domenica 14 gennaio 2018

Morto Stalin se ne fa un altro

"Morto Stalin se ne fa un altro" (The Death of Stalin) di Armando Jannucci. Con Steve Buscemi, Simon Russell Beale, Olga Kurylenko, Michael Palin, Paddy Considine, Jason Isaacs, Jeffrey Tambor, Andrea Riseborough, Jonathan Aris, Rupert Friend. GB, Francia 2017 ★★★★½
Che si trattasse di un film da non perdere me lo garantiva, in un cast di caratteristi strepitosi, capitanati da Steve Buscemi (nei panni di Krushchev) la presenza di Michael Palin, il "cementatore" dei Monty Python, che interpreta Beria, due fra i membri del politburo del PCUS che, dopo aver avuto notizia che Stalin era stato colpito da un ictus il 28 febbraio del 1953, tramarono per due giorni fra le segrete stanze del Cremlino e la dacia del dittatore prima di comunicarne morte, per risolvere tra loro la guerra di successione e indicarne l'erede, Krsushchev per l'appunto, dando il via alla destalinizzazione, in sostanza alla continuazione della dittatura sotto altro nome e forme più morbide, oltre a confermare una costante di tradimenti, menzogne, odi profondi, calunnie, paranoia, manipolazione sistematica delle persone come dei fatti, violenza che sono nella tradizione della storia comunista e, in in maniera meno cruenta, di tutta la sinistra che si rifà al povero Marx, che non poteva immaginare che il suo pensiero avrebbe avuto interpreti simili. Tutto nasce da un concerto di Mozart trasmesso da Radio Mosca che Stalin ascolta a spezzoni mentre fa bisboccia con gli altri membri del politburo, e che gli piace così tanto che ne ordina la registrazione. Ma siccome quella sera non era stata prevista, il direttore della radio si vede costretto a far tornare al loro posto gli orchestrali che, terrorizzati, accettano di buon grado, salvo la giovane pianista, la cui famiglia era stata sterminata dal tiranno, che acconsente alla replica soltanto dopo aver estorto un compenso extra di 20 mila rubli e di poter infilare nel disco un biglietto per Stalin che, una volta lettolo, stramazzerà al suolo, andando in coma. Saputo della notizia, l'intero comitato centrale dapprima non vuole prendersi la responsabilità di chiamare dei medici, anche perché i migliori erano stati mandati nei gulag o ammazzati, dall'altro torna loro comodo un periodo di sospensione in cui possono scatenarsi in tutta una serie di colpi bassi, meschinerie, imbrogli, violenze, compreso un massacro di civili venuti nella capitale per rendere omaggio al Piccolo Padre. Fra tutti i loschi personaggi, tra cui Malenkov, Zhukov, Mezhnikov e Andryev, giganteggia Beria (e con lui il grande Simon Russell Beale), capo della polizia politica, inizialmente accreditato come il più probabile successore e il più temibile, avendo trafugato tutti i dossier sugli altri membri del comitato centrale disposti da Stalin e potendoli così ricattare a piacimento, ma sarà il terrore di questi a coalizzarli contro di lui e a perderlo. Tratta da una graphic novel (genere spesso più efficace di un romanzo o di un ponderoso saggio) la sceneggiatura è agile e supporta a meraviglia l'intero cast e il film, pur farsesco e in continua oscillazione fra realtà e fantasia, riesce alla fine più credibile e realista di qualsiasi verità storica, mettendo a nudo ancora una volta la bramosia e le miserie, gli abissi di abiezione e mediocrità che si celano dietro al potere. Già dal titolo, una premessa e una promessa mantenute. Da non perdere.

