lunedì 23 ottobre 2017

Una donna fantastica

"Una donna fantastica" (Una mujer fantástica) di Sebastián Lelio. Con Daniela Vega, Francisco Reyes, Luis Gnecco, Aline Küppenheim, Amparo Noguera e altri. Cile, Germania 2017 ★★★½
Un buon film, anzi: molto buono, che conferma in pieno le qualità di Sebastián Lelio, di cui in Italia era già stato distribuito Gloria e, come questo, premiato all'ultima Berlinale, questa volta per la sceneggiatura. Prodotto da Pablo Larraín, l'altro e più conosciuto esponente della cinematografia cilena contemporanea, con la cui produzione ha molti punti in comune sia per i temi trattati sia per la forma, tanto che verrebbe la tentazione di parlare di una vera e propria corrente estetica, ma non ne raggiunge la complessità, visionarietà e forza espressiva. Anche in questo film Lelio si avvale della prestazione straordinaria dell'interprete principale, Daniela Vega, nei panni di Marina, ventisettenne cameriera e aspirante cantante lirica, una transessuale la cui relazione d'amore con Orlando, un imprenditore tessile di mezza età, viene troncata dall'improvvisa morte del compagno dopo un malore notturno alla vigilia di un viaggio alle cascate di Iguazu, regalo di compleanno di Orlando a Marina. La quale, già all'ospedale, dove lo porta ormai privo di coscienza, comincia a subire le angherie del poliziotto che ne pretende il documento d'identità (e che riporta ancora iil nome di nascita, Daniel) e del medico di guardia che intuisce la relazione innaturale con l'uomo e che non hanno nessuna comprensione per il sincero dolore che la sconvolge, mentre già il giorno successivo la ex moglie di Orlando ne pretende la restituzione della macchina e lo sgombero al più presto dell'appartamento e il figlio le sottrae perfino il cane che possedeva col convivente, ma soprattutto viene avvertita di non farsi vedere alla veglia funebre e meno che mai al funerale. Nei giorni seguenti Marina tiene duro, con caparbietà prosegue la sua vita, tra gli impegni di lavoro, lo sgombero della casa aiutata dalla sorella e dal cognato, due "alternativi", e le tocca anche subire una umiliante visita medica su richiesta di una dirigente di polizia che si occupa di reati sessuali per accertare che non abbia subito abusi da parte di Orlando, poco propensa credere che le lesioni trovate sul corpo di lui siano dovute a una caduta accidentale, ma piuttosto a vedere il torbido in una relazione che invece era serena e lineare. Marina capisce anche che la famiglia di Orlando non riesca ad inquadrarla, a definire la loro relazione se non come una chimera, ma non riesce a resistere al bisogno che sente di dare l'ultimo saluto alla persona amata, venendo cacciata dalla veglia funebre e poi perfino inseguita, insultata, caricata in macchina e impacchetatta con cerotti e abbandonata in una strada secondaria dal figlio e dai suoi amici: l'unico ad accettarla per quel che è a capire il suo dolore, ma impotente davanti all'incomprensione e alla mancanza di umanità degli altri. L'ambientazione è ancora una volta nella Santiago benestante dei quartieri settentrionali, con qualche timida escursione nella bohème ma comunque a distanza siderale da quella popolare e periferica: nessuno stupore che le questioni di genere siano appannaggio degli strati sociali superiori, cui del resto appartengono sia Lelio sia Larraín, con la differenza che, rispetto ai colleghi europei e soprattutto nordamericani che dell'esaltazione delle lotte per i diritti LGBT hanno ormai fatto un filone cinematografico e di serie TV a sé stante ormai stucchevolmente ripetitivo, affrontano i temi della sessualità e anche dell'identità con storie esemplari e senza gridare e dare giudizi, ma ponendo domande alla coscienza comune; e lo fanno in modo ovattato, lasciando spazio al non detto, all'ambiguità, non rinunciando a un'atmosfera a tratti sospesa e a volte ipnotica. Sceneggiatura pulita e montaggio con tempi giusti, interpretazione superlativa di una transessuale autentica, attrice e cantante lirica anche nella realtà, una grande Daniela Vega.

