lunedì 21 maggio 2018

E' iniziata la stagione di Autan e zampirone


Concluso ieri sera il campionato con una fortunata quanto sorprendente vittoria in trasferta a Roma della Beneamata che, battendo la Lazio, le ha soffiato sul filo di lana (negli ultimi 10' di un incontro combattuto ed emozionante quanto tecnicamente scadente) la qualificazione ai gironi di Champions League, vendicando almeno in parte l'onta del 5 maggio del 2002 e vanificando all'ultimo momento l'esalazione già in gola del puntuale sospiro da almeno sei anni a questa parte: "mai una gioia", con l'entrata del sole nel segno dei gemelli inizia ufficialmente la stagione estiva, e quindi della fjaka, almeno calcisticamente parlando: perché assistere ai Mondiali senza che vi sia coinvolta la Nazionale è un po' roba da guardoni, che osservano gli eventi dal buco della serratura. E, con l'inizio della stagione estiva, immancabile l'accensione del primo zampirone e la messa in uso di due altri strumenti indispensabili alla sopravvivenza come alla difesa, l'Autan e l'apposita paletta, detta anche il cupa-muschi, in una guerra impari che ogni anno combattiamo inutilmente contro gli insetti più fastidiosi e, in alcuni casi, pericolosi: le zanzare, i pappataci, le mosche, le vespe e i calabroni. Vivendo in mezzo al verde, pressoché in campagna, ho la fortuna di potermi avvalere di alcuni alleati che qui abbondano: colonie di pipistrelli, ragni, lucertole e rospi, ma per quanto li foraggi e offra loro volentieri ospitalità, e nonostante l'utilizzo dei mezzi di dissuasione di produzione umana di cui sopra, so fin da ora che è una causa persa in partenza fino all'arrivo dei primi veri freddi, e che l'unica speranza consiste nel limitazione del danno. Per ora ho visto poche zanzare (scarseggiavano anche l'anno scorso, dalle mie bande) e relativamente poche mosche, mentre mi pare abbondino le vespe; in compenso di api in giro se ne vedono sempre di meno, e questo come si sa è un pessimo segno. La caccia agli insetti: in ogni caso qualcosa da fare per mantenersi attivi nei lunghi, desolanti e accaldati pomeriggi e serate da qui a settembre inoltrato, prima che la nuova stagione calcistica entri nel vivo con i primi incontri di cartello e inizino le coppe europee, ché i quotidiani deliri sul mercato tra gazzette e TV li lasciamo volentieri ai deboli di mente. 

