venerdì 23 febbraio 2018

Per chi suona il campanellino



C'è un pidiota solo al comando, la sua maglia è viola con un giglio sul petto... Il suo nome è Mattèo Rènzi. 
Questi sono talmente coglioni che hanno perfino sborsato fior di quattrini per una porcheria simile: guardate e giudicate. Se investono così i loro soldi, peraltro prelevati dalle tasche degli italiani, come si può pensare di affidare a costoro il governo di un intero Paese, a meno di essere autolesionisti come loro? Perché lo dicono Juncker, la Merkel, Macron? Questa specie di Europa? Ma per favore...

martedì 20 febbraio 2018

Flatulenze elettorali



A dieci giorni esatti dalla chiusura di una campagna elettorale che rimarrà memorabile per una pregnanza olfattiva che compensa il nulla concettuale, mi sovviene una definizione utilizzata dall'allora Senatur Umberto Bossi per liquidare l'ideologo della Lega Gianfranco Miglio caduto in disgrazia: "una scoreggia nello spazio". Sono passati più di vent'anni e il livello è molto più miserabile di allora e il tanfo mefitico. 

domenica 18 febbraio 2018

La forma dell'acqua

"La forma dell'acqua" (The Shape of Water) di Guillermo Del Toro. Con Sally Hawkins, Doug Jones, Michael Shannon, Octavia Spencer, Michael Stuhlbarg, Richard Jenkins, Lauren Lee Smith e altri. USA 2017 ★★★★½
Per una volta condivido il giudizio della giuria dell'ultima Mostra del cinema di Venezia che ha assegnato il Leone d'oro al regista messicano Guillermo Del Toro (nessuna parentela con l'attore Benicio) che vive in California e sforna film in cui l'immaginazione spinta ai limiti della visionarietà si inserisce spesso e volentieri in contesti storici realistici, in questo caso i primi anni Sessanta in piena Guerra Fredda, quando la competizione tra USA e URSS avveniva a tutti i livelli, e gli americani erano ossessionati dalla probabile superiorità scientifica degli avversari, che si manifestava specialmente in campo cosmonautico. In questo contesto, il regista e sceneggiatore colloca la storia d'amore tra Elisa Esposito, un'inserviente muta che fa parte del personale addetto alle pulizie notturne in un laboratorio scientifico nei sobborghi di Baltimora, nel Maryland, e il "mostro", la creatura anfibia, mezzo uomo e mezzo pesce, catturata in un fiume dell'Amazzonia, che vi è custodita e oggetto di studio a fini militari, anche perché manifesta capacità di resistenza, per l'appunto, sovrumane. Capitata per caso nell'ambiente dove l'essere viene tenuto prigioniero, in balìa degli umori sadici del brutale colonnello Strickland, il classico "duro" americano mascelluto, psicopatico e idiota, è l'unica che riesce a entrare in sintonia con esso, attraverso le uova sode con cui lo nutre di nascosto e la musica. Anche i russi però hanno messo gli occhi sul fenomeno e incaricano un loro infiltrato, il dottor Hoffstetler, di eliminarlo per non concedere agli avversari un possibile vantaggio. Ma l'amore vince la paura, sia della guerra, sia del diverso, ed Elisa, assieme ad altri due emarginati come lei, il vicino di casa Giles, un anziano pittore omosessuale, e Zelda, una collega di colore che reagisce con orgoglio e intelligenza sia alle angherie razziste che subisce sul lavoro sia a quelle maschiliste del marito fannullone, nonché di Hoffstetler, in cui prevale la curiosità scientifica di voler studiare la creatura da viva, riuscirà a sottrarre l'uomo-pesce dalle grinfie di Strickland nascondendolo a casa sua; il militare però non si arrende e la  vicenda, che già aveva assunto tinte noir, muove perfino nel campo dell'action movie, pur non perdendo mai il suo lirismo, e può ricordare alcune delle migliori cose tratte dai cartoon della Marvel come la serie Agent Carter. Finirà bene, perché il messaggio del film è positivo, e non aggiungo altro sulla trama che è complessa e non priva di colpi di scena ma comunque scorrevole e ben costruita, a testimonianza di una storia ben scritta e congegnata che consente a un cast di eccellenti attori perfettamente adeguato ai personaggi che interpretano di dare sostanza e calore a un film che rimane impresso non solo per una fotografia eccezionale la suggestione di inquadrature fantastiche.

