sabato 21 aprile 2018

The Silent Man

"The Silent Man" (Mark Felt: The Man Who Broght Down The White House) di Peter Landesman. Con Liam Neeson, Diane Lane, Kate Welsh, Maika Monroe, Marton Csokas, Ike Barinholtz a altri. USA 2017 ★★★½
Scritto e diretto da un giornalista investigativo passato al cinema e basato sull'autobiografia di Mark Felt, vicedirettore del FBI alla morte di Edgar Hoover nel 1972, di cui fece immediatamente distruggere i dossier personali che l'onnipotente e paranoico capo supremo faceva fare su chiunque fosse suscettibile di essere un potenziale sospetto, The Silent Man, oltre che ben girato, anche se in forma più documentaristica che di film d'azione, è particolarmente interessante perché racconta la storia del Watergate vista dalla parte di Gola Profonda, ché questi era Felt, come rivelò nel 2005 a Vanity Fair, pochi anni prima di morire, ossia colui che passò le notizie segrete sul coinvolgimento di Nixon nello scandalo e poi alle sue dimissioni a Carl Bernstein e Bob Woodward, i due eroi di Tutti gli uomini del presidente, i giornalisti del Washington Post che lo fecero scoppiare: da un punto di vista cronologico, il film inizia quando finisce il recente e ottimo The Post. Meno appassionante e movimentato, necessariamente più parlato, ricostruisce con molta credibilità l'atmosfera che regnava all'interno del Bureau, della cui autonomia rispetto al potere politico Felt era un paladino, oltre a essere un sincero democratico, accerchiato dalla ragnatela tessuta da Nixon e dai suoi accoliti per impedire che indagasse sui malaffari della Casa Bianca, che aveva creato un vero e proprio sistema di camere stagne per impedire che gli intrallazzi in cui erano implicati Tricky Dicky e soci fossero collegabili tar loro. Pur essendo il delfino e il successore designato di Hoover, Nixon nominò capo del FBI il procuratore generale Pat Grey, altro "uomo del presidente", ma nessuno osò estromettere Mark Felt perché era colui che ne conosceva tutti i segreti e i meccanismi di funzionamento. La pellicola ne illustra i modi, gli aspetti privati (dove era molto meno flemmatico che sul lavoro), gli scrupoli, i dubbi laceranti e al contempo il rigore morale, senza però diventare mai agiografica: claustrofobica e per la maggior parte girata in interni, nelle stanze dell'agenzia, salvo qualche scorcio sugli altri palazzi del potere disseminati a Washington e nelle caffetterie delle stazioni di servizio da dove Gola Profonda telefonava ai suoi referenti nella stampa o nei parcheggi seminterrati dove li incontrava; la ricostruzione dell'ambientazione è molto accurata così come quella dei rapporti di potere tra agenzie governative tra loro e con la Presidenza. Impeccabile e convincente l'interpretazione di Liam Neeson e bravi tutti i comprimari: un film interessante e ben fatto. 