sabato 19 maggio 2018

Il dubbio - Un caso di coscienza

"Il dubbio - Un caso di coscienza" (Bedoone tarikh, bedoone emza/No date, no signature) di Vahid Jalilvand. Con Navid Mohammadzadeh, Amir Aghae, Hedityeh Tehrani, Zakieh Behbahani, Saeed Dakj e altri. Iran 2017 ★★★★
Da tempo il cinema mediorientale, e iraniano in particolare, o almeno quello che arriva sui nostri schermi, sempre di ottima qualità, si interroga su alcune semplici questioni morali di fondo che raramente vengono affrontate dalle nostre parti nella loro concretezza: cosa è bene e cosa è male e quanto la capacità di scelta, e dunque assunzione di responsabilità ed eventuali omissioni, possa ripercuotersi sulla vita altrui e avere comunque delle conseguenze imprevedibili per chiunque ne sia coinvolto. Qui abbiamo uno stimato medico legale che una sera con la sua auto urta inavvertitamente la motocicletta con a bordo un'intera famiglia di umili condizioni: padre, madre, una neonata e un ragazzino di otto anni. E' quest'ultimo che batte la testa ma a un primo esame da parte del medico, per quanto meticoloso, non sembra aver subito conseguenze. Quest'ultimo insiste perché vadano in ospedale e dà al padre del ragazzino, che accetta malvolentieri, il denaro per riparare il motorino e per le eventuali spese di ricovero, ma evita di chiamare la polizia perché si accorge di non essere in regola col pagamento dell'assicurazione della sua automobile. Andandosene, nota anche che la famigliola non si reca al vicino ospedale che aveva loro indicato, ma il giorno dopo, all'obitorio, viene portato il corpo di quello stesso ragazzino, e il dottore si eclissa e non facendosi vedere dai genitori e lascia fare l'autopsia a un'altra dottoressa, sua moglie, che lo vede scosso, e a cui nulla aveva detto dell'incidente della sera prima la quale stabilisce che causa del decesso sia un caso di botulismo da intossicazione alimentare. Il dubbio che attanaglia il medico è se la causa immediata, a prescindere dal botulismo in atto, non possa essere stato un trauma cervicale da lui sottovalutato al primo esame al momento dell'incidente, da qui il senso di colpa fino a fare riesumare la salma per eseguirla, giorni dopo, lui stesso; ma il senso di colpa, assieme alla vergogna per la propria indigenza, assale anche il padre del ragazzino, accusato dalla moglie di avere avvelenato il figlio dandogli da mangiare del cibo avariato, dopo aver comprato a un prezzo irrisorio delle carcasse di pollo dal dipendente di un macello, scartate perché avariate, dando via a un susseguirsi di azioni che lo portano in carcere, mentre il medico alla fine ammette sia davanti alla moglie, sia come testimone al processo che vede il padre del ragazzino imputato di omicidio del venditore abusivo di polli infetti, la propria pusillanimità per non aver agito prima. Solida ed essenziale sceneggiatura, ottime e credibili interpretazioni, il regista dirige il tutto con mano sicura per un risultato più che egregio, consentendoci di gettare uno sguardo su una società  di cui sappiamo poco perché troppo viene taciuto o falsificato e che molto ha in comune con la nostra.

giovedì 17 maggio 2018

Manuel

"Manuel" di Dario Albertini. Con Andrea Lattanzi, Francesca Antonelli, Giulia Elettra Gorietti, Raffaella Rea, Renato Scarpa, Giulio Baranek, Alessandro Di Carlo, Monica Carpanese, Renato Scarpa a altri. Italia 2017 ★★★★★