venerdì 16 febbraio 2018

La vita ferma: sguardi sul dolore del ricordo


"La vita ferma: sguardi sul dolore del ricordo" scritto e diretto da Lucia Calamaro. Con Riccardo Goretti, Alice Redini, Simona Senzacqua. Assistente alla regìa Camilla Brison e Giorgina Pilozzi; scene e costumi di Lucia Calamaro; disegno luci Loic Hamelin; contributi pitturali di Marina Haas. Produzione SardegnaTeatro ,Teatro Stabile dell'Umbria e Teatro di Roma in coproduzione con Festival d'Automne à Paris/Odéon Théâtre d'Europe. Al teatro PalaMostre di Udine per CSS Teatro Contatto 36
"Dramma del pensiero in tre atti" (ciascuno rispettivamente di 50, 60 e 35 minuti), come sottotitolato dalla regista e autrice, tra le migliori voci dell'attuale drammaturgia in Italia, non è una riflessione sulla morte bensì sui morti, il ricordo che se ne ha e l'elaborazione del lutto, che è innanzitutto riconoscere un'assenza dentro alla propria esistenza. Dramma che si svolge in tre passaggi con tre personaggi qualunque: una moglie che, morendo, lascia un marito e una figlia di undici anni e il fantasma della sua presenza, diversamente percepito, nell'esistenza attuale di chi rimane, e che comunque deve fare i conti col senso di colpa per la rarefazione del ricordo, o addirittura la sua rimozione. Temi delicati e complessi, affrontati attraverso dialoghi fitti fra i tre personaggi, in cui in diversa misura tutto il pubblico inevitabilmente finisce per immedesimarsi perché se c'è un'esperienza che si ha in comune e che tutti conosciamo è quello della perdita (e per l'appunto non della morte, perché non c'è dato di raccontarla) e in maniera semplice, a tratti leggera ma mai superficiale, anche se attraverso situazioni banali e, per l'appunto, comuni a tutti. Nel primo atto si ha a che fare con un trasloco, e in questo caso lo spettro di Simona (la madre: i personaggi hanno i nomi degli attori) chiede di essere ricordato in modo positivo e permanente, nella sua interezza, dal marito attraverso gli oggetti lasciati per casa (e i libri sul comodino); nel secondo abbiamo la famiglia al completo: il marito, uno storico d'origine toscana appassionato di citazioni: la moglie, direttrice di una scuola di danza, eccentrica, amante del sole come dei vestito a fiori (tra l'altro bellissimi) e una figlia che riempie interi quaderni di disegni di mostri e pretende da loro l'attenzione attraverso la parola; infine padre e figlia che, dopo anni di rottura causata dal diverso modo di vivere l'assenza di Simona, si incontrano al cimitero, quello di Prima Porta e non quello, ordinato e geometrico, del Verano, a Roma, alla ricerca della tomba della madre e moglie, che durante la ricerca  del loculo dialogano su come quella scomparsa abbia cambiato il flusso del racconto che essi stessi fanno della propria vita. Uno spettacolo che nonostante la durata e l'argomento affrontato non solo coinvolge il pubblico in maniera totale, facendolo partecipare e anche divertire, scorre via lieve e allo stesso tempo intensamente, lasciando una traccia in chi l'ha visto. Il tutto grazie a una scrittura limpida e lineare, scene essenziali ma accattivanti, e il calore e la bravura di tre attori che riescono a coinvolgere gli spettatori fin dall'entrata in scena. 