giovedì 19 aprile 2018

Io sono Tempesta

"Io sono Tempesta" di Daniele Luchetti. Con Marco Giallini, Elio Germano, Eleonora Danco e altri. Italia 2018 ½
Al solito, quanto maggiori sono le aspettative, tanto più cocente è la delusione quando risultano malriposte alla prova dei fatti, di conseguenza ancora più severo il giudizio. Giallini e Germano, che comunque tengono in qualche modo in piedi il film, da soli dovrebbero essere una garanzia, e così la regìa di Daniele Luchetti, che pure alcuni buoni film li ha girati, dopo Il portaborse che l'ha reso famoso. Diciamo che la commedia caciarona all'italiana non è nelle sue corde: e si vede. La domanda è perché ci sia cascato. Potrebbe anche funzionare l'idea di un film sulla cialtronaggine generalizzata, ma in tal caso sarebbe opportuno che emergesse da un racconto aderente alla realtà, di denuncia dura oppure, all'opposto, di satira feroce; qui si manda tutto in vacca fin dall'inizio, perché se le vicende di Numa Tempesta, un finanziere "senza fissa dimora" il quale vive in alberghi di lusso che compra quando sono sulla via del fallimento per rivenderli agli arabi o ai russi o trasformarli in sale bingo, gestisce fondi da milioni di euro ma finisce a scontare una vecchia condanna per frode fiscale ai servizi sociali ricordano in tutta evidenza da vicino quelle del pregiudicato brianzolo che condiziona non solo la vita politica ma l'abito mentale di una consistente parte degli italiani, qui si fa di ogni erba un fascio e tutto il Paese, in ogni suo aspetto, a cominciare dai canoni estetici (tatuati, mignotte rifatte e pagliacci, in più il tutto in romanesco) sembra in preda alla berlusconite, a cominciare dalla corte dei miracoli che il condannato si trova a dover accudire nel suo anno di "lavori sociali". E che il buon Numa, una simpatica canaglia dal volto umano e un cuore, in fondo, d'oro, circuisce per ricavarne un giudizio positivo come assistente sociale al fine di ottenere dalla direttrice della Onlus dove presta servizio, una beghina con qualche fregola residua, il benestare per riavere il passaporto allo scopo di portare a termine una speculazione in Kazakhstan. Alla fine anche i poveracci imparano presto la lezione della finanza creativa e Numa si redimerà in due modi: affidando loro una sala bingo e andando volontariamente in carcere non tanto a scontare la pena, ma a riallacciare il rapporto con un padre lo riteneva solo un povero coglione e la cui mancanza sembra averlo reso lo stronzo che è. Ossia, oltre al luogocomunismo che aleggia su tutto il film, per cui l'Italia è solo fatta da furbi, in sostanza: il vippume da un lato e il sottoproletariato straccione dall'altro, e in mezzo il pidiota come categoria umana nelle sue varie sfaccettature, in questo caso quello "cooperante" per carità cristiana, il precipizio nel baratro del buonismo più bieco e scontato. Una tristezza. Con queste premesse, arrivederci a chissà quanto, caro Luchetti...

martedì 17 aprile 2018

Qualcuno volò sul nido del cuculo


"Qualcuno volò sul nido del cuculo" di Dale Wasserman (dal romanzo di Ken Kasey). Traduzione di Giovanni Lombardo Radice, adattamento di Maurizio De Giovanni. Regia di Alessandro Gassman. Con Daniele Russo, Elisabetta  Valgoi, Mauro Marino, Giacomo Rosselli, Emanuele Maria Basso, Alfredo Angelici, Daniele Marino, Gilberto Gliozzi, Gaia Benassi, Davide Dolores, Antimo Casertano, Gabriele Granito. Produzione Fondazione Teatro di Napoli - Teatro Bellini. Al Teatro Elfo/Puccini di Milano fino al 15 aprile; stasera e domani al Teatro Pax di Cinisello Balsamo (MI); dal 24 aprile al 6 maggio al Teatro Carignano di Torino; dall'8 al 13 maggio al Teatro della Corte di Genova. 
Ci voleva coraggio a proporre a teatro un testo (tratto a sua volta da un romanzo) reso famoso da un film diventato presto un classico, e ancora di più facendo uso, come Alessandro Gassman nel suo potente allestimento, di alcune tecniche cinematografiche tra cui proiezioni di suggestive immagini a dare colore a un'ambientazione altrimenti grigia come si confà a un ospedale psichiatrico (quello di Aversa, per la cronaca) e di una colonna sonora puntuale ed efficace a sottolineare i momenti cruciali (unico rilievo: il volume forse un po' alto: vero anche che mi trovavo a ridosso delle casse acustiche) ed è stato giustamente premiato dal pubblico: non è un caso che giri l'Italia da ben quattro anni collezionando tutto esaurito in serie a ogni latitudine della Penisola. Approdato nuovamente a Milano, questa volta ospite dell'Elfo proprio nella settimana in cui è scomparso Miloš Forman, il grande regista ceco che aveva portato la pièce sullo schermo, l'allestimento ha un valore aggiunto nella "napoletanità" sia dello scrittore, uno dei più validi contemporanei, che ha curato l'adattamento, Maurizio De Giovanni, sia della compagnia: la grande tradizione teatrale partenopea esalta quella coralità che il cinema non può offrire, e personalmente non ho dubbi nel preferire questa versione viva, vibrante, alla portata di tutti ma anche raffinata a quella cinematografica, pur rasentando quella di Forman il capolavoro, e le quasi tre ore di spettacolo non sono troppe, e anzi consentono a regista e interpreti di comunicare appieno, alternando momenti di divertimento con altri di riflessione profonda, leggerezza e durezza, gioia e dolore, azione e stasi, di far evocare tutti i possibili stati d'animo suscitati da una storia che più che la pazzia in sé racconta come la definizione stessa venga utilizzata per emarginare qualsiasi forma di devianza e comunque come la cosiddetta cura della malattia mentale sconfini nella crudeltà e nella mancanza di umanità. In questa versione il McMurphy di Jack Nicholson diventa il Dario Danise interpretato da un mobilissimo ed espressivo Daniele Russo, un mariuolo, uno scugnizzo invecchiato con poca voglia di lavorare che vive di espedienti e che si finge pazzo per evitare il carcere: mal gliene incoglie, perché finisce nel famigerato manicomio di Aversa, nell'estate del 1982, quella della storica vittoria dell'Italia ai Mondiali di calcio in Spagna, che diventano uno snodo della vicenda perché per avere il permesso di seguirli in TV Dario riesce a smuovere una comunità di degenti, ognuno coi propri tic e problemi mentali, altrimenti vittime della Istituzione Totale impersonificata qui da Suor Lucia  (Elisabetta Valgoi, qui efficace almeno quanto Louise Fletcher nel film). Terzo interprete che cito è il gigantesco Gilberto Gliozzi, il Grande Capo della versione cinematografica che si finge sordomuto perché ha paura di affrontare una realtà esterna che ritiene perfino più temibile di quella del manicomio, e qui diventa Ramon Machado, un sudamericano sbarcato in Italia dal Continente Desaparecido e che libererà dalla gabbia che è diventato il suo corpo Dario, che nel frattempo ha subito un intervento definitivo che lo ha reso un vegetale per contenere e punire il suo spirito ribelle che aveva finito per coinvolgere e far prendere coscienza agli altri "pazienti" che, a differenza sua, erano stati ricoverati per propria espressa volontà, e le sue intemperanze che hanno attentato all'Ordine Costituito. Bravissimi i tre attori che ho nominato ma all'altezza e affiatata l'intera compagnia, che dà vita a uno spettacolo memorabile, dai tempi perfetti, capace di intrattenere e al contempo far riflettere il pubblico, in ogni caso a coinvolgerlo in ciò che accade sul palcoscenico. 

