giovedì 17 agosto 2017

Metro Manila

"Metro Manila" di Sean Ellis. Con Jake Macapagal, John Arcilla, Althea Vega, Ana Abad Santos, Miles Canapi, Moises Magisa, Reuben Uy e altri. GB 2013 ★★★½
Con ben quattro anni di ritardo e in piena estate viene proposto anche in Italia questo film che, nell'anno di uscita, aveva ricevuto il premio del pubblico al Sundance Festival: non una garanzia in sé, almeno per quanto mi riguarda, essendo questa rassegna del cinema indipendente anche quella in cui imperversano buonismo e politicamente corretto; ma Metro Manila, diretto con mano e buon ritmo dall'inglese Sean Ellis, ma ambientato nella capitale delle Filippine e interpretato esclusivamente da attori locali, esce dagli schemi e si avvicina, semmai, ad alcune produzioni di Hong Kong o perfino giapponesi (mi riferisco a Takeshi Kitano). Di solito il genere poliziesco è quello che consente meglio di raccontare le storture di una società, i suoi vizi più nascosti e a dipingere la sua quotidianità e le sue sfaccettature, diventando in qualche modo di denuncia; qui Ellis sembra fare il percorso contrario: prende una giovane coppia, Oscar e Mia, due agricoltori con due figlie piccole di  di Banaue, idilliaca zone di risaie terrazzate nel Nord dell'arcipelago, costretti a emigrare a Manila dove vengono immediatamente inghiottiti in una situazione di degrado, violenza e sfruttamento che per loro, anime innocenti e profondamente oneste, è inimmaginabile. Immediatamente truffati un paio di volte e privati dei miseri risparmi, finiscono nello slum di Tondo, dove Mia è costretta a lavorare e prostituirsi in un bar ambiguo mentre Oscar si sente miracolato per essere stato scelto a un colloquio per diventare autista di furgoni portavalori, il lavoro più pericoloso e a rischio in una città infernale come quella. In realtà è stato adocchiato da un ex poliziotto che aveva prestato servizio nel suo stesso corpo di fanteria nell'esercito, che ne ha riconosciuto l'appartenenza per un tatuaggio. Questi si fa suo mentore e benefattore, lo fa assumere e lo sceglie come suo nuovo partner, ma in realtà ha un piano per costringerlo, con le buone o con le cattive, a recuperare la copia della seconda chiave che serve per aprire una cassetta per valori che aveva sottratto, senza dichiararla ai suoi superiori, durante un precedente assalto che aveva subito e poi nascosto: il suo socio era morto, lui no. Ellis, ispirandosi a un fatto realmente avvenuto, innesca un meccanismo implacabile che ricorda quello di Le iene di Quentin Tarantino, di cui Oscar riesce a capire il funzionamento e, quando vede che non ha via d'uscita, trova il modo che siano la moglie e le figlie a trarne vantaggio per poter fuggire dal quell'orrore e avere la possibilità di costruirsi una vita dignitosa. Da un lato il film permette di gettare più di un'occhio nella realtà disastrata di una città abnorme, corrotta e malsana come Manila, dall'altro è in grado di coinvolgere l'attenzione dello spettatore con un ritmo sempre più incalzante lungo un percorso dove non sono pochi i colpi di scena mai però gratuiti e incongrui con la vicenda raccontata. Buona la regia, altrettanto la fotografia e validi tutti gli interpreti; il film è in lingua originale (qualcosa si capisce a causa dei molti termini di origine spagnola) e sottotitolato, comunque vale la pena: un noir per l'estate...

martedì 15 agosto 2017

Feriae Augusti


E poi via, comincia una nuova, eccitante stagione politica con il Meeting di Rimini, il Forum Ambrosetti a Cernobbio e, incredibile ma vero, la Festa Nazionale dell'Unità a Imola, un'irresistibile cavalcata verso un avvenire radioso per un Paese sempre più giovane e moderno!