Artista polivalente, fotografo, musicista e documentarista che si è sempre occupato di realtà marginali e degradate, Dario Albertini esordisce nel lungometraggio con un film mirabile, eccezionale per le semplicità del racconto e l'immedesimazione che provoca nello spettatore, dovuta anche all'accurata scelta di interpreti così bravi e in ruolo da dare l'impressione di essere stati presi per strada a mettere in scena la propria vita, in particolare Andrea Lattanzi, a sua volta alla prima prova da protagonista. E che protagonista, dato che la macchina da presa lo segue dall'inizio alla fine del film, e per un buon terzo della sua durata è ripreso in primissimo piano mostrandosi sempre perfettamente naturale, cosa difficile da reggere anche per un attore scafato e di lungo corso, figurarsi per i plotoni di televisionati e raccomandati che abbondano nell'ambiente (nazionale e no). Manuel, appena compiuta la maggiore età, è in procinto di abbandonare la casa-famiglia gestita da religiosi dove è stato cresciuto da quando la madre Veronica è finita in carcere, dove ha da scontare ancora due anni di pena: potrebbe fare richiesta di usufruire dei domiciliari soltanto nel caso che il figlio accettasse di prendersi la responsabilità di accudirla dimostrando ai servizi sociali di esserne convinto e in grado di farlo, e il film racconta questo percorso del ragazzo nei pochi giorni che vanno dall'abbandono della casa d'accoglienza, dove ha ricevuto un'educazione nei limiti del possibile (nel passato ai ragazzi veniva insegnato un mestiere sicuro, oggi non ve n'è più la possibilità) ma ha anche dato molta disponibilità, intrecciando rapporti intensi sia con gli altri ragazzi (per molti una specie di fratello maggiore) sia col personale, all'udienza presso il tribunale di sorveglianza che deve dare il benestare alla concessione della custodia domiciliare alla madre: in questo brevissimo lasso di tempo Manuel deve reimparare a muoversi nel mondo esterno, prenderne le misure, valutare le proprie capacità di adattarvisi, in poche parole passare dall'adolescenza all'età adulta in una realtà che oltre a essergli estranea è pure quella dei desolanti casermoni-dormitorio lungo il Litorale romano. Nell'arco di una settimana deve pulire e risistemare l'appartamento ancora sottosopra dall'irruzione dei carabinieri di cinque anni prima, incontrare l'avvocato che lo istruisce sul comportamento da tenere e le risposte da dare durante il colloqui con l'assistente sociale, con la quale Manuel giocherà la carta della sincerità che risulterà più che convincente; avrà degli incontri che gli saranno da faro, altri che lo tenteranno sia con la cocaina, sia facendogli intravvedere facili alternative di guadagno: lo seguiamo man mano mentre è assalito dai dubbi sull'essere in grado di affrontare la situazione e di essere lui il sostegno per la madre e dalla relativa ansia, assistendo anche a un attacco di panico così verosimile da sembrare vero (non è escluso che lo sia, tale è l'identificazione che riesce a Lattanzio col suo personaggio), così come tutto il film potrebbe sembrare un documentario: di sicuro è in grado di coinvolgere ed emozionare profondamente come se lo fosse. Certo: siamo nel solco del miglior neorealismo, ovviamente attualizzato, il terreno più alto, ma non il solo, in cui si muove certo nuovo cinema italiano che pure esiste e merita di avere maggiore sostegno. Sono però sicuro che il pubblico sarà capace di premiare adeguatamente questo piccolo grande film, importante per quello che è e quello che dice al di là del fatto di segnare l'esordio di un "nuovo" regista e la nascita di una "nuova" star, che comunque ho la certezza saranno in grado di gestirsi in modo tale da non guastarsi. Da non perdere.