venerdì 12 gennaio 2018

Requiescat in pace


Soltanto in un Paese imbesuito e farsesco come il nostro, nella Terra dei Cachi, “Spelacchio”, come già “petaloso", poteva diventare un caso nazionale e tenere banco tra le notizie del giorno per più di un mese: nemmeno la mancata qualificazione della pluricampione nazionale di calcio ai Mondiali di Russia ha suscitato altrettanta attenzione nel Circo Barnum che è l’informazione in Italia. Prima che i media si concentrino su un altro ricorrente tormentone peninsulare, il Festival di Sanremo, anche noi, nel nostro piccolo, rendiamo il nostro tributo a quest'altro infelice eroe dei nostri tempi nel momento del mesto addio 

martedì 9 gennaio 2018

Il ragazzo invisibile - Seconda generazione

"Il ragazzo invisibile - Seconda generazione" di Gabriele Salvatores. Con Ludovico Girardello, Galatéa Bellugi, Ksenia Rappoport, Ivan Franek, Dario Cantarelli, Emilio De Marchi, Katia Miranova, Mikolai Chroboczec e altri. Italia 2017 ★★★
Per quanto sia da anni un fedele seguace del poliedrico Gabriele Salvatores, e ammirato dalla sua capacità di spaziare tra generi e toni, stavolta sono rimasto un po' deluso da questo sequel ampiamente preannunciato (e con ogni probabilità foriero di un seguito) che contiene in sé, in qualche maniera, anche un prequel del primo episodio. Ritroviamo infatti il nostro eroe, Michele, dotato del superpotere di rendersi invisibile, con quattro anni in più, sedici, rimasto orfano della madre adottiva (la poliziotta Giovanna/Valeria Golino), alle prese con le turbe della pubertà e sempre invaghito della compagna di classe Stella, insidiata dal rivale Brando, a fare i conti col diventare adulto, accettare cioè il "lato oscuro di sé stesso", nel suo caso di essere uno "speciale" e conscio di cosa possa significare esserlo. Glielo insegnerà l'incontro con la sua madre naturale Helena (Xenia Rappoport, tra i lati positivi del film: una certezza) e la sorella gemella Natasha, da questa recuparata a Rabat, in Marocco, dotata di dita a dir poco "incendiarie". Rigenerata dalle trasfusioni di sangue dei due figli, sarà di fatto Helena la vera protagonista del film, determinata a portare a termine la vendetta degli Speciali (un tempo segregati in una sorte di gulag sovietico), ognuno dotato di un superpotere diverso, contro Zagarov, l'ex militare e ora oligarca che li aveva fatti imprigionare e torturare per appropriarsi e servirsi delle loro "specialità", in questo contrastata dal marito e padre dei due gemelli Andreij, il cieco, che invece ritiene che questi superpoteri siano una dannazione e finiscano inevitabilmente per corrompere chi li usa e anche lui finito a Trieste perché in contatto telepatico con Michele, città cin cui arriverà a sua volta Zavarov, in occasione dell'inaugurazione di un gasdotto in Piazza dell'Unità: uno dei rari scorci di Trieste che si vede in questo secondo film, a parte l'orrida e fascistissima facciata dell'Università e qualche esterno di locale in zona Cavana oltre ad un breve tratto della Costiera dei Barbari che porta in città. Poca Trieste, insomma, rispetto alla puntata precedente, più azione e più effetti speciali, un po' meno artigianali, ma tutto il film conserva comunque un qualcosa di magico e favolistico che lo rende in ogni caso gradevole. Affronta anch'esso il tema della crescita, visto dalla parte dell'adolescente, ma anche quello del modo in cui i genitori finiscono per fagocitare i ragazzi e coinvolgerli nei loro deliri, sovraccaricandoli di aspettative e ricattandoli con scelte traumatiche, confermandosi un film che non si rivolge soltanto ai più giovani ma anche a un pubblico più adulto che, tra l'altro, ha avuto più a che fare con i supereroi americani a fumetti che non i millenials, e mi riferisco non tanto ai genitori di questi ultimi, quanto ai loro nonni, come potrei essere io stesso.