sabato 21 ottobre 2017

Il palazzo del vicerè

"Il palazzo del vicerè" (Viceroy House) di Gurinder Chadha. Con Hugh Bonneville, Gillian Anderson, Manish Dayal, Huma Qureshi, Lily Travers e altri. GB, India 2017 ½
Mah. Sostanzialmente un film in costume, con gran sfoggio di divise colorate, arredi ricercati, cerimoniali sfarzosi, edifici sontuosi dagli interni mirabolanti, il tutto con l'immancabile inserto mélo strappalacrime per venire incontro al pubblico di bocca buona, per uno spot in riabilitazione postuma di Lord Mountbatten, l'ultimo vicerè dell'India, facendolo passare per uno sprovveduto, ma di buon cuore, pur di non attribuirgli la responsabilità di una Partition che causò la spaccatura dell'India e lo sradicamento di 14 milioni di indiani nel momento in cui le fu concessa l'indipendenza. Siamo alla vigilia del giorno fatidico, l'11 agosto del 1947, e il nuovo vicerè, già acclamato liberatore della Birmania, si insedia a Delhi con moglie, figlia e cane con l'incarico di procedere alla transizione. Il tempo è poco, e dopo aver consultato i principali leader delle diverse fazioni, principalmente Nehru per gli indù e Jinnah per i musulmani, con l'intervento super partes ma inascoltato del Mahatma Gandhi, addiviene controvoglia alla decisione di creare un nuovo Stato, il Pakistan a sua volta diviso in due parti separate tra loro da più di duemila chilometri (l'attuale Bangladesh con capitale Dacca). Di tracciare la linea di confine viene incaricato un oscuro legale inglese che mai era stato in India, armato di carte geografiche e statistiche di censimenti che, non raccapezzandocisi più, alla fine viene costretto a fare proprie le indicazioni contenute in un documento segreto sulla sicurezza nazionale stilato dai massimi esperti militari e controfirmato da Churchill dopo la fine della guerra (sostanzialmente un patto fra questi e Jinnah) con lo scopo di frenare eventuali appetiti russi (siamo ancora alle code del famoso Grande Gioco, che produce strascichi ancora oggi in tutta quell'area, a cominciare dall'Afghanistan). Secondo questa tesi, i confini non vennero tirati "a cazzo di cane" con un righello e senza avere idea della composizione etnica delle zone miste (come invece fu in Africa e Medio Oriente),ma secondo una logica ben precisa e fottendosene degli eventuali strascichi, comunque ormai sul groppone di altri. L'unica cosa inopinabile, come recita una didascalia a premessa del film, è che la storia viene scritta dai vincitori; altrettanto incontestabile è che gli inglesi, applicando scientificamente il principio divide et impera, hanno sempre favorito le minoranze, sikh e musulmani innanzitutto; detto questo, il film è smaccatamente filo-indiano nonché tenero fino alla piaggeria nei confronti degli inglesi, presi a esempio per la loro capacità di governare etnie incapaci di farlo da sole (di evidenza palmare proprio la Partition) nonché per la cultura, ad esempio il Dickens letto dal carceriere indiano al prigioniero politico musulmano cieco: e qui subentra l'intreccio bolliwoodiano, ossia la struggente quanto improbabile storia d'amore tra Jeet, ex secondino e ora attendente indù di Mountbatten e Alia, assistente di Lady Mountbatten, la figlia del prigioniero musulmano di cui sopra, che corre parallela alla vicenda storica come interpretata dalla regista (indiana) e dal libro di Narendra Singh Sarila che l'ha ispirata: The Shadow of the Great Game - The Untold Story of India's Partition. Naturalmente trionfa lo happy and, in barba ai due milioni di morti risultato della creazione dal nulla di uno Stato da parte degli inglesi con la benedizione dell'Amico Americano, il vero fruitore finale dell'accordo Churchill-Attle-Jinnah. Tanto colore folkloristico e buonismo a piene mani su sfondi palesemente di cartapesta, si salva la recitazione dei due interpreti principali, Hugh Bonneville nei panni di Lord Mountbatten e Gillian Anderson in quelli della moglie Edwina, fatta passare per una benefattrice socialisteggiante per gli aiuti ai rifugiati dopo la partizione del Paese, mentre prima di giungere a Delhi era famosa per il suo libertinaggio (potendoselo permettere), una specie di puttanone, ma questo il film non lo dice; su quella degli interpreti di Jeet e Alia preferisco sorvolare. Incomprensibile l'indulgenza della critica nei confronti di questo film, che invece non era stata altrettanto generosa con I figli della mezzanotte sullo stesso argomento, probabilmente perché Salman Rushdie (che l'aveva sceneggiato) non è abbastanza politicamente corretto, e che sotto ogni aspetto era di un'altra categoria. 

