele al testo originale, presenta un Hercules Poirot meno macchiettistico e isterico ma forse più mitteleuropeo, se non anglosassone, e Kenneth Branagh sfoggia un paio di sontuosi baffi a manubrio argentati che probabilmente avrebbero soddisfatto Agatha Christie e che, sul volto di Albert Finney, nel film di Sidney Lumet, non l'avevano del tutto soddisfatta (mentre aveva dato complessivamente il suo placet alla pellicola per quanto riguarda il resto). Convincenti le interpretazioni di Johnny Depp, Judy Dench e, soprattutto, Michelle Pfeiffer, ma il cast che il regista americano aveva a disposizione era complessivamente a un altro livello. Un film comunque più che dignitoso e che si vede con piacere, di cui è Branagh stesso ad annunciare il sequel sul Nilo nel finale, con l'auspicio che regista e interprete del personaggio principale resti lui. Per l'imminente Ponte dell'Immacolata, se rimane nelle sale, sicuramente un'ottima scelta.