giovedì 4 gennaio 2018

La dolce, inesorabile legge del contrappasso


Torno sul grottesco argomento accordo PD-Bonino e sull'aiuto offerto dal negoziatore Piero Fassino per la presentazione delle liste radicali, questa volta camuffate sotto un logo invero infelice quanto audace, coi tempi che corrono, come +Europa, dopo aver letto il gustoso editoriale di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano di oggi, perché è davvero con un godimento profondo che uno della mia generazione vede accadere coi propri occhi qualcosa che, nei gloriosi anni Settanta e poi Ottanta, era quanto di più impensabile: un comunista fatto e finito, anzi: un vero residuato post bellico come Piero Fassino che non solo porge la mano, ma aiuta una radicale a raccogliere le firme per presentarsi alle elezioni. Ovviamente non per bontà, ma per ottenerne a sua volta un aiuto che, per quanto piccolo e anche improbabile per un partito che in due sole occasioni aveva superato, di poco, il 3%, nel lontano 1979, è pur sempre qualcosa. Il che la dice lunga su come sia messo il partito renziano che fu, andando alle radici, comunista quanto democristiano, e su quanto sia terrorizzato di essere raso al suolo da una legge elettorale, il Rosatellum-fascistellum, partorita dai propri stessi lombi per fottere l'avversario più pericoloso, ossia il M5S che già alle passate politiche era il primo partito in Italia (rammento agli smemorati che il PD raggiunse la maggioranza relativa soltanto grazie ai voti degli italiani - si fa per dire - votanti all'estero): altra conferma dell'implacabilità della legge del contrappasso di cui al titolo. Ricordo i cazzotti che volavano immancabilmente tra pattuglie di coloriti radicali ed energumeni dei servizi d'ordine del PCI quando i discepoli di Pannella si piazzavano nottetempo davanti all'ingresso dei tribunali per depositare le liste radicali per primi in modo che comparissero in alto a sinistra sulle schede, posizione che i comunisti nostrani ritenevano loro per diritto acquisito e, chissà, forse anche divino ( i democristiani, considerando i loro elettori altrettanto imbecilli quanto i discendenti del Gran Partito di gramscitogliattilongoeberlinguer e quindi incapaci di distinguere i simboli, tagliavano la testa al toro arrivando per ultimi e ottenendo così sempre il posto in basso a destra, così che gli adepti non dovessero faticare a trovarlo a occhi chiusi), e ricordo pure come i radicali fossero i nemici più acerrimi dei compagni, fumo negli occhi ancor più dei fascisti, per certi versi, perché distraevano, a loro dire, il popolo dalle cose serie (ossia obbedire al partito e al sindacato ad esso collegato) e mettevano in discussione il dogma di quell'epoca ormai lontana, ossia il Compromesso Storico, perché avversavano la chiesa e la DC. Che li vedeva come altrettanto fumo negli occhi al punto da cadere nel tranello di proporre un referendum per abrogare la legge sul divorzio, la mitica Baslini-Fortuna, entrata in rigore dopo infinite battaglie nel 1970. Fu una fatica improba convincere il PCI a schierarsi per il NO, che alla fine trionfò nel memorabile maggio del 1974. Su una cosa i comunisti avevano ragione, ai tempi, riguardo ai radicali: che non si occupavano di economia, e quindi delle condizioni dei lavoratori. Verissimo, ma non perché non ci capissero niente o non si applicassero, ma perché, facendo sconfinare il libertarismo nel liberismo più sfrenato, avevano sposato sin da allora la legge del mercato come supremo regolatore di tutte le vicende umane. I loro nemici di allora e, forse, alleati di oggi, ci sono arrivati più tardi ma, con il tipico zelo dei neofiti, una volta conquistato il governo (da Prodi I in poi), li avrebbero perfino superati. A destra.