sabato 12 agosto 2017

Insospettabili sospetti

"Insospettabili sospetti" (Going in Style) di Zach Braff. Con Alan Arkin, Michael Cain
e, Morgan Freeman, Ann Margret, Joey King, Matt Dilllon, John Ortiz e altri. USA 2017 ★★½
Remake fortemente attualizzato di Vivere alla grande (1979) di Martin Brest, di cui conserva il titolo nella versione originale (e, al solito, non in quella italiana) e i nomi dei tre protagonisti, Willie, Joe e Al, non ne conserva la verve e il retrogusto amarognolo, però come il precedente si basa sulla performance di tre mostri sacri, tutti ottuagenari, che da soli tengono in piedi il film nonostante la sceneggiatura piuttosto lacunosa e l'eccessiva dose di miele a rivestire di patina buonista quel po' di critica al sistema che pure c'è. Siamo nel borrough del Queens, il più vasto e il secondo per popolazione di quelli che formano New York, e l'azienda siderurgica dove i nostri tre eroi hanno trascorso la loro vita lavorativa delocalizza  produzione e sede societaria in Vietnam e smette di corrispondere loro la pensione (cose che capitano nella Grande America) e la banca cui si appoggiava l'impresa, in mancanza di accrediti, pensa bene di congelare il conto, da cui peraltro si sono volatilizzati i risparmi per un investimento a rischio, e di pignorare la casa a Joe, a cui viene l'idea di organizzare una rapina in banca per vendicarsi. Giusto un "prelievo" di quanto avrebbero dovuto ricevere in base alla rispettiva aspettativa di vita: ciò che avanzava, l'avrebbero versato in beneficenza. L'idea gli viene perché lui stesso è testimone di una rapina nella stessa banca il giorno stesso in cui si era reso conto, nel corso di un colloquio con il medesimo odioso funzionario che a suo tempo l'aveva convinto della bontà dell'investimento andato in fumo, di essere a sua volta stato rapinato. Per realizzare l'intento, il terzetto ha bisogno di un contatto nella malavita per ricevere i rudimenti di base del mestiere e Joe lo trova in un rapinatore di banche, che opera con la copertura di un negozio per animali, attraverso il genero "degenere". La parte dell'allenamento alla rapina è spassosa, come quella della tresca che nasce tra Al, il più scorbutico dei tre, e un'inserviente del "discount" dove effettuano le prove di rapina (una Ann Margret molto autoironica), mentre altre sono decisamente troppo melense. Il lieto fine è d'obbligo (non lo era nell'originale, ma erano altri tempi) e comunque il film si fa vedere, più per la simpatia degli interpreti che per la storiella, e la valutazione è buonista pure essa, in linea con il film e in considerazione  che attorno a Ferragosto le sale non offrono molte altre alternative.

giovedì 10 agosto 2017

Funne - Le ragazze che sognavano il mare

"Funne - Le ragazze che sognavano il mare" di Katia Bernardi. Con Erminia, Armida, Jolanda e le altre funne di Daone (nell'omonima valle, Trento). Italia 2017 ★★★½
I documentari, per definizione, sono il mezzo ideale per raccontare una realtà, e ultimamente al cinema se ne vedono sempre più spesso; questo è qualcosa di più, perché in forma di fiaba divisa per capitoli narra il realizzarsi di un sogno, quello di Jolanda, l'energica e spiritosa animatrice del Rododendro, il circolo pensionati di Daone, un paesino nel Trentino occidentale dove l'influenza lombarda è già notevole come si deduce dalla parlata, ossia di festeggiare il ventennale dell'associazione portando al mare le funne, donne nel dialetto locale, molte delle quali, perlopiù ottuagenarie, non lo hanno mai visto o ne hanno ricordi lontanissimi. Meta: l'isola di Ugliano, in Dalmazia, di fronte a Zara, dove ogni anno il 5 di agosto si tiene la processione, in barca, della Madonna della Neve, e che per questo motivo è gemellata religiosamente con Daone, dove a sette chilometri dall'abitato sorge una chiesetta dedicata a una Madonna analoga. Bisogna raccogliere in fondi, e per questo dapprima le vece si industriano a sfornare torte da vedere alla sagra del paese; poi ingaggiano un fotografo di città per fare un "calendario dei sogni" in cui dodici di loro si prestano a essere ritratte mentre immaginano il loro massimo desiderio, calendario che entra però in concorrenza con quello abituale dei locali pompieri volontari e non raccoglie il danaro sufficiente; infine l'idea geniale viene a un ragazzo, che crea un profilo Facebook per l'iniziativa e dà contemporaneamente il via a una campagna di crowfunding, strumenti del tutto sconosciuti anche alle più aggiornate delle funne in questione e a quel punto diventano un fenomeno virale, come si suol dire, finendo sulle prima pagine dei giornali non solo italiani e mobilitando radio e TV. Il 5 agosto dell'anno scorso il sogno si avvera e un gruppo di funne, le più determinate, che non si sono fatte scoraggiare nel loro intento, capeggiate da Erminia, Armida e Jolanda, sbarca a Preko e si reca al pellegrinaggio a Kukljica/Cuclizza. La brava cineasta trentina era lì con loro, ha raccontato la storia in un libro di successo e l'ha documentata anche in immagini, con un brio e una grazia che fanno bene al cuore. 