venerdì 20 ottobre 2017

Una sola folpitudine

Come ogni anno a Noventa Padovana, sulla Riviera del Brenta, da venerdì 20 a martedì 24 ottobre

mercoledì 18 ottobre 2017

L'uomo di neve

"L'uomo di neve" (The Snowman) di Tomas Alfredson. Con Michael Fassbender, Rebecca Ferguson, Charlotte Gainsbourg, Chloë Sevigny, Val Kilmer. GB 2017 
Se siete masochisti e vi piacciono i thriller scandinavi con trame tanto arzigogolate quanto inverosimili interpretati da attori invariabilmente e adeguatamente basiti, oppure esplorare nei meandri bacati delle psicosi che attanagliano molti degli autori di lassù, specchi lampanti di una società tanto benestante quanto sempre più avviata a essere composta da cyborg, e siete pure disposti a rovinarvi la serata, ecco il film che fa per voi. Tratto da uno dei romanzi del norvegese Jo Nesbø con protagonista il detective Harry (ass) Hole, puntualmente un disperato alla deriva e pesantemente alcolizzato però imbattibile nel risolvere casi che solo una mente pervertita o in preda all'acido può concepire, il film prova a raccontare la caccia a un serial killer che si rifà vivo a ogni prima neve invernale e che lascia come marchio di fabbrica un pupazzo, per l'appunto di neve, come dal titolo, sul luogo del delitto. Le vittime sono sempre donne che hanno avuto relazioni extraconiugali e i cui figli hanno una particolare tara genetica: la mancanza dei capezzoli. Ovviamente il serial killer sfida lo (ass) Hole (uno che perfino nella polizia della più scalcagnata repubblica delle banane sarebbe già stato radiato dal corpo) e altrettanto regolarmente il passato riemerge per tutti i protagonisti e naturalmente l'assassino è molto più vicino al detective di quanto questi riesca a immaginarsi (lo spettatore invece lo sospetta non appena il personaggio in questione entra in scena). A giudicare dalla sfilza di cadaveri che cospargono il filmaccio, ambientato tra Oslo e Bergen, luoghi magari anche suggestivi per il panorama ma in cui nessuna persona appena assennata può essere tentata di trascorrere l'intera esistenza, e men che mai un inverno, in Norvegia devono esserci in percentuale più morti violente che negli USA: per quanto il Paese sia stato in grado di produrre un Anders Breivik, dubito fortemente che sia così. La pellicola non merita altre parole, nemmeno uno spoiler, solo una considerazione sul protagonista principale, Michael Fassbender, la cui stolidità perfora lo schermo: un Monica Bellucci al maschile che non si capisce per quale motivo venga ingaggiato come attore. O forse sì: sembra il prototipo catatonico di un replicante, altro che Blade Runner. Per il resto, il quadro che esce da un film come questo, ma anche da serie TV come The Bridge, Fortitude e perfino il demenziale  Lilyhammer (che però ci azzecca) delle società scandinave è sconcertante e allarmante nella sua desolazione: ma da gente che è disposta a farsi inserire un microchip sottopelle per andare in treno c'è da aspettarsi il peggio. 

lunedì 16 ottobre 2017

L'altra metà della storia

"L'altra metà della storia" (The Sense of an Ending) di Ritesh Batra. Con Jim Broadbent, Michelle Dockery, Matthew Goode, Charlotte Rampling, Harriet Walter e altri. GB 2017 ★★★★
Film molto inglese, anzi: londinese, ma quietamente, nulla a cha fare con la Londra swinging o cool in preda al turismo e ai modaioli, eppure girato da un regista indiano che sa il fatto suo e, grazie a un soggetto ben scritto tratto da un romanzo di Julian Barnes, Il senso di una fine (Einaudi, 2012) e a un cast di alta qualità scelto accuratamente, sforna un film perfettamente bilanciato tra passato e futuro capace di stimolare riflessioni proficue partendo dalla semplice constatazione che la nostra vita non appartiene solo a noi e comunque è soltanto la storia che ne abbiamo raccontato: altri, che abbiamo incontrato e conosciuto, ne hanno avuto una visione completamente diversa e delle conseguenze che, nel nostro "raccontarcela", non possiamo nemmeno immaginare. Tony Webb, da giovane aspirante poeta e letterato e oggi pensionato bisbetico e abitudinario, proprietario di un negozietto che vende e ripara vecchie Leica per non cedere alla noia, vedovo di un'avvocatessa di grande intelligenza intelligente e successo, e con una figlia futura madre volutamente single che accompagna alle sedute pre-parto, vede riaffacciarsi il passato quando da uno studio legale gli viene comunicato che ha ricevuto un lascito da parte della madre della sua fidanzata di quando era studente, Veronica, e costituito da una piccola somma in denaro ma soprattutto da un diario, quello del suo più caro amico dei tempi del liceo, il brillante e tormentato Adrian, morto suicida ancora studente, e custodito proprio da Veronica, che per il momento non vuole consegnarglielo. Consigliandosi con l'ex consorte, Tony ricostruisce con una certa reticenza la relazione avuta con Veronica, accorgendosi man mano di quanto l'abbia travisata, a forza di rimozioni, e quando la incontrerà nuovamente, sempre più preso dal tentativo di chiarirsi le idee, ancora una volta cadrà vittima delle apparenze e della sua personale lettura degli avvenimenti, del passato ma anche attuali. Non è un film sulle occasioni mancate, sulle "porte girevoli" e quindi sul rimpianto e meno che mai appartiene al penoso genere da umarel attualmente in voga in cui si è specializzata, per esempio, Diane Keaton, già perfettamente in parte dai tempi dei film con Woody Allen, piuttosto sulla diversa percezione che si ha a seconda dell'età non soltanto del tempo ma anche dello spazio nel senso più ampio, e di sé stessi in rapporto con gli altri: da giovani passando da una "gabbia" piccola a una sempre più grande, cercando a tentoni una propria via e una propria dimensione; da vecchi desiderosi soltanto di non ricevere eccessivi scossoni in un equilibrio faticosamente raggiunto (e mai definitivo), ma sempre in tempo non per pentirsi, ma per rileggere con altri occhi il percorso fatto ed il suo senso, e a comprendere i possibili, inaspettati effetti delle proprie azioni sugli altri; del resto solo se si è disponibili a guardare in sé stessi serenamente si possono comprendere meglio le ragioni del prossimo, e con ciò cambiare anche atteggiamento verso chi e cosa ci circonda. 