martedì 2 gennaio 2018

'A pittima


E 'sticazzi!  Viene spontaneo, dal profondo del cuore. Costei, senatrice del gruppo parlamentare del PD; già ministro degli Esteri nel governo Letta (PD), precedentemente ministro del Commercio internazionale e delle Politiche Europee nel governo centrosinistrato Prodi II; prima ancora, spedita dal governo Berlusconi I dimissionario a fare il Commissario europeo in quota Forza Italia, dà il via alle consuete geremiadi perché non riesce a raccogliere un paio di migliaia di firme. Vero, i radicali si erano espressi contro il Fascistellum, la legge elettorale partorita dalla fertile mente pidiota di Ettore Rosato, che è pur sempre capogruppo alla Camera del partito con cui siede in Parlamento. Partito che, a sua volta, per bocca del vicesegretario Maurizio Martina, si dichiara disponibile alla raccolta delle firme "se c'è accordo politico". Una farsa. Già uno si chiede cosa c'entrino i radicali con gli eredi di due partiti, il PCI e la DC, che hanno sempre avversato e combattuto, puntualmente contraccambiati (almeno apparentemente), mentre almeno con Berlusconi hanno in comune la matrice mercatista (sempre però, sia nel caso del tycoon brianzolo, sia dei radicali, vedi i finanziamenti pubblici alla loro radio, col culo coperto dallo Stato). Coacervo di contraddizioni, globalisti ante litteram, liberisti sfrenati però mantenuti dallo Stato e manutengoli per vocazione (vedi il caso Toni Negri a titolo di esempio), vittimisti spudorati, hanno da sempre l'abitudine di piangere il morto facendo la questua paventando la loro sparizione dalla vita politica ché certo, considerato quello che passa il convento, sarebbe la morte civile e, senza le battaglie di Pannella & Co nei così vituperati anni Settanta, a quest'ora non avremmo nemmeno una legge sul divorzio e una sull'aborto. Io stesso, in mancanza di alternative, nel corso della mia esistenza ho votato più volte per il Partito radicale, firmando in diverse occasioni per la presentazione delle sue liste, ma non sopporto le lagne e l'autocommiserazione specie quando si ha contribuito non poco alla spettacolarizzazione e personalizzazione di una vita politica ingessata e paludata, e meno ancora da parte di chi è un convinto sostenitore delle virtù taumaturgiche del mercato come supremo regolatore dei rapporti di ogni tipo (vengono in mente anche i piagnistei dei giornalisti del Sole-24 Ore a caccia di sostegno: calci nel culo, si meritano, altro che solidarietà, come prima di loro quelli dell'Unità renzizzata, ma vale anche per quelli del manifesto, che pure mercatisti non sono, ma pagano una supponenza insopportabile e un'offerta politica che non interessa nessuno): se ti presenti con una lista che fin dal nome invoca +Europa, sono solo cazzi tuoi e paghi dazio. 

'A pittima (Fabrizio De André)

Cosa ghe possu ghe possu fâ
se nu gh'ò ë brasse pe fâ u mainä
se infundo a e brasse nu gh'ò ë män du massacán
e mi gh'ò 'n pûgnu dûu ch'u pâ 'n niu
gh'ò 'na cascetta larga 'n diu
giûstu pe ascúndime c'u vestiu deré a 'n fiu
e vaddu in giù a çerca i dinë
a chi se i tegne e ghe l'àn prestë
e ghe i dumandu timidamente ma in mezu ä gente
e a chi nu veu däse raxún
che pâ de stránûä cuntru u trun
ghe mandu a dî che vive l'è cäu ma a bu-n mercöu
mi sun 'na pittima rispettä
e nu anâ 'ngíu a cuntâ
che quandu a vittima l'è 'n strassé ghe dö du 


La pittima (Fabrizio De André)

Cosa ci posso fare
se non ho le braccia per fare il marinaio
se in fondo alle braccia non ho le mani del muratore
e ho un pugno duro che sembra un nido
ho un torace largo un dito
giusto per nascondermi con il vestito dietro a un filo
e vado in giro a chiedere i denari
a chi se li tiene e glieli hanno prestati
e glieli domando timidamente ma in mezzo alla gente
e a chi non vuole darsi ragione
che sembra di starnutire contro il tuono
gli mando a dire che vivere è caro ma a buon mercato
io sono una pittima rispettata
e non andare in giro a raccontare
che quando la vittima è uno straccione gli do del mio