domenica 15 aprile 2018

I segreti di Wind River

"I segreti di Wind River" (Wind River) di Taylor Sheridan, Elizabeth Olsen, Kelsey Chow, Graham Greene, Gil Birmingham, John Bernthal, Julia Jones e altri. USA 2017 ★★★★
Al secondo film da regista (il primo, Vile del 2011, era un horror che non mi risulta sia uscito sugli schermi italiani), Taylor Sheridan, che nasce come attore, ha deciso di mettersi dietro la macchina da presa per la terza sceneggiatura che ha dedicato alla Frontiera: nell'ottimo Sicario si trattava di quella tra California e Messico, in Hell o High Water delle aride distese del Texas, qui di una riserva indiana spersa nello Wyoming, e in tutti e tre i casi il tema è un' indagine e il personaggio centrale un poliziotto. In questa pellicola anche un cacciatore professionista, Cody, interpretato dal bravo Jeremy Renner, incaricato di uccidere i predatori che fanno strage di bestiame. In un luogo duro e ingrato, esistano anche predatori umani, in particolare nei confronti di giovani donne amerinde, come la figlia sedicenne dello stesso Cory, che mai ha saputo di preciso come fosse morta qualche anno prima. E' per questo antico dolore, che ha causato la separazione dalla moglie, un'indiana Arrapaho, che accetta di aiutare Jane, una Elizabeth Olsen che si difende bene, una giovane, inesperta e intraprendente agente del FBI, catapultata dalla torrida Las Vegas alla gelida primavera del Nord ad aiutare la scarsa e poco addestrata polizia locale quando lo stesso Cody, sulle tracce di un puma, avvista e trova il cadavere congelato e dissanguato di una diciottenne figlia di un suo caro amico indiano e amica del cuore della sua stessa figla. Egli accerta che ragazza ha corso per svariati chilometri per sfuggire a chi l'aveva aggredita, prima di morire, almeno in teoria e per la burocrazia, per cause naturali: aver respirato aria ghiacchiata che le ha procurato un'emorragia ai polmoni; ma ufficiosamente gli inquirenti sanno dal medico legale che è stata anche ripetutamente stuprata da più uomini. Il film si muove quindi sia sui piani del thriller, sia su quelli del western (e qui si innesta il tema della vendetta) sia su quelli della denuncia delle miserabili condizioni di vita nelle riserve, con gli anziani devastati dall'alcol, come i loro progenitori, e i giovani dalla droga, una polizia insufficiente e poco preparata, e delle assurdità come il fatto che la scomparsa delle donne native non rientra nelle statistiche nazionali: in sostanza sono messe nelle condizioni di essere delle facili prede per chi vuole abusarne, come per esempio avventurieri venuti dall'esterno a lavorare nelle concessioni petrolifere della zona, che è area di fracking. Paesaggi maestosi e desolanti, senso di solitudine ma esiste anche solidarietà, in un ambiente che sembra costringere l'uomo a essere "lupo" nel confronti del suo prossimo. Non è un film consolante, ma ben girato, onesto e convincente. 