martedì 8 agosto 2017

La notte che mia madre ammazzò mio padre

"La notte che mia madre ammazzò mio padre" (La noche que mi madre mató a mi padre) di Inés París. Con Belén Rueda, Eduard Frernández, Diego Peretti, María Pujalte, Fele Martínez, Patricia Montero. Spagna 2016 ★★★½
Fresca, pimpante e corroborante commedia grottesca, ideale per una afosa serata di mezza estate al fresco di una sala cinematografica climatizzata a dovere a chiusura di una giornata canicolare: in più ho sghignazzato ripetutamente durante un'ora e mezzo di gag esilaranti e situazioni tanto improbabili da poter essere perfino verosimili, almeno in un certo ambiente. Che è quello del cinema, perché il personaggio principale, la brava e versatile Belén Rueda (famosa presentatrice televisiva in patria che passa disinvoltamente da ruoli drammatici come in Mare adentro a quelli comici) nel ruolo di Isabel, attrice che si sente poco apprezzata e in preda alle incertezza dovute all'età che avanza, una sera che non deve occuparsi dei figli suoi e acquisiti, partiti per una settimana bianca in montagna, organizza una cena nella villa fuori Valencia di sua proprietà assieme al marito Angel, uno scrittore e sceneggiatore nevrotico, e all'ex moglie di lui Susana (segretamente innamorata proprio di Isabel), regista, per cercare di convincere il famoso attore argentino Diego Peretti (sé stesso non solo nel ruolo di attore, ma anche di laureato in medicina e già attivo come psichiatra) ad accettare il ruolo di protagonista principale del film che hanno intenzione di girare. Manca soltanto l'interprete femminile, e Isabel vede l'occasione per proporsi, ma indirettamente. Trattandosi di un giallo con omicidio, decide con l'aiuto dell'ex marito e della sua attuale svampita compagna, in realtà un'attrice scritturata per l'occasione, che faranno la loro comparsa durante la cena di lavoro che già dall'inizio nasce tra gli equivoci, di dimostrare la sua credibilità come possibile assassina... Non svelo oltre per evitare di svelare troppo e mi fermo qui. Film per un lato d'azione, o più propriamente fisico, e dall'altro di parola, con scambi di battute incessanti, sicuramente più apprezzabili in lingua originale ma che si possono intuire se si conoscono le differenze tra lo spagnolo iberico e il castellano parlato in Argentina, specie nella sua variante porteña (e non a caso Peretti è nome di chiara origine italiana) e il luoghi comuni che avvolgono gli abitanti delle due nazioni, è chiaramente un divertissement che coinvolge per primi gli interpreti che vi si prestano con entusiasmo e la regista, una commedia degli equivoci con tinte macabre ma dal finale rassicurante, intriso di umorismo noir tipicamente spagnolo. Io l'ho apprezzato molto e non mi stupisce che in Spagna sia stato campione di incassi.