lunedì 1 gennaio 2018

Napoli velata

"Napoli velata" di Ferzan Ozpetek. Con Giovanna Mezzogiorno, Peppe Barra, Anna Bonaiuto, Alessandro Borghi, Maria Pia Calzone, Biagio Forestieri, Isabella Ferrari, Luisa Ranieri, Carmine Recano, Maria Luisa Santella, Lina Sastri e altri. Italia 2017 ★★★½
Non ho difficoltà ad ammettere un approccio molto cauto e dubbioso all'ultimo film di Ozpetek, un regista che, dopo alcuni film promettenti, era man mano diventato ai miei occhi simbolo di un cinema autoreferenziale, ripetitivo, stereotipato, romanocentrico, che aveva dato vita, ai miei occhi, a una sorta di estetica der gazometro, ambientato com'era nel milieu alternativo-gay friendly-problematico-artistoide alle prese con crisi d'identità, perdite, ambiguità varie, il tutto nel raggio di un tiro di schioppo dall'ombelico di quel mondo che è il Pigneto, quartiere trendy semicentrale della capitale, e di essermi deciso a vederlo preso dallo sconforto della misera offerta del periodo natalizio, ma non ho nemmeno difficoltà ad ammettere che mi è piaciuto e d'essere uscito dalla sala soddisfatto. Pur rimanendo fedele alle tematiche che gli sono più care, dai rapporti famigliari a quelli di amicizia, al ruolo della memoria, al sentimento religioso nella sua accezione più ampia e alla centralità dell'aspetto sensuale, la loro immersione in una realtà, quella di Napoli, ben più sfaccettata, ricca e culturalmente profonda di quella superficiale e cinica romana, ha prodotto un risultato molto meno scontato di altre volte. Si tratta, alla fin fine, di una storia con una tinta noir di successivi svelamenti, con aspetti misterici che ben si combinano con l'anima partenopea, che porta via via Adriana, un'anatomopatologa chiusa in sé stessa, ad affrontare alla radice un trauma subito nell'infanzia, dopo aver assistito a un fatto tragico che aveva rimosso, andando alla ricerca di un fantasma, quello di Andrea, un giovane ambiguo, inquietante quanto affascinante, conosciuto a una festa in casa d'amici (nell'occasione si assisteva a una figliata dei femminielli illustrata da Peppe Barra nei panni di Pasquale) e con cui la riservata e quasi autistica dottoressa trascorre un'infuocata notte di passione: l'inizio di un rapporto che sembra finalmente molto promettente, profondo e coinvolgente, ma invece che in una sala del Museo Archeologico, dove s'erano dati appuntamento per la sera, Adriana lo ritroverà sul tavolo dell'obitorio, cadavere. Da quel momento ne scorgerà ovunque il fantasma, individuandolo in un sedicente gemello di Andrea: realtà e fantasia si confondono ma alla fine non avrà importanza, perché quel che viene descritto è da un lato l'intricato percorso mentale della donna, dall'altro la vita palpitante ma al contempo intrisa di morte della città partenopea, ai più sconosciuta nei suoi riti e nei suoi misteri, che spesso è velata, come lo straordinario Cristo della cappella di Sansevero, perché "la gente non sopporta troppa verità". Detto di Peppe Barra, danno un grosso contributo alla riuscita del film Giovanna Mezzogiorno nella parte di Adriana e le altre interpreti femminili, a suo modo però anche l'algido, irritante e quasi plastificato Andrea interpretato da Alessandro Borghi, quasi finto in tanta carnalità e a contrasto col desiderio che suscita in Adriana; come anche una fotografia eccellente e una colonna sonora azzeccata e gradevole senza mai essere banale o cadere nel pittoresco. Napoli non è quella turistica però nemmeno quella di Gomorra, ma una città che Ozpetek ha imparato a conoscere bene (per avervi curato, al San Carlo, la regìa de La Traviata) e che, a cominciare dal suo profondo e insopprimibile substrato ellenico, ha molto in comune con un'altra città di origine greca, Istanbul, che rimane pur sempre Costantinopoli, dove il regista è nato.