sabato 14 aprile 2018

The Sound of Silence

La lezione dell'asinistra buonista, pacifista, politicamente corretta, che tifava Hillary Clinton e detestava Donald Trump. Tutti muti, sordi e ciechi, come le tre scimmiette: che spettacolo edificante! E a Damasco non sono mortaretti quelli che piovono, ma razzi.

venerdì 13 aprile 2018

Il giovane Karl Marx

"Il giovane Karl Marx" (Le jeune Karl Marx) di Raoul Peck. Con August Diehl, Stefan Konarske, Vicky Kriep, Olivier Gourmet, Hannah Steele, Niels-Bruno Schield e altri. Francia, Germania, Belgio 2017 ★★★★
Alla vigilia del bicentenario della nascita, esce anche in Italia il film biografico sulla fase cruciale della vita di Karl Marx, tra il 1843 e il 1848, gli anni dall'esilio a Parigi e poi a Bruxelles fino alla pubblicazione del Manifesto del Partito Comunista a Londra nel febbraio del 1848, appena prima dello scoppio, su scala continentale, dei moti rivoluzionari di quell'anno (il che conferma ancora una volta quanto lui e il suo amico e soldale Friedrich Engels fossero "avanti" già da allora). Benemerito autore, il regista e documentarista, haitiano di nascita, e cosmopolita per vocazione, Raoul Peck, che ha il grande merito di aver girato un film necessariamente didascalico (e di grande precisione) ma anche godibile su un personaggio gigantesco per quel che ha significato e significa tuttora, che la cinematografia, anche quella sovietica, ha sempre trascurato nonostante la sua vita romanzesca e la sua stessa umanità, che ben si prestavano, assieme al rapporto con la moglie Jenny e l'amicizia fraterna con Engels, a essere raccontata anche come un'appassionante avventura con risvolti perfino romantici. Si può capire: Marx, per quanto citato, per lo più a vanvera, è sempre stato scomodo, e non stupisce che si siano ben guardati di affrontarlo i palafrenieri e agit prop a vario titolo di coloro che lo hanno tradito pur pretendendo di agire in suo nome; ha potuto e saputo portarlo sullo schermo, con un film in costume divulgativo quanto si vuole ma anche in forma di commedia storica, un intellettuale e regista rigoroso e credibile. Si parte dunque dalla redazione della Rheinische Zeitung a Colonia nel 1843, quando Marx si dimise da caporedattore e venne arrestato per passare a Parigi, dove si trasferì con l'amata moglie Jenny e la prima figlia e vi conobbe Engels, figlio di un facoltoso industriale tessile che, lavorando nell'azienda paterna ebbe modo di studiare da vicino la situazione della classe operaia, con cui strinse un'amicizia e un sodalizio intellettuale che durò tutta la vita e anche oltre, e poi a Bruxelles. Furono gli anni in cui scrisse La miseria della filosofia, confutando le tesi dell'anarchico Proudhon, che andavano per la maggiore; La sacra famiglia, ossia la Critica della critica critica contro Bruno Bauer e la sua "consorteria"; la fondamentale e decisiva Ideologia tedesca, in cui è contenuta una prima formulazione della concezione materialistica della storia, fino ai viaggi a Londra e alladesione alla Lega dei Giusti, poi Lega dei Comunisti, per cui Engels lo convinse a scrivere il Manifesto. In mezzo, la vita quotidiana della famiglia Marx e le sue continue traversie economiche, sempre sanate dall'intervento di Engels; gli incontri con le maggiori personalità dell'epoca (c'è anche Mikhail Bakunin), le discussioni appassionate, soprattutto l'amicizia a tutto tondo con Friedrich Engels, una sorta di simbiosi, da cui la loro fertilissima collaborazione, e un personaggio che prende corpo ed è reso più che credibile da un'interpretazione che si percepisce sentita di August Diehl, e lo stesso vale per Stefan Konarske e Vicky Kriep nei ruoli di Engels e Jenny. Un film che non delude nemmeno gli studiosi del genio di Treviri, per la puntualità delle citazioni, senza renderle mai pedanti. Grazie!