martedì 15 maggio 2018

Loro 1 e 2

"Loro" 1 e 2 di Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo, Elena Sofia Ricci, Euridice Aspen, Riccardo Scamarcio, Kasia Smutniak, Fabrizio Bentivoglio, Dario Cantarelli, Anna Bonaiuto, Ricky Memphis, Roberto De Francesco, Roberto Herlitzka, Chiara Iezzi e altri. Italia, Francia 2018 ★★★★★
Sarò anche prevenuto positivamente nei confronti di Paolo Sorrentino, che reputo un regista e prima ancora sceneggiatore geniale come ce ne sono pochi, ma è altrettanto vero che quanto più alte sono le aspettative, tanto più risultano fragorose le eventuali e forse inevitabili cadute: per me lo era stata, parzialmente, Youth/La giovinezza, ma con Loro siamo di nuovo ai massimi livelli mondiali. Ho atteso di vedere anche la seconda parte prima di esprimere un giudizio, ma questa non ha fatto altro che confermare l'ottima impressione che avevo avuto della prima: la decisione di fare uscire il film in due parti, che alcuni hanno ritenuto una furba operazione commerciale, a mio parere ha giovato alla visione perché, trattandosi di una pellicola, come tutte quelle del Nostro, caratterizzate dalla densità (di immagini, dettagli, suoni, parole, contesti, riferimenti) e al contempo da fasi di una sorta di dilatazione temporale, un minutaggio di circa 100' per ognuna è quello ideale per consentire il massimo di concentrazione senza sforzarsi e quindi gustando appieno ciascuna di esse. Ché poi la prima parte si concentra propriamente sui Loro cui si riferisce il titolo del film, ossia la corte di ruffiani, profittatori, puttane, sanguisughe, leccaculi, opportunisti che bramano entrare in contatto diretto e quindi nell'entourage di Lui, ossia un Silvio Berlusconi immalinconito dalla sconfitta elettorale per soli 25 mila voti del 2006 ma soprattutto dalla decisione della moglie Veronica Lario di prendere le distanze da lui fino a pretendere il divorzio: l'interprete che gli dà voce, movenze, sguardi attraverso una maschera che non ha bisogno di essere somigliante per essere ancor più verosimile e convincente un Toni Servillo, un artigiano della rappresentazione la cui bravura non è mai abbastanza sottolineata, senza alcun dubbio un Maestro, che appare per la prima volta dopo la prima ora di proiezione, e dopo che a Taranto Riccardo Scamarcio, un giovane e spregiudicato imprenditore con moglie piacente a altrettanto disponibile, ansioso di entrare nel grande giro di Lui, matura l'idea geniale di affittare una villa con vista sulle celebre Villa Certosa buen retiro di Berlusconi in Costa Smeralda divenuta all'occorrenza residenza di Stato, stipandola di ragazze vistose e organizzando feste sfrenate a spron battuto perché attirassero il vecchio satiro così come le api dal miele. Cosa che si verificherà nella seconda parte della pellicola quando, dopo i reiterati e spesso patetici tentativi del magnate di riconquistare da un lato la moglie, sempre più distante e ostile, dall'altra il potere, escogitando la strategia dell'acquisto dei sei senatori mancanti per far saltare la maggioranza irrisoria su cui si regge il secondo Governo Prodi, Sorrentino si concentra sull'uomo Berlusconi, sul suo modo di vedere le cose, entrando nella sua psicologia senza pregiudizi e direi perfino con affetto nei confronti di un uomo che è tutto pubblico e terribilmente solo: è questo, che ancor più della paura di invecchiare, che lo rende umano, e che dovrebbe fare riflettere le torme di suoi "odiatori" a prescindere, gli stessi che (l'asinistra specie in versione scalfarian-repubblicana, supponente e terrazzata, pettegola,  ipocrita e arrivista molto più di Silvio nostro) non sono ancora stati capaci di spiegare perché non lo abbiano contrastato prima ancora che "scendesse in campo", oltre a essergli complici fino a finire a governare con lui, così come Veronica Lario alla domanda del marito perché sia rimasta con lui per oltre 25 anni se pensava di lui quel che gli aveva rinfacciato. Chicche memorabili sono disseminate in tutto il film, dalle cantate di Berlusconi (inarrivabile un attore napoletano che dà voce a un milanese che canta in napoletano con tracce di accento brianzolo) e alle sue battute ai colloqui con Ennio Doris (interpretato anch'esso da Servillo: a dir poco un virtuosismo), Confalonieri, Mike Bongiorno, Sandro Bondi (quello che scriveva le poesie)   che tenta di fargli le scarpe dopo che ha perso le elezioni del 2006; grandiosa la telefonata che, spacciandosi per un immobiliarista, Berlusconi fa a una sconosciuta per testare se le proprie capacità di venditore (e di spacciatore di sogni) sono ancora intatte; poi ci sono le situazioni degli altri Loro, quelli che finiscono per bruciarsi per essersi troppo avvicinati a Lui senza riuscire minimamente a capirlo, e provando pure a fotterlo. Che non sia un film "politico" e antiberlusconiano non lo hanno capito solo i pretoriani a oltranza dell'uomo di Arcore: è un film biografico, non solo e non tanto sul personaggio ma sull'intero Paese, di cui Berlusconi è stato ed è tuttora comunque frutto e interprete come pochi altri. Da un punto di vista tecnico, come sempre, ineccepibile: dalla fotografia di Luca Bigazzi, magistrale, alla cura delle sceneggiatura come di ogni particolare dell'ambiente, alla colonna sonora, alla scelta degli interpreti, con note di merito per Ricci, Aspen, Scamarcio, Bentivoglio, Bonaiuto e l'ineffabile Cantarelli.