sabato 14 ottobre 2017

Un incubo friulano

Natolino e Tavano: sulle strade del Friuli l'incubo quotidiano.
I fine settimana non sono mai abbastanza...

mercoledì 11 ottobre 2017

Blade Runner 2049

"Blade Runner 2049" di Denis Villeneuve. Con Ryan Gosling, Harrison Ford, Ana de Armas, Sylvia Hoeks, Robin Wright, Dave Bautista e altri. USA 2017 ★★½
Era una mission impossible, pur affidata alle abili mani di Denis Villeneuve e la produzione dello stesso Ridley Scott, regista dell'originale, essere all'altezza di un film come Blade Runner, uscito nel lontano 1982 ed entrato nel mito, eppure per lunghi tratti più che in un sequel sembrava di essere nello stesso film: la stessa ambientazione in una Los Angeles distopica, piovosa, lugubre, immensa e inquietante, solo all'apparenza riportata all'ordine e alla normalità; identico l'abbigliamento variegato e con tocchi punk dei personaggi, e così gli arredamenti tra il rétro post-atomico e il raffinato e atmosfere cupe; ugualmente angosciante il sottofondo musicale e i rumori elettro-meccanici a sottolineare l'incombenza di qualcosa di incontrollabile, però... manca il quid, probabilmente la novità. Film sul dubbio era (la natura dei replicanti, così come quella degli umani, in fondo) e film sul dubbio rimane (e così la porta aperta a una serie teoricamente infinita di pre-e-sequel, insomma a una saga hollywoodiana a venire) così come per l'appunto il dubbio sulla natura di Deckard, anche qui interpretato da Harrison Ford, che compare dopo quasi due ore di film, quando già si comincia a guardare l'orologio perché in preda a una straniante sensazione di déjà vu. A rintracciarlo è K (Ryan Gosling, perfetto,) un replicante di nuova generazione (senza scadenza e, soprattutto, obbediente) a sua volta un blade runner incaricato di "ritirare" (ossia eliminare) quelli della serie Nexus 6 rimasti ancora in circolazione, il quale in un'operazione si imbatte nei resti sepolti di quella che risulta essere Rachael, la replicante salvata da Deckard trent'anni prima, che risulta morta di parto: una notizia sconvolgente che va tenuta segreta perché confermerebbe che i Nexus siano stati in grado di riprodursi. K, che nel frattempo comincia a essere assalito dal sospetto di essere pure lui un umano, e forse figlio di Rachael e Deckard, viene rimosso dal corpo dei blade runner dal suo superiore (Robin Wright) ma non eliminato: gli viene lasciato il tempo per fuggire nell'extramondo a patto che elimini Deckard, a sua volta cacciato dalla tirapiedi di Wallace, il nuovo produttore di replicanti perfezionati che ha preso il posto di Tyrrell, ma K lo salva conducendola dalla figlia sua e di Rachael e forse morirà in pace (si ritirerà) ma non è detto... Questa la trama, più o meno, per quel che si lascia capire e raccontare, e per ciò che vale in un quello che rimane un suggestivo noir fantascientifico dai toni umanisti. Rispetto all'originale si svolge di più in esterno (in particolare in una zona desertica dove si coltivano proteine in serra e in una Las Vegas post-olocausto: compaiono anche gli ologrammi di Elvis Presley e Frank Sinatra in concerto) dove rifulge la fotografia affidata a un maestro come Roger Deakins (di cui Villeneuve si era già avvalso in Sicario). Non rimarrà nella storia, ma vale comunque ampiamente il prezzo del biglietto.