domenica 6 agosto 2017

Menzogne scalfariane


Mi fa venire la nausea occuparmi dei personaggi miserabili che popolano la politica italiana e ciò che vi gira attorno e le dà visibilità, ossia il sussiegoso e al contempo servile mondo dell'informazione nostrano, e quindi lo faccio il meno possibile; in un periodo di relativa penuria di notizie come quello estivo (nonché di film e spettacoli teatrali in programmazione), e rifiutandomi di stare al gioco delle parti sugli argomenti del momento, come accoglienza sì e accoglienza no, vaccini sì o vaccini no, che vede schierati fazioni contrapposte, ciascuna portatrice di verità aprioristiche, indisponibili alla discussione e al confronto sui dati, dopo essermi soffermato sulle fandonie propalate dal Presidente Emerito Giorgio Napolitano in un'intervista pubblicata tre giorni fa su Repubblica, passo alle balle su cui si basa l'omelia domenicale del Fondatore Emerito del medesimo quotidiano, Sua Eminenza Eugenio Scalfari, che mi è capitata sotto mano dopo anni perché una mia amica aveva eccezionalmente acquistato il quotidiano perché la storia di copertina di Robinson, l'inserto culturale della domenica, è "Confessioni di uno scrittore", di un grande scrittore, certamente uno dei migliori e più significativi di quest'epoca: Michel Houellebecq. A prescindere dal merito del delirante pippone che annuncia "una rivoluzione che durerà almeno fino al 2400" (decennio più, decennio meno: e sticazzi! ma cosa volete che sia: "del resto altrettanto ci volle per arrivare da Dante a Shakespeare e da Giotto a Caravaggio", Eugenio dixit, lui che è sempre stato uno che vedeva avanti, non azzeccandone mai una nella sua lunga esistenza) e che conclude col richiamo al ruolo cruciale dell'Italia in questo rivolgimento mondiale e l'auspicio che la sua classe dirigente (quella stessa che ha prodotto gli ultimi quattro governi, compreso quello in carica, sempre sostenuti a spada tratta da lui e dall'editore del suo giornale) se ne renda conto, "guardando soprattutto al problema europeo e alla trasformazione del nostro Continente in uno Stato federale" (campa cavallo: ci sono ancora 382 anni al traguardo, e guardandoci alle spalle lungo gli accadimenti degli ultimi 412 le premesse sono davvero incoraggianti), la premessa da cui parte per dire che è in Europa che la Rivoluzione Mondiale ha una delle sue sedi principali, e riferendosi, ma indirettamente, ai flussi di popolazione in atto è, testualmente, un'affermazione di questo tipo: "nel bene e nel male è stato il continente coloniale per eccellenza, è poco popolato rispetto al territorio ed è quello di più antica ricchezza". Di cui la seconda è talmente falsa da far passare per vere le altre due che a essere generosi si possono definire come discutibili opinioni, che prescindono da una conoscenza appena vaga della storia dell'Asia come dell'America precolombiana, riferendomi a quella oggi chiamata "Latina", nonché dell'economia: se la Cina o l'India o, prima ancora, l'area dell'attuale Medio Oriente non fossero state "di più antica ricchezza" cosa avrebbe spinto Marco Polo lungo la Via della Seta e, nei secoli, torme di mercanti europei, e italiani in primis, da quella parte del mondo e poi verso le Indie Occidentali assieme alle ondate migratorie? Organizzando e praticando, per di più, il commercio di schiavi (in prevalenza neri e africani) in direzione del Nuovo Mondo. Vi fischiamo le orecchie, per caso? A me sì, e sempre più forte. Ma siccome non c'è molto da fare in un canicolare e pigro pomeriggio estivo, mi sono preso una decina di minuti di tempo e sono bastati a ricavare i dati incontrovertibili che seguono:


Asia
Area: 44.615.220 km²
Popolazione: 4.393.296.000
Densità 92,88 ab./km²

Europa
Area:10.180.000 km²
*(6.220.000)
Popolazione: 743,1 milioni (2015)
*(637,2)
Densità 72,99 ab./km²

Russia Europea
*Area 3.960.000 
*Popolazione: 105,9
* Densità: 26,74 ab./km²

* Senza la Russia, la densità europea (ossia di quell'area che Sua Eminenza Don Eugenio auspica organizzata in Stato Federale) risulta di 102,44 ab./km² , superiore a quella asiatica. Già da ora, allo stato attuale.