domenica 13 maggio 2018

Wajib - Invito al matrimonio

"Wajib - Invito al matrimonio" (Wajib) di Annemarie Jacir. Con Mohammend Bakri, Saleh Bakri, Maria Zreik, Tarik Kopti, Monera Shehadeh e altri. Palestina 2017 ★★★★
Un film prezioso, fatto con pochi mezzi (si tratta di una produzione indipendente palestinese) interpreti ottimi e più che mai credibili nella parte di padre e figlio essendolo anche nella vita reale e professionale, ispirato da uno spunto autobiografico dell'autrice, la regista e sceneggiatrice cristiano-palestinese Annemarie Jacir, ossia l'usanza da parte degli uomini di famiglia di quella comunità di recapitare personalmente gli inviti scritti ai matrimoni delle figlie e sorelle; una comunità, quella dei cristiani di Palestina, particolarmente nutrita a Nazareth, dove costituiscono un buon terzo della popolazione araba (a sua volta la maggioranza nella città più popolosa della Galilea, nel Nord di Israele): sono chiamati "gli invisibili", in una situazione del tutto anomala sotto l'occupazione ebraica. Il film racconta una giornata di Abu, un sessantenne insegnante, e suo figlio, Shadi, architetto, rientrato per l'occasione da Roma dove convive con la figlia di un ex pezzo grosso dell'OLP, trascorsa su e giù fra le strette stradine di Nazareth a consegnare di persona i wahib, gli inviti, a svariati parenti e amici della comunità, alle nozze della figlia e sorella. Si tratta di una tradizione, anzi: un dovere sociale da effettuare porta a porta, e così vediamo i due uomini, così diversi per età, concezioni, modi di vedere e di vivere, svelarsi man mano attraverso i loro colloqui in tutte le loro differenze, tra una visita dai toni formali e i viaggi sulla vecchia Volvo di Abu, che hanno portato e portano a veri per propri scontri ma anche, alla fine, a una reciproca comprensione. L'anziano professore non ha ancora digerito l'abbandono, anni prima, da parte della moglie, emigrata negli USA e che gli ha lasciato due figli da crescere, di cui la minore sta per lasciare a sua volta la casa di famiglia; per rimanere, ha dovuto convivere, sia con gli ebrei, sia con gli arabi musulmani e tenere un profilo abbastanza basso; il figlio Shadi è del tutto insofferente sia alle tradizioni sia all'andazzo, che considera come un cedimento, una resa da parte della comunità come da parte del padre, a cui rimprovera anche il comportamento durante le visite, perché lascia credere che il figlio tornerà a vivere a Nazareth, che è medico anziché architetto, che potrebbe sposare una ragazza locale. A sua volta, lui stesso rivela solo in un secondo tempo, prima al padre, poi alla sorella, che la rispettiva ex moglie e madre potrebbe decidere di non venire, come aveva assicurato, a questo matrimonio organizzato apposta per lei nel periodo di Natale, quando nessuno si sposa ma lei è libera di prendere ferie, perché la vita del marito "americano" è agli sgoccioli. E' un film semplice, fatto di situazioni di vita di tutti i giorni, delicato e attento pur non nascondendo alcun attrito; senza ipocrisie pur parlando (anche) di ipocrisie, spesso necessarie per sopravvivere in una situazione di stress costante come quello a cui è sottoposta tutta la società israeliana, ma ancor più la sua componente araba e, tra questa, quella ancor più anomala, ma esistente, degli "invisibili" di cui sopra; un film che non ha bisogno di gridare né di situazioni esasperate e drammatiche per raccontare situazioni vere e reali, sia per quanto riguarda i rapporti tra genitori e figli, parenti e conoscenti, sia il contesto del tutto particolare, eppure "normale", in cui avviene: la sensazione è proprio quel di essere lì, in quelle strade, in quelle case, in quei bar, con quella gente, in quel disordine così mediterraneo come il fatalismo e la capacità di adattamento, che non è per forza segno di debolezza. Un film che è una perla rara.