mercoledì 14 febbraio 2018

The Party

"The Party" di Sally Potter. Con Kristin Scott Thomas, Timothy Spall, Patricia Clarkson, Bruno Ganz, Cillian Murphy, Cherry Jones, Emily Mortimer. GB 2017 ★★★★+
Non un grande film, ma un piccolo gioiellino, di impianto tipicamente teatrale, che ha per  ambientazione una classica villetta urbana inglese, anzi: il suo pianterreno, tra salotto, cucina, bagno e giardinetto che dà sul retro. Janet, una donna di mezza età, è appena stata nominata ministro della Sanità nel gabinetto-ombra e per celebrare l'avvenimento, culmine di una carriera politica al servizio del Labour Party (da qui il duplice significato del titolo), invita amici di una vita e la collaboratrice più stretta, Marianne, che annuncia che arriverà in ritardo e viene però preceduta dal marito, Tom, un giovane broker finanziario, strafatto di cocaina e in evidente stato di agitazione. Il milieu è quello caratteristico della borghesia intellettuale progressista, che ha tratti universali e specificità nazionali, in questo caso venature tipicamente inglesi e la vicenda, che si svolge in tempo reale tra l'arrivo man mano ospiti in attesa che giunga l'ultimo (l'unico, anzi, l' unica che non vedremo mai ma che è sempre evocato), ruota attorno alle rivelazioni a sorpresa di Bill, il marito di Janet, il primo ad apparire sulla scena, attonito, bottiglia di vino pregiato a portata di mano, sguardo nel vuoto, che mette sul piatto uno dopo l'altro vinili (peraltro di musica eccellente) d'epoca. Mi rifiuto di entrare nei dettagli per non guastare la sorpresa ma ciò che si innesca, in questa farsa carica di humor nero e ricca di dialoghi arguti, è una serie di rivelazioni in cui ciascuno dei personaggi è costretto dalla situazione che si viene a creare a uscire allo scoperto e a svelare i propri segreti, le proprie insicurezze, la vera faccia. E' anche un gioco di coppie: Janet e Bill, un professore di storia romana ateo e razionalista che ha rinunciato e una cattedra a Yale per supportare la carriera politica della consorte; poi la migliore amica di lei, April, sarcastica, dura, disillusa, che si accompagna con il nuovo fidanzato, un naturopata tedesco (Bruno Ganz: grandioso come gli altri interpreti) che disprezza ma finisce per rivalutare durante lo svolgersi degli eventi che fanno degenerare la festicciola; Martha e Jinni, due lesbiche che nonostante la grande differenza d'età sono in attesa di tre gemelli (maschi) ottenuti con l'inseminazione artificiale; infine Tom, il marito di Marianne, l'assistente di Jane, che arriva al party già sconvolto dall'aver appreso il tradimento della moglie e che ancora non sa di essere diventato becco una seconda volta. Il tutto in 71' che bastano e avanzano, recitati da tutti gli interpreti in maniera strepitosa, in un bianco e nero efficacissimo e quasi hitchkockiano che ha l'effetto di far risaltare l'espressività degli attori e di far concentrare l'attenzione sui dialoghi. Mi sono divertito per tutta la durata del film come capita raramente e mi auguro che valga lo stesso a chi deciderà di seguire il mio consiglio di non lasciarselo scappare. 