Africa
Area:30.370.000 km²
Popolazione: 1,216 miliardi (2015)
Densità 36.40 ab./km²

America Meridionale
Area 17.840.000 km²
Popolazione 422.500.000 (2015)
Densità 23,68  ab./km²

America Settentrionale
Area: 21.949.120 km²
Popoalzione: 351.211.696 (2015)
Densità 16,00 ab./km² (22,9 comprendendo l'America Centrale)

Oceania 
Area: 8.525.989 km²
Popolazione 37.000.000 (2015 stima)

Densità 4,7 ab./km²

Capito mi avete? Guarda caso proprio coloro che si basano su Fake Facts sono quelli che cianciano di Fake News. Propalandole per primi. 
Meditate, gente, meditate. 

venerdì 4 agosto 2017

Menzogne napolitane


Trovarmi a condividere le posizioni di Matteo Salvini ("Napolitano non dovrebbe essere intervistato, pagato e scortato, dovrebbe essere processato"e Silvio Berlusconi, perfino sobrie nell'occasione, mi mette molto meno in imbarazzo che prendere la difesa d'ufficio, come fa la stragrande maggioranza dei pennivendoli, di un lugubre figuro come Giorgio Napolitano dopo la sua vergognosa intervista a Repubblica in cui declina ogni responsabilità, scaricandola esclusivamente sul governo, di aver acconsentito all'attacco alla Libia nel 2011 che ha portato alla deposizione e poi all'assassinio di Mu'ammar Gheddafi. Nella reverenziale intervista inginocchiata, il rancido personaggio infila altre perle come "Macron si distingue nettamente da Sarkozy perché affronta in chiave europea tutte le questioni che possano interessare i nostri Paesi" oltre a usare termini grotteschi e incomprensibili come institution building, per intendere ciò che sarebbe mancato perché l'intervento targato ONU (ma ispirato da Francia e GB con benestare USA) fosse coronato dal successo e impedisse che i nostri dirimpettai precipitassero nel caos, come puntualmente è avvenuto. L'improntitudine di questo individuo rivoltante, smentito anche dal ministro degli Esteri del tempo, Franco Frattini, non ha limiti: elevato alla carica di presidente della Repubblica per due volte da un Parlamento eletto con una legge dichiarata incostituzionale; firmatario, durante quasi nove anni di mandato, di innumerevoli leggi-vergogna, non poche delle quali in odore di incostituzionalità a cominciare dall'introduzione dell'obbligo di pareggio in bilancio nella stessa Carta fondamentale nel 2012, di cui continuiamo a patire le conseguenze devastanti, per Napolitano gli impegni internazionali presi dall'Italia, a cominciare da quelli "dovuti" in ambito NATO e UE che hanno reso il Paese uno zerbino svuotato di sovranità (ma non quelli derivanti dal Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e LIbia del 2008) sono sempre venuti prima di quelli costituzionali. Se ne trova prova nell'interminabile profluvio di moniti con cui ha ammorbato il Paese, facendoci rimpiangere perfino un solipsista logorroico come Francesco Cossiga. Forse non nella volutamente contraddittoria e caotica legistlazione italiana, affetta da ipertrofia normativa, ma di sicuro in quella di un Paese decente e dalla cultura autenticamente democratica, si troverebbero gli elementi per incriminare il cosiddetto Presidente Emerito per tradimento e attentato alla Costituzione nonché per abuso in atti d'ufficio o loro omissione. Infine va riconosciuto, a onore del pregiudicato nonché delinquente naturale e recidivo Berlusconi, così come di quel pagliaccio di Salvini, che non sono mai stati fascisti, mentre personaggi come Napolitano o il suo sodale Scalfari non  solo lo sono stati stati in gioventù, ma lo sono rimasti intrinsecamente, aspetto che è divenuto del tutto manifesto in entrambi in età senile, quando i freni inibitori si allentano e si tende a tornare all'infanzia, ossia all'essenza di sé.