venerdì 11 maggio 2018

Si muore tutti demoscristiani

"Si muore tutti demoscristiani" di Il Terzo segreto di Satira. Con Marco Ripoldi, Massimilano Loizzi , Walter Leonardi, Renato Avallone, Valentina Ludovini, Paolo Rossi e altri. Italia 2017 ★★★+
Film divertente quello d'esordio per questo collettivo di autori satirici diventati famosi in rete per i loro video dissacranti sulle dinamiche del mondo della politica, che si può dire riuscito benché i tempi di un lungometraggio siano diversi da quello loro abituali, per certi versi autobiografico. Racconta infatti la vicenda di tre amici, Stefano, Fabrizio ed Enrico, titolari di una piccola casa di produzione che si destreggia tra servizi di matrimoni e video impegnati nel politico e nel sociale (esilarante la preparazione di un filmato per il 25 Aprile su incarico di sindacato e ANPI, che vuole rappresentare un "Quarto Stato" attualizzato, con tanto di coppie gay e perfino transgender con figli: grandioso il cameo di Paolo Rossi, oltre a quelli di Peter Gomez, Lilli Gruber e Andrea Scanzi), che per la prima volta hanno l'occasione di svoltare quando per 150 mila euro viene loro commissionato un servizio su una ONLUS che si occupa di accoglienza, dall'indicativo nome di Africando: peccato che il suo amministratore delegato sia caduto sotto inchiesta per aver utilizzato a proprio favore buona parte dei 35 euro che lo Stato versa all'ente per ogni migrante che "assiste", da qui i dubbi etici che assalgono i nostri tre eroi, e che vengono man mano "democristianamente" abbattuti da considerazioni personali: per uno, in perenne attesa di diventare docente universitario, la casa troppo piccola con un figlio in arrivo; per l'altro, il riscatto di fronte a un suocero mobiliere brianzolo che lo considera un nullafacente senza arte né parte, ossia un "artista"; per l'altro ancora, che sopravvive affittando la propria stanza nell'appartamento che condivide con l'amico d'infanzia imbecille attraverso Airbnb, una battaglia persa con la propria coscienza, soprattutto dopo un'analisi per una volta obiettiva del proprio passato politico. Il film parte in quarta e si inceppa un po' in vista del finale per colpa di una sceneggiatura incerta, ma coglie nel segno sia per la parodia, sia per la morale poco consolatoria che se ne trae. E' sostanzialmente un film di milanesoidi, sui milanesoidi e per milanesoidi, efficace soprattutto quando sbeffeggia, non so quanto volontariamente, il modo di parlare e i tic di quelli di sinistra, che gravitano attorno alla Zona Uno e alla Zona Tre (segnatamente Porta Venezia/Città Studi, le uniche dove il PD conquista la maggioranza relativa) della città coi loro rituali, ma in grado di raggiungere pure una platea lontana dal capoluogo lombardo, anche perché il suo linguaggio è stato divulgato negli ultimi tre decenni su scala nazionale da radio commerciali come Deejay, 101 e 105 nonché dalle reti Mediaset. Chiarisco che utilizzo il termine milanesoide in senso obiettivo prima ancora che negativo, intendendo la stragrande maggioranza dei nati a Milano dagli anni Settanta in poi, senza differenze di sesso, religione, etnia e colore e che hanno vissuto l'adolescenza nei Favolosi Anni Ottanta, quelli della Milano da bere: la generazione di Renzi e Salvini, per intenderci; nonché quelli che vi si sono stabiliti da post-adoloescenti a cose fatte, ossia quando la città oltre al cervello si era ormai bevuta anche la sua identità, da Tangentopoli in poi, per carpirne le mirabolanti nuove opportunità nello sfavillante mondo del terziario, della pubblicità e della moda con annessi e connessi: la Milano dei creativi e della finanza. Sopravvive, nel gruppo del Terzo segreto di Satira, qualcosa della vena surreale della migliore comicità milanese, che va da Umberto Simonetta a Beppe Viola a Cochi e Renato ed Enzo Jannacci  transitando dal Derby ma anche da Gaber e Fo, ma in forma, per l'appunto, milanesoide. Manca la nebbia in riva ai Navigli, insomma: per il resto, avanti così! (il titolo, comunque, è quanto mai veritiero su scala nazionale).