sabato 10 febbraio 2018

Ore 15:17 - Attacco al treno

"Ore 15:17 - Attacco al treno" (The 15:17 to Paris) di Clint Eastwood. Con Anthony Sadler, Alek Skarlatos, Spencer Stone (nella parte di sé stessi); Fenna Fisher, Judy Greer, Ray Corasani, Tony Hale, Thomas Lennon e altri. USA 2017 ★ alla memoria
E' con grande dispiacere che mi tocca affermare che questo sia il peggiore film che Eastwood abbia girato da regista, benché ciò non intacchi la stima che nutro per lui e la sua onestà e ostinata coerenza, malgrado le sue idee siano lontane anni luce dalle mie. Il vecchio Clint rimane un mio personal hero cinematografico così come Keith Richards in campo musicale, il che non mi esime dal sottolineare quando non sono all'altezza della loro fama; anzi: a maggior ragione. Alla ricerca dell'eroe americano tra gli uomini comuni, filo conduttore della sua filmografia più recente, il regista californiano si cimenta ancora una volta con un fatto veramente avvenuto, facendo però interpretare sé stessi dai reali protagonisti della vicenda: l'aver affrontato e neutralizzato un terrorista marocchino in procinto di compiere una strage a nome dell'Isis sul treno Thalis in viaggio tra Amsterdam e Parigi nel pomeriggio del 21 agosto del 2015. Li vediamo in azione soprattutto nella seconda parte del film, quando i tre amici d'infanzia si ritrovano a girare l'Europa in una sorta di Inter Rail in un viaggio-vacanza che li porta da Roma e Venezia a Berlino e infine ad Amsterdam, da dove il film, le cui prime inquadrature in flash-forward sono da thriller, vira all'action: non più di 5' per la fase cruciale. Tutto il resto è la tediosa ricostruzione di un'amicizia nata sui banchi di scuola fra tre studenti mediocri, indisciplinati, bullizzati e sospettati fin dalle medie di sindrome da deficit dell'attenzione. Due di essi, Stone e Skarlatos, entrambi figli di madri rimaste single, diventeranno militari di basso rango, il primo aviere, l'altro nella guardia nazionale, Stone in particolare convinto fin da piccolo di avere una vera e propria missione da compiere, nonostante incontri non poche difficoltà a farsi arruolare e che regolarmente fallisce i suoi obiettivi; e il terzo, Sadler, l'unico di colore del trio, un simpatico cazzone senza arte né parte che pensa di essere Eddy Murphy. Inequivocabile la prova orologio: dopo 20' il mio sguardo si era posato per la prima volta sulle lancette. Metà del film si sofferma sulla loro infanzia e formazione tra le villette a schiera della zona residenziale di Sacramento e la locale scuola cristiana; poi ci si ritrova catapultati in Europa, dove i tre si danno appuntamento per trascorrere due settimane di vacanza tra selfie, penosi Perversion Excursion romane, discoteche e superficiali visite ai luoghi e monumenti più famosi senza che siano in grado di coglierne minimante il significato storico o artistico. Insomma: quel che normalmente fanno i turisti anglosassoni fra i venti e i trent'anni quando sbarcano in Europa e in Italia in particolare, Paese che Clint Eastwood dovrebbe conoscere molto bene, ma ci fornisce una versione istruttiva, per quanto imbarazzante (per loro più che per noi) di come ci vedono i suoi connazionali; lo stesso vale per la Germania, ma almeno qui il Grande Vecchio ha un colpo di genio e, quando i tre pirloni sostano durante un bike tour nel luogo dove sorgeva il bunker in cui si è suicidato Hitler, all'affermazione di uno dei tre che pensava fosse morto nel Nido dell'Aquila circondato dalle truppe USA, fa ribattere alla guida che gli yankees hanno la cattiva abitudine di appropriarsi delle vittorie altrui, dato che il bunker fu circondato dalle truppe russe che liberarono Berlino (a riprova dell'onestà intellettuale di Eastwood). Segue l'ultima tappa ad Amsterdam prima che, dopo una notte a tasso alcolico particolarmente elevato, salgano sul treno per Parigi e imbarcarsi nell'avventura che cambierà loro l'esistenza e ne farà quegli eroi della porta accanto che l'America ha bisogno di inventarsi per alimentare il proprio immaginario. Tutto qui, e per fortuna che la pellicola dura soltanto 90', che però sembrano almeno 30' in più. Un peccato, ma è sempre molto interessante vedere come Eastwood racconta gli americani per quello che sono, molto spesso dei preoccupanti imbecilli.