mercoledì 11 aprile 2018

La falsa concorrenza


L'omo de sinistra, specialmente in Italia, è uno strano animale, ma non troppo difficile da capire conoscendone provenienza e storia; in particolare il pidiota, che ne è l'ultima incarnazione: e non c'è da stupirsi, essendo il prodotto di due partiti, o se vogliamo linee di pensiero e modi di essere, dogmatici, fideisti, che per loro natura hanno fatto riferimento a potentati extraterritoriali il cui interesse prioritario non è mai il benessere del cittadino e il libero sviluppo delle sue potenzialità individuali. Di qui una costante, ancor più vera per quanto riguarda i pidioti provenienti dalla filiera PCI-PDS-DS (ma anche i postdemocristiani non scherzano) per cui il vero nemico, quello contro cui si riversano gli strali della scomunica, le ingiurie, si esercita senza ritegno l'arte della calunnia personale e del travisamento dei fatti fino alla riscrittura della storia (in questo i comunisti sono maestri imbattibili per forma mentale) è quello più vicino. E' risaputa la parola d'ordine che rispunta a ogni appuntamento elettorale: nessun nemico a sinistra (qualsiasi cosa voglia significare questo termine, a parte un'indicazione geografica). Con l'avversario (si fa sempre per dire), gli accordi si trovano sempre, più o meno alla luce del sole o completamente sottobanco: dalla Solidarietà nazionale anni Settanta ai Governi del presidente, cfr Napolitano, fino agli accordi locali e alle spartizioni di poltrone nelle aziende pubbliche, ne abbiamo infiniti e nefasti esempi. Stessa musica anche in occasione delle ultime politiche di inizio marzo: per tutta la campagna elettorale (in realtà per l'intera legislatura, guidata da partito-padrone e prenditutto in base a una maggioranza ottenuta con una legge farlocca e incostituzionale, oltre che col determinante voto degli italiani all'estero) è stato un dargli addosso al Movimento Cinque Stelle, in particolare attraverso una indecente campagna ad personam contro la sindaca di Roma Virginia Raggi, e vanno avanti tuttora a fare gli sdegnosi non accorgendosi, non si capisce se per limiti propri o solo perché fanno finta, che nella sua marcia di avvicinamento al potere, quello fondato da Casaleggio e Grillo si è sempre fatto più partito perdendo man mano le caratteristiche che gli erano proprie. Già avevo notato (e fatto notare) che nel programma elettorale del M5S non si faceva più cenno all'abolizione dell'obbligo di pareggio di bilancio in Costituzione e, tra i "punti per un governo", a una sostanziosa riduzione delle spese militari e alla rinuncia all'acquisto di ulteriori F-35, al rientro dalle missioni internazionali, men che mai a una revisione degli accordi con la NATO, per non parlare della marcia indietro sull'UE e la sua moneta, con il Capo Politico a rassicurare il potere finanziario qui e là in processione tra Washington e Bruxelles. Nella sua definitiva incarnazione in versione Di Maio, è diventato sostanzialmente un clone del PD, col quale peraltro ha in comune la dimensione dogmatica e la tendenza ad adattare la realtà alle proprie fantasie (e desideri): ciò che li differenzia è l'età media e quindi la maggiore freschezza e adattabilità a nuovi schemi da parte dei pentastellati. Che per quanto li riguarda è ovvio si rivolgano in primis al PD, che sentono più vicino, per formare un governo. Altrettanto ovvio, per i motivi specificati all'inizio, ossia l'orrore per la concorrenza sul proprio terreno, che er popolo d'asinitra, in particolare il militonto ottuso, ammaestrato da decenni di obbedienza cieca ai dettami della Ditta, per un riflesso pavloviano, recalcitrino e rifiutino sdegnosi qualsiasi profferta, ma tranquilli che i dirigenti pidioti più scaltri e scafati si stanno già riposizionando e dandosi da fare per cambiare la linea in corsa, per cui, al termine dei giri di consultazioni con la mummia che siede al Quirinale, non mi meraviglierei di ritrovarci con l'ennesimo governo all'insegna del ce lo chiede l'Europa (e, di conseguenza, FMI, Banca Mondiali, NATO, i Mercati... magari perfino La Scienza). Quanta stabilità possano poi garantire le vecchie puttane presenti nel PD, e che sicuramente non mancano nel M5S, è ovviamente un altro paio di maniche e comunque, per quel che mi riguarda, appassiona poco. Salvo qualche volta, così per gioco.