mercoledì 9 maggio 2018

Dopo la guerra

"Dopo la guerra" di Annarita Zambrano. Con Giuseppe Battiston, Barbora Bobulova, Charlotte Cétaire, Fabrizio Ferracane, Elisabetta Piccolomini e altri. Francia, Italia, Belgio 2017 ★★½
Film d'esordio di Annarita Zambrano, e presentato nella sezione Un certain regard a Cannes l'anno scorso, come tale può andare, e "passa l'esame" per come è girato e per le interpretazioni, mentre suscita perplessità sia per le sceneggiatura, zoppicante e farcita di frasi fatte, specie quando si parla di politica, sia per l'improbabile sequenza di colpi di scena che danno un tocco adrenalinico a una pellicola che ha nel lato intimistico il suo punto di forza: il risultato è che si muove un po' troppo nell'ambito dello sceneggiato televisivo. Siamo nel 2002, quando a Bologna viene ucciso un giuslavorista che insegna all'università e l'attentato viene rivendicato dalle Forze Armate Rivoluzionarie, un gruppo che porta le stesso nome di quello attivo negli anni Settanta e fondato da Marco Lamberti, rifugiatosi da vent'anni in Francia in base alla Dottrina Mitterrand rifacendosi una vita (il riferimento è a Marco Biagi e a un buon numero di ex terroristi che hanno riparato a Parigi e dintorni), ma i tempi sono cambiati, l'uomo (Battiston in un ruolo sofferto), che è diventato un apprezzato intellettuale nel Paese che lo ospita, viene tirato in ballo per il nuovo omicidio e la Francia ora è propensa a concedere l'estradizione: così Marco, decide che è tempo di cambiare aria, procurarsi documenti falsi e filarsela in Nicaragua, trascinando nella sua fuga anche Viola, l'unico legame che gli è rimasto dopo la morte della moglie, dato che dalla sua fuga dall'Italia non ha più avuto contatti con la famiglia d'origine. La quale a sua volta viene nuovamente coinvolta dall'omicidio del docente perché a Bologna non ci si è dimenticati: la madre, ammutolita da il dolore per la perdita di due figli: oltre a Marco, autoesiliato, il fratello, anche lui terrorista, ucciso in uno scontro a fuoco; la figlia (l'immancabile Barbora Bobulova: stavolta le fanno interpretare un'insegnate di italiano al liceo, va bene che ha un accento neutro... In compenso come nevrotica perennemente depressa è perfettamente in parte); infine il marito di lei, un pubblico ministero che si occupa meritoriamente di cause sull'amianto e candidato a diventare procuratore generale. Film intimista, come accennato, si concentra sulle "colpe che ricadono su chi resta": da un lato Viola, che con Marco parla esclusivamente in francese, e pressoché nulla sa sia del passato sia delle intenzioni del padre, venendone vagamente a conoscenza grazie a una giornalista che lo va a intervistare, la quale viene coinvolta nella fuga decisa dal latitante e strappata alla scuola, al suo ambiente, alle sue amicizie; dall'altro l'anziana madre di Marco, oggetto di un atto intimidatorio nella sua bella casa sui colli bolognesi; la sorella, costretta a prendersi un'aspettativa dal preside della scuola dove insegna (e chiamata a rapporto dalla bidella mentre sta svolgendo lezione: cosa improbabile perfino in Italia) per la reazione dei genitori dei suoi alunni dopo l'omicidio del docente; infine il cognato, che rinuncia alla candidatura a procuratore generale. Lato positivo del film, la sensazione di disagio e sospensione che induce, rendendo partecipi di una situazione che, per come la si rigiri, non è stata affrontata e quindi risolta e ha mietuto vittime in ogni direzione, anche tra chi, essendo legato per parentela a ex combattenti irrigiditi nel loro dogmatismo come Marco, viene fatto carico, per così dire, di una sorta di responsabilità obiettiva. E' possibile lasciarsi alle spalle il passato? Voltare pagina? Se sì, come? Domande inevase, e non solo per cattiva volontà, e che tornano attuali proprio in questi giorni in cui cade il quarantesimo dal ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in Via Fani. Non era pretesa del film darvi una risposta, ma colpisce nel segno quando sull'argomento induce alla riflessione.